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Piketty: perché il popolo tradisce la sinistra

imagesUn’analisi riferita alla Francia, ma calzante per Italia ed Europa. In sintesi, la risposta al titolo è: il popolo tradisce la ‘sinistra’ perché la sinistra non c’è.

di Thomas Piketty.

Perché le classi popolari voltano sempre più le spalle ai partiti di Governo? E perché in particolare ai partiti di centrosinistra che sostengono di difenderle? Molto semplicemente perché i partiti di centrosinistra non le difendono più ormai da tempo.
Negli ultimi decenni le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia condanna, prima economica e poi politica.Le trasformazioni dell’economia non sono andate a vantaggio dei gruppi sociali più sfavoriti dei Paesi sviluppati: la fine dei trent’anni di crescita eccezionale seguita alla seconda guerra mondiale, la deindustrializzazione, l’ascesa dei Paesi emergenti, la distruzione di posti di lavoro poco o mediamente qualificati nel Nord del pianeta.
I gruppi meglio provvisti di capitale finanziario e culturale, al contrario, hanno beneficiato appieno della globalizzazione.Il secondo problema è che le trasformazioni politiche non hanno fatto che accentuare ancora di più queste tendenze.
Ci si sarebbe potuti immaginare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, in generale le politiche seguite dai Governi si sarebbero adattati alla nuova realtà, pretendendo di più dai principali beneficiari delle trasformazioni in corso per concentrarsi maggiormente sui gruppi più penalizzati.
Invece è successo il contrario.Anche a causa dell’intensificarsi della concorrenza fra Paesi, i Governi nazionali si sono concentrati sempre di più sui contribuenti più mobili (lavoratori dipendenti altamente qualificati e globalizzati, detentori di capitali) a scapito dei gruppi percepiti come “imprigionati” (le classi popolari e i ceti medi).
Tutto questo riguarda un insieme di politiche sociali e servizi pubblici: investimenti nei treni ad alta velocità contro pauperizzazione delle ferrovie regionali, filiere dell’istruzione per le élite contro abbandono di scuole e università, e via discorrendo.
E riguarda naturalmente anche il finanziamento di tutto quanto: dagli anni 80 in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente ridotta, con una riduzione su vasta scala delle imposte applicabili ai redditi più elevati e un graduale aumento delle tasse indirette, che colpiscono i più poveri.La deregolamentazione finanziaria e la liberalizzazione dei flussi di capitali, senza la minima contropartita, hanno accentuato queste evoluzioni.Anche le istituzioni europee, consacrate interamente al principio di una concorrenza sempre più pura e sempre più perfetta fra territori e fra Paesi, senza una base fiscale e sociale comune, hanno rafforzato queste tendenze.
Lo si vede con estrema chiarezza nel caso dell’imposta sugli utili delle società, che in Europa si è dimezzata rispetto agli anni 80.
Inoltre, bisogna sottolineare che le società più grandi spesso riescono a eludere il tasso di imposizione ufficiale, com’è stato rivelato dal recente scandalo LuxLeaks.
In pratica, le piccole e medie imprese si ritrovano a pagare imposte sugli utili nettamente superiori a quelle che pagano i grandi gruppi con sede nelle capitali.
Più tasse e meno servizi pubblici: non c’è da stupirsi che le popolazioni colpite si sentano abbandonate.
Questo sentimento di abbandono alimenta il consenso per l’estrema destra e l’ascesa del tripartitismo, sia all’interno che all’esterno dell’Eurozona (per esempio in Svezia).
Che fare, allora?Innanzitutto bisogna riconoscere che senza una rifondazione sociale e democratica radicale, la costruzione europea diventerà sempre più indifendibile agli occhi delle classi popolari.
La lettura del rapporto che i «quattro presidenti» (della Commissione, della Bce, del Consiglio e dell’Eurogruppo) hanno recentemente dedicato all’avvenire della zona euro è particolarmente deprimente in quest’ottica.L’idea generale è che si sa già quali sono le «riforme strutturali» (meno rigidità sul mercato del lavoro e dei beni) che permetteranno di risolvere tutto, bisogna solo trovare gli strumenti per imporle.
La diagnosi è assurda: se la disoccupazione è schizzata alle stelle negli ultimi anni, mentre negli Stati Uniti diminuiva, è innanzitutto perché gli Stati Uniti hanno dato prova di una maggiore flessibilità di bilancio per rilanciare la macchina economica.Quello che blocca l’Europa sono soprattutto le pastoie antidemocratiche: la rigidità dei criteri di bilancio, la regola dell’unanimità sulle questioni fiscali.
E sopra ogni altra cosa l’assenza di investimenti nel futuro.
Esempio emblematico: il programma Erasmus ha il merito di esistere, ma è ridicolmente sottofinanziato (2 miliardi di euro l’anno contro 200 miliardi dedicati al pagamento degli interessi sul debito), mentre l’Europa dovrebbe investire massicciamente nell’innovazione, nei giovani e nelle università.Se non si troverà nessun compromesso per rifondare l’Europa, i rischi di esplosione sono reali.
Riguardo alla Grecia, è evidente che alcuni dirigenti cercano di spingere il Paese ellenico fuori dall’euro: tutti sanno benissimo che gli accordi del 2012 sono inapplicabili (passeranno decenni prima che la Grecia possa avere un avanzo primario del 4 per cento del Pil da destinare al rimborso del debito), eppure si rifiutano di rinegoziarli.
Su tutte queste questioni, la totale assenza di proposte da parte del Governo francese sta diventando assordante.
Non si può stare ad aspettare a braccia conserte le elezioni regionali di dicembre e l’arrivo al potere dell’estrema destra nelle regioni francesi.

