Archives for gennaio2015

L’eroe cecchino e la guardia di Guantanamo

X-ray di Dafni Ruscetta

Prendo spunto da un articolo apparso il 30 gennaio su Repubblica, a firma di Vittorio Zucconi, sull’ultimo film di Clint Eastwood, The American Sniper. Premetto che non sono affatto un esperto cinematografico, il mio vuole essere un giudizio neutro da semplice spettatore che ha una sua particolare visione del mondo. Il film non mi ha entusiasmato, anzi mi ha provocato sensazioni non proprio positive dal punto di vista emotivo e, forse, anche da una prospettiva più razionale o intellettuale. E’ vero, devo onestamente riconoscerlo,  la mia visione è anche un po’ ideologica, viziata forse da un  background di una sinistra che ha sempre solo sventolato la bandiera con i colori dell’arcobaleno, senza tuttavia mai contrapporre una visione realistica e matura della difesa militare di un territorio o di una cultura. Ma non mi addentro, adesso, nell’analisi di una questione molto complicata che richiederebbe riflessioni ben più ampie. Tornando al film, sebbene la mia sia – come dicevo appunto – una visione ideologicamente schierata contro la guerra e contro chiunque offenda la vita, ho trovato che Eastwood si sia lasciato andare a una retorica nazionalistica abbastanza deludente dal mio punto di vista. Il Clint che anche negli ultimi anni ci aveva abituato a ben altri ritratti umani, scendendo nelle profondità tipiche di persone che conoscono –  o che vogliono conoscere – l’animo dell’uomo. Con The American Sniper si celebra la vita di un uomo che – come dimostra anche l’articolo di Zucconi – divide, ancora una volta, parte della società occidentale in fazioni. E il film probabilmente si ricorderà più per questo suo effetto, per l’aspetto ideologico e ‘politico’ che produce, che per la qualità del film stesso. D’altra parte concordo con Zucconi quando dice che il film non ha “neppure cinematograficamente, la magniloquenza retorica dei kolossal di Kubrick, di Stone o di Coppola” sulla guerra. Devo comunque riconoscere un merito a Eastwood che, nel celebrare il suo “eroe” sebbene un eroe scomodo, dà un’immagine nitida della civiltà e del tempo in cui ci troviamo a vivere. Papa Francesco ha ragione quando afferma che ci troviamo già nello scenario di una terza guerra mondiale, un conflitto “a pezzetti” in cui prevale un livello di crudeltà spaventosa e dove la tortura è diventata ordinaria. E in quello scenario Eastwood ha narrato il suo pezzo di storia, grazie al racconto della vita di un uomo qualunque, Chris Kyle, divenuto celebre per aver superato il record di uccisioni nella storia dei cecchini americani. Ditemi se questo non è uno spaccato sufficientemente fedele della cultura (intesa in senso antropologico), del tempo in cui ci troviamo a vivere…un uomo venuto dalla periferia di una società in cui sparare è un divertimento di molti cittadini, che mette in pratica le regole di quel divertimento e ne fa un lavoro. E, tramite quel lavoro, non solo riesce a mantenere una famiglia, ma arriva a diventare un eroe nazionale, quasi un’icona dopo la sua morte prematura per mano di un suo connazionale un po’ disturbato. Ecco perché la parte documentaristica del funerale di Kyle mi è sembrata quella più retorica e fastidiosa. E quando un media potente come il cinema decide di celebrare un uomo qualunque – nonostante le sue grandi debolezze, nevrosi, paure –  per fini ideologici e ‘politici’, quasi identitari, l’effetto spesso diventa dirompente. Non mi era mai capitato, almeno negli ultimi vent’anni infatti, di assistere a un lungo applauso alla fine della proiezione di un film, dal quale mi sono astenuto. Anzi, la cosa mi ha imbarazzato non poco, forse perché il film non mi era piaciuto affatto e, soprattutto, perché non ho apprezzato la celebrazione di un ‘eroe’ che a me non sembrava affatto tale. Torno a dire: ditemi se questo non è uno spaccato sufficientemente fedele del tempo in cui ci troviamo a vivere…Ma, come dicevo inizialmente, riconosco anche di essere ideologicamente schierato, quindi portatore di una visione ‘relativista’ e forse parziale. D’altra parte mi ci vorrebbero almeno altri dieci articoli per commentare quali sarebbero i veri eroi secondo la mia visione e quali altri  grandi personaggi della storia celebrati come eroi per me non siano stati affatto tali.

Allora mi permetto, a questo punto, di non continuare nel mio giudizio negativo sul film di Eastwood – che pure continuo ad ammirare come regista – quanto piuttosto a esprimere un parere estremamente favorevole su un altro film che ho visto all’estero qualche settimana fa (in lingua originale), che credo debba ancora uscire in Italia e che, pertanto, consiglio di vedere. Il titolo, in lingua inglese, è Camp X-Ray, diretto da Peter Sattler e uscito negli Stati Uniti a ottobre. E’ un film drammatico, questa volta la guerra è sullo sfondo, narrando in realtà alcuni momenti della vita di Amy Cole, una guardia carceraria della base di Guantanamo, località tristemente nota per episodi di tortura nei confronti dei prigionieri di guerra. Questo film, a mio avviso, si contrappone in maniera esemplare all’opera di Eastwood, celebrando all’opposto la forza dell’amore, della pietà e della lealtà umana pur in un contesto infernale come quello di un campo di prigionia. Amy Cole (impersonata dall’attrice Kristen Stewart)  non sarà mai un eroe (eroina) nazionale alla maniera del Kyle eastwoodiano, ma dà certamente un senso allo slogan ‘restiamo umani’ del povero Vittorio Arrigoni. Bastano piccoli gesti, concreti, quotidiani, per fare di questo mondo un territorio di pace. Il film di Sattler (premiato al Sundance Festival dello scorso anno) va in questa direzione perché fa emozionare (cosa c’è di più ‘umano’ delle emozioni?), pur essendo un film intelligente. E, questa volta sì, meriterebbe tanti applausi.

di Dafni Ruscetta

‘Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

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No Grexit no party

di Eugenio Benetazzo

grexit_477701130Alla fine potremmo riassumere le vicende greche in tanto rumore per nulla. La vittoria della sinistra radicale, stando alle proiezioni, era ampiamente annunciata, infatti così è stato, tuttavia questo non ha permesso di avere la maggioranza assoluta in Parlamento. Lo spauracchio per i mercati finanziari si è dissolto nel giro di pochi minuti non appena iniziato lo spoglio elettorale. La tensione e la perdita di valore si sono invece manifestate in Grecia la quale ha subito in pochi giorni pesanti contrazioni tanto sul mercato obligazionario quanto su quello azionario. Ci tengo a ricordare per chi non avesse approfondito il tutto che Syriza non è un movimento politico di sinistra come invece inneggiano con clamore ed orgoglio molte testate giornalistiche italiane, quanto piuttosto una coalizione di forze politiche di estrema sinistra che si rifanno agli ideali di Mao e Trotsky. Appare pacifico che il quadro in Eurozona continua ad essere fosco, cupo e privo di orizzonte: a questo punto tutto rimane ancora possibile, nonostante le OMT, il ESM ed il recente QE di un trilione della BCE. Purtroppo la possibilità che si verificasse l’ipotesi Grexit (uscita della Grecia dall’eurozona) sembra archiviata, anche considerando le recenti esternazioni del nuovo primo ministro ellenico, AlessioTsipras. L’uscita della Grecia avrebbe rappresentato uno shock nel breve, ma nel medio termine ne avremmo beneficiato tutti: soprattutto l’andamento dei mercati obbligazionari.

