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Reddito incondizionato. Riflessioni di Vincent Cheynet

Credo sia utile far conoscere in Italia queste riflessioni critiche sul reddito di cittadinanza, presentate da Vincent Cheynet in un video su You Tube. Le sue argomentazioni sono molto stimolanti, ma sarebbe utile integrarle con una proposta finalizzata a ridurre il numero dei disoccupati, soprattutto tra i giovani.

Questa piaga, che amareggia la vita di una percentuale inaccettabile di persone per periodi di tempo sempre più lunghi, deriva dal fatto che l’orario di lavoro di 8 ore è rimasto immutato da quasi un secolo (in Italia è stato introdotto nel 1923), mentre le innovazioni tecnologiche hanno accresciuto in modo straordinario la produttività, riducendo al contempo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto.

Questo processo, se non è accompagnato da una riduzione dell’orario di lavoro, comporta un aumento dell’offerta di merci e una contestuale riduzione della domanda, perché soltanto gli occupati ricevono una retribuzione che li mette in condizione di acquistare le merci che vengono prodotte. Oltre la sofferenza di un numero crescente di persone che non riescono a soddisfare le loro esigenze vitali autonomamente, l’aumento della produttività senza un aumento dell’occupazione è la causa della crisi iniziata nel 2008 e ancora ben lungi dall’essere risolta, o quanto meno attenuata. Poiché, a mio modo di vedere, le argomentazioni di Vincent Cheynet sono culturalmente fondate, l’unica alternativa per aumentare il numero delle persone che si guadagnano dignitosamente la vita col loro lavoro è una drastica riduzione dell’orario di lavoro.

Questo sarebbe anche un modo molto efficiente, oltre che equo, di aumentare la domanda e, quindi, di attenuare la crisi. Ma si scontra con la remora culturale da parte degli occupati ad accettare una riduzione del loro orario di lavoro, non solo perché aprirebbe inevitabilmente una discussione sulla riduzione delle loro retribuzioni, ma soprattutto perché una società che identifica il benessere con la crescita della produzione tende ad appiattire gli esseri umani sulla dimensione di produttori e consumatori di merci, riducendo l’importanza della creatività, dell’arte, delle relazioni umane, della spiritualità, della conoscenza disinteressata.

In questo contesto la riduzione dell’orario di lavoro può essere percepita soltanto come una diminuzione del tempo impegnato nelle attività che danno un senso alla vita, come una riduzione della propria realizzazione esistenziale e della propria importanza sociale, mentre l’aumento del tempo in cui non si svolge il ruolo di produttore di merci o di fornitore di servizi non può che essere considerato un aumento del “tempo libero”, del tempo in cui ci si distrae, ci si riposa, o si cerca di “ammazzare il tempo” con qualche sottospecie di lavoro o di hobby. Non come un aumento del tempo disponibile per svolgere altri tipi di attività, non lucrative, ancora più importanti delle attività finalizzate alla sopravvivenza e alla soddisfazione delle esigenze materiali.

La definizione del paradigma culturale della decrescita non può prescindere dall’affrontare il tema del lavoro. Queste riflessioni di Vincent Cheynet costituiscono un importante contributo da approfondire.

di Maurizio Pallante, 15 dicembre 2015. Da sito web di MDF

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Il Prodotto Interno Lordo ci ucciderà tutti. Buon Natale di smog

Risultati immagini per immagini natale e smogdi Paolo Ermani

Storditi, ammaestrati, assopiti, anestetizzati: siamo così di fronte alla tragedia di un pianeta consumato che ci rimanda i segni chiarissimi di ciò verso cui stiamo andando, cioè un suicidio collettivo.E continuiamo a cercare conforto nell’oblìo.

In Cina respirare è un optional, a Pechino per la prima volta nella storia c’è allarme rosso da inquinamento atmosferico di PM 2,5. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il livello di sicurezza di particolato fine a 2,5 micrometri è stimato in meno di 25 microgrammi per metro cubo e nella capitale cinese si è arrivati a centinaia di microgrammi. Una coltre di nebbia da inquinamento oscura qualsiasi cosa: bambini a casa, cantieri parzialmente chiusi, limitazione al traffico, mascherine per tutti. E per rendere la pillola un po’ meno amara, così come sa fare bene il mercato che lucra su ogni sciagura possibile e immaginabile, le mascherine hanno forme e colori diversi, con i pupazzetti, con i personaggi di Disney, si muore ma lo si fa con allegria e divertimento. Chi se lo aspettava che il “comunismo”, che doveva liberare tutti e portare il sol dell’avvenire, il sole non lo vede nemmeno più, oscurato com’è dall’inquinamento? E i cinesi, così come gli indiani che hanno livelli di inquinamento simili, sono solo all’inizio del loro processo di occidentalizzazione, motorizzazione, identificazione con quello che comprano; figuriamoci cosa succederà in futuro.

Qualcuno ricorda cosa successe a Tienanmen? C’era chi chiedeva libertà, eco mondiale, immagini indelebili del ragazzo che ferma i carri armati. Ora i cinesi la libertà non ce l’hanno lo stesso ma hanno acquisito quella libertà con cui il capitalismo compra chiunque, la libertà di acquistare, la libertà che fa passare magicamente tutte le altre libertà in secondo, terzo e quarto piano. E con quella libertà tutto si assopisce, al massimo si protesta per avere salari più alti e poter quindi comprare meglio e di più, che poi questo significhi morire di inquinamento, beh è un effetto collaterale che non si può evitare se si vuole diventare come noi. Come dicono a volte gli operai delle fabbriche di morte dalle nostre parti? Meglio morire di cancro che di fame, eccoci serviti….. Ammesso che poi si muoia di fame se si lavora senza inquinare, ma questa è un’altra storia….

E quindi con la possibilità di comprare, il popolo può sfogare i suoi aneliti di libertà lavorando duro, guadagnando e finalmente comprandosi le stesse idiozie che ci compriamo noi in Occidente fabbricate dai cinesi stessi.

E‘ davvero particolare notare come per la libertà di espressione di un tempo in Cina ci furono dimostrazioni e lotte e per la libertà più importante cioè quella letteralmente di vivere, necessità che dovrebbe travalicare qualsiasi idea o ideologia, non ci sia indignazione internazionale, sommosse, proteste. Si rimane chiusi in casa, ci si infila la mascherina se si deve per forza uscire e avanti così.

Si accetta supinamente di non avere nemmeno più la libertà di respirare tanto è forte la follia e l’attrazione mortale verso la crescita del Sacro Prodotto Interno Lordo; rendiamoci conto con quale mostro perverso abbiamo a che fare.

I cinesi fanno la stessa fine che abbiamo fatto noi in passato: lotte, rivendicazioni, proteste, grandi ideali, finiti nell’acquisto della magica televisione a colori, a fare i manager, a vendere prodotti, a fare le vacanze ai Caraibi, comprarsi l’auto nuova o l’ultimissimo iPhone.