Traduzione di Fabio Galimberti.
Fonte: La Repubblica, 30 marzo 2015.
Tratto da http://www.eddyburg.it/2015/03/perche-il-popolo-tradisce-la-sinistra.html.
Ripreso anche da Megachip

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Costruiamo una nuova democrazia alimentare

Oggi le politiche alimentari e agricole sono ostaggio del business internazionale, della globalizzazione, degli interessi delle multinazionali. Un problema dalla gravità ormai evidente che raggiunge il suo apice. L’antidoto? Un cambio di paradigma che parta dal basso, da chi la terra la ama e la lavora, in alleanza con chi gode dei suoi frutti. L’obiettivo? Una nuova democrazia alimentare.

Era il 1993 quando dai contadini del Cdemocrazia_alimentareosta Rica e dello stato indiano del Karnataka nascevano le prime marce di protesta che poi hanno dato vita al movimento internazionale Via Campesina, che oggi conta 164 organizzazioni nazionali e locali e rappresenta circa 200 milioni di contadini nel mondo.

Quando era ormai chiaro che sul cibo si sarebbero giocate le strategie del futuro, nasce l’idea della sovranità alimentare come solidarietà e cooperazione contro la competitività di un mercato senza scrupoli. Da allora si è iniziato a combattere contro le pressioni, contro i negoziati commerciali che spingevano i produttori a competere fra loro, che esercitavano sui contadini le pressioni e le coercizioni del mercato mondiale, contro lostrapotere delle multinazionali dell’agroalimentare. Via Campesina ha cominciato ben oltre vent’anni fa a sottolineare la necessità di una nuova sovranità alimentare dove i movimenti sociali si sostituissero ai governi come fonte di legittimazione delle scelte; dove comunità resilienti coltivassero su piccola scala quanto occorre rilocalizzando il sistema alimentare; dove l’arte dell’agricoltura soppiantasse il business dell’agricoltura. Ma gli attivisti sono stati attaccati su più fronti, accusati di voler fare gli interessi dei produttori a danno dei consumatori, ai quali invece le grandi industrie avrebbero assicurato abbondanza di prodotti a basso prezzo. Così è stato, ma mai come oggi si comprendono i limiti e le trappole di un simile approccio. Ci ammaliamo a causa di ciò che mangiamo, il cibo industriale (tanto e a basso costo) ci fa male, non è fatto per noi né per l’ambiente, i cui segnali ormai non sono più ignorabili.