Adesso ci troviamo nuovamente in deep waters con il bubbone ancora in casa, pronto a produrre effetti di contagio subdolo in Italia, Spagna e Francia con i partiti euroscettici destinati a riprendersi i loro spazi. Quanti di voi sarebbero convinti infatti che se oggi si rivotasse in Eurozona ci troveremmo con molte nazioni stravolte sul fronte della leadership politica. Il sogno degli Stati Uniti d’Europa inizia ad offuscarsi, Draghi ha fatto quello che poteva con la manovra della scorsa settimana. Ora è il momento di ogni singolo paese, si deve avere il coraggio di ridimensionare le anacronistiche pretese di difesa dello stato sociale oltre ogni limite. Ne ho parlato diffusamente nell’ultimo pamphlet, stiamo vivendo un conflitto economico su scala planetaria, trovarsi da soli contro gli altri in questa competizione è pura follia,significherebbe soccombere innanzi alla forza propulsiva ed invasiva di nuovi players che possono condizionare da soli l’intera economia mondiale. L’Europa rischia di sprecare dieci anni di tempo per comprendere la necessità di riforme (sanità, mercato del lavoro e welfare sociale) che a loro volta richiedono dieci anni di confronto politico per poter essere implementate. Con la Grecia ancora dentro all’Eurozona rischiamo tutti quanti le sabbie mobili come contribuenti, pensionati, lavoratori ed investitori.

La crescita mondiale durante il 2015 riceverà impulso da due grandi fenomeni macroeconomici, entrambi indotti volontariamente, la discesa del greggio ed il suo stazionamento per un periodo prolungato sotto i 50 dollari e la rivalutazione esogena del dollaro, quest’ultima in grado di produrrà un duplice beneficio tanto per i paesi dell’eurozona (maggiori esportazioni) quanto per l’americano medio che potrà contare su un maggiore potere d’acquisto. Negli USA quasi il 70% del PIL è prodotto dai consumi interni, pertanto aumentare la disponibilità di reddito spendibile ai vari Homer Simpson e Peter Griffin non potrà che generare una nuova spinta alla locomotiva americana. Viceversa in Europa si continuerà a soffrire, causa assenza di leadership, tensioni geopolitiche con la vicina Russia, crisi del debito ancora da risolvere, rischio deflazione, paura per il terrorismo islamico, assedio dei confini da parte dei flussi di clandestini ed emersione nuovamente di istanze separatiste. Povera Europa da culla della cultura occidentale cristiana, rischia di trasformarsi velocemente nella sua tomba. Anche il mondo degli investimenti ne risentirà quest’anno e ricordate che per quanto il denaro non vi stia a cuore, ad una certa età (la terza età) saranno proprio i vostri risparmi la differenza tra un percorso decoroso e sereno di fine vita e quello di un periodo buio in attesa della morte causa ridimensionamento dell’apporto dello stato sociale (strada obbligata se si vuole garantire la sostenibilità finanziaria di paesi come l’Italia o la Francia).

Costruite pertanto il vostro portafoglio in modo da poter reggere alla volatilità che ci aspetta per tutto il 2015, puntando ad inserire almeno quattro componenti strutturali di fondamento come la componente flessibile, quella alternativa, quella income ed infine quella direzionale. La quasi totalità dei patrimoni finanziari in Italia sono strutturati esclusivamente sulla componente direzionale, quella long only per intenderci: se il mercato sale, allora anche il vostro portafoglio sale, negli altri due casi invece (discesa o lateralità) non fate altro che perdere denaro o assorbire liquidità. Oltre il 90% dei prodotti che sono distribuiti in Italia sono prodotti (fondi, index linked, gestione patrimoniali) che possiamo considerare decisamente inefficenti oltre che assolutamente costosi, stracarichi di commissioni atte a remunerare la rete di distribuzione o il vostro promotore. In Italia stiamo vivendo una crisi più che altro di natura culturale (disonestà ed immoralità dilaganti in ogni settore, dalla politica alle organizzazioni di beneficenza), questa stessa penuria di cultura manca anche nel pubblico risparmiatore, povero di formazione finanziaria che produce fa sua volta fenomeni di depauperamento alla stessa. Pensate a quante persone hanno perso denaro in questi ultimi dieci anni per assunti ormai preistorici (della serie l’immobile è un investimento sicuro) o per pigrizia gestionale (non cambio la mia banca perché ho la filiale comoda sotto casa).

Fonte: blog di Eugenio Benetazzo (anche l’immagine è tratta dal sito stesso)

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Sei in cassa integrazione? Fai volontariato, ci guadagniamo tutti

Progetto biennale “Diamoci una mano”. Da febbraio chi beneficia di un sostegno al reddito può fare attività di utilità sociale.

Porte aperte nel volontariato per chi è in cassa integrazione o comunque usufruisce di una qualsiasi misura di sostegno al reddito: da febbraio chi vorrà potrà infatti svolgere un’attività volontaria in uno dei progetti realizzati dalle organizzazioni del terzo settore in collaborazione con comuni e enti locali.

L’assicurazione la paga lo Stato, mentre chi darà così il proprio contributo alla collettività potrà contare su una certificazione delle competenze acquisite da sfruttare anche per la ricerca di una nuova opportunità lavorativa. L’iniziativa, che promette cinque milioni di giornate di volontariato l’anno per i prossimi due anni e che verosimilmente riguarderà soprattutto i settori della tutela dei beni culturali e paesaggistici, quello educativo e quello dell’assistenza socio-assistenziale, si chiama #diamociunamano e chiama in causa il Ministero del Lavoro e Politiche sociali, l’Anci, il Forum del terzo settore e, per la parte assicurativa, l’Inail: il protocollo d’intesa fra le prime tre realtà è stato firmato oggi nella sede del dicastero di via Veneto dal ministro Giuliano Poletti, dal presidente Anci Piero Fassino e dal portavoce del Forum nazionale del terzo settore Pietro Barbieri. “Diamoci una mano” dà attuazione ad una misura sperimentale introdotta nel decreto legge 90/2014, che con la registrazione del relativo decreto ministeriale da parte della Corte dei Conti diventa ora operativa: nella pratica, coloro che ricevono una misura di sostegno al reddito saranno invitati a svolgere un’attività volontaria di utilità sociale in favore della propria comunità di appartenenza.

I progetti, che possono essere già in corso di realizzazione o del tutto nuovi, sono proposti e promossi da enti del terzo settore (o anche dai comuni stessi), mentre l’ente locale ha il compito di “convalidarne” l’utilità sociale, dunque di attestare che un determinato progetto porta un beneficio per quella determinata comunità. Le organizzazioni di volontariato e di terzo settore prendono in carico i cittadini, inviano la richiesta di attivazione dell’assicurazione per via telematica all’Inail che risponde attivando la copertura assicurativa in favore del soggetto per il periodo dichiarato.

