Archives for febbraio2015

Chi è davvero Bono Vox? L’inchiesta choc sugli U2

Ma Bono, la rockstar leader degli U2, è buono davvero? Leggendo il libro di Harry Browne “The Frontman. Bono (nel nome del potere)” tradotto da Alberto Prunetti e uscito per le edizioni Alegre, sembra proprio di no. Sotto i panni del filantropo scopriamo che si nasconde l’uomo di fiducia delle lobby del potere economico e politico mondiale.

bonoSeguendo i metodi del giornalismo d’inchiesta, Browne, irlandese ma di origini italo-americane, ha analizzato e scandagliato in maniera precisa e approfondita un’infinità di dati e fonti che fanno a pezzi il personaggio carismatico degli U2. Una lucida analisi che si occupa di “smontare” passo dopo passo i tre grandi scenari nei quali si muove la figura di Bono Vox:  l’Irlanda, l’Africa e il mondo delle corporations.

“This is not a rebel song”

Si parte dal conflitto nord-irlandese, presente nella celebre traccia “Sunday Bloody Sunday“, e dal testo ambiguo scritto dagli autori: “Questa non è una canzone di ribellione” ripete fin dagli anni ’80 il leader Bono Vox durante i concerti e a buon ragione. La canzone si riferisce a due eventi sanguinosi della storia irlandese: uno avvenne nel 1920 quando l’Ira (Esercito Repubblicano Irlandese) uccise diversi agenti britannici e dei tifosi persero la vita sotto il fuoco dell’esercito inglese a una partita di calcio e il secondo, più recente, ebbe luogo nel 1972, quando i paracadutisti inglesi uccisero dei civili disarmati nella marcia di Derry che rivendicavano i diritti dell’Irlanda del Nord.

“Sunday bloody sunday” venne percepita dal pubblico come una canzone che si opponeva ai massacri e che ribadiva l’identità irlandese, ma di quale irlandesità si trattava? In realtà il testo non dice nulla sui responsabili dei massacri, i quali tra l’altro vengono descritti in modo fin troppo vago. Alcuni versi offensivi per coloro che reclamavano i diritti civili furono addirittura modificati in corsa dal chitarrista The Edge: gli U2 volevano rimanere sfuggenti. Segno che la linea del gruppo rock sull’argomento era ben delineata e seguiva un orientamento preciso, quello di non spiacere a nessuno.

La canzone è infatti un inno alla pace che nasconde volutamente l’idea del conflitto vanificandone le ragioni. Accade che mettendo tutto in un gran calderone il gruppo sostenne le posizioni dell’establishment britannico e di quello irlandese moderatomantenendo il silenzio sulle cause del conflitto e sul ruolo stragista dello stato, in questo modo però non fece che prolungare la guerra, dando la colpa dei massacri ad un’Ira impazzita e assetata di sangue. La carriera di Paul Hewson, in arte Bono Vox, “buona voce” della middle class irlandese, ebbe in compenso molti benefici proprio dalla questione nord-irlandese.

“Credo che la più grande beneficenza sia pagare le tasse nel paese in cui vivi”. (Bono Vox)

Tra gli argomenti principali per cui gli U2 non sono più tanto amati in Irlanda, c’è quello dell’evasione fiscale. Una premessa: nel paese fino a pochi anni fa vigeva un regime di tassazione agevolato, in particolare per le royalties degli artisti, ma a causa della crescente crisi economica nel 2006, il governo irlandese fissò un tetto per l’esenzione a 250.000 euro annui per contribuente – soglia che la grande maggioranza di scrittori, pittori e musicisti poteva solo sognare, ma che per gli U2 costituiva un problema immediato. La band reagì con rapidità, spostando il ramo della pubblicazione musicale ad Amsterdam, dove i diritti d’autore sarebbero stati tassati solo al 5%.

Il quotidiano “Irish Times” li criticò duramente e ne fece una questione morale: “È un po’ troppo facile dare lezioni ai contribuenti del ceto medio sulle responsabilità del loro governo, mentre giri il mondo da un posto affascinante all’altro, e un terzo dei tuoi guadagni è esentasse. Ma se un obiettivo-chiave della tua campagna è alzare la quota di aiuti del governo irlandese ai paesi poveri fino allo 0,7% del Pil, allora non è bello che, dopo più di vent’anni di esenzione fiscale, salti giù dalla nave per non pagare quello che molti vedono come il tuo doveroso contributo”.

Accusati in sostanza di aver privatizzato i profitti e socializzato le perdite, Bono e compagni abbandonavano l’Irlanda al proprio destino, proprio quando il paese aveva più bisogno di reddito per resistere al programma di austerità selvaggia del governo. Persino la cantante Sinead O’Connor reagì piccata e inviò un tweet al cantante, storpiandone il nome: “ Io le tasse le pago in Irlanda, Bozo”.

Come una corporation

Gli U2 non sono solo una rockband. da diversi anni sono diventati una holding, la società si chiama Not Us Ltd, e arrivò sotto i riflettori nel 1995, quando venne minacciata di essere depennata dal registro delle imprese per non aver presentato la dichiarazione dei redditi. La corporation, perché di questo si tratta, conta innumerevoli società dal profilo incertoresidenti in paradisi fiscali off-shore, ma soprattutto il grosso delle attività di alcune di esse sembra consistere nel farsi prestiti a vicenda. Scatole cinesi per nascondere debiti, speculazioni edilizie e società in fallimento.

Bono Vox, mentre si ammanta di un blando pacifismo, è stato proprietario negli Usa di due società produttrici di videogiochi di guerra, uno di questi aveva come scenario una missione particolare: andare in Venezuela per conto di alcune società, creare un colpo di stato per togliere di mezzo un odioso tiranno venezuelano (ogni riferimento a Hugo Chavez è puramente casuale). Bono non ha mai commentato pubblicamente le lamentele dei politici e degli attivisti venezuelani che, assieme ad alcuni intellettuali statunitensi, sottolineavano quanto l’idea di un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti contro il governo del loro paese fosse spaventosa.

Nel 2004 viene creata ONE, organizzazione senza scopo di lucro, ONE viene dal titolo di una delle migliori canzoni degli U2 e ha una sua forza. Inizialmente era una coalizione di organizzazioni statunitensi, tra cui Oxfam America, Save the Children, World Vision, Data, parteciparono anche diversi personaggi pubblici, tra cui Condoleezza Rice. Ma il contributo finanziario più rilevante è senz’altro quello della Fondazione di Melinda e Bill Gates.

Ma cosa si propone di fare la ONE? Essenzialmente pratiche di lobbying planetarie sui temi della filantropia.

Cosa accade in verità? Solo l’1% del ricavato è destinato ad opere caritatevoli.

Qual è l’obiettivo reale che persegue? Imbonire con le parole il pubblico occidentale sulla promozione di soluzioni scientifiche e tecnologiche, volte ad aumentare la produzione agricola nelle zone più povere del mondo, attraverso l’uso degli OGM, perlopiù in partnership con aziende come Monsanto!

