Guerrilla knitting, colorare la città con ago e filo

di Elisa Stellacci

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Ago e filo per colorare la città. E’ il guerrilla knitting: la street art delle casalinghe, che con filati, fibra di maglia e uncinetto, ‘rivestono’ gli arredi urbani. Le ricamatrici si aggiungono ai graffittari, ai fantastisti dello stencil e dello spray, ai residenti lanciatori di semi e coltivatori di piante. Spesso in pieno anonimato, casalinghe e magliaie, ma anche artisti di tutte le età, abbelliscono e differenziano gli scenari urbani. Il contagio dal virus del gomitolo non ha confini geografici, sociali e anagrafici. Inoltre, al di là dell’aspetto più originale e ornamentale, come tutti i figli della guerrilla urbana, si configura come un movimento nato dal basso, autoprodotto e eversivo, promulgatore di messaggi ambientali, sociali e politici.

IL VIRUS DEL GOMITOLO

Proprio come il guerrilla gardening, il guerrilla knitting è una forma collettiva e anonima di riappropriazione e riqualificazione degli scenari urbani da parte di cittadini insoddisfatti. Quando la città è sentita come res pubblica, gli abitanti decidono di autogestire e auto–ridefinire l’ambiente in cui abitano, scegliendo, inoltre, di utilizzare in modo creativo e costruttivo il proprio tempo libero. Così, dissuasori metallici, pali e parapetti grigi, tronchi di alberi e rami, panchine e cancelli sono rivestiti, letteralmente, da lane colorate sferruzzate ad hoc.Filati irresistibili, floreali, a strisce e quadrotti. La catena della moto ricoperta da filato, i cartelli stradali, i rami e tronchi, sono gli oggetti preferiti dai ricamatori certosini e fantasiosi. Bardati di decorazioni surreali, gli arredi urbani colpiscono e rallegrano anche i più cinici.

GUERRILLA KNITTING COME MOVIMENTO COLLETTIVO

Il guerrilla knitting è un movimento che nasce in America nel 2004, con il fine di decorare i quartieri cementificati e anonimi: la deteriorabilità delle creazioni è controbilanciata dalla facilità di rimozione delle stesse, al contrario dei più discussi graffiti.

Passeggiando lungo il Southbank, a Londra, si scoprivano pezzi di maglia attorcigliati un po’ dappertutto. Con lastagione fredda sembrava che anche le sculture, i pali e pezzi di recinzione dovessero coprirsi come gli esseri umani.

Magda Sayed, una delle magliaie più famose, riscaldava oggetti inanimati con pezzetti di suoi lavori inutilizzati. Il punto focale non era fare la cosa più innovativa e fotografata del momento, ma scuotere la gente portando colore fuori dalle gallerie d’arte. Sempre più eccezionali per complessità e superficie ricoperta, sono diventate famose le sue creazioni, coinvolgendo uno staff sempre più numeroso. Magda Sayed ha utilizzato questa antica tecnica per fare marketing non convenzionale per grandi aziende (Absolut Vodka, Madewell, Insight 51, Mini Cooper, Smart Car). Nel 2005 ha fondato a Houston il Knitta Please, progetto ambizioso per cambiare il paesaggio urbano chiamando tantissimi lavoratori a maglia per abbellire punti nevralgici urbani (Parigi, New York, Città del Messico). Oltre al coloratissimo bus in Messico dalla fantasia lisergica, ha ricoperto la monumentale scala a Sydney e sta ultimando il ponte di Williamsburg a New York.

Sferruzzare uniti per un attacco urbano diventa, in alcuni casi, un modo per sollevare l’opinione pubblica su disagi e disastri. Dopo il terremoto de L’Aquila del 2009, l’associazione Culturale Animammersa ha lanciato il progetto Mettiamoci una pezza – una città ai ferri corti, invitando ad abbellire la città a suon di gomitoli. Erano richieste piccole pezze colorate in seguito assemblate dalla stessa associazione, per ricoprire e ricolorare l’Aquila e non dimenticare la sciagura.

Infine, Graffiti Grannys ‘a group of middle aged granny urban woolerists’ che vuole mantenere il pieno anonimato e l’effetto sorpresa tipico dei veri attacchi urbani: sferruzzano durante il giorno e camuffano la città di notte. Hanno realizzato rifugi di pezza per uccelli, piccoli frutti o fiori appesi ad alberi e recinzioni; hanno ricoperto statue di alcune parti, impreziosito sassi con candidi merletti e riscaldato le fredde rastrelliere.

LA SAGGEZZA DELLE NONNE

Lavorare ai ferri, impagliare cesti e contenitori, coltivare un piccolo orto sul balcone, preparare torte e pane, erano fondamentali per diventare amorevole moglie e premurosa madre. A scuola come in famiglia si tramandavano tali saperi e tecniche manuali con po’ di rigore formale, di materiali e colori. Ora si fanno costosi corsi professionali dai nomi sempre rigorosamente inglesi, farciti di design e perché vanno di moda (cook design, cake design, knit cafè, crochet, rock tricot party, swap, yarn bombing…). Quando qualcosa piace ed entusiasma il pubblico, diventa subito al servizio della pubblicità e della commercializzazione.

Se trovassi sul lungomare del mio paesino, topolini di lana in fila indiana, la manopola della porta nel bagno disabili o dissuasori lungo i marciapiedi ricuciti come calzini, sarei davvero sorpresa ed emozionata. Lo sarei certamente di più se scoprissi fossero creazioni spontanee e senza fini di lucro o pubblicitarie. Resta il fatto che un’emozione improvvisa, un colore che interrompe, riposa, cambia l’umore anche di poca gente, attivando la mente e il corpo di altra, sono ragioni più che sufficienti ad azzerare qualsiasi polemica. Anche soltanto per evitare di continuare a vivere le nostre città in modalità ‘Nowhere fast’ direbbero gli Smiths – Velocemente da nessuna parte titolo di un romanzo noir di Grazia Verasani –.

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Fonte: Architettura Sostenibile (anche le immagini sono tratte dal sito)

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