Il capitalismo, non importa che sia statale come in Cina o meno, sa benissimo come comprarsi tutti, non serve bastonare più di tanto, basta rincretinire le persone con la televisione, farle entrare nel paese dei balocchi e il gioco è fatto. Con questi gadget mentali si fa pure accettare di non poter più respirare. Non è di certo un caso che Berlusconi con le sue televisioni abbia imperversato (e imperversa ancora) per venti anni comprandosi ogni cosa e persona e facendo entrate chiunque nel suo mondo dei balocchi dove nessuno o quasi è immune dalle sirene del soldo. Anche un (ex) protestatario doc come Francesco Guccini, tanto per citarne uno molto simbolico delle migliaia, si prostra alla casa editrice (Mondadori) del Padrone per antonomasia, tanto per ribadire che pecunia non olet, mai. Altro che “trionfi la giustizia proletaria”, qui trionfa solo il soldone. Al famoso popolo che doveva cambiare il mondo, ai protestatari, cosa vuoi che gli interessi la rivoluzione di fronte al bel gruzzoletto o ai meravigliosi prodotti della nostra società scintillante?

Passando dalla Cina all’Italia, cosa fanno i sindaci delle città che puntualmente sforano ogni anno i limiti di inquinamento (come se poi l’inquinamento possa avere dei limiti “accettabili”, già di per sé è una cosa assurda)? Si inventano provvedimenti ridicoli come le targhe alterne, ben sapendo che tanto ogni famiglia ha tre, quattro auto quindi con targhe “alternabili”. Oppure, altro provvedimento da operetta, ci dicono di abbassare il riscaldamento, come se ci fossero ispettori che lo controllano e fanno multe a chi sgarra. Se queste misure portassero qualche risultato, allora perchè la situazione non cambia mai e siamo sempre alle prese con gli stessi problemi? E quindi nonostante la nostra super-iper-tecnologia e modernità, come da stregoni indiani, i nostri “esperti” e amministratori pregano e sperano nel vento e nella pioggia, difatti quando questi sono assenti, soprattutto in inverno, la situazione si aggrava di più. E in qualità di stregoni tentano di farci credere che il vento e la pioggia facciano sparire l’inquinamento per incanto, invece lo trasferiscono semplicemente da un’altra parte e così si rimuove il problema. Siamo la società della rimozione.

L’Agenzia europea per l’ambiente, non un covo di fanatici ambientalisti, indica in 84 mila morti premature in Italia, primo paese europeo, a causa dell’inquinamento atmosferico e a malapena la notizia è trapelata, meno che mai ha smosso qualcosa. Ma se un pazzo qualsiasi accoltella un connazionale gridando Allah è grande se ne parla per mesi interi e si inneggia alle crociate; però 84 mila morti istituzionali non muovono un sospiro, non ci interessano granchè. Nella società dello spettacolo in cui siamo infatti è la scena del crimine che conta, soprattutto se ripresa da videocamera di telefono cellulare, mica le dimensioni del dramma effettivo.

Che con il nostro benestare ci abbiano usurpato qualsiasi cosa compresa l’aria lo dimostrano città come Firenze che detiene di sicuro la palma della “migliore” strategia contro lo smog cittadino e che in combutta con la Regione, pur avendo sforato i limiti di inquinamento atmosferico, ha deciso di rimandare qualsiasi provvedimento a dopo le feste. Fra il PIL e la vita delle persone non c’è discussione o scelta che tenga, vince sempre il PIL. Mica sarà più importante la nostra salute e l’aria che respiriamo piuttosto che un lo shopping natalizio e il panettone di gomma da mangiare assieme alla famiglia festeggiando modello pubblicità! Chi sarebbe mai così pazzo da mettere in discussione tutto ciò di fronte alla salute dei nostri polmoni, anche perchè tanto di qualcosa si deve pure morire, no?

Buon Natale di smog a tutti, ma soprattutto ai nostri amministratori per la loro lungimiranza e cura della salute dei loro amministrati o meglio ammaestrati.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

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E ora chiedete scusa al popolo degli ulivi

L’indagine che ha bloccato le eradicazioni degli ulivi in Puglia non sarebbe mai emersa senza la nascita del popolo degli ulivi. Un movimento territoriale eterogeneo, senza leader, creativo, da tanti ignorato o aggredito.

di Gianluca Carmosino

Chissà cosa avrà pensato il signor Nino venerdì sera quando ha saputo del provvedimento con cui sono state bloccate le eradicazioni degli ulivi. Nino ha più di ottant’anni e vive a Oria, in provincia di Brindisi: venerdì mattina si era alzato presto per andare in campagna dove, insieme ad altri e altre, ha fermato le motoseghe pronte ad abbattere decine di ulivi. Il volto di Nino (foto) è uno dei più noti e amati tra i disobbedienti di questo angolo di terra ribelle del Sud.

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Al di là di quello che sarà l’esito delle indagini della procura di Lecce (dieci le persone indagate, tra cui il commissario straordinario Giuseppe Silletti, tra i reati ipotizzati diffusione di una malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale e falso) una cosa ora è certa: l’indagine non sarebbe mai emersa e cresciuta senza la nascita del popolo degli ulivi. Del resto, quanto scritto dagli inquirenti sono parole e concetti che nel Salento si sono diffusi da tempo:

“… la sintomatologia del grave disseccamento degli alberi di ulivo non è necessariamente associata alla presenza del batterio, così come d’altronde non è ancora dimostrato che sia il batterio, e solo il batterio, la causa del disseccamento…”.

Eppure dall’alto sono state tante le aggressioni, le denigrazioni, le denunce, gli ostacoli con cui si è tentato di ignorare le ragioni di questo movimento. Quello apparso in Puglia, tra inevitabili limiti e contraddizioni, è uno dei più interessanti movimenti territoriali del Mediterraneo degli ultimi anni. Un movimento importante per almeno quattro buoni motivi:

Il primo. Si tratta di un movimento che ha coinvolto persone comuni di età, percorsi culturali, sociali e politici differenti.

Il secondo. Questo pezzo di società non ha cercato politici cui delegare la soluzione del problema e neanche leader da cui farsi guidare. Si è autorganizzato e ha scelto di intervenire, in molti modi, direttamente.

Il terzo. Il popolo degli ulivi ha saputo utilizzare strumenti tradizionali (assemblee, incontri, manifestazioni, presidi, azioni di pressione a livello europeo, ricorsi al Tar…) ma anche social network, feste e pic-nic nei paesi e nelle campagna (dove si creava e rendeva più visibile un mondo nuovo, relazioni sociali diverse), azioni di disobbedienza creativa (a cominciare dalle giornate in cui sono stati piantati a sorpresa centinaia di ulivi passando per blocchi stradali e ferroviari), fiaccolate, momenti di formazione dedicati ai sistemi naturali di cura delle piante e all’agroecologia.