«Banane e soia vendute migliaia di chilometri lontano da dove sono state prodotte? Non è l’unico mercato possibile» spiega Olivier De Schutter, docente all’univesità di Louvain e membro della Commissione Onu sui diritti economici e sociali.  «I mercati e i sistemi locali e regionali sono stati strenuamente osteggiati ma oggi gli attivisti della sovranità alimentare sono in grado di evidenziare e provare i rischi cui i paesi vanno incontro quando dipendono dalle importazioni per il cibo e quindi dai prezzi imposti dal mercato globale». E oggi non sono più solo gli attivisti di Via Campesina o di altri movimenti di resistenza contadina a comprendere l’importanza di una sovranità alimentare. Essa è invocata anche dalle autorità che si occupano di politica alimentare che hanno un briciolo di lungimiranza. E il fronte impegnato in questa battaglia ha fatto un salto di qualità. «Ha gettato ponti tra i consumatori nelle città e i contadini- spiega De Schutter – Le persone da consumatori passivi si trasformano in cittadini attivi che esigono di avere il controllo su ciò che mangiano, si rafforzano i legami sociali e dunque la cooperazione. Si privilegia la resilienza al posto dell’efficienza ed è proprio la resilienza che sta alla base della nascita del movimento della Transizione nel 2006, le cosiddette Transition Towns. Le parole chiave sono resilienza, appunto, diversità e ridotta dipendenza. Si tratta di un movimento che afferma come le soluzioni siano da trovare localmente, usando risorse del posto, diversificando le risposte». In Italia, poi, da acuni anni a questa parte si assiste alla crescita di un movimento di resistenza contadina che afferma la propria identità anche all’esterno delle stesse certificazioni del biologico, perchè «i cibi genuino non hanno bisogno di timbri e burocrazia, ma di coerenza e consapevolezza» dicono le realtà che aderiscono aGenuino Clandestino.

Non ultimo, la sovranità alimentare è allineata con l’agroecologia, spiega sempre De Schutter, un approccio che punta a ridurre l’uso di fonti esterne fossili, a riciclare il rifiuti e a combinare i differenti elementi della natura nel processo di produzione al fine di massimizzare le sinergie tra di essi. Ma l’agroecologia è anche più di questo: è certamente un modo nuovo di pensare al nostro rapporto con la natura e sta crescendo come movimento sociale. Secondo De Schutter, è la vera rivoluzione verde di cui abbiamo bisogno in questo secolo, ci invita ad abbracciare la complessità della natura e a considerare il contadino come uno scopritore che procede sperimentando e osservando le conseguenze delle combinazioni, individuando ciò che funziona meglio e costruendo su di esso un sapere solido che va condiviso e diffuso. Esattamente il contrario di ciò che fa l’agricoltura “moderna”, che punta a semplificare la natura e a piegarla ai propri bisogni, privatizzandola quando si può.

Il legame tra sovranità alimentare, movimento della transizione ed agroecologia è dunque una diagnosi condivisa e una gestione comune dell’ecosistema in cui viviamo. Il sistema alimentare mainstrean, quello attuale e industriale, è basato sulle multinazionali, è energivoro, ci fa ammalare, è ossessionato dai prezzi, sfrutta il terreno e causa danni. E’ dunque il momento per dar corpo e voce all’alternativa che permetta alle persone di “democratizzare” e rilocalizzare la produzione del cibo, in cui si badi meno all’efficienza e più alle esigenze effettive delle persone. Ci sono forti resistenze, è indubbio. Ma si può procedere mattone dopo mattone, passo dopo passo, campo dopo campo.

 

Fonte: Il Cambiamento (l’immagine è tratta dal sito stesso).

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5 Facts You Need to Know about Yemen and its Conflicts

Human Wrongs Watch

27 March 2015 (RT)* – One of the poorest and most violent countries in the Middle East, Yemen is also an area of strategic importance for regional players – and some of the world’s most dangerous terror groups. RT explains the underlying reasons behind the nation’s conflicts.

Strategic location

The territory that lies within Yemen’s borders is one of the most ancient cradles of civilization in the Middle East, once known as ‘Arabia Felix’ – Latin for “happy” or “fortunate” – in ancient times.

The lands of Yemen were more fertile than most on the Arabian Peninsula, as they received more rain due to high mountains.

But because of declining natural resources, including oil, Yemen and its population of about 26 million are now very poor.

LIVE UPDATES: Gulf coalition launches airstrikes against Houthi rebels in Yemen

Still, the country boasts a strategic location on the southwestern tip of Arabia. It is located along the major sea route from Europe to Asia, near some of the busiest Red Sea shipping and trading lanes. Millions of barrels of oil pass through these waters daily in both directions, to the Mediterranean through the Suez Canal and from the oil refineries in Saudi Arabia to the energy-hungry Asian markets. The Yemeni transport hub of Aden was one of the world’s busiest ports in the 20th century.

North & South Yemen, plus the tribes

Although the history of the lands of Yemen date back thousands of years, modern Yemen itself is a young nation, with its current borders having taken shape in 1990, after North and South Yemen united. Before that, both parts were involved in conflicts of their own.

Northern Yemen was established as a republic in 1970, after years of civil war between royalists and republicans, with the first supported by Saudi Arabia and the latter by Egypt. Yemen’s former president, Ali Abdullah Saleh, rose to power through the military and held power for decades.