Il costo dell’assicurazione è a carico di un apposito Fondo istituito al ministero del Lavoro e che può contare su 4 milioni 900 mila euro per ciascuno dei due anni della sperimentazione. Si stima che ad essere coinvolti potranno essere circa 19 mila soggetti all’anno. Trattandosi appunto di una misura sperimentale, il Ministero gestisce l’attuazione della misura e ne cura il monitoraggio. Dal 1° febbraio sul sito web del dicastero sarà attiva una specifica sezione per la registrazione degli enti partecipanti.

“La convinzione del governo – dice il ministro Poletti – è che è un bene che nessuno resti a casa ad aspettare ma che tutti devono avere una buona ragione tutte le mattine per mettere i piedi giù dal letto: questo progetto si muove in una logica generale di attivazione, di partecipazione responsabile e di miglioramento delle opportunità, perché pensiamo che ogni volta che un cittadino è presente, attiva relazioni, si mette in gioco, dimostra di partecipare alla vita della propria comunità, questo sia positivo ed aumenti anche la possibilità che gli si possano presentare nuove opportunità di lavoro”. Poletti sottolinea l’importanza del monitoraggio anche per scongiurare il fatto che con questa nuova tipologia vengano sostituite attività di lavoro ordinariamente svolte dai comuni: “La preoccupazione è legittima ma considerando che le aree di intervento sono vastissime e i bisogni sono ingenti, siamo convinti che con un buon monitoraggio questa evenienza non si presenterà”.

Poletti sottolinea anche la differenza rispetto ad altre tipologie di intervento, come quelle dei lavori socialmente utili, “che partiti con uno spirito positivo si sono nel tempo sclerotizzati e sono diventati un elemento di non semplice gestione perché sono maturate delle aspettative da parte delle persone coinvolte”. “I lavoratori socialmente utili – spiega Fassino – vengono assunti, seppur temporaneamente, dai comuni: questo che presentiamo è tutto un altro format”. Secondo il presidente Anci l’iniziativa ha un “valore morale perché permette a chi fruisce di un sostegno pubblico di restituire qualcosa alla comunità in termini di tempo e professionalità”, ma anche un “valore concreto”, sia per lo stesso soggetto che si apre a nuove opportunità sia per gli enti locali che hanno “la possibilità di usare più persone per erogare i servizi”.

Questa sorta di “servizio civile per persone che hanno perso il lavoro o vivono una condizione di povertà” secondo il portavoce del Forum del terzo settore Pietro Barbieri permette di “evitare il rischio di non essere più una risorsa per sé, per la propria famiglia e per la propria comunità”, educando alla cittadinanza attiva e rafforzando le relazioni sociali: in quest’ottica, sottolinea, è fondamentale il rapporto con i comuni, ispirato al principio di sussidiarietà.

Fonte: Globalist.it (anche l’immagine è tratta dallo stesso sito)

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Una prigione chiamata memoria

di Giuseppe Aragno

Il baraccone s’è messo in moto. Siamo prigionieri e non troveremo modo d’evitarlo. Per quanta rabbia potremo mostrare, quale che sia l’insofferenza che opporremo, in qualche modo ci scoveranno e, potete giurarci, in qualche modo ci faranno partecipare e dovremo ascoltarli. Qualcuno premerà un pulsante e, come per incanto, in ogni angolo e piazza, in ogni strada e in ogni casa, da qualunque pulpito e da ogni cattedra, tutti “ricorderemo”: le televisioni ci mostreranno senza interruzione l’orrore dei lager, la tragedia dei camini, la feroce menzogna delle docce, l’invisibile agonia dei gas. Rivedremo, angosciati, cataste di cadaveri ammonticchiati nel bianco e nero cupo dei filmati d’epoca, i liberatori inorriditi (non più sovietici, però, ma americani), i carnefici grigi come la terra asciutta, i lampi di vita ostinata negli occhi dio sa come aperti su volti scheletriti, su mucchi d’ossa infagottati in un pigiama lacero di stoffa a righe. Un pulsante premuto e sarà “memoria” telecomandata.

Un giorno intero, anzi no, qualcosa in più d’un giorno, il tempo che occorre a suscitare il pathos con una pletora spocchiosa di esperti, con fiumi di parole sempre uguali, sempre ovvie e più spesso banali. Parole senza vita vera. Ci sono cose che un professore non può tacere ai suoi studenti: se l’idiozia di questo tempo nostro feroce è stupefacente, disgustosa è l’ipocrisia che ci governa. Per tutto un anno, un popolo di smemorati vive di sensazioni forti e allucinate, vive senza farsi domande una vita virtuale e si lascia convincere che il rumeno stupra, il rom è ladro, l’albanese mafioso e il musulmano terrorista. Per un anno intero ascolta con fede incrollabile la nostra Gestapo che processa nell’immensa piazza Vespa gli ebrei del nostro tempo e passa con noncuranza davanti ai nostri campi di concentramento. Indifferente vive la sua vita come comandano moda e pubblicità, tra ombre sfuggite alla morte silenziosa nel Mediterraneo, tra un dolore che non ha fine, ma non apre brecce nei cuori inebetiti dalle droghe del consumismo. Così è per un anno, ma il 27 c’è il rito della memoria e occorre d’improvviso “ricordare”. Tutto è stato costruito ad arte: si vuole che voi abbiate memoria di tutto il male ch’è stato, ma non riusciate a vedere nulla dell’infinito male che vi circonda. E’ infatti scientificamente provato che una micidiale overdose di antico razzismo ha la forza d’un vaccino: fa di un popolo di senza storia una massa di consumatori di dolore virtuale immuni dall’orrore autentico. Un orrore ben più vivo di quello storico, più diffuso, più ostentato, più sottilmente teorizzato, più modernamente organizzato.

Che può dirvi un vecchio professore che già non v’abbiano detto? Cercate una risposta dentro di voi e per quello che ritenete ingiusto, pretendete giustizia. Pretendetela per voi e per gli altri, strappatela, se occorre, come potrete. E un diritto e vi spetta.

La lezione che potete ricavare dall’inganno del 27 gennaio è amara ma preziosa: gli uomini che amano il bene non possono ubbidire a ordini ingiusti e malvagi. Non c’è legge, regola o convenzione che conti. Urlatelo forte, andatelo a dire tutti insieme a chi occupa illegalmente il Parlamento, a chi parla di civiltà europea mentre sostiene il fascismo ucraino, a chi macella palestinesi, tortura a Guantanamo ed esporta democrazia con bombe al fosforo bianco e uranio depotenziato. Urlatelo il 27 da ogni cattedra, voi che insegnate. Spiegatelo a sedicenti ministri cos’è la scuola. Quella che non conoscono e pretendono di governare.

Fonte: blog di Giuseppe Aragno, poi ripreso anche da AgoràVox

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Contro la crisi si torna al baratto. Cresce lo scambio di beni e servizi online

Fonte: Il Redattore Sociale

Sono sempre di più in Italia le aziende che si rivolgono ai circuiti di barter. A rivelarlo è iBarter, la prima piattaforma italiana per il baratto multimediale online dedicata alle aziende, che ha registrato negli ultimi anni una crescita esponenziale: +50% all’anno.

ROMA – Sono sempre di più in Italia le aziende che si rivolgono ai circuiti di barter, la pratica commerciale praticata tra imprese per lo scambio multilaterale di beni o servizi in compensazione. A rivelarlo è iBarterla prima piattaforma italiana per il baratto multimediale online dedicata alle aziende, che ha registrato negli ultimi anni una crescita esponenziale. Il ricorso delle aziende al baratto, infatti, aumenta del 50% all’anno e iBarter nel 2015 conta di superare le mille aziende con un controvalore di scambi superiore ai 3 milioni di euro.