“La fame è una cosa assurda… ma sappiamo cosa fare” 

Fin dagli anni in cui Bono Vox si dava da fare con i baracconi finti del Live Aidper l’Africa ha sempre proposto soluzioni neoliberiste. Browne su questo punto insiste con dovizia di particolari, ma egli non prende di mira la rockstar nella sua persona, analizza, invece in maniera lucida e dettagliata il modo in cui personaggi simili servano al capitalismo e quale sia la loro funzione sistemica.

Il giornalista racconta che in un convegno in Africa sulla povertà ad un certo punto prese la parola un militante africano già arrestato dal suo governo, il quale mosse una critica, condivisa anche da tanti economisti, al sistema di aiuti occidentali, mettendo in discussione le modalità, la consistenza dei fondi e le ditte africane che gestivano questi soldi. Bono lo interruppe e gli disse una parola sola: “Stronzate!”, rivelando tutto la sua arroganza daneocolonialista bianco che sa come devono essere compiute le azioni di sostegno, perché devono andare naturalmente verso i profitti dell’Occidente.

I programmi di agrobusiness che queste società statunitensi stanno portando avanti in diversi paesi come l’India e il Messico hanno infatti prodotto l’indebitamento dei contadini, costringendoli a vendere le proprie terre per poter sostenere le spese necessarie ad acquistare i semi Ogm e i fertilizzanti, ormai divenuti necessari su terreni esauriti.

G8, Camp David 2012 –  Bono era stato invitato a parlare al Global Food Summit e in quell’occasione dichiarò a un intervistatore: «You know, nessuno vuole più vedere quei pancioni dilatati (sic)… La fame è una cosa assurda. E sappiamo cosa fare per risolvere la faccenda. You know, ci sono questi nuovi approcci globali all’agricoltura che incrementano la produttività».

In quel “sappiamo” ritroviamo, di nuovo, quella visione coloniale del mondo occidentale che conosce la soluzione e la impone a un paese ritenuto inferiore di autodeterminarsi. La campagna per l’Africa si rivela una grande pratica di marketing e le attività intraprese da Bono sulla cancellazione del debito dei paesi poveri sembrano essere nate con ben altri obiettivi e altri scopi. Secondo l’analisi di Browne, i paesi in difficoltà sarebbero comunque rimasti sempre insolventi poiché incapaci di produrre ricchezza e, già prima che arrivasse Bono, la Casa Bianca si era impegnata a ridurre di due terzi il debito dei paesi poveri, mediante un piano della Banca Mondiale.

Quello che invece il leader degli U2 si guarda bene dal discutere con i potenti del mondo, come Tony Blair, George Bush, o Bill Clinton, sono le ragioni per cui in questi paesi l’economia resta bloccata e asservita a strutture autoritarie spesso appoggiate dalle multinazionali che hanno bisogno dei terreni africani per produrre prodotti da vendere in costosi ristoranti.

A supporto di questo ragionamento l’autore dimostra, con un ampio corredo di dati, che dove Bono è passato la povertà non è affatto diminuita ma semmai aumentata.

Il cantante, secondo Browne, fa parte a pieno titolo dell’industria contemporanea basata sull’umanitarismo delle celebrità, la quale proponendo false soluzioni sui temi della disuguaglianza e della povertà contribuisce in questo modo al mantenimento dello stato di fatto.

“E allora smettila!”

Uno degli aneddoti curiosi, narrati nel libro-inchiesta, merita sicuramente di essere ricordato. Ad un concerto a Glasgow la band ad un certo punto impone il silenzio e Bono Vox comincia a battere le mani in modo solenne, scandendo con lentezza il ritmo per richiamare l’attenzione. A questo punto dovrebbe partire uno dei suoi soliti discorsi sensibilizzanti sull’Africa e infatti lui attacca: “Ogni volta che batto le mani in Africa muore un bambino”. Sembra che qualcuno dal pubblico, in un impeto di ribellione, gli abbia risposto: “Be’ allora smetti di farlo”. Storiella forse apocrifa, avverte l’autore, ma arcinota tra il pubblico dei club irlandesi e inglesi che della pseudo filantropia di Bono non ne vuole più sapere.

Fonte: www.picenooggi.it

Read More

Il mito della governabilità

di Aldo Giannuli

crisi_italia_940A metà anni ottanta Bettino Craxi sollevò il problema della “governabilità”, prontamente soccorso dal prof. Giancarlo Miglio che, statistiche alla mano, dimostrò che l’Italia era un paese patologicamente instabile: la durata dei governi era fra le più basse d’Europa, il processo decisionale fra i più lenti, il Parlamento fra i meno produttivi quanto a  riforme di grande portata, mentre eccelleva per la produzione di interesse microsettoriale ecc.

La colpa di tutto questo era da dare alla forma di governo parlamentare, che, connessa al sistema elettorale proporzionale, produceva la particolare forma del governo di coalizione, esposto ad un continuo mercanteggiamento interno ed a frequenti crisi di governo. Il che, in una certa misura, era vero.

I rimedi proposti da Craxi e da Miglio erano il passaggio a forme di governo presidenziali (Miglio) o semi presidenziali (Craxi) e la modifica del sistema elettorale attraverso l’introduzione di soglie di sbarramento, che favorissero la fusione fra forze affini. Queste proposte vennero vivamente criticate a sinistra (all’epoca il Pci era all’opposizione ed era molto sensibile alla tutela delle minoranze ed al principio della rappresentatività parlamentare, sostanzialmente per proteggere sé stesso). Si obiettò che la governabilità non è un valore in sé stesso, diversamente occorrerebbe dire che il miglior governo è stato il governo Mussolini, sicuramente il più stabile, omogeneo e decisionista che il paese abbia mai avuto.

La qualità dell’azione di governo non può essere giudicata sul piano della sua durata e della velocità dei processi decisionali, ma investe anche il merito delle scelte operate.

D’altro canto, l’idea di democrazia che la Resistenza aveva sedimentato era basata sulla più ampia partecipazione popolare ed il regime parlamentare, proprio attraverso le sue “fessure”, le sue contraddizioni, le sue “instabilità” garantiva che l’esecutivo non si affrancasse troppo dalla base popolare: il mandato elettorale non era inteso come una autorizzazione in bianco per una durata quinquennale. E, dunque, la sinistra denunciava il carattere autoritario del disegno craxiano e di Miglio.

In realtà, quel progetto era influenzato dal modello di “governo forte” prodotto dall’esperienza francese che è un sistema parlamentare modificato in senso “semi presidenziale”, peraltro, era assai meno autoritario di quanto non sarebbe emerso di lì a qualche anno.

Infatti, dopo poco iniziò a spirare il vento neo liberista, per sua natura oligarchico ed antidemocratico e l’assalto alla democrazia fu ben più pesante. E furono i radicali a farsene portatori insieme all’esponente della destra democristiana Mario Segni (un nome, una garanzia!).

