Giordano Bruno e l’altra modernità

di Pino Mario De Stefano

Nani sulle spalle dei giganti. Nell’età della rivoluzione dei linguaggi, del loro moltiplicarsi e complicarsi, che paradossalmente accentua la nostra incomunicabilità mentre rende più veloci le comunicazioni, potrebbe essere utile recuperare quella condizione. Saltare sulle spalle degli antichi maestri, potrebbe ampliare gli orizzonti e aiutare a guardare con altri occhi i problemi del presente. E, in un modo speciale e più di altri, Giordano Bruno potrebbe assurgere a nostro contemporaneo per molti aspetti, soprattutto se si riuscisse a liberare, dalla sua “cripta latina”, il Bruno “mago, l’artista della memoria, il materiosofo, l’ontologo delle immagini e il maestro di metamorfosi che procedono in tutte le direzioni” (P. Sloterdijk).

Certo, oggi abbiamo un altro linguaggio e un altro vocabolario, ma proprio questo linguaggio odierno potrebbe mettere in luce tutta la forza evocatrice e la logica, a volte, eversiva delle sue intuizioni. Considerare Bruno, come si fa troppo spesso, solo come un filosofo o un pensatore non spiega la sua fortuna nei secoli. Molti interpreti hanno evidenziato i vari volti di Bruno, la sua capacità dialettica, la sua abilità nel giocare con le parole e con le immagini, qualcuno ha parlato anche della sua dissimulazione e della sua attitudine “scenica”. E, in effetti, credo che Bruno si sentisse soprattutto un intellettuale, consapevole della sua funzione di “messaggero” di un’era nuova e di “comunicatore”: per questo le parole e i concetti erano per lui anche simboli, vessilli, messaggi e “armi”.

Ci aiuterebbe a capire meglio Bruno pensare che egli, probabilmente, usava i concetti come metafore dando loro una valenza semiotica che andava molto al di là dell’uso “scolastico” che di quelle categorie si faceva al suo tempo. L’analisi solo teorica e teoretica del suo pensiero sicuramente non gli rende giustizia, è riduttiva e non spiega l’impatto enorme che la sua figura e il suo pensiero hanno avuto, non a caso, soprattutto nella cultura contemporanea. Le sue pagine – parlo quelle latine, troppo spesso dimenticate (“la cripta latina”) – andrebbero analizzate o almeno lette (ora che sono disponibili in traduzione da Adelphi): direi anche che esse andrebbero, se fosse possibile, ascoltate e contemplate, come si farebbe con dei brani musicali, con una rappresentazione teatrale, con un’opera pittorica o architettonica. Esse andrebbero viste non tanto come una serie di teoremi ma come una “foresta di simboli”.

E allora non sarebbe necessario fissare troppo i particolari per capire veramente quello che Bruno rappresenta. Non credo occorra considerare il pensiero di Bruno come “un sistema” da accettare o rifiutare in blocco. Non credo sia molto importante salvare questa o quella teoria di Bruno, giustificare questo o quell’aspetto della sua vita, come fanno quelli che, a vario titolo, si considerano i suoi “agenti” e pretendono di trattenere, in un campo o in un altro, un uomo, che è stato fondamentalmente un solitario e un outsider.

Forse Bruno è entrato nella storia ed è diventato grande, non tanto perché è andato contro chiese, istituzioni e idee del suo tempo, ma perché è riuscito ad andare al di là del suo tempo, ad andare “oltre”. Bruno, come i narratori di storie, gli affabulatori, gli artisti, i poeti e i sognatori, ha saputo indicare la luna, in modo, forse, non sempre pienamente consapevole, come succede spesso ai grandi. Nelle sue pagine bisogna imparare a cercare non solo la valenza teoretica o speculativa, ma piuttosto il senso e il significato di concetti o immagini. Perché il Bruno che ha sfidato i secoli è un “costruttore”, con parole e immagini, di mondi immaginari, e possibili, anche se non del tutto definiti. Bruno quindi costruttore, come altri del suo Rinascimento intenti a progettare “città ideali”. Bruno architetto, che usava parole, concetti e metafore come materiali per far intravedere mondi immaginari e affascinanti.

Ha ragione Peter Sloterdijk, quando scrive che la riscoperta delle dottrine bruniane circa lacapacità costitutiva del mondo propria della “fantasia”, “documenta un aspetto misconosciuto nel mito della <Nuova era>: illustra il sorgere della modernità dallo spirito di una filosofia dell’immaginazione”, che rende molto discutibile “l’indolente tendenza degli storici delle idee a costruire il pensiero moderno a partire unicamente da Descartes”.

In realtà certi concetti, così come venivano utilizzati da Bruno (pensiamo al concetto di infinito o alla teoria copernicana, ma anche alla “magia”, alla memoria e al ricordo), erano tali da far saltare tutti i parametri e gli equilibri della visione del mondo a lui contemporanea, forse anche al di là delle sue intenzioni. Da “ontologo delle immagini” e “maestro di metamorfosi che procedono in tutte le direzioni”, Bruno operava sui termini e sui concetti per trasformarli in simboli, immaginazione e “messaggio”. Molto probabilmente non li trattava solo come “dati”, non si accontentava della loro compiutezza e finitezza, ma, per così dire, ne estraeva la dimensione evocativa, li metteva in prospettiva, costruiva su di essi tutte le proiezioni possibili, proiettandoli all’infinito (non a caso è così importante questa categoria nel suo pensiero), cercando di scoprirne gli sviluppi e le ricadute su altre regioni del sapere e del vivere.

Nelle sue mani le parole riuscivano a dire quello che altri suoi contemporanei non riuscivano né a dire né a pensare e, quindi, neppure a capire. Sarebbe stata necessaria, forse, un’ottica e un tipo di pensiero “reticolare” per seguire e comprendere la novità, l’originalità e la ricchezza della fantasia di Bruno, soprattutto là dove i concetti esplodono e implodono allo stesso tempo. Anche se certe categorie, presenti nelle opere di Bruno sono senz’altro “datate”, egli riesce a dare loro un supplemento di senso e a collocarle in orizzonti concettuali molto diversi da quelli, usuali e comprensibili, dei suoi contemporanei.

Perciò quello che oppone, in modo tragico, Giordano Bruno ai suoi accusatori, ai suoi giudici e agli intellettuali del suo tempo, il dramma di Bruno, è, in modo rilevante, anche un dramma della comunicazione, del linguaggio e del senso. Forse all’origine del tragico conflitto tra Bruno e il sapere del suo tempo c’è l’impossibilità di dire fino in fondo la complessità della realtà utilizzando le categorie concettuali a sua disposizione e, nello stesso tempo, l’urgenza, che Bruno avverte, di dover trasformare la sua filosofia non solo in un pensiero ma anche, comunque, in un “messaggio”.

Noi, oggi, riusciamo a trovare in alcune sue idee un senso in sintonia con la nostra sensibilità, riusciamo a leggere immagini e simboli, come non sarebbe stato possibile ai suoi contemporanei, perché attraverso il suo pensiero e il suo linguaggio le cose hanno trovato la voce per essere dette, e noi abbiamo il vocabolario adatto per ascoltarla. Succede con Bruno quello che succede con altri grandi artisti e poeti: essi riescono a dire molto più di quanto pensano, attraverso il modo in cui hanno saputo usare, associare, “combinare” parole, immagini, suoni. Così aiutano tutti ad andare oltre. Oltre loro stessi.

Fonte: Agorà Vox

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