“Il baratto è una forma di scambio antichissima, quello tra imprese è invece una realtà relativamente giovane in Italia”, spiega Marco Gschwentner, area strategie di sviluppo iBarter e tra i fondatori del circuito. “Viene stimato che solamente negli Stati Uniti siano circa 400mila le imprese che si appoggiano ad un sistema di barteraggio, sviluppando un controvalore pari a oltre 12 miliardi di dollari”.

La finalità di iBarter, giovane azienda con quartier generale a Torino, è quella di fornire alle imprese uno strumento utile che consenta loro di acquistare ciò di cui necessitano utilizzando servizi e/o prodotti come pagamento. La piattaforma multimediale promuove lo scambio di beni attraverso la moneta complementare dell’iBcredits. “Davanti ad una crisi che ha acuito i problemi di liquidità ed evidenziato la necessità di trovare nuovi clienti, il baratto rappresenta una possibile risposta – spiega Gschwentner – . Innanzitutto perché non costringe le imprese a mettere mano al portafoglio, ma queste possono utilizzare come merce di scambio i propri prodotti/servizi per l’acquisto dei beni di cui hanno bisogno. In secondo luogo, le aziende si ritrovano su un’unica piattaforma che ha il preciso scopo di creare una rete dedicata allo scambio, permettendo di trovare nuovi fornitori e nuovi clienti”.

Così un albergo che rinnova il parco televisori in dotazione, paga i nuovi tv con un numero di stanze messe a disposizione, oppure un elettricista si avvale di una consulenza specialista marketing e mette sulla piattaforma un impianto antifurto che può essere acquistato da un’azienda terza. Esempi di come lo scambio di beni e servizi possa arricchire le aziende, il tutto svolto in assoluta libertà come sottolinea Massimo Cirio, area marketing iBarter e tra i fondatori del circuito: “Lo scambio avviene in assoluta libertà: le aziende trattano tra di loro secondo le regole del mercato. E beni e servizi possono essere messi in vendita totalmente in crediti oppure ripartiti in crediti ed euro”.  Ma chi sono le aziende che aderiscono? “La maggior parte, il 90%, sono imprese di piccole e medie dimensioni – conclude Cirio – con un fatturato che non supera i 10 milioni di euro. Le categorie merceologiche sono varie: si spazia dalla chimica alla meccanica all’arredamento, passando dai servizi alle assicurazioni. Non mancano settori come l’alimentare, l’informatica, la stampa, le energie alternative, l’oggettistica da regalo e il tempo libero”.

Fonte: Redattore Sociale

 

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Gli economisti sono con Tsipras

di Thomas Fazi 

La scossa di Atene/La Grecia non è sola. Questo è il messaggio che arriva forte e chiaro dalle decine di campagne, appelli, mobilitazioni popolari e manifestazioni – la più grande a Parigi lunedì scorso, con più di 1,500 partecipanti – in sostegno del partito di Alexis Tsipras a cui abbiamo assistito in queste settimane.

E non solo in Europa: l’ultimo appello a favore di una ristrutturazione del debito pubblico e di un ribaltamento radicale delle politiche di austerità, sottoscritto da quaranta accademici, arriva addirittura dall’Australia. È sorprendente il consenso che in questi mesi Tsipras – che le alle ultime elezioni greche, nel 2012, l’establishment politico-mediatico europeo era riuscito con successo ad etichettare come un “pericoloso estremista” e “una minaccia per la sopravvivenza dell’Europa”, decretando la marginalizzazione e la sconfitta di Syriza – è riuscito a costruire intorno al suo programma per cambiare la Grecia e l’Ue, anche a livello mainstream. Grazie in parte anche all’“estremismo di centro” che ha preso piede in Europa. Come ha scritto Wolfgang Münchau in un recente editoriale sul Financial Times, sono proprio i grandi partiti europei di centro-sinistra e di centro-destra che stanno permettendo “la deriva dell’Europa verso l’equivalente economico di un inverno nucleare”, mentre gli unici partiti del continente che propongono ciò che è il “consenso” tra gli economisti per risolvere la crisi dell’area euro senza spaccarlo – ossia grandi investimenti pubblici e una ristrutturazione controllata dei debiti – sono proprio i “pericolosi” partiti della sinistra radicale, capeggiati da Syriza. Un consenso che si fa ogni giorno più diffuso, a partire dalla necessità di una massiccia ristrutturazione del debito greco.

Scrive Paul De Grauwe: “L’Unione europea ha costretto la Grecia a prendersi in carico un debito enorme e a implementare brutali misure di austerità solo per salvare le banche del Nord Europa, che avevano prestato grandi quantità di denaro al paese, in maniera del tutto scellerata. Lo scopo di queste politiche è uno solo: salvaguardare gli interessi dei creditori, trasferendo risorse dalla Grecia e dagli altri paesi della periferia verso i paesi ricchi del Nord. Ma è una strada insostenibile oltre che immorale: se i leader dell’eurozona non accettano di alleviare il debito della Grecia e degli altri paesi e di porre fine all’immiserimento di massa provocato dalle politiche attuali una crisi dell’eurozona è inevitabile”. La pensa così anche Philippe Legrain, ex consulente di Barroso: “Non è una questione di destra o sinistra. Syriza ha tutto il diritto di chiedere la cancellazione di una parte del debito: con la scusa della solidarietà, la Germania e gli altri paesi dell’eurozona hanno ridotto la Grecia in miseria per salvare i creditori. E comunque non è solo una questione di giustizia ma di necessità economica e politica: anche in base agli scenari più ottimistici, è assolutamente impossibile che la Grecia possa ripagare un debito di quelle dimensioni”. “Debito che è aumentato proprio a causa dello schiacciante impatto dell’austerità fiscale sulla produzione, come ha riconosciuto anche il Fondo monetario internazionale”, sottolinea Joseph Stiglitz. Il problema, però, non è solo economico ma anche e forse soprattutto politico, fa notare Legrain: “La Merkel avrebbe molte difficoltà a far digerire una ristrutturazione del debito ai propri elettori perché questi non provano alcuna solidarietà nei confronti dei greci, che pensano di aver già abbondantemente aiutato. E poi Berlino ha paura di creare un precedente che potrebbe incoraggiare altri paesi, a partire dall’Irlanda, a chiedere una rinegoziazione del debito che l’Ue gli ha imposto per salvare le banche”. Eppure, come sottolineano in tanti, proprio la Germania dovrebbe ricordarsi meglio di chiunque altro cosa succede quando i creditori insistono sul rimborso del debito a tutti i costi, senza tenere conto delle conseguenze economiche e politiche delle loro decisioni.