Ma la svolta non sarebbe passata se, ad assecondarla e sostenerla non si fosse aggiunto il Pds, il cui gruppo dirigente occhettiano stupiva, prima ancora che per l’assoluto opportunismo, per la sconcertante impreparazione. Il Pds, conquistato alla cultura emergenzialista del neo-liberismo, fu lo strumento cieco del colpo di Stato che ha portato alla  Seconda Repubblica.

Peraltro, l’adozione del sistema maggioritario non realizzò nessuno dei miracoli che si riprometteva: la durata media dei governi crebbe, ma di assai poco, ed, in venti anni, non c’è stato un solo “governo di legislatura”. Il processo decisionale non è stato più rapido, in compenso è cresciuto e di molto il numero delle “riforme sbagliate” (cioè che hanno ottenuto risultati opposti a quelli pensati, ma su questo torneremo). E non si realizzò neppure il promesso bipartitismo, ma un ben più modesto bipolarismo che, sostanzialmente, manteneva la natura del “governo di coalizione”, semplicemente anticipando la formazione delle coalizioni a prima del voto. Proliferarono, in compenso, i piccoli partiti “personali” pronti a passare da uno schieramento all’altro. Soprattutto la geniale riforma incrementò un nomadismo parlamentare che rinnovava i fasti del parlamento pre fascista. Tutto questo è governabilità?

Ma, poi, siamo sicuri che l’assenza di governo sia un fenomeno da cui temere disastri irreparabili? Beninteso: meglio avere istituzioni funzionanti che paralizzate, ma vorrei ricordare che il Belgio è stato senza governo per 30 mesi di fila e non mi pare sia sprofondato in chissà quale baratro. Peraltro non è per nulla vero che governo di coalizione e relativa instabilità siano incompatibili con un accettabile rendimento del sistema politico. Come dimostrano infiniti esempi.

Forse vale la pena di ricordare che il sistema parlamentare-proporzionale della prima repubblica ha prodotto un riformismo ben più forte ed incisivo di quanto poi non si sia dimostrato capace di fare il sistema politico della seconda repubblica: riforma della media unificata e scolarizzazione di massa, riforma del codice di procedura penale, statuto dei diritti dei lavoratori, legge “erga omnes”, divorzio, istituzione della giustizia amministrativa, nuovo diritto di famiglia, riforma sanitaria, riforma agraria e potremmo continuare a lungo. Tutte riforme che surclassano per qualità, rendimento e durata le “riformicchie” e le controriforme del parlamento della seconda repubblica, senza alcun possibile confronto.

E spiace dire, ma è vero, che la maggior parte delle riforme peggiori e più antipopolari le hanno fatte i governi di centro sinistra. Pensate solo alla riforma del Titolo V della Costituzione fatta nel 2000 ed alla quale si sta rimettendo ora mano per la sua assoluta inefficienza (anche se l’attuale rimedio mi sembra ancora peggiorativo della riforma precedente).

La “governabilità” della seconda repubblica ha messo in fila solo una lunga serie di fallimenti. Di fatto, il sistema maggioritario ha conseguito un solo risultato vero: blindare il sistema politico, assicurando ai due maggiori partiti la comoda rendita di posizione del “voto utile”, senza della quale tanto Forza Italia, quanto e più ancora il Pdi-Ds-Pd sarebbero saltati in aria già sette-otto anni fa. La variante attuale è quella di assicurare questa rendita al solo Pd, trasformato in un partito omnibus, di destra, di centro e di “sinistra”, alternativo a sé stesso: un vero regime.

Mi si chiede ma che governo verrebbe fuori da un parlamento diviso più o meno in egual misura fra Fi, Pd e M5s? Semplice: un qualche governo di coalizione. Fra chi? C’è un errore concettuale molto forte nell’applicare le nuove formule che trasformano i voti in seggi ai risultati delle ultime elezioni o degli ultimi sondaggi per ricavare una certa composizione del prossimo Parlamento. L’errore consiste nel non considerare che un nuovo sistema elettorale modifica il comportamento tanto degli elettori quanto delle forze politiche. Quando si passò al sistema maggioritario, l’ufficio studi della Camera curò un volumetto (che conservo gelosamente) nel quale si ricalcolavano i risultati delle elezioni precedenti sulla base di nuovi collegi elettorali e della quota proporzionale prevista dalla legge appena approvata. Il risultato era che la Dc avrebbe vinto qualunque fossero state le aggregazioni possibili, la sinistra avrebbe perso e la destra sarebbe scomparsa o, al massimo, avrebbe ottenuto una decina di seggi di quota proporzionale mentre la Lega ne avrebbe conquistati alcuni nei collegi uninominali. Morale: solo 5 mesi dopo la Dc era spazzata via, il suo erede, il Ppi, vinceva in solo 4 collegi uninominali e prendeva in tutto 46 seggi. La sinistra (Pds, Verdi, Rete, Rifondazione e quel che restava del Psi) prendeva poco più di un terzo dei seggi, mentre la vittoria andava alla coalizione di destra, al cui interno il partito con più voti era Forza Italia, formatasi solo tre mesi prima. I partiti non erano più gli stessi e l’elettorato si distribuiva in modo assai difforme alle precedenti elezioni ed anche ai sondaggi.

E’ molto probabile che il ritorno ad un sistema para proporzionale rimescoli le carte, che nascano nuovi partiti, se ne spacchino o ne scompaiano di precedenti, e l’elettorato si redistribuisca in modo diverso. C’è anche da calcolare il diverso effetto del voto di preferenza sulla scelta della lista.

Come si fa a dire ora che parlamento verrà fuori? Quando ci saranno i risultati vedremo cosa è possibile fare. A volte si ha la sensazione che l’ideale di democrazia per la gente del Pd sia che i risultati siano noti prima ancora del voto. Ed è anche ragionevole pensare che assisteremo ad un rimescolamento che chiederà più di un turno di elezioni politiche per acquisire una conformazione stabile. Cosa c’è di strano?

Ma se proprio si ritiene che occorra a tutti i costi assicurare il sacro totem della “governabilità”, si abbia il coraggio di fare la scelta più conseguente: proporre una riforma presidenziale. L’unico modo per assicurare un governo stabile per un determinato periodo, è il presidenzialismo, che, peraltro, può benissimo convivere con un parlamento eletto con sistema proporzionale. Certo occorrerebbe rivedere tutta la Costituzione (e magari eleggere un’apposita Assemblea Costituente) ma almeno avremmo un assetto coerente delle istituzioni. Io sono per la repubblica parlamentare, ma una repubblica presidenziale con un parlamento davvero rappresentativo non mi scandalizza affatto ed è preferibile a questo sgorbio di repubblica che non è parlamentare, non è presidenziale ma è di proprietà personale dell’Unto o untorello di turno.