Il quarto. Si tratta di un movimento che ha messo al centro, in primo luogo, un’idea diversa di agricoltura e, più in generale, un rapporto diverso tra comunità e ambiente naturale per ripensare qui e adesso il modo di vivere e di trattare la terra.

In questo modo il popolo degli ulivi non solo ha rotto la gabbia di silenzio e bugie costruita da tanti intorno agli ulivi malati, ma ha anche costretto poco a poco a ridurre il numero di alberi da abbattere, ha fermato diverse operazioni di abbattimento e ha cominciato a riempire di senso la parola comunità. In primavera erano molti a pensare che un movimento di quel tipo, in Puglia non si era mai visto.

Poco importa allora se quel movimento alcune settimane fa sembrava più fragile, se i grandi media hanno fatto di tutto per renderlo innocuo e invisibile, se in alcuni momenti avrebbe potuto fare scelte diverse. Quel movimento ha dimostrato che è possibile lottare, che questo, nonostante tutto, è il tempo del fare.

Fonte: comune-info.net

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La crisi dell’organismo urbano e il limite di crescenza

di Lenny Schiaretti

Mi aggiro, cittadino osservatore, nella città asfaltata ormai luogo di espressione della volontà di una nuova ed ennesima generazione di parcheggiatori e produttori di cemento, in realtà politici forti della loro ignoranza. Esponenti di un non sapere collettivo che le loro azioni amplificano. Vedo un’epoca che scoppia di dinamismo. Non vuole saperne di pensieri, chiede soltanto azioni.

Cammino sempre più convinto che questa energia, negativa e distruttrice, provenga unicamente dal fatto che non si ha nulla da fare, interiormente. A ben pensare, però, anche esteriormente ciascuno non fa altro che ripetere per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un ruolo sociale, identificato da un’attività professionale e così continua per tutta la vita.

Nei cittadini non c’è agitazione. Sono complici della diffusione del “metro cubo edificabile”, il virus degenerativo della città e del paesaggio, il nostro intorno, terra che tace come consapevole della forza che troverà, un giorno, per superare le torture subite. Questo virus, esaurito l’intorno di cui nutrirsi, il suolo, non potrà più crescere e darà inizio ad un processo auto-distruttivo. Il successivo passaggio sarà il collasso, un momento di crollo, di abbandono, di riappropriazione, in definitiva di felicità. E sarà una festa.

Il limite di crescenza

Questo pensiero ricorrente mi ha fatto riflettere sul “limite di crescenza” (R. Musil), misterioso limite che vale per la vita organica, per cui nessun animale cresce all’infinito. Noi, in quanto esseri umani, abbiamo la stessa misteriosa caratteristica e non continuiamo a crescere all’infinito, fisicamente non subiamo variazioni apprezzabili, infatti la nostra voce non avrà mai la forza di un megafono e così i nostri piedi e le nostre dita manterranno le loro dimensioni nel tempo. In quanto società, invece, siamo incapaci di accogliere il concetto di limite di crescenza e questo è evidente in svariati ambiti e discipline, dal design all’architettura, dalle dimensioni della città fino agli oggetti di uso comune, come le automobili. Ad esempio oggi un’utilitaria ha dimensioni paragonabili e spesso superiori a quelle di un’automobile di categoria superiore di solo qualche anno fa.

Purtroppo, anche in architettura, è ormai pratica comune quella di creare qualcosa che sia sempre “più”. Più grande e più costoso del già costruito e che si distingua a tutti i costi gridando la sua presenza ai passanti.

Dietro a questa crescita illimitata c’è un evidente problema culturale del mercato.

Stiamo vivendo un eccesso di barocchismo, seguendo i capricci di una clientela che non ha cultura ed è affascinata da forme fini a sé stesse, dove un’esuberanza di motivi porta i progettisti ad andare al di là dei rapporti proporzionali, della logica di pensiero e di produzione. L’essenziale è perduto, quell’idea di progetto che non era sinonimo di povero ma di coerenza, di intelligenza e leggerezza. In molte architetture si è perso il momento del silenzio, della riflessione e della stasi dell’edificio, capitolati sotto le richieste di una società desiderosa di chiasso e continuo movimento; siamo diventati incapaci dell’attesa e di sguardi curiosi, vuoti interiormente dobbiamo sempre stupirci per notare qualcosa.

Si è perduto in molte architetture il momento di silenzio, di riflessione e di stasi dell’edificio, capitolati sotto le richieste di una società che desidera chiasso e continuo movimento; incapaci dell’attesa e di uno sguardo curioso, vuoti interiormente dobbiamo sempre stupirci per riuscire a notare qualcosa.

L’architettura, con il supporto della tecnologia, dovrebbe essere un gioco di proporzioni a volte spontanee e a volte ragionate, fatto di distanze, di luci e ombre che insieme danno vita ai materiali, creando specificità e caratterizzando un progetto. La sua arte è sempre stata riuscire a raccontare la società, rinnovandosi senza dimenticare le preesistenze, le persone e i loro luoghi.

L’architettura creava luoghi per i cittadini, una forza che oggi è però andata perduta.

Fonte: Architettura Ecosostenibile

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Le comunità resilenti cambiano il mondo

di Luciana Percovich*

Coordinato da Grove Harris, venerdì 16 ottobre di quest’anno, al Parliament of World’s Religions di Salt Lake City (Utah) c’è stato uno sfavillante incontro tra Vandana Shiva e Starhawk. Questa sessione del parlamento, fondato nel 1893 a Chicago da Swami Vivekananda, Charles Bonney e Susan B. Anthony con l’intento di portare a uno scambio permanente tra il pensiero religioso d’Oriente e d’Occidente e che ha continuato da allora a riunirsi in varie parti del mondo, aveva messo a tema quattro filoni di riflessione, su questioni molto attuali e realmente interreligiose: la dignità delle donne e i diritti umani, i conflitti interreligiosi, il cambiamento climatico e le culture delle comunità indigene.

È stata la prima volta che la spiritualità femminile ha avuto voce autonoma e il tavolo con Vandana Shiva e Starhawk ha intrecciato nel migliore dei modi possibili il pensiero delle donne con il pensiero della crisi ecologica.