Nel 1920 il giovane Keynes, in merito alle riparazioni follemente punitive imposte alla Germania con il trattato di Versailles, scriveva: “La politica di ridurre la Germania alla servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare della felicità un’intera nazione dovrebbe essere considerata ripugnante e detestabile… anche se non fosse il seme dello sfacelo dell´intera vita civile dell’Europa”. Sappiamo bene come è andata a finire. “Dire oggi ai paesi del Sud Europa che devono ripagare tutti i loro debiti, fino all’ultimo centesimo e con l’inflazione a zero, rappresenta unincredibile atto di amnesia storica da parte della Germania”, dice Thomas Piketty. Come scriveJeffrey Sachs, non certo uno di sinistra: “I tedeschi sostengono che il rimborso del debito è un obbligo morale. Ma farebbero bene a ricordarsi che la comunità internazionale cancellò la maggior parte del debito tedesco in seguito alla conferenza di Londra del 1953, e con il piano Marshall offrì al paese enormi somme per far ripartire l’economia. La Germania si “meritava” forse quegli aiuti? No, ma ne aveva bisogno per potersi rimettere in piedi. La Grecia oggi si trova nella stessa situazione. Oggi come ieri, le strade sono due: o l’eurozona accetta di ristrutturare il debito greco o l’Europa esploderà ancora una volta”.

È la stessa drammatica conclusione a cui giunge Stiglitz: “Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’eurozona e continua con l’austerity – una forte reazione popolare sarà inevitabile. Forse la Grecia ce la farà questa volta. Ma questa follia economica non potrà continuare per sempre. La democrazia non lo permetterà. Ma quanta altra sofferenza dovrà sopportare l’Europa prima che torni a parlare la ragione?”.

Fonte: Sbilanciamoci.info, poi ripresa anche da La Nuova Atlantide

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We all have something sacred

by Pía Figueroa

018196061_303001For some it’s their God, for others Democracy. There are those for whom human rights are inalienable and for several others the most Sacred is found within human beings. That thing that cannot be conceded, or sold, or forgotten, something that gives Meaning to life and projects it beyond one’s own existence has without doubt a very special characteristic. Children are sacred for their mothers, love for those in love, big ideals for militants. There are certain things that you cannot blaspheme against because in them there is such a special communion between what is human and the ineffable thing that transcends it. For many societies it’s Freedom, for the peoples of the Andes its Good Living or Pacha Mama. Whatever the object may be there is certainly a common rule when dealing with it: don’t make fun of it, don’t be ironic because when doing so you mock the one whose beliefs are most rooted there.

It’s enough for us to imagine what we’d do if someone touched what we live for in order to understand why people went onto the streets of Pakistan, Jerusalem, Algeria, Niger and Jordan in their thousands demonstrating against the printing this week of the French satirical magazine Charlie Hebdo which, once again, after the attacks in Paris the previous week, reproduced caricatures of the Prophet Mohamed.

The marches were called by Islamist parties and in more than one case they ended badly. In Niger there were four deaths. In the Pakistani city of Karachi three people were injured. The Prime Minister said that freedom of the press should not be used to hurt religious feelings. In Algeria people marched under the banner “We are all Mohamed”, while some of the participants applauded the Paris attackers calling them “martyrs”. In Jerusalem, hundreds of Palestinians went to the streets meeting on Temple Mount. “Freedom of Expression doesn’t mean offending our beliefs” said the posters in the march in Jordan. According to different agencies (Reuters, Deutsche Welle) in Niger, a majority Muslim country, hundreds of people marched towards the French Cultural centre in the city of Ziner and set it on fire after Friday Prayers. Nearby houses were also set ablaze and three churches (one catholic, two protestant) were ransacked. One police officer died in the disturbances while several protesters were injured. People set fire to tyres. Police used tear gas. On several protest banners the slogan, “I’m Mohamed, not Charlie,” could be seen.

In the meanwhile, Pope Francis on his flight to the Philippines said, “In freedom of expression there are limits” and maintained that both religious freedom and freedom of expression are “fundamental human rights” and considered it an “aberration” to kill in the name of God. “One cannot offend, make war, kill in the name of one’s own religion, that is, in the name of God,” he said.

Of course recent events have strengthened an already large mistrust in the clash of cultures, and in a climate of reciprocal terror alert has been raised due to a growing number of supposedly terrorist cells ready to attack in several parts of Europe, while the situation is ripe for advances in agreements between the USA and the UK for greater security measures and control of social media and the internet in general.

And if we would just put into practice the Principle formulated by Silo that says, “If you do not harm anyone you can freely do whatever you want”? If we would accept that those objects that have a Sacred character for others are inviolable, cannot be conceded and we cannot touch them without stinging? If we could recognise the right of others to disagree with what is the highest value for someone else and if we didn’t try to impose our own beliefs and certainly not homogenise them? If we would just try to coexist, seeking what we have in common, converging from such diversity, then maybe each one of us would grow as a human being and we would get closer to precisely what we consider to be Sacred.

Fonte: Pressenza; (Image by Deutsche Welle)

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Cari giovani d’Europa e America, parliamo d’Islam.

La massima autorità iraniana invita le giovani generazioni a lasciare da parte le paure a cui sono indottrinate, in modo da scoprire l’Islam liberamente e senza pregiudizi.