Fonte: blog di Aldo Giannuli  (l’immagine è tratta dal sito stesso)

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Praticare la condivisione: cominciamo dai libri

di Franco Folini

Si parla molto di economia dello scambio e dell’importanza della condivisone nel creare e rinsaldare i legami all’interno di una comunità. Molti di noi si domandano in che modo cominciare a praticare la condivisione e come sperimentare i benefici e il piacere che ne derivano. Suggerisco di cominciare da un oggetto semplice e comune come il libro. Ciascuno di noi ha in casa dei libri. Qualcuno ha solo un piccolo scaffale, altri più fortunati hanno intere stanze sature di volumi. Perchè tenere tutti questi libri rinchiusi, quasi prigionieri di una libreria? Proviamo a pensare a modi per liberarne alcuni e lasciare che viaggino nel mondo condividendoli con altri lettori. Non intendo certo allontanarvi dai libri cui siete più affezionati, quelli che vi piace sfogliare o che vorreste un giorno rileggere. Parlo di quei volumi cui potremmo rinunciare senza troppi rimpianti o attacchi di nostalgia. Suggerisco, con un piccolo aiuto da Internet, due possibili modalità per rimettere in libertà alcuni dei nostri libri.

Le Etichette e il logo di BookCrossing

Le etichette creatre con BookCrossing consentono di scoprire la storia di ciascun volume

BookCrossing
BookCrossing è un popolare sito web in cui registrare gratuitamente i libri che intendiamo condividere. Ad ogni libro registrato viene automaticamente assegnato un identificatore univoco (BCID) e una pagina web pronta a documentarne la storia. Noi dobbiamo solamente riportare l’identificatore su un’etichetta che applicheremo all’interno della copertina (le etichette sono direttamente scaricabili e stampabili dal sito web). A questo punto dobbiamo scegliere un luogo dove rilasciare il nostro volume. Le possiblità sono infinite: potrebbe essere la panchina di un giardinetto, il tavolino di un caffè, o la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria. Individuato il luogo del rilascio, giunge il fatidico momento di separarci dal nostro amato volume e lasciare che il destino se ne prenda cura facendolo arrivare tra le mani di un appassionato lettore! Grazie all’identificatore univoco, il fortunato che lo ritroverà potrà registrarne online il ritrovamento documentando pubblicamente un nuovo episodio nella vita del nostro libro. Il fortunato lettore potrà tenersi il libro oppure rimetterlo in libertà per una nuova avventura. Dal nostro computer, in ogni momento, noi potremo seguirlo su BookCrossing.com scoprendo dove e con chi si trova, entusiasmandoci per i suoi viaggi e le sue avventure.

Alcune Little Free Library negli Stati Uniti

Alcune Little Free Library negli Stati Uniti

Little Free Library (Piccola Biblioteca Gratuita)
Little Free Library è una variante del BookCrossing per la condivisione dei libri (i due sistemi possono coesistere). Invece di abbandonare i libri nel mondo sperando che finiscano nelle mani di nuovi lettori, prepariamo un luogo protetto e accessibile a tutti dove liberarli. Ad esempio, costruiamo o acquistiamo una cassetta in legno decorata e la installiamo di fronte a casa o in un luogo pubblico, come ad esempio un bar o una scuola. Attenzione a non dimenticare di chiedere il permesso ai proprietari o alle persone responsabili del luogo prescelto. Nella cassetta mettiamo i libri che desideriamo condividere. Avremo così creato la nostra Little Free Library. Ogni Little Free Library diventa un punto di incontro e scambio per lettori: chiunque può prendere un libro, lasciare un libro, o scambiare un libro con un altro. Siamo ora pronti per registrare la nostra nuova piccola libreria sul sito web di Little Free Library per un piccolo contributo. La registrazione è importante perchè darà grande visibilita’ alla nostra Little Free Library rendendola visibile e facilmente individuabile a tutti i lettori alla ricerca di nuove avventurose letture o semplicemente come noi interessati a scambiare e condividere alcuni libri.

Little Free Library a Piedmont, CA

Little Free Library #2619 a Piedmont, CA – Foto di Franco Folini

Fonte: Punto Ponte

Read More

GB, via libera al parco eolico offshore più grande del mondo

Il dipartimento britannico dell’Energia ha dato il suo benestare al progetto per il parco eolico offshore più grande del mondo, che sorgerà 80 miglia al largo della costa dello Yorkshire, nel Dogger Bank…Il dipartimento britannico dell’Energia ha dato il suo benestare al progetto per il parco eolico offshore più grande del mondo, che sorgerà 80 miglia al largo della costa dello Yorkshire, nel Dogger Bank. 
Come spiega il quotidiano Guardian, ilDogger Bank Creyke Beck, se portato a termine secondo i piani, conterà circa 400 turbine e coprirà oltre 1.100 kmq, circa il doppio rispetto a quello che ad oggi è il parco eolico più grande del Regno Unito. Avrà un costo compreso tra i 6 e gli 8 miliardi di sterline e sarà in grado di soddisfare il 2,5% delle fabbisogno britannico di energia elettrica, pari ai consumi di circa 2 milioni di case. Stando all’annuncio del governo d’Oltremanica, darà lavoro a circa 900 persone tra Yorkshire e Humberside. Da qui alla costruzione delle prime turbine, comunque, potrebbero passare ancora degli anni: ora che i permessi sono arrivati, la cordata promotrice del progetto dovrà prendere la sua decisione finale sugli investimenti necessari.
Il ministro dell’Energia Ed Davey, nel dare l’annuncio, ha voluto sottolineare il fatto che l’energia eolica è “vitale” per l’economia e l’occupazione, oltre a ridurre la dipendenza dalle importazionidi energia dall’estero. Nel Regno Unito, ha dichiarato, sono stati investiti “14,5 miliardi di sterline dal 2010 in un settore che garantisce 35.400 posti di lavoro”. Attualmente nel Regno Unito ci sono circa 1.200 turbine eoliche offshore, che generano in tutto circa 4 GW di energia.

Foto di Hans Hillawaert
Fonte: Wikimedia Commons, pubblicato anche su www.valori.it

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Decluttering: i benefici di liberarsi del superfluo in maniera ecosostenibile

decluttering-vantaggi-a.jpgdi Mariangela Martellotta

Clutter in inglese significa letteralmente “accumulo di cose inutili”: porre limite al superfluo ha fatto sì che fosse coniato il neologismo decluttering. Rimettere in ordine gli spazi in cui si vive, si lavora o si spendono ore per le proprie attività vuol dire anche mettere ordine nella propria vita. Liberarsi di ciò che non occorre più o che non è mai servito consente di fare spazio in un luogo incidendo direttamente sulla sfera emotiva di chi quel luogo lo vive. Decluttering è quindi il termine che indica l’azione del fare spazio in maniera consapevole, eliminando quel che risulta ingombrante. Liberarsi del superfluo per vivere in maniera più confortevole, anche distaccandosi da oggetti che richiamano ricordi spiacevoli in taluni casi.

I BENEFICI DEL DECLUTTERING

Il primo tangibile beneficio del decluttering è il poter guadagnare tempo, se pensiamo a quello perso quotidianamente per ritrovare piccoli oggetti sparsi per la nostra abitazione come chiavi, cellulari, documenti etc… Più gli oggetti si accumulano e maggiore è il rischio di perderli, e talvolta anche di gettarli inconsciamente nella spazzatura.

