Comunità a basso impatto: il co-housing britannico

cohousing-uk-a.jpgdi Giovanna Barbaro

Gli scienziati dell’International Panel Climate Change da tempo ci dicono che l’impatto umano sulla Terra deve essere ridotto al più presto. E noi fino a che punto siamo disposti a contribuire cambiando il nostro stile di vita? Ci siamo chiesti dunque: sarebbe più facile vivere in modo sostenibile se ci venisse presentato un modello sperimentato di comunità a basso impatto? Ebbene: nel Regno Unito abbiamo scoperto LILI (Low Impact Living Initiative), un’iniziativa per vivere a basso impatto che dagli anni ’90 continua a diffondersi con successo e in modo bottom-up influenzando le politiche del Governo in materia di pianificazione territoriale e di finanziamenti.

COHOUSING IN CITTÀ: L’ESEMPIO DI COPPER LANE A LONDRA

CO-HOUSING: UNA MODA O UNA NECESSITÁ?

Dave Darby, il direttore della principale rivista di divulgazione di LILI (Diggers & Dreamers Review of Low Impact Living Communities in Britain), sostiene con ottimismo che vivere in urban housing co-ops e co-housing, nel prossimo futuro, giocherà un ruolo importante nello sviluppo sostenibile, e non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale, risolvendo la vitale necessità, di accedere ad un alloggio decoroso, di coloro che non riescono più a far fronte all’aumento del caro vita, specie nelle città.
In Italia, solo recentemente, si parla di co-housing come di una moda esotica, insomma come qualcosa di innovativo da importare, forse per contrastare la disoccupazione e la mancanza di alloggi a buon mercato, conseguenze dopo qualche lustro di accanimento delle politiche di austerity dei bancocrati della Troika.

In realtà, riscoprendo il nostro passato remoto, capiamo che non si tratta di un nuovo stile di vita, o di una frivola moda, perché già nell’Alto Medioevo Tommaso d’Aquino, frate domenicano e profondo conoscitore della filosofia classica, sosteneva l’importanza del vivere in modo autosufficiente, sfruttando con sapienza le risorse naturali dell’intorno e ne distingueva due modelli. Il primo modello di insediamento si basava sulla fertilità del suo territorio, che doveva nutrire almeno i suoi abitanti, con due terzi della produzione locale; mentre il secondo si basava sul commercio di beni essenziali per vivere, importati da luoghi al di fuori del nucleo abitato. Il frate domenicano riteneva superiore il primo modello perché “quanto più un nucleo abitato era autosufficiente e tanto migliore sarebbe stato”. Vediamo in quali termini. Detto in altre parole, valide anche oggi: se un paese ha bisogno di ciò che non è in grado di autoprodursi allora è incompleto, e difficilmente può sopravvivere a meno che non dipenda dalle sue importazioni, ma per far fronte a queste deve disporre di ricchezza, ovvero di un certo potere di acquisto. D’Aquino ravvisava negli eventi bellici e nei molti imprevisti, insiti nel trasporto, possibili ostacoli al transito di merci e perciò concrete cause della vulnerabilità di un nucleo abitato. Ricordiamo che a quell’epoca una grande crisi demografica, causata da invasioni, guerre e carestie, determinò il regresso della vita cittadina. Le crescenti difficoltà nelle vie di comunicazione (trascuratezza e inacessibilità di ponti), nonché la distruzione delle città, avevano reso impossibile il commercio e avevano limitato la produzione, quasi esclusivamente, all’agricoltura. La vita economica allora si organizzò nelle campagne in una forma particolare chiamata economia curtense e, così, si svilupparono le curtes  al posto del latifondo romano tipicamente organizzato attorno ad una villa. Gli scambi dei beni locali con le comunità lontane diminuirono enormemente e di conseguenza la moneta cedette il potere di acquisto al primordiale baratto.

IL MODELLO RURALE BRITANNICO

Il modello di comunità a basso impatto in UK trae ispirazione dalla frase low impact development (sviluppo a basso impatto, n.d.t.), la quale fu coniata da Simon Fairlie negli anni ’90 del secolo scorso. Egli sosteneva che uno sviluppo a basso impatto ambientale avrebbe migliorato, o almeno non diminuito in modo significativo, la qualità ambientale. Da allora, la definizione è stata perfezionata grazie al contributo di molti aderenti al modello di coabitare in comunità e, precisiamo, ben diverso da quello più noto di coabitare in condominio o in comunità hippies come negli anni ‘60. La nascita e la diffusione di questo modello di abitare e di condividere, come accennavamo, è dovuta a una necessità popolare, e non ad un mirato programma politico urbanistico a livello nazionale, o quantomeno locale. In UK sin dalla fine degli anni ‘90, la maggior parte delle comunità a basso impatto hanno ottenuto l’autorizzazione all’edificazione temporanea e nei migliori dei casi permanente. Grazie alla popolarità di questo modello di coabitare, di recente nel Galles, le autorità hanno iniziato a lavorare per la definizione di una pianificazione territoriale a basso impatto. Distinguiamo, dunque, due diversi modelli di sviluppo a basso impatto. Da una parte c’è quello dell’individuo solitario, o di una coppia, in cerca di un modo di abitare in armonia con la natura, come lavorare un podere o praticare i mestieri del bosco riscoprendo antiche tradizioni. In questo caso, i problemi da affrontare sono una serie di ostacoli alla pianificazione. Il modello collettivo deve piuttosto affrontare un insieme di problematiche, oltre a quella della pianificazione, anche di tipo finanziario, costituzionale e organizzativo per un pacifica convivenza.