Il titolo della discussione era “Comunità resilienti, pace giustizia cibo e acqua”. Vandana Shiva, potente reincarnazione di Durga che combatte contro i demoni, ha esordito con molta franchezza e determinazione sottolineando come ogni forma di “comunità” sia ciò che maggiormente viene ostacolato dai detentori degli attuali interessi economici e politici, a cui il mantenimento delle disastrose condizioni attuali è del tutto funzionale, non importa se alla fine resterà solo terra bruciata e miliardi di profughi ambientali. Distruggere le comunità esistenti e rendere difficile la formazione di nuove serve a ridurre le persone a singoli individui privi di terra, di tradizioni e di diritti e non è altro che la prima, vecchissima regola dei sistemi di dominanza. Perché le comunità sono ricche di relazioni e dalle relazioni tra persone nascono le soluzioni ai problemi, la forza, il coraggio e le energie che portano a risultati positivi.

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Enumera quindi tre punti cruciali per comprendere dove ciascuno/a di noi si colloca e che ruolo siamo pronti/e a giocare: il primo, come ci relazioniamo alla terra? Attraverso il possesso o la cura? La terra dà i suoi doni nel ciclo della nascita, crescita e raccolto, ma sta a noi accoglierli nel modo giusto. Un modo giusto e indispensabile nel presente è difendere i semi come beni comuni che ci sono stati affidati dai nostri Antenati/e. Occorre anche chiederci se abbiamo finora saputo difenderli in maniera efficace. O se invece ci siamo fatti istupidire dai prodigi e dalle promesse delle tecnologie agroalimentari che assicuravano (e nel breve periodo garantivano) semi abbondanti come prima mai se ne erano visti.

Diventando dipendenti da una scienza che in realtà è profondamente stupida perché seguendo il successo a breve termine e l’illusione che ci saranno sempre nuove terre da usare e poi gettare, ha rovinato ovunque e continua a farlo il sottile strato fertile del suolo coltivabile, prodotto da millenni di sapiente accumulazione di scarti, rifiuti, materiali in decomposizione.

Come Barbara Mann della Toledo University ha mostrato in un’altra sessione del parlamento (“Colei che dà la vita, Colei che dà la forma”), le donne native americane, per esempio, sono state le creatrici della terra su cui camminiamo attraverso un paziente e sacro lavoro di “terraforming”. Gli studiosi europei solo da poco cominciano a capirlo, chiamando la terra composta dalle donne “Terra Scura”. Ma non si trattava soltanto di compost, bensì di una sapiente miscela che conteneva molte sostanze nutrienti, dall’azoto al fosforo. Le donne erano particolarmente attive nelle cosiddette terre “marginali”, come quelle delle argille rosse e compatte del Sudest Americano. Quando arrivarono, gli Europei trovarono una terra straordinariamente produttiva per uno spessore di una trentina di centimetri almeno. Dopo averlo sconsideratamente dissodato con i loro aratri a versoio, lo strato di terreno fertile è andato distrutto dallo sfruttamento intensivo con coltivazioni estremamente esigenti, come il cotone e il tabacco. Nell’arco di soli 60 anni, dal 1778 al 1840, gli Europei hanno sfruttato e consumato tutto lo strato fertile, lasciando solo il substrato di argilla rossa, senza capire che la Terra Scura era stata deliberatamente e accuratamente prodotta e conservata dalle donne indigene,alle quali apparteneva.

Le monoculture della mente, ripete Vandana Shiva da almeno vent’anni ovunque la invitino a parlare, producono le monoculture dell’agricoltura intensiva, deserti ordinati di filari di piante solitarie che per crescere hanno bisogno di concimi artificiali e di massiccia protezione dai parassiti, non contenuti da nessuna difesa da parte di altre piante che normalmente costituiscono la biodiversità naturale di un campo o di un bosco qualsiasi.

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Secondo: reclamare la biodiversità, perché tutto è interconnesso. Una scienza che ignora questo è una scienza ignorante. L’oggettività scientifica, che tanto ha imbonito le menti dei cittadini della modernità, semplicemente non esiste, perché non esistono”oggetti” in natura e anche le piante sono creature senzienti. Queste verità stanno ri-emergendo rapidamente alla consapevolezza dei tanti e le uniche vere risorse economiche che la stessa scienza appena nominata sta fornendo sono il prozac come rimedio all’ansia crescente, la chirurgia plastica per “disfare quel se stessi” in cui non ci si trova più a proprio agio e la vendita della merce “informazioni allarmistiche”. E chiude il suo intervento ricordando come già nel 2007 avesse scritto Soil not Oil (terra non petrolio) e oggi, in cui tutti cominciano ad andare in panico, lancia un altro slogan: Stop Panic Become Organic.

Ed è a questo punto che prende la parola Starhawk, con molta tranquillità e apparentemente sottotono: non a caso la moderatrice la introduce come the most uncommon common woman.

“Ho da poco finito di scrivere il seguito a La Quinta Cosa Sacra (testo amatissimo da un’intera generazione di ecofemministe), racconta, si chiama City of Refuge e racconta come fare la rivoluzione”. E prosegue dicendo come non sia possibile parlare di sacralità della terra senza parlare di rifiuti (dirt): questa è la strada per evitare i gadgets con cui la scienza e il sistema cercano di rispondere al panico. E passa a parlare delle molte connessioni tra suolo e donne, di come le nostre priorità siano adesso “la terra, la gente, il futuro”. E, approfondendo il tema della comunità, invita a fare attenzione alla corretta accezione della parola: non ha più senso parlare solo di comunità umana, la parola comunità deve comprendere gli umani, gli animali, le piante, i batteri, i suoli ecc. ecc.

I batteri, prosegue, sono una stupenda manifestazione della Madre, e una comunità è fatta da tutti quanti vivono su uno stesso luogo della terra; si realizza pienamente nel momento in cui questa consapevolezza arriva alla coscienza e quando prendiamo decisioni che tengono insieme tutti questi aspetti di una comunità. È tempo di ragionare per “ecosistemi massivi” che includono tutti i sistemi viventi.

Noi sappiamo come rigenerare i suoli e le acque, abbiamo accumulato enormi abilità e capacità, non è questo sapere che ci manca per rispondere al panico, manca la volontà politica di mettere in atto ciò che sappiamo e possiamo fare da subito. Quando ci alziamo in difesa dei beni comuni, stiamo facendo un gesto sacro, proteggiamo noi e la sacralità della terra.

Infine, rispondendo ad alcune domande dei presenti, attenti e affascinati, a una domanda su Navdania Vandana Shiva risponde che, lungi dall’essere una consociazione brevettata di semi di piante indiane, nove è il numero che indica il più alto livello di diversità e quindi ogni luogo, ogni clima ha la sua combinazione esemplare di nove semi. E che acqua e suolo sono la stessa cosa. Il furto della terra (land grabbing) è il furto dell’acqua e viceversa, uno non esiste senza l’altra. Come piccolo ma chiaro exemplum finale ricorda che vari luoghi del pianeta si stanno difendendo dal saccheggio delle multinazionali agroalimentari dichiarandosi “zone coca cola free” e scuole che si proclamano “coca cola free”.