Ciò che non si trova provoca  stati d’ansia e di preoccupazione soprattutto quando si ha fretta; per cui ordine e spazio offrono di contro serenità e calma. Con il decluttering gli oggetti effettivamente utili restano sempre facilmente raggiungibili per l’utilizzo. La propria abitazione finirà con l’essere equilibrata tra spazi pieni e spazi vuoti e, come anche la disciplina del feng-shui insegna, consentirà ai suoi abitanti benessere interiore e a chi la visita un senso di stima verso quel luogo.

INTERROGATIVI DA PORSI PER LIBERARSI DEL SUPERFLUO

Non è sempre facile capire cosa sia superfluo e cosa no; spesso non si rinuncia a degli oggetti per legami affettivi nonostante essi non solo siano inutili ma a volte anche ingombranti per lo spazio in cui vengono collocati! Come di suol dire “il troppo stroppia” per cui è consentito conservare i ricordi ma a patto che essi non prendano il sopravvento fra le cose effettivamente utili in un’abitazione. Occorre porsi delle semplici domande che consentano di capire quali siano gli oggetti di cui è il caso di liberarsi.

  1. L’”oggetto” è stato mai usato?
  2. L’”oggetto” serve al suo scopo?
  3. L’”oggetto” è davvero un ricordo unico e insostituibile?
  4. L’”oggetto” è un doppione di altri oggetti che si possiedono?
  5. L’”oggetto”, nel caso assolva ad una funzione ma risulti eccessivamente ingombrante, rumoroso, antiestetico etc… può essere sostituito con uno omologo più discreto e funzionale?

Queste dovrebbero essere le principali domande da porsi quando si tratta di intraprendere il decluttering del proprio spazio.

decluttering-vantaggi-c

DA DOVE INIZIARE?

Se si è alla prima esperienza di decluttering eliminare determinati oggetti potrebbe risultare traumatico. Occorre iniziare a piccoli passi dedicandosi di volta in volta ad un singolo ambiente. Inoltre se si vive uno spazio con altre persone è utile che il lavoro di decluttering sia condiviso anche perché gli oggetti presumibilmente inutilizzati da una persona potrebbero essere utili ad un’altra.

Sarà interessante constare come dal successo del primo step di decluttering si ricavi volontà e consapevolezza  necessarie per proseguire.

I più radicali possono pensare di applicare il decluttering anche a cantine, garage e soffitte che solitamente diventano i luoghi per l’accumulo di oggetti inutili nel corso del tempo i più “nostalgici” potranno riporre parte del materiale inutilizzato di cui non vogliono liberarsi in locali a loro volta inutilizzati.

DOVE E COME COLLOCARE GLI OGGETTI SUPERFLUI

Gli oggetti selezionati non devono necessariamente essere buttati via ma per rispettare il principio di una pratica ecosostenibile fino in fondo essi possono essere donati, venduti riciclati, barattati. Gettare via oggetti indistintamente e senza criterio contribuisce solo ad un accumulo di rifiuti non riciclabili. Qualsiasi oggetto che a noi non serve più potrebbe ritrovare nuova vita ed un reale utilizzo in casa d’altri.

Attualmente è in voga una pratica dal nome piuttosto bizzarro ma che pare funzioni per sopperire a decluttering di gruppo. Trattasi del cosiddetto swap-party, un evento appositamente creato per far incontrare persone che vogliono liberarsi dei propri oggetti o barattarli con altri.

C’è poi il classico gesto della libera donazione; ad esempio quello dei libri alle biblioteche o alle associazioni, o della loro rivendita ai negozi dell’usato. Vale lo stesso per gli abiti che però andrebbero selezionati onde evitare che questi finiscano involontariamente nelle mani di rivenditori abusivi che ne possano trarre lucro a spese di finte associazioni benefiche.

Il baratto infine risulta la più antica e valevole pratica per evitare sprechi, contenere costi e far si che gli oggetti non diventino rifiuto; sono nate per questo apposite comunità e piattaforme online dedicate ad esso, e spesso vengono organizzati eventi dedicati allo scambio degli oggetti non più utilizzati.

EVITARE DI RIACCUMULARE OGGETTI SUPERFLUI

Accumulo e disordine si formano principalmente a causa di scarsa organizzazione e di comportamenti noncuranti del mantenimento dell’ordine (in ogni caso, non maniacale) e della necessità di evitare accumuli. Il cambiamento inizia da noi e dalle abitudini della nostra famiglia o dei nostri coinquilini.

Nella hit parade degli oggetti che più facilmente si accumulano occupando spazio prezioso ci sono le riviste. Donatele a chiunque abbia il desiderio di leggerle e magari se volete proprio gettarle abbiate cura di riporle nel bidone della carta!

Altri oggetti che si accumulano facilmente nel tempo sono capi d’abbigliamentoscarpe e accessori. Nel caso vogliate liberarvene potrete approfittare al cambio di stagione regalandolo, scambiandolo o donandolo, ma, per evitare nuovi accumuli, cercate di tenere sempre presente ciò che che ancora potreste indossare, in modo da evitare acquisti inutili in modo anche da preservare il vostro portafogli.

Per ovviare al riaccumulo di oggetti tenere sempre presente che al giorno d’oggi vi sono infinite possibilità di condivisione e prestito. Non ultimi in termini di importanza sono gli acquisti di costosi strumenti da cucina o elettronici che poi vengono utilizzati in maniera sporadica o non al massimo delle loro possibilità.

Comprare solo ciò che realmente occorre è l’unica elementare regola per evitare gli accumuli, valida per tutti gli oggetti della casa e oltretutto utile a risparmiare notevoli somme di denaro.

Non bisogna mai temere di generare sprechi quando si ha la consapevolezza che qualcosa che non si utilizza possa essere invece utilizzato da altri.

Va da sé che all’atto del liberarsi degli oggetti inutili segua quello del riordino che in termini anglosassoni viene identificato come “space cleaner”. Fare spazio in un luogo diventa conseguentemente un atto di liberazione e ordine del proprio stato emozionale.

Fonte: Architettura Ecosostenibile (le immagini sono tratte dallo stesso sito web)

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

Dormire nell’orto

Un vademecum per l’accoglienza contadina: esce per Altreconomia edizioni una mappa preziosa per dormire e mangiare in modo biodiverso, lontani dai clichè dell’agriturismo.

