Non siamo superiori all’Islam. Contro il terrorismo serve il dialogo

CHARLIE HEBDO

di Umberto Veronesi (da L’Huffington Post). Con un mio commento al fondo.

Come ha ricordato Vito Mancuso su Repubblica di sabato 10 gennaio, il termine Islam significa sottomissione e abbandono assoluto alla volontà e al giudizio di qualcuno (Allah), ma contiene in sé anche la radice della parola “salam” che significa pace e indica la pace dell’animo che il rimettersi interamente a Dio porta con sé.

Chi pensa dunque che la religione musulmana sia una religione violenta, e violenti e guerrafondai siano tutti i suoi adepti, dimostra di non conoscerne affatto l’essenza. Eppure bisognerebbe conoscere e capire prima di giudicare, e soprattutto prima di agire o reagire. Nessun fenomeno si può evitare o controllare senza conoscerne la cause.

Il tema degli attentati di questi giorni in Francia è la pace, o meglio l’assenza di pace, e da lì bisogna partire: come ristabilire una situazione di pace. E non certo come annientare l’Islam. Innanzitutto la pace non può esistere e convivere con l’intolleranza e dunque il primo passo da fare è rispettare i musulmani. Lo dico da laico non-credente: tutte le religioni vanno rispettate e non vanno in alcun modo oltraggiate, perché rispecchiano il bisogno ancestrale dell’uomo di una protezione e una proiezione sovrannaturale.

Personalmente penso di avere scritto molto contro il potere temporale e contro l’interferenza della Chiesa cattolica nelle decisioni politiche ed etiche della società civile; tuttavia non mi sono mai permesso (ne mai lo farò) di sbeffeggiare i precetti religiosi o gli atti di culto. Islam, Ebraismo e Cristianesimo, inoltre, sono religioni non lontane. I musulmani si considerano, con Maometto, un popolo della quarta fase, dopo Abramo, Mosè e Gesù, che son ripetutamente lodati nel Corano e che essi dunque rispettano come grandi profeti.

Certo, non credono nella natura divina di Gesù, che peraltro fu decretata dalla Chiesa dal Concilio di Nicea solo nel quarto secolo, ma non per questo lo oltraggiano, e si aspettano che anche noi rispettiamo Maometto e il suo rapporto con Allah. Questa filosofia del “rispetto” si rispecchia perfettamente nella storia: non possiamo dimenticare, infatti, che la dominazione araba in Europa, che durò 500 anni, fu caratterizzata da una grande tolleranza. Quando nel 1492 gli arabi si ritirarono dalla Spagna, i reggenti Isabella e Ferdinando li salutarono in costumi moreschi, in segno di fratellanza.

La cultura araba è molto profonda: in campo scientifico Ibn-Sine ed Ibn-Rushdfurono uomini per così dire “rinascimentali”, allo stesso tempo matematici, medici e filosofi. Al Khwarizmi fu colui che inventò l’algoritmo, su cui si basa l’informatica moderna e Al-Biruni ha stabilito la lunghezza del diametro della terra, sbagliando di pochi chilometri.

La stessa religione islamica è molto evoluta intellettualmente, con un Dio trascendente che è puro spirito e richiede una fede totalmente spirituale, senza compromessi con la vita terrena. Il problema è che il Corano, libro sacro che tutti i musulmani conoscono molto profondamente e seguono alla lettera, è stato scritto nel 600 d.c., ed essendo stato steso da Maometto sotto dettatura di Allah – a differenza della Bibbia che richiede un’esegesi – non ammette variazioni né interpretazioni. Poiché il Corano contiene anche le leggi della convivenza civile, è evidente che il sistema politico e civile dei paesi islamici non può che essere molto rigido.

Inoltre l’Islam non ha una Chiesa e non prevede gerarchie: gli imam sono figure con potere solo spirituale e dunque la loro possibilità di influenzare la massa dei fedeli è limitata. Ogni islamico ha quindi un suo rapporto diretto con Dio e solo a Dio, che guida ogni sua azione, rende conto del suo agire.

Siamo quindi noi cristiani, ebrei e non credenti, con sei secoli di storia in più, ad avere il dovere morale di capire perché le azioni di molti musulmani oggi sono contro di noi, e perché si è creata una condizione di risentimento nei nostri confronti. Stiamo parlando di una fetta di popolazione di un miliardo e più di persone che vivono in aree dotate di risorse oggi strategiche per la sopravvivenza del Pianeta, e che non possiamo ignorare sentendoci più evoluti e civili.

Ciò che è certo è che con i suoi costumi corrotti, l’edonismo, il consumismo l’occidente è per l’Islam “il male” perché ha perso il rispetto per ogni valore, è accecato dal denaro e dal potere, e soprattutto non rispetta il loro Dio, che è per loro il peggiore degli affronti. I musulmani, dopo secoli di potere su gran parte del Mediterraneo, compresa la Spagna, con reciproca tolleranza, si sentono oltraggiati da una società che considerano corrotta e senza purezza di pensiero. Possiamo davvero pensare di frenare la violenza di questo slancio redentore con altra violenza? Io penso sia un’assurdità, che non può che generare un circolo vizioso. Per frenare il terrorismo islamico c’è solo una possibilità: il dialogo.

Fonte: L’Huffington Post (l’immagine è tratta dallo stesso sito)

Condivido in gran parte le lucidi riflessioni del Prof. Veronesi e aggiungo che, oltre al dialogo (anzi, forse addirittura prima di quello) che permette di condividere e comprendere le differenti visioni del mondo, occorre urgentemente rivedere i rapporti di forza economici. Senza una equa redistribuzione della ricchezza mondiale a monte, al fine di garantire a ogni individuo le condizioni minime per una vita dignitosa, non vi può essere alcuna integrazione. Se saremo in grado di dare a ogni essere umano la possibilità di vivere in condizioni economiche soddisfacenti, le culture – di cui fanno parte anche le religioni – a quel punto convergeranno verso una naturale convivenza pacifica.

Dafni Ruscetta

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