Although Southern Yemen agreed to merge with Saleh’s northern republic in 1990, they soon became unhappy about the move. The north and south became embroiled in a new civil war, resulting in thousands of casualties, while Saleh’s power prevailed.

Outside big Yemeni cities, there are a number of tribal areas that are effectively self-governing. With a large number of civilians being in possession of arms – it is believed there are more guns in the country than citizens – local tribal militias often repress the national army and apply their own laws, based on traditions rather than the state’s constitution. Houthis have risen to be one of the most powerful militias in Yemen.

Sunni-Shia rift

The majority of Yemen’s population is Muslim, but it is split between various branches of Islam – mainly Sunni or Zaidi Shia. The divisions between the Sunnis and the Shia are based on a long-running religious conflict that started as a dispute about the Prophet Mohammed’s successor. While Shia Muslims believe the prophet’s cousin should have filled the role, Sunnis support the picking of Muhammad’s close friend and advisor, Abu Bakr, as the first caliph of the Islamic nation.

That said, Zaidi Shias – making up about 40 percent of Yemen’s population – are the only Shia Muslim sect that do not share the belief in the infallibility and divine choice of imams, strongly revered as spiritual leaders among Shias. This causes them to align closer to Sunni practices.

At the same time, over the past decades, strict and puritanical Salafi and Wahhabi ideas of Sunni Islam – coming from neighboring Saudi Arabia – have become increasingly influential in Yemen.

Houthis

Houthis represent the Zaidi branch of Shiite Islam from the far north of Yemen, adjacent to the Saudi border. The name of the group comes from a leading family of the tribe. Its member – a Zaidi religious leader and former member of the Yemeni parliament, Hussein Badreddin al-Houthi – was accused by the government of masterminding a Houthi rebellion, including violent anti-Israeli and anti-American demonstrations, in 2004.

The Yemeni regime ordered a manhunt for al-Houthi, which ended with hundreds of arrests and the death of the Zaidi leader, with dozens of his supporters also killed.

Since then, the Houthis have been actively fighting with the central power, demanding greater political influence and accusing the government of allying with mainly Wahhabi Saudi Arabia while neglecting national development and the needs of the traditional Zaidi tribes.

While Yemen’s now embattled President Abed Rabbo Mansour Hadi has claimed that Houthis are supported by Hezbollah – the Lebanese Shia militia – some Western officials have alleged that Iran, one of the few Muslim nations of the Shia branch, financially supports Houthis in an effort to control Yemen’s Red Sea coast. This allegation is denied by the Houthis themselves.

Al-Qaeda & ISIS

Since 2009, Yemen has been an operational base of Al-Qaeda militants. After the Yemeni and Saudi branches of Al-Qaeda merged to form Al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP), the group became one of the world’s biggest exporters of terrorism, with the US considering it the most dangerous branch of Al-Qaeda. Osama bin Laden’s family lived in southern Yemen before emigrating to Saudi Arabia.

READ MORE: Yemeni Al-Qaeda says France replaced US as ‘main enemy of Islam’

Yemen’s fight against AQAP has been largely supported by the United States. Since 2007, the US has supplied more than $500 million in military aid to Yemen through programs managed by the Defense Department and State Department, and conducted controversial drone strikes targeting terrorists in the country.

Al-Qaeda’s ideology is based on radical Sunni Islam and thus is hostile to Houthis, who have also been at war with AQAP militants.

With several forces fighting in the country – including the official government, Houthis, and AQAP – the Yemeni chaos provided a fertile ground for extremism.

Extremist groups affiliated with the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) now operate in Yemen, conducting terror acts against both the military and civilians. In the latest March 20 attack, over 100 people were killed and some 250 injured in suicide bomb attacks on mosques in the Yemeni capital Sanaa, with ISIS militants claiming responsibility for the assault.

Fonte: rt.com e Pressenza

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Je suis Lubitz

La tragedia del volo Germanwings ha colpito un po’ tutti e, tra le tante analisi e le varie speculazioni, quella di Bracconi mi sembra la più onesta. La pubblico su questo blog.
Il post sul blog di Beppe Grillo che fa riferimento in qualche modo alla tragedia, invece, utilizzandola quasi come metafora di ciò che accade nel Governo italiano, lo trovo disgustoso e opportunista, un po’ come quelle pubblicità che spesso vengono pubblicate da alcuni giornali nelle pagine in cui si parla di determinate tragedie. Spesso il voler essere simpatici a tutti i costi, il voler far ridere perché coerente con l’immagine che ci si è creati, fa perdere il senso di umanità, di solennità e di sacro che ancora richiederebbe l’essere umani.