*Attiva nel movimento delle donne dagli anni Settanta, Luciana Percovich si è occupata di formazione presso la Libera Università delle Donne di Milano, ha diretto collane di saggistica (attualmente la collana Le Civette/Saggi per l’Editrice Venexia) e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualità femminile (tra i suoi libri più importanti «Colei che dà la vita, Colei che dà la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009»).

Fonte: MDF (Movimento Decrescita Felice)

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La sconfitta del Fn

C’è una notizia buona: ha perso la Le Pen. Ed una cattiva: hanno vinto gli altri.

di Aldo Giannuli


C’è una notizia  buona ed una cattiva. Quella buona è che ha perso la Le Pen, quella cattiva è che hanno vinto gli altri. Certo: è un paradosso, ma è la situazione reale ad esserlo: siamo stretti fra un presente insopportabile ed un’alternativa peggiore.
Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine,  ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.
Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.
Certo i socialisti ne escono massacrati con la certificazione della loro irrilevanza politica, anche se il loro capo resta all’Eliseo (che autorità può avere un Presidente il cui partito scende sotto il 20%?), ma risorge la stella di Sarkozy. Sai che acquisto!
Come è accaduto all’Ukip, a Podemos ed al M5s (cose diversissime fra loro, ovviamente, ma accomunate dalla collocazione antisistema), il Fn è stato fermato quando sembrava stesse per spiccare il grande balzo. Personalmente penso che Ukip, Afd e Fn siano alternative peggiori all’esistente, mentre Podemos e M5s, al contrario, siano preferibili ad esso, ma lasciamo perdere questo aspetto e cerchiamo di capire perché questo accada. Sin qui l’unica forza “antisistema” a vincere è stata Syriza ma non a caso: è quella che discende più direttamente da organizzazioni della sinistra tradizionale (sinistra Pasok, comunisti dell’interno e formazioni simili), più simile alla Linke (di cui condivide l’appartenenza al Sinistra Europea) che a Podemos e, dunque, la meno nuova ed antisistema fra le forze affacciatesi con la crisi e, infatti, nelle scelte di governo si è dimostrata molto allineata alle indicazioni (o diktat) del sistema di potere europeo.
Vice versa, le forze più nuove e dichiaratamente antisistema, non riescono a sfondare, pur ottenendo risultati vistosi, che talvolta raggiungono la maggioranza relativa. E’ probabile che confluiscano diverse ragioni. Quella più evidente è che il blocco delle famiglie politiche tradizionali (socialdemocratici, democristiani, liberali e verdi) si compatta contro i “barbari” e, pure ammaccato, per ora regge. In Italia questo ha funzionato meno, perché nei ballottaggi, il polo tradizionale escluso ha preferito il M5s all’avversario di sempre, ma si è trattato di elezioni amministrative e non è detto che funzioni anche nelle politiche: dunque una eccezione relativa e tutta da confermare. Peraltro anche il M5s ha sperimentato l’effetto “blocco” nelle europee del 2014 e, comunque è ancora sotto il 30%, pertanto per nulla sicuro di arrivare neppure al ballottaggio.
In questo comportamento dell’elettorato è evidente la paura del |”salto nel buio”: ad esempio, l’uscita dall’euro è vista come una avventura pericolosissima che mette a rischio risparmi e redditi da lavoro e la risposta delle forze antisistema (a parte Podemos che non mette in discussione l’Euro o l’appartenenza alla Ue) non è apparsa tranquillizzante, perché non è stata prospettata alcuna credibile exit strategy che, quantomeno, attutisca l’eventuale urto. Più in generale, queste forze sono apparse credibili più come espressione della protesta sociale che come possibile forza di governo: proposte troppo semplicistiche e al limite del miracolismo, personale politico non adeguato al ruolo, apparato organizzativo insufficiente.
Bisogna ammettere che non si tratta solo dell’effetto delle campagne dei media: in effetti queste forze mancano (almeno per ora) della cultura politica e del personale necessari ad esercitare un ruolo di governo, per cui, anche “ad un solo miglio dalla vittoria”, non ce la fanno a dare lo scatto finale.  Ad esempio è da notare che nessuna di queste forze articoli un minimo di discorso credibile di politica estera.
Il punto è che queste forze, in ragione del loro accentuato populismo, confondono la sacrosanta avversione al ceto politico ed alla “politica politicienne” con il rifiuto della politica in quanto tale e questo si traduce spesso in atteggiamenti infantili del tipo “noi contro tutti”. I partiti antisistema rifiutano ogni alleanza come dimostrazione della loro “diversità”, una forma di integralismo im-politico più ancora che anti-politico. Ma un blocco elettorale vincente non è una sommatoria di voti di anonimi cittadini, ma l’aggregazione di un blocco sociale, che spesso chiede una articolazione di diverse forze politiche in grado di coprire uno spettro di interessi abbastanza stratificato. Neppure la Dc, partito “prendi tutto” per eccellenza, ce la faceva da sola a coprire tutto il campo di interessi che gli garantisse la maggioranza ed i partiti laici (con il loro 10-12% avevano appunto la funzione di coprire i fianchi della coalizione.
E’ un punto su cui occorrerà tornare, per ora lo segnaliamo insieme ad una certa insensibilità sociale del partiti populisti. Può sembrare un paradosso che i partiti che si ergono contro il sistema, in nome degli interessi del popolo, poi non capiscano la dialettica delle forze social. Ma è appunto il loro essere populisti che li porta a concepire il popolo come una unità omogenea, priva di interessi differenziati e non  attraversata da una dialettica interna. Questo immaginario -del tutto infondato- poi ha anche la conseguenza di rendere estranei i populisti (altro paradosso conseguente al primo) al conflitto sociale. Ma su questo torneremo, dato che il punto merita ben più di uno specifico articolo.
Insomma, occorre capire che la protesta è giusta ma non basta e che per il salto dalla protesta alla proposta occorre munirsi di una cultura politica di riferimento, superare le rozzezze attuali e darsi una struttura organizzativa adeguata: la tastiera di un computer non è sufficiente ad assicurare tutto questo.
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Come sta messa la Germania?

di Aldo Giannuli

Come si sa, la Germania gode di una immagine di grande solidità economica, locomotiva della Ue, conm i conti in ordine, una bilancia commerciale favorevole, guardiana arcigna della cassa di Eurolandia. Il caso virtuoso da imitare nel continente.