Ecovillaggi“Ospitalità rurale” è un’espressione calda, venata di legno grezzo e impastata di terra. Ma se consultiamo una delle guide agli agriturismo in commercio (o la pagina web di una struttura a caso), spesso ne ricaviamo l’impressione opposta: camere asettiche, lucide piscine e un debole richiamo alle origini contadine di quel casale oggi “finemente ristrutturato”. Il lavoro agricolo? Un optional.
“Dormire nell’orto”, la nuova guida di Altreconomia edizioni (vedi box) scardina  questo paradigma: siamo andati a cercare luoghi di accoglienza differenti, dove si dorme e si mangia in modo “biodiverso”. L’aratro traccia il solco e questo libro lo difende.
È la storia, ad esempio, di “Poggio del Castagno” un piccolo agricampeggio con camere  e prodotti biodinamici a due passi da Pitigliano (GR), paradigma di scelte “anticicliche” dei titolari, per la semplicità del luogo, la cucina casalinga (la tavola è condivisa tra tutti gli ospiti e con la famiglia di Carla e Adolfo). Qui non ci sono gazebo ma una grande quercia, non una piscina olimpionica ma il lago di Mezzano, si tengono corsi di riconoscimento di erbe selvatiche e ci si sente cullati da un costante e appassionato racconto del territorio, con consigli e guide da leggere davanti al camino o nella sala comune.
“Una gioia silenziosa” è il titolo di uno dei libri di Etain, una scrittrice inglese in Umbria. Raccoglie i diari di Pratale, la sua casa e un località sulle colline di Gubbio (PG) -luogo simbolo di uno stile di vita e di un’agricoltura indipendente-, con criteri di accesso chiari: “È bello per noi avere gente che condivide questa vita per un periodo piú o meno lungo. Chi vuole fare un’esperienza con noi è il benvenuto”. A Pratale non si paga per dormire. Chi ha voglia di dare una mano può partecipare ai lavori agricoli per quattro ore e contribuire con 10 euro al giorno a vitto e alloggio “Chi vuole invece riposarsi o magari leggere, dipingere, passeggiare contribusce con 15 euro” . Tutti invece partecipiamo ai lavori di casa e di cucina.
“Cimbolello” è un bio-agriturismo a conduzione familiare, a due chilometri dal borgo medioevale di Città della Pieve. Nel casale in pietra restaurato in bioedilizia -con un impasto di materie prime ecologiche e sobrietà- e nei 5 ettari di azienda agricola oltre all’accoglienza Francesco, Luisa, Nicolò e Sebastiano propongono esperienze in cui ragazzi dai 9 ai 13 anni scoprono la vita contadina e gli adulti partecipano a laboratori sul pane con lievito madre o l’apicoltura.
“Cà del rigo” è nel comune di Montelupone (MC), sull’antico confine tra il Regno dei Goti e l’Impero Bizantino, nella terra dei Piceni, in vista di Macerata, e Recanati. Roberto è il padrone di casa, membro della Rete dei Semi Rurali e deus ex machina di “La Via Contadina” web rivista partecipata del Movimento Contadino. Roberto, incontra, ospita e informa, offrendo la possibilità di conoscere ed orientarsi nella geografia e nella storia del suo territorio.  “Cà del rigo -spiega Roberto- è un luogo di sosta, informazione e orientamento, anche per i ‘pellegrini’ della Via Lauretana, che unisce Macerata a Loreto”. Per il resto, basta chiedere: la sosta -per una notte- è gratuita per tende, camper e roulottes.
La guida offre al viaggiatore una straordinaria varietà di luoghi, colture e culture da difendere, dai semi di frutta e verdura dimenticate al paesaggio: dalla Val Maira di “Il vento fa il suo giro” (www.loubia.it) alla Lampedusa raccontata da “Respiro” (www.paolaemelo.it).
Non abbiamo trascurato i “seminatori di città”, dove l’orto è urbano e l’ostello è sociale. A Milano, zona Affori, OstellOlinda -alla cui ombra è nato anni fa il progetto di Giardino degli Aromi- è tra i fiori all’occhiello della cooperativa sociale “La Fabbrica di Olinda”, ma anche il luogo ideale per chi vuole fare base per scoprire una città diversa. Prenotate una stanza nel parco dell’ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini e procuratevi la nostra guida “Tutta bio la città. Milano”: siete pronti per vistare in modo responsabile la “Grande Verza”, nell’anno di Expo.
“Dormire nell’orto” è un progetto editoriale partecipato, nato e cresciuto in collaborazione con la Rete dei Semi Rurali e numerose altre associazioni, tra cui l’Associazione per l’agricoltura biodinamica (www.biodinamica.org) e la sezione italiana di Wwoof, che mette in contatto progetti rurali e volontari (www.wwoof.it).
Un lavoro collettivo il cui spirito è lo stesso delle centinaia di realtà che sono pronte ad aprire la loro porta non a “turisti” ma a persone, chiamarvi per nome e, seduti alla stessa tavola, gustare questo incontro. —

Il passaparola del cavolo
Questa è una guida da passare di mano in mano e arricchire con i vostri racconti e le vostre foto. Pubblicheremo on line le vostre impressioni di viaggio, in una sorta di OrtoAdvisor.
Che cosa trovate nel libro: luoghi di ospitalità rurale – anche agriturismi, certo – ma dove il fulcro della quotidianità è il lavoro, la difesa dei valori dell’agricoltura contadina, la “custodia” dei semi, la cucina dei prodotti locali, la volontà dei gestori di raccontare il proprio territorio, di esserne intrepreti e guide. Troverete piccole aziende agricole familiari, bioagriturismi, fattorie didattiche e sociali, b&b di campagna, ma anche ostelli legatui agli orti urbani, ristori d’altri tempi, rifugi di nome e di fatto, negozi di prodotti unici e biodiversi. Un viaggio nell’ospitalità rurale di aziende agricole che si definiscono multifunzionali ma che portano in grembo la più schietta tradizione rurale. 100 schede e innumerevoli segnalazioni, oltre a brevi “illuminazioni” sulle reti che in Itala difendono l’agricoltura contadina. “Dormire nell’orto”, a cura di Rete Semi Rurali 192 pagine, 12,50 euro (Altreconomia).
In libreria, nell botteghe del commercio equo, on line.

Fonte: Altreconomia

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

L’asino e l’ingegnere

di Raffaele Deidda

ulassai1-300x199Una storiella racconta che in un paese si stava realizzando una strada che l’avrebbe collegato ad un altro centro distante 4 km. Un pensionato trascorreva tutti i giorni molte ore ad osservare i lavori. Un giorno venne avvicinato da una persona: “Buon giorno, sono l’ingegner Tizio, progettista e direttore dei lavori per la realizzazione di questa strada. Vedo che lei ci osserva da tempo. Immagino sia stupito dalla modernità delle tecniche che utilizziamo per l’esecuzione dell’opera. Come le facevano le strade, prima, nel suo paese?“.

Il pensionato rispose: “Buon giorno e piacere. Sono Gavino Pistis, ex fabbro del paese. Rispetto alla sua domanda…Vede, quando noi volevamo fare una strada da un paese all’altro, utilizzavamo un vecchio asino. L’animale metteva a nostro servizio la sua esperienza e sceglieva il percorso più breve e più sicuro. Non si sbagliava mai! A quel punto noi realizzavamo la strada”. L’ingegnere, sbigottito, domandò ancora: “Ma, scusi signor Pistis, quando non potevate disporre di un asino con quelle caratteristiche, come vi comportavate? Il signor Pistis rispose: “Beh, se proprio costretti, allora chiamavamo un ingegnere!”.