Abbiamo già proposto recentemente ai nostri lettori il testo di un importante discorso della massima carica dell’Iran, l’AyatollahSeyyed Alì Khamenei, nel suo ruolo di Guida della Rivoluzione Islamica. Abbiamo spiegato in quella occasione che «Khamenei usa categorie, linguaggi, riferimenti religiosi e culturali con cui l’Occidente non ha familiarità. Eppure iniziare a conoscere questo pensiero è indispensabile, se intendiamo capire dove risiederanno le amicizie, le alleanze, le forze morali che potranno sconfiggere i devastatori che si rifanno al takfirismo». In questa occasione assistiamo a un grande sforzo culturale per usare categorie ancora più vicine a noi. È una mano tesa che sostiene una grande verità: l’Islam va conosciuto, e conoscendolo non corrisponde alla spaventosa riduzione di chi vorrebbe assimilarlo alle gesta criminali dei terroristi mossi da ideologie estremiste e finanziati da elemosinieri interessati al Caos. L’Islam della rivoluzione iraniana è ancora lontano dal baricentro dei nostri sistemi politici, ma è sideralmente lontano anche dallo spirito e le azioni della minaccia jihadista. Chi voglia sconfiggere quest’ultima, ora che pesa troppo in tutte le equazioni geopolitiche, dovrà rivolgersi ai “lontani” che hanno risposte decisive per le nostre domande di civiltà e sicurezza. Perciò raccomandiamo di leggere l’appello ai giovani di Khamenei. Riserverà sorprese.
[p.c.]
TEHERAN (IRIB) – Senza mediatori e giri di parole: la massima carica dell’Iran, l’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, ha deciso di parlare direttamente ai giovani dell’Europa a proposito dell’Islam, del terrorismo e dei temi di attualità che hanno occupato le prime pagine dei giornali in questi giorni. In data mercoledì 21 Gennaio, la Guida Suprema iraniana ha diffuso, tramite il suo ufficio, una lettera aperta «ai Giovani in Europa e Nord America», riportata dai media iraniani (http://jahannews.com/vdcjitexhuqeyvz.fsfu.html) e di cui segue la traduzione in lingua italiana.
Nel nome di Dio, il Misericorde, il Misericordioso,
ai Giovani in Europa e Nord America,
i recenti eventi in Francia ed altri eventi affini in altri paesi occidentali mi hanno convinto a parlare direttamente con voi a proposito di essi. Mi rivolgo a voi, non perché io trascuri i vostri genitori, ma piuttosto perché il futuro delle vostre nazioni sarà nelle vostre mani; e inoltre trovo che il senso di ricerca della verità sia più vigoroso ed attento nei vostri cuori.
Io non mi rivolgo ai vostri politici e uomini di Stato nemmeno in questa lettera perché credo che loro abbiano separato consciamente la via della politica dal sentiero della giustizia e della verità.
Vorrei parlare con voi a proposito dell’Islam, in particolare dell’immagine che vi è stata presentata col nome di Islam. Negli ultimi due decenni molti sforzi sono stati compiuti, più o meno dal crollo dell’Unione Sovietica, per piazzare questa grande religione sulla poltrona del “terrificante nemico”. La creazione di un sentimento di orrore e di odio e successivamente la strumentalizzazione di questo sentimento è purtroppo un fenomeno di lunga data nella storia politica dell’Occidente.
Qui, io non voglio trattare delle diverse paure con cui le nazioni occidentali sono indottrinate. Un veloce ripasso dei recenti studi critici della storia vi diranno che il trattamento falso e ipocrita riservato dalle nazioni occidentali alle altre nazioni e’ stato censurato nei testi di storia.
La storia degli Stati Uniti e dell’Europa e’ purtroppo annerita dallo schiavismo, e’ messa in imbarazzo dal periodo coloniale ed e’ macchiata dall’oppressione della gente di colore e dei non-cristiani. I vostri studiosi e storici si vergognano profondamente degli spargimenti di sangue commessi in nome della religione tra Cattolici e Protestanti o in nome del nazionalismo e della razza durante la prima e la seconda guerra mondiale; e questo approccio e’ ammirabile.
Citando una frazione di una lunga lista, non intendevo fare una discussione storica; desideravo solo che voi chiedeste ai vostri intellettuali perché la coscienza pubblica, in Occidente, si sia risvegliata solo dopo una parentesi di diversi decenni o addirittura secoli. In altre parole, perché la revisione della coscienza collettiva riguarda solo il passato remoto e non questioni d’attualità? Cosa sono questi sforzi per impedire una presa di coscienza pubblica su un tema importante come la cultura ed il pensiero islamici?
Voi sapete bene che l’umiliazione e la diffusione dell’odio e della falsa paura “dell’altro” sono stati alla base di tutti i sistemi oppressivi. Ora, io voglio che voi vi chiediate perché la vecchia politica della creazione del terrore e dell’odio abbia colpito l’Islam ed i musulmani con una intensità senza precedenti. Perché la struttura del potere nel mondo vuole che il pensiero islamico venga isolato? Quali concetti e valori nell’Islam disturbano i piani delle superpotenze e quali interessi vengono salvaguardati mettendo in cattiva luce l’Islam? Ed allora, la mia prima richiesta e’ questa: studiate e informatevi su ciò che favorisce questa ampia azione ai danni dell’immagine dell’Islam.
La mia seconda richiesta viene formulata in reazione alla marea di pregiudizi e di campagne di disinformazione; cercate di ottenere una conoscenza diretta e di prima mano di questa religione. La ragione indica che voi siete in grado di comprendere la natura e l’essenza di questa religione intorno a cui loro creano paura proprio per farvici stare alla larga.
Io non insisto affinché voi accettiate la mia lettura o qualsiasi altra lettura dell’Islam. Ciò che vi voglio dire è: non permettete che questa realtà dinamica ed influente del mondo di oggi vi venga presentata con odio e pregiudizio.Non permettete loro di presentarvi i terroristi che hanno reclutato come rappresentanti dell’Islam.
Conoscete l’Islam attingendo alle fonti primarie ed originali. Prendete informazioni sul pensiero islamico dal Corano e dalla vita del profeta. Desidero chiedervi se avete letto direttamente il Corano dei musulmani. Avete studiato gli insegnamenti del Profeta dell’Islam e la sua dottrina etica ed umana? Avete mai ricevuto una informazione dall’Islam oltre che dai media?
Vi siete mai chiesti come e sulla base di quali valori l’Islam stabilì la più grande civiltà scientifica ed intellettuale del mondo ed allevò i migliori scienziati ed intellettuali per diversi secoli?  
Desidero che impediate a coloro che offendono di creare distanza tra voi e la realtà, privandovi della possibilità di avere un vostro giudizio imparziale. Oggi, i media hanno superato i confini geografici. Ed allora, non permettete loro di assediarvi nelle frontiere mentali che hanno fabbricato.
Anche se nessuno può riempire individualmente le distanze createsi, ognuno di voi può costruire un ponte fatto di pensiero e correttezza per superare le distanze ed illuminare se e chi sta attorno. Anche se la pre-programmata sfida tra voi e l’Islam, (costruita ad arte/ndr), non e’ costruttiva, può però creare nuove domande nelle vostre menti e saranno proprio gli sforzi per trovare una risposta a queste domande che vi daranno l’opportunità di scoprire nuove verità.
Quindi, non perdete l’opportunità per ottenere una conoscenza giusta, corretta ed imparziale dell’Islam ed e’ auspicabile che in tal modo, grazie al vostro senso di responsabilità nei confronti della verità, le future generazioni possano scrivere a proposito delle attuali interazioni tra Islam ed Occidente con una coscienza più pulita ed una dose minore di pregiudizio.
Seyyed Alì Khamenei
21 Gennaio 2015
Traduzione a cura di Davood Abbasi.
Fonte: Italia.irib.ir, poi ripreso anche  da Megachip
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Ciclofficine, dove la bicicletta è condivisione sociale

di Massimo Nardi

Nate agli inizi degli anni 2000, sulla scia della Critical Mass di San Francisco, sono delle vere e proprie botteghe dove riparare e riciclare biciclette ed immaginarne di nuove, costruendole da soli o con l’aiuto dei meccanici. Il tutto senza scopo di lucro.