E’ certo che la Germania rappresenti la parte più importante del Pil europeo ma forse la realtà è meno rosea di questo quadretto di “grande forza tranquilla”. Forse non è mai stata quella roccaforte inespugnabile che dichiarava d’essere.

germania_940In primo luogo parliamo della leggenda del suo “limitato” debito pubblico prova dell’assennatezza e sagacia con cui i tedeschi avrebbero saputo amministrare le loro fortune. Però, già dal decennio scorso, in cifre assolute, la Germania se la batteva con l’Italia per il terzo o quarto posto nella graduatoria mondiale dopo Usa e Giappone. Certamente, il Pil tedesco è ben più pingue e può benissimo sopportare quel debito e, poi, la Germania ha assorbito una bella fetta dei titoli greci, italiani, spagnoli, irlandesi, portoghesi ecc. e, dunque compensa una parte del suo buco.

Nel decennio trascorso, sulla carta il debito tedesco ha oscillato intorno al 76-77% del Pil che, peraltro, non è proprio pochissimo e comunque è ben di più del limite del 60% che avrebbero voluto i trattati di Maastricht. e, comunque è un punto mai raggiunto dagli anni cinquanta in poi.

Ma a guardare bene le cose, la situazione è assai meno rosea, perchè c’è una particolarità del caso tedesco di cui non si parla mai: la “cassa depositi e prestiti” che fa riferimento al Tesoro e di cui fanno parte ordinariamente i maggiori istituti bancari del paese, che gestisce i finanziamenti statali agli enti locali ed alle grandi opere pubbliche. Ciascun paese ha propri regolamenti per il finanziamento di questa istituzione, ma, in linea di massima, accanto al gettito classico, il finanziamento è assicurato con l’emissione di obbligazioni dell’ente ed altre forme (ad esempio, in Italia, la fonte principale è la raccolta del risparmio postale). Insomma, è un’ attività che comporta un certo tasso di indebitamento e, in tutti i paesi, questa è una delle voci del debito pubblico. La Germania, invece, non considera questa voce nel calcolo del debito dello Stato, come se la sua Cassa depositi e prestiti fosse una banca qualsiasi. Lo si concordò all’interno della Ue nel 1991 perchè la Germania aveva appena assorbito la Ddr e si trovava in una situazione molto particolare. Si è trattato di una finzione giuridica che funzionale allo sforzo di ricostruzione dei land orientali, ma, a distanza di  25 anni, la situazione è superata e non ha più senso questo espediente di cassa. D’altra parte, le finzioni giuridiche sono utili, ma non cancellano la realtà per la quale, se si considera in bilancio anche il debito della Cdp, il debito pubblico tedesco reale ascende ad  oltre il 100%. E già questo ridimensiona un po’  il mito della locomotiva tedesca.

Ma c’è anche da considerare il capitolo “grandi banche” che sono tutte messe piuttosto maluccio già dall’inizio della crisi e, se il presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann respinse ogni intervento statale nella ricapitalizzazione della sua banca, pur subendo un downgrade da AAA a AA+ , molto peggio sta la Commerzbank e le stime dicono che la Deutsche Bank, che al suo zenith  era valutata 60 miliardi di euro, oggi ne vale circa meno della metà, mentre la Commerzbank si aggira su un quarto del suo valore del 2007.

Dunque, un quadro non eccelso già da diversi anni su cui, però, si sono abbattute ora la stangata della VW ed  un ulteriore peggioramento del quadro bancario. La ditta automobilistica di Wolfsburg sta cercando di contrattare sulle multe, di dilazionare i rimborsi eccetera e, per ora è stata retta da una sostanziosa iniezione della solita Cdp però, comunque vada, di denaro, nei prossimi anni ce ne vorrà davvero molto per tappare la falla ed avviare nuove linee di produzione, senza  contare il danno di immagine che si tradurrà in flessione delle vendite ed è ragionevole pensare che la Cdp da sola non ce la farà, mentre le banche non sono al meglio e la concorrenza americana si fa sentire con i titoli della Goldman Sachs al 3,50% netto. Facile immaginare che, in questo contesto, la Germania non sarà più così ostile come nel passato su nuovi qe da parte della Bce. Ma questo aprirebbe altri spinosi problemi politici di cui diremo prossimamente.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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Argentina, la restaurazione neoliberale di Mauricio Macri. La fine del mondo?

Mauricio Macridi Gennaro Carotenuto

C’è un elemento nel voto presidenziale argentino, che porta alla Casa Rosada il neoliberale duro e puro Mauricio Macri, sul quale non bisogna smettere di porre l’accento. Dodici anni di governo di centro-sinistra, a 32 anni dalla caduta dell’ultima dittatura, si sono conclusi con un voto di ballottaggio tirato (51/49) e con una transizione come nelle regole di una democrazia solida. Dopo un lungo ciclo progressista, ora è il turno della destra. Sta a quest’ultima, non certo alla sinistra, dimostrarsi matura per a) non vivere il ritorno al potere come mera rappresaglia, riprivatizzazione, smantellamento del welfare, retrocedendo anche in quelli che dovrebbero essere terreni condivisi come i diritti civili, quelli umani, l’integrazione latinoamericana. b) mantenere le condizioni di agibilità democratica per riconsegnare il potere all’opposizione quando sarà il popolo a decidere, come sta facendo, in pace e democrazia, la sinistra.

Sul punto a) Macri guarda a Washington più che a Brasilia, e ai capitali finanziari invece che al Mercosur. Afferma che con lui “finisce il clientelismo dei diritti umani” e il quotidiano La Nación già oggi chiede la fine dei processi per violazioni dei diritti umani. Sul punto b) i suoi migliori amici e riferimenti culturali sono la destra pinochetista cilena non rinnovata di Joaquín Lavín, l’ex inquilino della Moncloa José María Aznar, sponsor del golpe del 2002 a Caracas, e Álvaro Uribe, che minaccia di tornare di concerto con un inquilino repubblicano alla Casa Bianca per far fallire il processo di pace in Colombia. Sarà quindi bene vigilare che questa destra, che ha dimostrato nelle sindacature Macri a Buenos Aires di usare sfacciatamente la repressione violenta della protesta sociale, sia capace di non smantellare anche il sistema democratico come farà con lo stato sociale. Torneranno infatti le politiche monetariste, dettate dall’FMI, analoghe a quelle imposte dalla dittatura e indurite dal menemismo, che resero quella sterminata pianura fertile che è l’Argentina, dove ancora nel 1972 vigeva la piena occupazione, una terra desolata di indigenza e denutrizione per i più e un paradiso per pochi, la cosiddetta farandula, che non ha mai smesso di controllare i media e ora è pronta a tornare al potere.

