L’eroe cecchino e la guardia di Guantanamo

X-ray di Dafni Ruscetta

Prendo spunto da un articolo apparso il 30 gennaio su Repubblica, a firma di Vittorio Zucconi, sull’ultimo film di Clint Eastwood, The American Sniper. Premetto che non sono affatto un esperto cinematografico, il mio vuole essere un giudizio neutro da semplice spettatore che ha una sua particolare visione del mondo. Il film non mi ha entusiasmato, anzi mi ha provocato sensazioni non proprio positive dal punto di vista emotivo e, forse, anche da una prospettiva più razionale o intellettuale. E’ vero, devo onestamente riconoscerlo,  la mia visione è anche un po’ ideologica, viziata forse da un  background di una sinistra che ha sempre solo sventolato la bandiera con i colori dell’arcobaleno, senza tuttavia mai contrapporre una visione realistica e matura della difesa militare di un territorio o di una cultura. Ma non mi addentro, adesso, nell’analisi di una questione molto complicata che richiederebbe riflessioni ben più ampie. Tornando al film, sebbene la mia sia – come dicevo appunto – una visione ideologicamente schierata contro la guerra e contro chiunque offenda la vita, ho trovato che Eastwood si sia lasciato andare a una retorica nazionalistica abbastanza deludente dal mio punto di vista. Il Clint che anche negli ultimi anni ci aveva abituato a ben altri ritratti umani, scendendo nelle profondità tipiche di persone che conoscono –  o che vogliono conoscere – l’animo dell’uomo. Con The American Sniper si celebra la vita di un uomo che – come dimostra anche l’articolo di Zucconi – divide, ancora una volta, parte della società occidentale in fazioni. E il film probabilmente si ricorderà più per questo suo effetto, per l’aspetto ideologico e ‘politico’ che produce, che per la qualità del film stesso. D’altra parte concordo con Zucconi quando dice che il film non ha “neppure cinematograficamente, la magniloquenza retorica dei kolossal di Kubrick, di Stone o di Coppola” sulla guerra. Devo comunque riconoscere un merito a Eastwood che, nel celebrare il suo “eroe” sebbene un eroe scomodo, dà un’immagine nitida della civiltà e del tempo in cui ci troviamo a vivere. Papa Francesco ha ragione quando afferma che ci troviamo già nello scenario di una terza guerra mondiale, un conflitto “a pezzetti” in cui prevale un livello di crudeltà spaventosa e dove la tortura è diventata ordinaria. E in quello scenario Eastwood ha narrato il suo pezzo di storia, grazie al racconto della vita di un uomo qualunque, Chris Kyle, divenuto celebre per aver superato il record di uccisioni nella storia dei cecchini americani. Ditemi se questo non è uno spaccato sufficientemente fedele della cultura (intesa in senso antropologico), del tempo in cui ci troviamo a vivere…un uomo venuto dalla periferia di una società in cui sparare è un divertimento di molti cittadini, che mette in pratica le regole di quel divertimento e ne fa un lavoro. E, tramite quel lavoro, non solo riesce a mantenere una famiglia, ma arriva a diventare un eroe nazionale, quasi un’icona dopo la sua morte prematura per mano di un suo connazionale un po’ disturbato. Ecco perché la parte documentaristica del funerale di Kyle mi è sembrata quella più retorica e fastidiosa. E quando un media potente come il cinema decide di celebrare un uomo qualunque – nonostante le sue grandi debolezze, nevrosi, paure –  per fini ideologici e ‘politici’, quasi identitari, l’effetto spesso diventa dirompente. Non mi era mai capitato, almeno negli ultimi vent’anni infatti, di assistere a un lungo applauso alla fine della proiezione di un film, dal quale mi sono astenuto. Anzi, la cosa mi ha imbarazzato non poco, forse perché il film non mi era piaciuto affatto e, soprattutto, perché non ho apprezzato la celebrazione di un ‘eroe’ che a me non sembrava affatto tale. Torno a dire: ditemi se questo non è uno spaccato sufficientemente fedele del tempo in cui ci troviamo a vivere…Ma, come dicevo inizialmente, riconosco anche di essere ideologicamente schierato, quindi portatore di una visione ‘relativista’ e forse parziale. D’altra parte mi ci vorrebbero almeno altri dieci articoli per commentare quali sarebbero i veri eroi secondo la mia visione e quali altri  grandi personaggi della storia celebrati come eroi per me non siano stati affatto tali.

Allora mi permetto, a questo punto, di non continuare nel mio giudizio negativo sul film di Eastwood – che pure continuo ad ammirare come regista – quanto piuttosto a esprimere un parere estremamente favorevole su un altro film che ho visto all’estero qualche settimana fa (in lingua originale), che credo debba ancora uscire in Italia e che, pertanto, consiglio di vedere. Il titolo, in lingua inglese, è Camp X-Ray, diretto da Peter Sattler e uscito negli Stati Uniti a ottobre. E’ un film drammatico, questa volta la guerra è sullo sfondo, narrando in realtà alcuni momenti della vita di Amy Cole, una guardia carceraria della base di Guantanamo, località tristemente nota per episodi di tortura nei confronti dei prigionieri di guerra. Questo film, a mio avviso, si contrappone in maniera esemplare all’opera di Eastwood, celebrando all’opposto la forza dell’amore, della pietà e della lealtà umana pur in un contesto infernale come quello di un campo di prigionia. Amy Cole (impersonata dall’attrice Kristen Stewart)  non sarà mai un eroe (eroina) nazionale alla maniera del Kyle eastwoodiano, ma dà certamente un senso allo slogan ‘restiamo umani’ del povero Vittorio Arrigoni. Bastano piccoli gesti, concreti, quotidiani, per fare di questo mondo un territorio di pace. Il film di Sattler (premiato al Sundance Festival dello scorso anno) va in questa direzione perché fa emozionare (cosa c’è di più ‘umano’ delle emozioni?), pur essendo un film intelligente. E, questa volta sì, meriterebbe tanti applausi.

di Dafni Ruscetta

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