La storiella è tornata alla memoria durante il convegno del FAI “La buona terra. Fonti energetiche e impatto su suolo e ambiente in Sardegna” tenutosi a Cagliari il 19 febbraio scorso. Nella tavola rotonda dedicata alle Energie rinnovabili e al loro impatto sull’ambiente in Sardegna, l’ingegnere responsabile del Settore Eolico della Saras ha parlato, con competenza e “vision” manageriale, del Parco Eolico di Ulassai nella Sardegna centro-orientale, gestito dalla società Sardeolica S.r.l. Ha spiegato che la società risponde all’indirizzo nazionale di produrre energia da fonti rinnovabili, nel rispetto dell’ambiente e attraverso un percorso di sviluppo sostenibile.

Il Parco (3.000 ettari) è composto da 48 aerogeneratori in grado di produrre circa 171 GWh/anno. Corrispondenti, pare, al fabbisogno annuale di 60.000 famiglie. Il perché della localizzazione ad Ulassai? Il Parco è situato in uno dei siti più ventosi della regione e ciò consente una produzione di energia durante gran parte dell’anno, con una media superiore a quella nazionale. Già questa è stata una risposta alla domanda ricorrente: “Ma perché le pale eoliche non vengono piazzate in aree industriali dismesse, già degradate e ambientalmente compromesse?”.

Tutto in linea con le migliori ragioni d’impresa quindi, con la remunerazione garantita dai cosiddetti certificati verdi. Oltre al riconoscimento del beneficio sociale apportato, per aver creato un’occupazione di 25 unità lavorative fra laureati e diplomati e assicurato al comune un canone d’affitto pari a 900.000 euro l’anno. E’ stato evidenziato altresì che l’impatto sul paesaggio è irrilevante, non essendo visibile da Ulassai la centrale eolica. Che invece impatta duramente i comuni di Perdasdefogu e di Tertenia, che subiscono il danno paesaggistico senza trarne alcun vantaggio economico.

Eppure ci sarebbe la pretesa di tacitare i “rosiconi” che si lamentano di come il parco abbia cambiato, non certo in meglio, i connotati di un vasto altipiano paesaggisticamente affascinante: quello dei mitici “tacchi” ogliastrini. Checché se ne voglia dire e giustificare, sono state alterate e annientate l’unicità e l’identità del luogo. In considerazione dei consistenti profitti generati dallo sfruttamento del demanio civico e della risorsa vento appare difficile non parlare di svendita del territorio, peraltro non accompagnata da nessuna forma di compensazione ambientale.

Venendo ancora alla storiella, questa volta proviamo ad immaginare un ipotetico dialogo fra l’ingegnere della Sardaeolica e il pensionato di Ulassai che sta a guardare per ore le attività della centrale. L’ingegnere si aspetterebbe dal pensionato un apprezzamento per la realizzazione dell’opera che, anche grazie all’avanzata tecnologia, apporta benefici sociali ed economici al paese senza creare inquinamento, rispettando l’ambiente se non per la irrilevante rumorosità delle pale. Chiederebbe come avrebbero fatto, altrimenti, gli abitanti del paese ad assicurarsi accettabili condizioni di vita se non fossero intervenuti dall’esterno degli imprenditori illuminati e dei professionisti capaci.

Il pensionato risponderebbe: “Vede ingegnere, quando su questi altipiani c’erano ancora le foreste, prima che le imprese venute dal Continente le distruggessero per ricavarne il loro profitto, la gente del posto saliva in groppa al proprio asino, che conosceva perfettamente il percorso, e si recava a far fruttare il capitale messo a disposizione dalla natura. Si ricavava legname, ci si dedicava all’allevamento del bestiame e, bene o male, si campava tutti.

Poi ci fu la svendita del territorio e la gente si accontentò dell’elemosina in cambio della cessione delle grandi foreste comunali. Ora, a distanza di oltre un secolo, ci avete ancora convinti a cedere le nostre terre e a sacrificarle ambientalmente in cambio di modeste contropartite economiche che per voi, invece, sono un grande affare. Cosa vuole che le dica, caro ingegnere? Non disponendo più degli asini di una volta che sapevano quale fosse il percorso migliore, i nostri amministratori si sono rivolti agli ingegneri dell’eolico“.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Read More

Torneremo tutti agricoltori, e sarà la nostra salvezza

di Francesco Cancellato
Dal biologico alla bioeconomy, l’Italia agricola è in pieno boom, a colpi di saperi e di innovazione

173211237Forse ha ragione Nietzsche, forse la storia è davvero un eterno ritorno dell’eguale. Negli anni ’50 eravamo una terra di agricoltori diventati operai. Nel giro di vent’anni gli operai sono diventati impiegati. Il problema sono i figli degli impiegati, cui era stata promessa la luna di un lavoro creativo, senza cravatte, gerarchie, noia. E che, complice la crisi economica, si sono ritrovati, molto più prosaicamente, senza un lavoro. Molti di loro ancora non si sono rassegnati a cercare il loro personale eldorado nella giungla del terziario avanzato. Altri, invece, sono tornati al punto di partenza, ai campi e alla terra: nel 2013, le iscrizioni ai dipartimenti di agraria in tutta Italia sono aumentate del 40% circa.

Pauperismo, anti-capitalista? Decrescita felice? Niente di tutto questo. Al contrario, nel 2013, il valore aggiunto dell’agricoltura italiana è cresciuto del 4,7%, mentre il Pil italiano cadeva di quasi due punti percentuali. Nello stesso periodo, anche l’export agricolo italiano è cresciuto del 5%. A differenza di quel che è accaduto in altri settori, questa crescita ha avuto effetti benefici anche sull’occupazione. Nel secondo trimestre del 2014 – periodo  di calo del Pil, tanto per contestualizzare il dato – l’occupazione del settore agricolo è cresciuta del 5,6%.

I numeri di un primato
Dati sorprendenti, questi, ma non certo frutto di una strana e fortunata congiunzione astrale. Pochi se ne sono accorti, in questi anni, ma l’agricoltura è una delle poche vere eccellenze che sono rimaste a questo paese. Come ben racconta l’ultimo rapporto di Fondazione Symbola dedicato all’agricoltura, sono ben 77 i prodotti in cui la quota di mercato mondiale dell’Italia è tra le prime tre al mondo, 23 – pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli, tra questi –  in cui è la prima.

primati agricoltura italiana

La nostra capacità di primeggiare è figlia, soprattutto, della grande qualità delle nostre produzioni. Non è un caso, peraltro, che non ci sia agricoltura in Europa – e poche al mondo – che abbiano una capacità di generare valore aggiunto quanto quella italiana. Da noi, un ettaro di terra, produce 1989 euro di valore aggiunto: ottocento euro in più della Francia, il doppio di Spagna e Francia, il triplo dell’Inghilterra.