Il kirchnerismo ha molti meriti storici. Ha tirato fuori il paese da una crisi esiziale, recuperato il ruolo dello Stato, stabilito una politica dei diritti umani modello, e avanzato nei diritti civili come in Italia possiamo solo sognare, rilanciato un welfare indispensabile e ridisegnato il futuro del paese (Qui su Néstor, qui a dieci anni dal default, qui il bilancio dopo il primo turno, col facile vaticinio sulla debolezza di Scioli, molto altro sul sito). Ancora tre giorni fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ricordava che: “L’Argentina ha molto da insegnare al mondo ed è uno dei pochi casi di successo nella riduzione di povertà e disuguaglianza dopo la crisi”. Sono proprio quelle perfettibili politiche di integrazione che Macri vuole smantellare da domani, rappresentandole -è la visione del gorillismo tradizionale della classe media- come intollerabili sussidi clientelari, che alimentano il parassitismo popolare, ma che hanno permesso per esempio all’Argentina di essere uno dei pochi casi di successo di lotta all’abbandono scolastico del sottoproletariato urbano. Tutto passa, todo cambia, sono stati anche anni di errori, debolezze, inefficienze, corruttele, ipocrisie, sconfitte chiare, come quella ambientale e quella sulla riforma fiscale, ciclicità economiche (l’Argentina è stata una tigre, ora non lo è più), il bombardamento d’odio e menzogne durato 12 anni da parte del mainstream come e peggio che per gli altri governi di centro-sinistra, che non ha scalfito il rispetto che merita Cristina Fernández, che esce dalla casa Rosada con un consenso e un indice di approvazione maggiore di quello dei due rivali di ieri.

Non va sottovalutata la questione leader in un Continente caratterizzato dal sistema presidenziale. Quando devi gestire l’esistente, in genere da destra, cambiare un presidente è poca cosa. Se il presidente finisce per incarnare un processo storico e popolare di cambiamento (penso a Evo Morales) allora la caducità biologica e politica è uno scacco e un vantaggio enorme per la controparte conservatrice. La precoce uscita di scena di Néstor e Hugo Chávez, ma anche di Lula e Cristina, sono colpi che, anche un movimento popolare forte, non può parare con uno Scioli e forse neanche con dirigenti consolidati, forti di un’investitura come Rousseff o Maduro. Altri leader popolari verranno, tra le migliaia di quadri che si stanno formando non tutti accecati dal carrierismo, forse sono un male necessario.

Quella argentina è dunque una prima breccia che si apre (faccia eccezione l’effimero Fernando Lugo in Paraguay e Mel Zelaya in Honduras, entrambi rovesciati da golpe più o meno tradizionali) nello straordinario processo vissuto in particolare dall’America latina atlantica nel corso degli ultimi tre lustri, e che faceva seguito al fallimento, etico prima ancora che economico, del neoliberismo realizzato e che ha riportato al dibattito pubblico le ragioni dell’uguaglianza e della giustizia sociale, oltre al rafforzamento di un progetto d’integrazione regionale difficilmente cancellabile qual che sia la volontà dei nuovi governanti. Almeno sul lungo periodo, è necessario non sopravvalutare il valore della sconfitta elettorale come era necessario essere prudenti sull’esistenza di un’egemonia progressista. Di cambi di campo ne verranno altri, è difficile dubitarne, ma sarebbe un errore di valutazione parlare di mero ritorno al passato.

ChavezKirchnerLulaIl neoliberismo fu imposto al continente negli anni Ottanta in assenza di un campo popolare sbaragliato dalle dittature, nella fine del socialismo reale e nel dogmatismo di un “pensiero unico” allora senza alternativa. Quel 49% che ha votato obtorto collo per Daniel Scioli, spesso solo per paura di Macri, e quelle enormi minoranze che domani potrebbero esserci in altri paesi, sono una sinistra nuovamente strutturata intorno a una visione di futuro spesso più avanzata di quella degli stessi governi integrazionisti. Questi, nel corso degli anni, hanno spesso dovuto venire a patti con un modello di sviluppo che resta malato, in particolare rispetto all’agroindustria, al settore minerario, alle schiavitù da monocultura, retaggio coloniale e dell’aver perso il treno dello sviluppo industriale e a tutto quello che, creando profitti, ha permesso di sostenere gli enormi investimenti in welfare di questi anni.

I movimenti sociali, quelli che all’inizio del secolo hanno scritto la storia del Continente, partendo dai bisogni reali delle masse popolari (contadine, indigene, il sottoproletariato urbano) e sono stati protagonisti insieme ai governi del rifiuto dell’ALCA che Bush voleva imporre, hanno spesso vissuto con difficoltà la “sindrome del governo amico”. Apprezzato, criticato, capace di cooptare non sempre in maniera limpida, ma col quale stabilire un dialogo tale da espungere la violenza politica e di piazza da una parte e dall’altra. Adesso inizia una nuova storia, si può tornare a riflettere sulle insipienze dei governi progressisti (per esempio sulla sinonimia consumatori/cittadini e sulla necessità di ripensare il rapporto sviluppo/ambiente) ma quell’energia creativa può tornare a liberarsi scevra da tatticismi. L’Argentina, l’America latina, deve preoccuparsi e mobilitarsi contro il ritorno di politiche neoliberali già provatamente fallimentari, contro l’erosione di diritti e contro l’estensione del triste destino di narcostati che tocca a parti fondamentali del corpo della Patria grande, come il Messico. Con Mauricio Macri il “pensiero unico” torna al potere, ma in quanto tale è morto e sepolto.

Fonte: blog di Gennaro Carotenuto.

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Perché noi quarantenni non ci siamo ribellati

di Laura Eduati, su Huffington Post

Tito Boeri, presidente dell’Inps, avverte che i trentenni dovranno lavorare molto a lungo – fino ai 75 anni – per poi prendere una pensione del 25% più bassa di coloro che sono già anziani nel 2015. Probabilmente si è levato un coro poco udibile: “Magari”. Perché tra periodi di disoccupazione, lavori precari, contratti poco generosi e stipendi ridicoli, è molto probabile che una buona parte dei giovani italiani arriverà a un assegno mensile molto più esiguo, al limite della miseria.

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha risposto a Boeri dicendo che i trentenni devono “cominciare a versare contributi” (sic) mentre il governo tenta di stabilizzare i contratti precari. Uno sforzo che finora non sembra aver dato frutti: i dati Istat di questa settimana rivelano che sono soprattutto gli over50 ad alzare l’asticella dell’occupazione italiana.

Dati a parte, spesso ai giovani (categoria alla quale ormai non appartengo, avendo 40 anni) viene rimproverato di lamentarsi molto e di ribellarsi poco. In effetti l’intervista di Zerocalcare sul tema è rivelatrice: il disegnatore, trentenne anche lui, sembra ripiegarsi su se stesso quando riassume che la sua generazione è perduta, dimenticata, invisibile. E’ un pensiero che tocca spesso anche i quarantenni. Ma perché?

Non so mai cosa rispondere quando un sessantenne o un settantenne cerca di intavolare un discorso intorno alla questione generazionale, e quasi sempre dietro il tentativo di discussione scorgo un pensiero inespresso: “Noi sì che siamo stati bravi”.