Li vedi ricurvi sulle corone. O intenti a saldare un telaio. Mentre regolano i freni o pensano alle nuove creazioni. Brugole e chiavi nelle mani, sporchi di grasso ed olio. Ma felici. Con gli occhi lucenti e un sorriso che non lascia dubbi. Sono i ragazzi delle ciclofficine, vere e proprie botteghe della bicicletta, dove la meccanica si unisce alla condivisione della conoscenza e alla passione per la due ruote. «La ciclofficina ha semplicemente la pretesa di trasmettere la passione per la bicicletta. Non è altro che un progetto per insegnare alle persone come riparare o costruirsi da sé una bicicletta dal riciclaggio», afferma Piero Di Silvestro, uno dei meccanici delle Ciclofficine Popolari Romane.  Un luogo aperto a tutti, dove è possibile riparare, recuperare, riciclare biciclette ed immaginarne di nuove, costruendole da soli o con l’aiuto dei meccanici dell’officina; un luogo dove questa attività è il punto di partenza di un percorso di riflessione sul consumo e sugli stili di vita, sulla mobilità e sui trasporti. Ce ne sono tante a Roma, tantissime in Italia, tutte o quasi sorte da esperienze di occupazione di luoghi in disuso e abbandonati, oppure sottoforma di associazioni e cooperative sociali, con l’obiettivo di aiutare anche le persone in difficoltà. E qui non si compra e non si vende nulla. Non c’è scopo di lucro. Tutto è basato sulla condivisione, sulla libera offerta, sul riciclaggio di vecchie biciclette o di parti di esse, sul volontariato e, come detto, sulla passione verso questo splendido mezzo di trasporto. «La bicicletta è un mezzo povero, economico – continua Di Silvestro – che ti può portare veramente lontano». E lontano sono ormai arrivate queste botteghe della bici, tanto da essere oggetto di documentari, come Contromano, diStefano Gabbiani, prodotto da Lacumbia Film, che narra la storia di due piccole ciclofficine aperte di recente a Torino, la Bikezone Vanchiglia e l’Officina Bici,  e delle persone che vi lavorano all’interno. Persone che tramite la bicicletta vivono  la concreta possibilità di reinventarsi  e che, pur provenendo da storie e mondi molto diversi tra loro, sono testimoni di un riscatto personale e professionale ancora oggi possibile.
Ma da dove nascono le ciclofficine? Siamo agli inizi degli anni 2000, un gruppo di ciclisti decide di radunarsi davanti al centro sociale “Deposito Bulk” a Milano, sulla scia del movimento denominato “Critical Mass”, nato a San Francisco dieci anni prima. Un raduno spontaneo di ciclisti che, al grido di “Noi non blocchiamo il traffico. Noi siamo il traffico”, invadono le strade normalmente usate dalle automobili, con l’obiettivo di accendere i riflettori sul deteriorarsi della qualità della vita, a partire dai livelli di inquinamento dell’aria e acustico dovuti alle automobili, fino ad arrivare, come da noi in Italia, alla denuncia della mancanza di piste ciclabili. Da Milano a Roma il passo è breve. La capitale diventa nel corso degli anni un terreno fertile per lo sviluppo della critical mass, con l’appuntamento fisso dell’ultimo venerdì del mese, e soprattutto delle ciclofficine. Tante, oramai in Italia. Ognuna con le sue storie. C’è la Ciclofficina Centrale a Roma, che nasce in uno spazio sotto al mercato rionale del quartiere Monti,  dopo la chiusura del centro sociale Angelo Mai. Aperti tutti i giorni dalle 20 alle 23, pagano un affitto simbolico al Comune, e si nutrono di sottoscrizioni volontarie e di donazioni di attrezzi. La riparazione però non è tutto: «Organizziamo anche corsi di ciclomeccanica destinati a persone in difficoltà, come pazienti dell’Asl, ex tossicodipendenti e senza fissa dimora – afferma Giuseppe Fiore –  Non solo, in accordo con la società di servizi AMA, la ciclofficina provvede a recuperare biciclette e pezzi di ricambio partecipando alla raccolta mensile dei rifiuti ingombranti o andando direttamente a casa dei cittadini». C’è la Ciclofficina popolare Ex Lavanderia, che nasce da uno dei progetti dell’Associazione Ex Lavanderia, che per anni si è battuta per garantire l’uso pubblico e culturale dell’Ex Manicomio Psichiatrico S. Maria della Pietà a Roma. Lì sono aperti solo nel weekend, ma ciò non toglie di organizzare corsi di saldobrasatura e la famosa “Pedalata Patologica”, a sostegno del Teatro Patologico, oggi a rischio chiusura. C’è il Ciclospazio di Bari, che offre il servizio di marcatura bici con una targa indelebile micropunzonata sul telaio, creando così l’Anagrafe della Bici contro i furti. C’è la ValdarnoInBici, premiata dal Consiglio Comunale con una somma di 400 euro, per il progetto “Laboratori di ciclofficina e banca della bici”, con la realizzazione di corsi di cicloriparazione e ciclo manutenzione. O l’ultima nata in Italia, laCiclofficina Raggi Resistenti a Reggio Emilia, che si sviluppa all’interno di uno degli stabili occupati da alcuni migranti e profughi rimasti senza alloggio e che, costretti a dormire in strada, si sono riappropriati di un diritto fondamentale, il diritto all’abitare, occupando stabili lasciati all’abbandono.
E poi ci sono gli slogan che le contraddistinguono. Da quello più semplice del Ciclotrofio di Alghero, “Se hai una bici da buttare, protacela…”, a quello più filosofico delle Ciclofficine Popolari di Roma, “Una macchia di grasso pulisce l’aria delle nostre città, un movimento centrale scorre a ruota libera nelle nostre strade”, a quello latinosinistroide della Popolare Ampio Raggio di Bologna, “El socialismo puede llegar solo en bicicleta”, fino a quello naïf della Ciclofficina Centrale sempre a Roma, autodefinitasi “Ciclofficina di Irriverenti Ciclisti Liberi, Offriamo Fantastiche Feste, Iniziative Cicloattive, Inventiva Naturale e Assistenza”.
Non sempre però son tutte rose e fiori. Alcune ciclofficine chiudono, per ovvi motivi, altre aprono, altre ancora si dividono, aumentando così il numero e i servizi offerti. Ma il filo conduttore resta lei, la bicicletta. Con la sua bellezza e il suo significato. Perché la bici è romantica. Perché la bici è lenta. E ti porta ovunque, senza usare petrolio, senza creare traffico, senza produrre inquinamento.

Fonte: Il Cambiamento.it

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Dalla Sanità alla salute

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di Luca Martinelli

Una medicina sobria, giusta e rispettosa tutela i pazienti ed evita lo spreco di risorse pubbliche.Perché -spiega l’associazione “Slow Medicine”- “esistono almeno una sessantina di farmaci di cui è provata l’altà probabilità di inappropriatezza”, e serve un equilibrio in ciò che il medico prescrive, “perché fare di più non significa necessariamente fare meglio”.

L’autunno della Sanità italiana è sempre caldo. Il copione è lo stesso, ogni anno: con la legge di Stabilità il governo annuncia di dover tagliare i fondi alle Regioni (quest’anno, secondo le stime, per circa 4 miliardi di euro), e queste -a cascata- affermano di dover ridurre la spesa sanitaria, che copre circa l’80% del budget regionale (per un totale di circa 110 miliardi di euro).
La logica che s’impone è quella della spending review, e i quotidiani ripetono gli stessi articoli invocando “costi standard” (chiedendosi perché una siringa non costi lo stesso in Veneto e in Basilicata). Si parla solo di “tagli lineari”, e mai di qualità della cura, perché -spiega il dottor Andrea Gardini, direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara (www.ospfe.it)- “la metà della spesa sanitaria è legata all’acqusto di beni e servizi, e la prescrizione di esami, o di farmaci, è responsabilità di professionisti, i medici, che dovrebbero operare in modo responsabile”. Gardini cita il Clinical Evidence Handbook, una pubblicazione scientifica del British Medical Journal, che nel 2011 “ha evidenziato come solo l’11% delle prestazioni mediche sia efficace, mentre oltre la metà delle pratiche censite, più di 3mila in tutto, non possiede dimostrazioni di efficacia”. Gli esempi, sono molti, “come le TAC (tomografia assiale computerizzata, ndr) per un mal di schiena, un esame che non è indicato per la lombalgia durante le prime sei settimane, e che costa al sistema sanitario nazionale anche in termini di energia, dato che ogni tomografia consuma 80 kW di energia, che devono essere pagate al fornitore dell’elettricità” spiega Gardini. Che aggiunge: “Secondo le linee guida dei radiologi, l’esposizione ai raggi non è priva di pericoli, ed esiste ormai una casistica di tumori causati dalle radiazioni ionizzanti”.
Riassunto: “Serve un equilibrio tra ciò che il medico prescrive, perché fare di più non significa necessariamente fare meglio”.
Gardini -che è tra i fondatori dell’associazione “Slow Medicine”, e tra gli autori dell’omonimo libro, vedi box- cita il caso degli anziani, vittime -a suo avviso- “di un fenomeno di iper prescrizione, che li porta, in media, ad assumere contemporaneamente 7 o 8 farmaci, con picchi che superano i dieci”. Secondo il direttore sanitario dell’AOU di Ferrara, “non ogni acciacco dev’essere curato con un farmaco”, anche perché -come spiegano anche le società mediche- “esistono almeno una sessantina di farmaci di cui è provata l’altà probabilità di inappropriatezza”.
Per cambiare punto di vista è necessario mettere al centro del dibattito sulla qualità dell’intervento sanitario altri indicatori di efficacia di un sistema sanitario, come suggerito  dall’OCSE, che ha utilizzato quello della “mortalità evitabile con l’assistenza”. In questa classifica  l’Italia -con Svizzera, Francia e Paesi Bassi- ha i valori migliori, con 69 morti evitabili ogni 100mila abitanti, contro i 90 della Germania, i 91 del Regno Unito e gli 11 degli Stati Uniti d’America. Significa che questi Paesi hanno ampi margini di miglioramento.

