Tagliate gli alberi alti…

di Dafni Ruscetta

rwanda-502x336Prendo spunto da un articolo apparso in questi giorni sul sito di Eugenio Benetazzo – di cui prendo a prestito il titolo –  che mi sembra stimolante per due riflessioni in particolare. La prima riguarda i corsi e ricorsi della storia e il fatto che, spesso, piccole élite governino intere maggioranze di popolazione, che prima o poi però si ribellano e diventano pericolose, soprattutto perché il sovvertimento dell’ordine vigente normalmente avviene in maniera dolorosa e cruenta. Il parallelo con il nostro Paese  e con l’élite/casta che continua a governare tutti i processi di potere (economico, politico-istituzionale, burocratico, corporativo) è evidente. E anche la triste vicenda del Ruanda è illuminante, di come la storia spesso trasformi le vittime in carnefici e viceversa e di come quelle che prima erano ‘vittime’, per uno strano e perverso processo di reazioni psicologiche collettive che si innescano in rapida successione, possano poi diventare qualunquisti persecutori di intere fasce di popolazione, nel nome di una ‘pulizia’ globale che sfocia in maniacale ossessione, in un assurdo credo di ‘purezza’ e unicità.  Ed è quanto rispecchia la natura culturale, filosofica e sociale della decadenza di questi anni nel nostro paese, dove l’insicurezza e la mancanza di autostima a livello collettivo generano paura e, dunque, aggressività, qualunquismo, fino ai più bassi fondi della miseria umana…

La seconda riflessione, invece, riguarda l’altra parte del discorso affrontato da Benetazzo, quello che si riferisce ai dipendenti statali (ed alla classe politica in generale) in Italia. Premetto che non condivido affatto la stessa visione ‘parassitistica’ dell’economista veneto. Non è vero che tutti i dipendenti pubblici e nemmeno tutta la classe politica siano élite di comando che godano necessariamente di privilegi esclusivi e preclusi al resto della società. Anzi forse la maggior parte dei dipendenti pubblici  sono dei vessati essi stessi. E’ però vero che spesso la PA, con le sue sfere di potere, di influenza, con le sue sacche di ‘burocrazia’, con una diversa cultura e impostazione nell’organizzazione del lavoro (soprattutto se paragonata a quella delle aziende private), spesso rappresenta un ‘collo di bottiglia’ dell’economia e della produttività del nostro Paese, che va, NECESSARIAMENTE e INDEROGABILMENTE, riformata. Penso ad alcuni settori – spesso corrispondenti a quelli più politicizzati – in cui i privilegi sono talmente ampi e radicati da farne il baluardo di autentiche caste sociali. Alcuni esempi? Università, sanità, istituzioni regionali, ministeriali etc… Diciamola tutta:  la scuola (come l’università) non ha più garantito mobilità sociale in Italia, almeno negli ultimi 20 anni. La nostra – parlo da 40enne – è stata la generazione di quelli che dovevano studiare a tutti i costi, laurearsi, prendere un master per accedere tutti alle stesse condizioni nel mercato del lavoro. Era solo un’illusione! Perché questo è il paese del libero accesso all’istruzione, è vero, ma non dei pari diritti nel mondo del lavoro (intendo dopo la formazione), dove si accede solo grazie a nepotismo, a una fitta rete di conoscenze, favori, simpatie etc.

E quando un’élite, spesso strutturata mediante rigidissime gerarchie di comando e di classe cui non può accedere il resto della popolazione, accentra su di sé la maggior parte delle risorse, prima o poi qualcuno che chieda un’equa redistribuzione di quelle risorse si presenterà. E se quel qualcuno rimarrà inascoltato a lungo, fino a creare quelle condizioni di arretratezza culturale mista a disperazione che poi sfociano in ‘odio’ cieco verso l’oppressione, le ‘vittime’ possono diventare ‘carnefici’.

di Dafni Ruscetta

L’immagine è tratta dal sito www.eugeniobenetazzo.com

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