Sono stati bravi, i sessantenni e i settantenni che hanno vissuto la trasformazione del ’68 e poi la ricchezza degli anni ’80? Probabilmente sì. Hanno vissuto epoche più agiate e agitate dai venti del progresso. Oggi i ragazzi che scendono in piazza occasionalmente per far sentire la propria voce vengono stigmatizzati, come se fossero stupidi imitatori di un tempo passato.

Oggi il vero tabù sembra essere la mobilitazione collettiva. L’attivismo, il percorrere strade opposte, la ribellione allo stato delle cose sono visti come indegni, stupidi, antichi specialmente in una Italia che preferisce ampiamente la conservazione piuttosto che la trasformazione.

Pratiche analoghe compiute in altri luoghi, in altre latitudini, possono non trovare il plauso delle autorità ma aiutano a trovare una soluzione a problemi molto concreti e la mobilitazione imponente, come nel caso di “Black lives matter” in America contro il razzismo della polizia, arriva a scuotere le coscienze di una intera nazione. Non in Italia, dove per esempio l’attivismo per il reddito di cittadinanza o il reddito minimo sono viste dalla maggioranza che conta come buffonate e nei media passa continuamente il messaggio che i giovani dovrebbero accontentarsi, fare la gavetta, uscire di casa, accettare tutto quello che passa, anche stipendi vergognosi.

Può darsi che molte delle rivolte italiane siano ancora troppo ancorate ai meccanismi degli anni ’70: scontri di piazza, lacrimogeni, dàgli al celerino, occupazioni. Molto nostalgico, in effetti. E dunque bisognerebbe discutere anche del come ribellarsi.

E’ comunque interessante notare che quelle rivolte “classiche” di piazza siano le uniche senza padri e madri: non è più come al G8 di Genova dove esistevano organizzatori e alimentatori riconoscibili con nome e cognome. Oggi chi si ribella con una rabbia spesso cieca ha almeno compiuto il passo di non delegare la rappresentanza a nessuno.

Il fatto è che nella generazione di chi è nato negli anni ’70 non è mai passato per la testa di potersi ribellare contro i propri padri, contro il ’68, contro coloro che dopo aver indossato l’eskimo e letto Pasolini hanno infilato la giacca, annodato la cravatta e continuato un discorso di ribellismo pur aderendo, come un adesivo, ai propri interessi particolari.

Ma soprattutto non è mai stato preso in considerazione di detronizzare una volta per tutte anche i genitori “buoni”, quelli che sono rimasti fedeli all’idea di un cambiamento progressista della società: detronizzarli non tanto per le idee che portano, quanto per la loro straordinaria inefficienza. Le idee possono essere rivoluzionarie, ma occorrono ottime gambe. E non basta aver ragione.

In questo senso colpiscono, anche se non è certo una ribellione generazionale, le critiche che Franco La Torre ha rivolto a don Luigi Ciotti all’interno di Libera. Don Ciotti ha liquidato La Torre, uno dei simboli dell’antimafia in Italia, con un messaggio che per il momento non ammette repliche. “Mi è sembrata la rabbia di un padre contro un figlio”, ha detto La Torre in una intervista all’HuffPost. Un figlio che tenta nuove strade e cerca di confrontarsi con un padre buono, portatore di ideali condivisibili, ma che trova la strada sbarrata: è questa la storia della nostra generazione?

Non è necessario fare nomi, ma nel tempio c’è una lunga lista di padri e madri (non biologici naturalmente) che nessuno di noi ventenni e trentenni ha mai osato mettere in discussione. Perché avevano scritto ottimi libri, perché si sono dannati l’esistenza per un mondo migliore, perché sono animati da lodevoli intenzioni, perché non l’hanno mai fatto per una ambizione personale, o solo in parte.

E così noi giovani (dico: noi quando lo eravamo e cioè fino a una decina di anni fa) abbiamo continuato a seguire con affetto e quasi idolatria persone che ci rappresentavano idealmente ma che nella concretezza dell’agire politico si sono rivelate in parte fallimentari. Dovevamo prendere il loro posto, ma non l’abbiamo fatto perché solo il pensiero ci riempiva di senso di colpa e temevamo pure uno sganassone.

Abbiamo preferito rimanere nelle tracce di quei genitori idealizzati, anche quando vedevamo che ripetendo le stesse azioni (proteste, lotte, referendum, mobilitazioni, dibattiti, convegni, partiti, rifondazione di partiti, dibattiti, tavole rotonde, democrazia partecipata, riunioni, occupazioni, salire sui tetti, tirare sampietrini, bloccare la tangenziale, girotondi, bandiere in piazza, bella ciao) il risultato non cambiava.
E chi se ne accorgeva è rimasto in disparte, muto, lasciando che l’ortodossia rimanesse inalterata.

Al ricambio generazionale per rinnovare spirito, idee e strumenti abbiamo preferito lotte lontane e ontologicamente contrapposte: la finanza globale, il governo, Berlusconi, la polizia, il conflitto israelo-palestinese, i curdi del Rojava, i baschi, la Grecia di Tsipras e Varoufakis e via discorrendo.

Abbiamo scelto forse non proprio consapevolmente di rimanere figli ubbidienti di genitori che poco a poco si sono rivelati incapaci. E ora ne sopportiamo le conseguenze.

di Laura Eduati, su Huffington Post

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Fermo immagine

A volte un fermo immagine può restituire, più di tanti discorsi posticci, un barlume di senso in quell’inestricabile enigma che è la realtà.

di Pier Francesco De Iulio

A volte un fermo immagine può restituire, più di tanti discorsi posticci, un barlume di senso in quell’inestricabile enigma che è la realtà.

Del jet russo abbattuto nei giorni scorsi dall’aviazione turca sul confine con la Siria sappiamo ormai tutto. La forma, il peso, la velocità, le abilità, la nazionalità, la data di nascita. Ogni minima caratteristica della macchina. Le sue enormi capacità distruttive. Il potenziale atomico.

Dei piloti di quell’aereo non sappiamo quasi nulla.

Del pilota ucciso dai sedicenti combattenti dell’Esercito Siriano Libero, soltanto le immagini macabre del suo ritrovamento, e ora quelle riprese mentre con il suo paracadute tentava la salvezza tra la gragnola di colpi delle armi da fuoco.

Non voglio parlare qui delle ragioni e delle responsabilità del conflitto. Lo facciamo già continuamente. Ed è giusto farlo e continueremo a farlo.

Non voglio fare classifiche sui morti. Stabilire e assegnare patenti di legittimità. Non ora. Non qui.

Fermo immagine.

In un cielo che non è blu. Un uomo cade tenendosi con fili invisibili a una nuvola rossa. Inerme bersaglio di morte.

È un’icona. Un monito. Un simbolo per l’umanità tutta.

La guerra fa schifo, bisogna fermarla.

Fonte: Megachip

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