Una prigione chiamata memoria

di Giuseppe Aragno

Il baraccone s’è messo in moto. Siamo prigionieri e non troveremo modo d’evitarlo. Per quanta rabbia potremo mostrare, quale che sia l’insofferenza che opporremo, in qualche modo ci scoveranno e, potete giurarci, in qualche modo ci faranno partecipare e dovremo ascoltarli. Qualcuno premerà un pulsante e, come per incanto, in ogni angolo e piazza, in ogni strada e in ogni casa, da qualunque pulpito e da ogni cattedra, tutti “ricorderemo”: le televisioni ci mostreranno senza interruzione l’orrore dei lager, la tragedia dei camini, la feroce menzogna delle docce, l’invisibile agonia dei gas. Rivedremo, angosciati, cataste di cadaveri ammonticchiati nel bianco e nero cupo dei filmati d’epoca, i liberatori inorriditi (non più sovietici, però, ma americani), i carnefici grigi come la terra asciutta, i lampi di vita ostinata negli occhi dio sa come aperti su volti scheletriti, su mucchi d’ossa infagottati in un pigiama lacero di stoffa a righe. Un pulsante premuto e sarà “memoria” telecomandata.

Un giorno intero, anzi no, qualcosa in più d’un giorno, il tempo che occorre a suscitare il pathos con una pletora spocchiosa di esperti, con fiumi di parole sempre uguali, sempre ovvie e più spesso banali. Parole senza vita vera. Ci sono cose che un professore non può tacere ai suoi studenti: se l’idiozia di questo tempo nostro feroce è stupefacente, disgustosa è l’ipocrisia che ci governa. Per tutto un anno, un popolo di smemorati vive di sensazioni forti e allucinate, vive senza farsi domande una vita virtuale e si lascia convincere che il rumeno stupra, il rom è ladro, l’albanese mafioso e il musulmano terrorista. Per un anno intero ascolta con fede incrollabile la nostra Gestapo che processa nell’immensa piazza Vespa gli ebrei del nostro tempo e passa con noncuranza davanti ai nostri campi di concentramento. Indifferente vive la sua vita come comandano moda e pubblicità, tra ombre sfuggite alla morte silenziosa nel Mediterraneo, tra un dolore che non ha fine, ma non apre brecce nei cuori inebetiti dalle droghe del consumismo. Così è per un anno, ma il 27 c’è il rito della memoria e occorre d’improvviso “ricordare”. Tutto è stato costruito ad arte: si vuole che voi abbiate memoria di tutto il male ch’è stato, ma non riusciate a vedere nulla dell’infinito male che vi circonda. E’ infatti scientificamente provato che una micidiale overdose di antico razzismo ha la forza d’un vaccino: fa di un popolo di senza storia una massa di consumatori di dolore virtuale immuni dall’orrore autentico. Un orrore ben più vivo di quello storico, più diffuso, più ostentato, più sottilmente teorizzato, più modernamente organizzato.

Che può dirvi un vecchio professore che già non v’abbiano detto? Cercate una risposta dentro di voi e per quello che ritenete ingiusto, pretendete giustizia. Pretendetela per voi e per gli altri, strappatela, se occorre, come potrete. E un diritto e vi spetta.

La lezione che potete ricavare dall’inganno del 27 gennaio è amara ma preziosa: gli uomini che amano il bene non possono ubbidire a ordini ingiusti e malvagi. Non c’è legge, regola o convenzione che conti. Urlatelo forte, andatelo a dire tutti insieme a chi occupa illegalmente il Parlamento, a chi parla di civiltà europea mentre sostiene il fascismo ucraino, a chi macella palestinesi, tortura a Guantanamo ed esporta democrazia con bombe al fosforo bianco e uranio depotenziato. Urlatelo il 27 da ogni cattedra, voi che insegnate. Spiegatelo a sedicenti ministri cos’è la scuola. Quella che non conoscono e pretendono di governare.

Fonte: blog di Giuseppe Aragno, poi ripreso anche da AgoràVox

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