Se guardiamo a questi dati,  ragionare secondo la logica dei tagli lineari significa, secondo Gardini, “intervenire senza intelligenza, mentre per uscire da una situazione di crisi è necessario cambiare paradigma, improntando ogni azione nel rapporto tra medicina e cittadini alla salute, e non alla malattia”.

Che cosa non funziona, oggi, nel rapporto tra medico e paziente? 
“C’è conflittualità, e il medico ha spesso timore nei confronti di un paziente informato, o che si crede tale per lettura compulsiva in Rete. Anche se una grande percentuale delle prescrizioni di radiologia possono essere inapproriate, ad esempio, queste vengono richieste dai pazienti ai medici. Per questo, stiamo lavorando con alcune associazione di cittadini, di pazienti, e società mediche, per introdurre il concetto che non si possono fare esami come se fossero un juke-box.
Di fronte al rischio di un errore, e quindi di una denuncia o di una richiesta di danni, sono rari inoltre i medici che si arrangiano per conto proprio, e non demandano determinate azioni agli specialisti. Capita così in caso di problemi allo stomaco, ad esempio, che il medico di base mandi il paziente da un gastroenterologo, che poi ‘gira’ il paziente a un radiografo, che poi lo ‘invia’ da un altro, in un circolo vizioso che comporta solo un aumento della spesa del Servizio sanitario nazionale”.

Inoltre, non tutte le malattie sono curabili. 
“Le malattie acute, quelle da batteri, si trattano. Ma sono la grande minoranza. Le altre sono croniche, derivano dall’invecchiamento della persona, come le placche di arteriosclerosi nelle coronarie, che non si toglieranno mai. In Italia, il 70 per cento della spesa sanitaria è già destinata a seguire pazienti cronici. La grande sfida della medicina dovrebbe essere quella di evitare che le persone vengano colpite da malattie che poi si cronicizzano”.

L’approccio descritto nel manifesto di Slow Medicine è di “eliminazione dall’ambiente delle cause stesse delle malattie, comprese quelle che una volta eliminate, determinano una riduzione del potere economico di quanti vivono della loro produzione e che quindi sono costretti, per il bene comune, a riconvertirsi in produzioni non dannose per l’ambiente e la salute”. Ma l’azione dell’associazione non è puramente culturale, e attraverso il progetto “Fare di più non significa fare meglio” ha provato a calare i principi di una medicina sobria, rispettosa e giusta nell’azione dell’Azienda Sanitaria Ospedaliera di Cuneo (www.ospedale.cuneo.it).

Quand’è iniziata, e quali sono i risultati della collaborazione?     
“Dopo un convegno organizzato presso una delle strutture dell’Azienda dal dottor Marco Bobbio, socio di Slow Medicine, e membro del ‘Comitato etico interaziendale dell’ASO S. Croce e Carle di Cuneo e delle aziende sanitarie localie CN1, CN2 e Asti’ la direttrice generale ha chiamato tutti i primari chiedendo loro di identificare, analizzare e valutare insieme le tre pratiche ad alto rischio di inappropriatezza”.

Al censimento hanno partecipato 33 “strutture complesse” (i vecchi reparti), i cui medici -coordinati da Bobbio- hanno complessivamente individuato 99 pratiche a rischio.
I risultati?
“Intanto, c’è stato un aumento enorme di comunicazione tra colleghi, un incremento della solidarietà professionale, ma anche una riduzione del numero degli esami, che in alcuni casi, come per le TAC ha raggiunto il 40 per cento, ed anche, conseguentemenre, dei tempi d’attesa. Perché se ci sono meno persone che aspettano ‘l’esame’, è più facile accogliere coloro che  devono sostenerli perché sono davvero utili.
Un esercizio di questo tipo, inoltre, permette l’emergere dell’etica del professionista, che in autonomia, quando scopre che sta facendo una cosa sbagliata, cambia subito, e si scusa. E azioni “sbagliate”, in questo caso quelle che comportano spese per lo Stato e sofferenza in più per i pazienti, non le fa più”.

Secondo Gardini, il punto d’arrivo di un percorso del genere è -necessariamente- una nuova “Alleanza per la salute tra pazienti e medici”.
Per questo, a dicembre parte -a Torino, in collaborazione con la ASL TO2 e la ASL TO3- il progetto “Scegliamo con cura”, che coinvolge i medici di base e vede la collaborazione scientifica della Società italiana di medicina generale (SIMG) e dell’Istituto Change, che si occupa di counselling (http://counselling.it). Obiettivo è lavorare per un anno a partire dalla definizione delle cinque “pratiche a rischio d’inappropriatezza di cui medici e pazienti dovrebbero parlare”. Tra i principi cardine della sperimentazione, che durerà dodici mesi, ci sono il non richiedere di routine “esami di diagnostica in caso di lombalgia senza segni o sintomi di allarme” (cioè un banale mal di schiena) e il non prescrivere automaticamente antibiotici a pazienti affetti da infezioni acute delle vie aeree superiori”. Ogni azione è presentata 1con riferimento alla letteratura scientifica in materia, e l’obiettivo -spiega Gardini- è quello di “una vera educazione alla salute, che permetta a tutti di governare questi processi assistenziali in modo più consono alla ricerca della pratica migliore. Esistono le ‘comunità locali’, anche in medicina”. —

Scegliere con cura
Ci sono medici che ritengono che la qualità della cura non coincida con la quantità di prescrizioni e interventi, e dal giugno 2011 hanno dato vita a un’associazione per condividere questa idea con i cittadini italiani. Solo una “alfabetizzazione sanitaria”, secondo Slow Medicine (www.slowmedicine.it), potrà trasformare la medicina da un prodotto di consumo a un bene, e renderla sobria, rispettosa e giusta, i tre principi cardine dell’azione dell’associazione, riassunti anche in un libro (“Slow Medicine”, Sperling&Kupfer, 17 euro). In gioco c’è il futuro dell’accesso universale al servizio sanitario (a chi davvero serve). Secondo l’Istat, nel 2013 l’11% degli italiani ha rinunciato alle cure sanitarie, e la metà di questi lo ha fatto per motivi economici.

Fonte: Altreconomia
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