valore aggiunto agricoltura italiana

Che ci crediate o meno, la nostra – con le sue 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro di prodotto – è anche una delle agricolture più “pulite” d’Europa. Molto più di quella inglese, ad esempio, che di tonnellate ne emette 1935, o di Germania e Francia, rispettivamente 1.339 e 1.249. È anche una delle più sicure, nonostante tutto: lo scorso anno, solo lo 0,2% dei prodotti agricoli made in Italy ha presentato residui chimici con valori oltre la norma. In Europa questa percentuale è salita all’1%, sino ad arrivare all’1,9% della Francia e al 3,4% della Germania.

residui chimici agricoltura ita

Altro dato piuttosto sorprendente è la nostra primazia nell’economia delle produzioni biologiche. Nessun paese Europeo ha tanti produttori quanti ne ha l’Italia, che ne può contare ben 43.852, il 17% di tutti i produttori europei. Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini continentali, siamo anche sesti al mondo per ampiezza delle superfici a biologico, che crescono a un ritmo di 70mila ettari l’anno.

biologico ita

Chiamatela bioeconomy
Il risultato di quest’eccellenza è il frutto dell’innesto di menti giovani e di pensieri innovativi dentro mestieri antichi: oggi, un’azienda agricola su tre è guidata da persone che hanno meno di trentacinque anni.  Non ci sono solo loro e non c’è solo l’anagrafe, tuttavia. L’intreccio con nuovi saperi e nuove tecnologie sta davvero cambiando i connotati all’agricoltura: «Un tempo agricoltura era sinonimo di coltivazioni con finalità alimentari, oggi non è più così», spiega Gianluca Carenzo, Direttore del Parco Tecnologico Padano di Lodi, centro di eccellenza nel settore delle biotecnologie e dell’agroalimentare: «Oggi – continua – l’agricoltura è una piattaforma su cui si innestano molteplici tipi di industrie, dalla alimentare alla chimica, dall’energia al tessile».

Ciò di cui parla Carenzo ha un nome: si chiama bioeconomy e comprende tutte le produzioni sostenibili di risorse biologiche rinnovabili e la loro conversione, come ad esempio quella dei flussi di rifiuti in cibo, mangimi, o prodotti bio-based, come le bioplastiche, i biocarburanti e bioenergia. Un macro-settore, questo, che seppur neonato in Italia vale già 241 miliardi di euro e occupa 1,6 milioni di persone. Al suo interno sono nate e crescono colossi come Novamont o piccole realtà innovative come Bio-on,  giovane impresa modenese che produce plastiche dagli scarti della lavorazione delle barbabietole da zucchero e che venerdì 23 ottobre 2014 si è quotata con successo in Borsa, nel listino Aim dedicato alle piccole e medie imprese. O ancora, come la bioraffineria di Beta Renewables di Crescentino, in provincia di Vercelli, la prima di seconda generazione al mondo, che produce 75 milioni di litri di etanolo l’anno usando soltanto le biomasse di scarto – paglia di riso, soprattutto – disponibili in un raggio di 70 km dallo stabilimento.

«Nelle start up che incubiamo nel Parco Tecnologico Padano – spiega ancora Carenzo – lavorano assieme giovani laureati in agraria, ingegneri, informatici. Il loro potenziale innovativo sta tutto nel mix delle diverse competenze». Due anni fa, il Parco ha lanciato il concorso Alimenta 2 Talents, finalizzato a offrire formazione, risorse e le competenze dei ricercatori del Parco alle più innovative startup del settore. Tra i finalisti del 2013 ci sono realtà come Orange Fiber, che crea tessili sostenibili da rifiuti di agrumi – 700mila tonnellate solo in Italia – utilizzando le nanotecnologie. O come The Algae Factory che produce pasta, cosmetici e altri prodotti a base di alga spirulina. O, ancora, come Coffee Reloaded, che si occupa di usare i fondi di caffè – in Italia ne vengono consumati 45 quintali al giorno – come fertilizzanti.

Sia che si parli di agricoltura per uso alimentare, sia che si parli di bioeconomy, l’Expo dell’anno prossimo potrebbe davvero essere un trampolino di lancio: «Siamo crescendo – spiega ancora Carenzo – anche se ci muoviamo senza alcuna strategia nazionale sul tema». Per Expo, continua, «dobbiamo farci trovare pronti: è una straordinaria occasione per capire se e come potremo declinare le nostre tecnologie in un contesto globale che ci pone tante domande. Una su tutte, come si possono sfamare, vestire, riscaldare nove miliardi di persone senza distruggere il pianeta». Forse la nuova agricoltura non salverà solo l’Italia, insomma.

Fonte: L’inkiesta.it

Read More

Rapporto 2015 Libertà di Stampa: Italia in discesa verticale

“Regressione brutale” della libertà di stampa nello scorso anno, come conseguenza in particolare delle operazioni terroristiche dello Stato islamico e di Boko Haram: è quanto si legge nel rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere pubblicato oggi. E l’Italia, che ha visto “l’esplosione di minacce in particolare della mafia e procedimenti per diffamazione ingiustificati”, è crollata dal 24esimo al 73esimo posto.

Questo dice l’ultimo rapporto di “Reporter senza Frontiere”. Altro che democrazia: non c’è democrazia senza informazione. E l’informazione Italiana è una vergogna internazionale. Ecco la classifica:

 

Tratto da: www.pressnewsweb.it, ripreso poi da Informare per Resistere

Read More

Stop agli ex politici negli enti pubblici e controllate – Petizione

54e3241f903dcQuante volte abbiamo letto di politici che, persa la poltrona, vengono prontamente ricollocati in fondazioni, società pubbliche, parastatali, enti e authority?

Noi non ci stiamo e chiediamo al governo di intervenire immediatamente.

Cambiare è possibile. La legge, infatti, c’è: va solo estesa anche ai politici nazionali.  L’occasione è unica perché la modifica può essere facilmente inserita nella riforma della Pubblica Amministrazione in discussione al Parlamento.

La Legge anticorruzione del 2012 già impone uno stop al ricollocamento di tutti i politici dimissionari per i due anni successivi alla fine dell’incarico, e tre in caso di aziende sanitarie.

Si tratta di una norma sacrosanta perché è fondamentale che la gestione amministrativa sia indipendente dai partiti. I politici devono fare i politici e non gli amministratori. Senza possibilità di inciuci, giochi di potere, favori.

Ecco però che arriva lo sconto. La norma oggi vale solo per i pesci piccoli: politici di enti regionali, provinciali e comunali al di sopra dei 15mila abitanti.

Piena libertà invece per i pesci grossi: chiunque abbia ricoperto ruoli nazionali – quindi ex ministri, ex parlamentari, ex sottosegretari – può migrare a piacimento da un incarico all’altro, senza limiti.

È il momento di dire basta. Anche il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone ha invitato pubblicamente a correggere questa evidente stortura.

Chiediamo alla ministra della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, di introdurre uno stop di due anni per tutti gli ex politici nazionali. 

La legge deve essere uguale per tutti.

Fonte: Change.org (al link è possibile firmare anche la petizione)

‘Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More
Page 1 of 3123»