Le comunità a basso impatto sono progetti strutturati intorno al vivere e lavorare collettivamente, nonché al condividere alcuni spazi comuni, beni e soft-technolgy (la capacità insita in ognuno per risolvere problemi con poche risorse, n.d.t.). In sintesi, il modello contempera il concetto di piccola residenza tradizionale con un design innovativo nel modo di relazionarsi con l’ambiente naturale, grazie all’impiego di tecnologie green e della permacultura. Quest’ultima, nonostante sia considerata il comune denominatore degli ambientalisti di tutto il mondo, sin dagli anni ’80 dello scorso secolo, stenta a divenire una cultura di massa -come scrive David Holmgren in Essenza della Permacultura– probabilmente è ostacolata dalle autorità politiche globali e locali per timore di perdere la loro influenza e il potere qualora la popolazione seguisse pratiche volte alla massimizzazione della propria autosufficienza.

All’oggi, i nuovi gruppi di sviluppo a basso impatto possono crearsi il loro proprio Paradiso attingendo ad una ricca e sedimentata esperienza sia attraverso un’ampia bibliografia e sia provando a vivere un breve periodo in un eco villaggio. Ne sorgono continuamente ormai in tutto il mondo. Infatti, molte comunità annunciano soprattutto on-line la ricerca di partner e di volontari per condividere progetti esistenti o per dare vita a dei nuovi. Ai volontari e, a coloro che sono senza casa e lavoro, offrono vitto e alloggio in cambio di 30 ore settimanali di lavoro nelle attività utili alla comunità, a seconda delle competenze e delle necessità. Vediamo brevemente un esempio sperimentato come buona pratica da replicare, un luogo ameno dove trascorrere una vacanza-lavoro.

DA VIVERE O DA VISITARE

The Old Hall Community

Si tratta di una grande comunità insediata in un vecchio convento francescano restaurato nel 1974 per ospitare 50 persone e immerso in un terreno agricolo di 70 ettari nel Suffolk (nel sud est della Gran Bretagna). La Old Hall è di proprietà della UOSHA Ltd., una cooperativa edilizia non-profit. I residenti, di cui 40 adulti, condividono spazi ed attività lavorative per garantire una certa autosufficienza alimentare ed energetica, quest’ultima raggiunta in buona parte grazie all’installazione di pannelli solari, una pompa di calore geotermica e a una caldaia a biomassa. I rifiuti provenienti dalla manutenzione dei campi e dalla preparazione degli alimenti consentono di riscaldare l’acqua calda sanitaria, mentre con gli scarti fertilizzano le coltivazioni. La maggior parte dei pasti sono consumati in uno spazio condiviso e gli ingredienti come carne, ortaggi e frutta sono prodotti, in loco, dalla stessa comunità. Affinché l’organizzazione possa funzionare ciascuno dei residenti deve dedicare alla comunità circa 15 ore di lavoro alla settimana, mentre i volontari 30 ore, svolgendo le seguenti attività: mungitura, caseificazione, cura della fattoria e degli animali, agricoltura, preparazione di alimenti, pulizia, cucito, manutenzione dell’edificio e del giardino, nonché attività di assistenza ai più anziani e ai bambini.

Durante l’anno, in occasione di particolari feste, la comunità organizza eventi come: festival, teatro e concerti in un apposito salone. Un giorno prestabilito alla settimana i residenti si riuniscono per discutere nuove idee e prendere decisioni condivise. I ragazzi hanno ampi spazi per giocare all’aria aperta e per andare in bicicletta. I prodotti della comunità vengono conservati in un apposito magazzino autogestito. Nessun residente è proprietario dell’immobile e pertanto paga una quota mensile calcolata in funzione allo spazio occupato e al numero di componenti del suo nucleo familiare. Nell’affitto mensile sono incluse le spese comunitarie di manutenzione, gas, elettricità, tasse comunali, e i costi connessi alla produzione del cibo (miele, conserve, latticini, insaccati, ecc.) e le consumazioni dei pasti, così come l’uso di materiali di consumo come detersivi, tè, caffè, farina, etc. L’importo effettivo pagato ogni mese varia in funzione dei consumi, ma è il più competitivo nel mercato immobiliare locale rispetto alle formule abitative tradizionali.

L’unico punto negativo che abbiamo trovato di questa comunità è il divieto di ospitare animali da compagnia, pensiamo per non compromettere il libero pascolo degli animali allevati a scopo alimentare.

Fonte: Architettura Sostenibile (immagine tratta dallo stesso sito)

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