di Marco Bracconi

compagnia-aereaTra le more dei conformismi un po’ triti sulla depressione e i tanti nessuno che non se n’erano accorti, puntuale parte il dibattito sul regolario. Mai più piloti soli in cabina, test psicologici da rafforzare, codici di blocco delle porte da rivedere. Se sulle alpi provenzali, insomma, è successo quel che è successo è anche perché noi, il mondo dei “sani”, abbiamo lasciato aperte falle nel nostro inesorabile sistema di controllo. Non abbiamo previsto, non abbiamo immaginato, non abbiamo regolato di conseguenza.

Mentre lo scambismo intellettuale imperversa surfando sul dilemma se sia meglio proteggerci dai terroristi oppure dalla follia, il riflesso condizionato dell’uomo tecnologico è tappare ogni buco possibile e tessere una nuova tela che renda impossibile il ripetersi dell’orrore; regolare, protocollare, stabilire passo passo tutto quel che è necessario per farci stare al sicuro.

L’aereo, per giunta. Come potremmo mai salire a bordo di un aggeggio del genere, placidamente accomodati a 12mila metri sopra la superficie terrestre, respirando aria meccanica, con una temperatura esterna di meno 60 gradi, separati da questo ambiente ostile solo da un velo di acciaio spesso un paio di centimetri, se non ci fosse a rassicurarci  la perfezione delle tecnologie, l’esattezza delle norme, il rispetto totale delle procedure.

Poi però arriva l’occulto personale, la segretezza del singolo, l’imperscrutabilità di ciò che siamo. Ecco il gesto non conforme e doppiamente umano, quel buco nella rete che Montale immaginava via di fuga ed è invece la rotta per l’inferno dove non c’è cabina blindata, assistente di volo solerte, manuale di comportamento a proteggerci da noi stessi.

Arriviamo noi, insomma. Gli esseri umani. Che pilotiamo e voliamo accompagnati dai bip digitali, riscaldati dal tecnicismo dei regolamenti, risolti dalla fede nelle nostri sorti magnifiche e progressive; noi ingegnosi e presuntuosi, comunque sempre ignari di ciò che siamo quando si spegne la luce, a misurare il diametro dell’anello che non tiene.

Così, tra lo stupito e l’incredulo, ci ricordiamo che la coperta della scienza, tecnica, sociale o psicologica che sia, è abbastanza lunga da pretendere di coprire la collettività, eppure troppo corta per contenere una sola persona. Lo iato tra l’io e il noi si allarga, il paradosso si moltiplica all’infinito, la fede si perde e si ritrova con un’altra fede, ma sempre la stessa. Domani come ieri restiamo incapaci di umiltà e fatalismo, dentro mappature esatte al millimetro e pregando l’unico dio che ci è davvero rimasto: sensori, chip, connessioni.

Guidati dalle protesi hi-tech atterriamo regolarmente ogni giorno e tutti assieme, forti del nostro sapere e del nostro saper fare. E poi da soli, immersi nel nostro buio, precipitiamo.

Fonte: Repubblica.it

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Non solo gli insetticidi dietro il declino delle api

Gli insetticidi non sarebbero gli unici responsabili del declino delle popolazioni di api. Lo suggerisce uno studio sull’insetticida più usato al mondo, che non ha rilevato danni per gli alveari alle dosi usate dagli agricoltori.

Le popolazioni di api continuano a diminuire in varie parti del mondo, con gravi conseguenze per l’impollinazione delle piante e in particolare delle specie d’importanza commerciale. Ma l’uso degli insetticidi, chiamato in causa da più parti per spiegare il fenomeno del declino delle api, non è l’unico responsabile di questa drammatica situazione, stando ai risultati diuno studio apparso su “PLoS ONE” a firma di ricercatori dell’Università del Maryland guidati da Galen Dively.

Non solo gli insetticidi dietro il declino delle api
Api nell’alverare: il declino delle popolazioni di questo insetto in varie parti del mondo potrebbe avere forti ripercussioni sul’impollinazione delle piante (© Gary Bell/Corbis)

Gli autori hanno analizzato in particolare gli effetti sulle colonie di api dell’insetticida imidacloprid, uno dei più usati a livello globale, che fa parte dei neonicotinoidi. Si tratta di una classe di sostanze derivate dalla nicotina, che nella pianta del tabacco e in altre piante simili agisce da deterrente nei confronti degli insetti.

La stessa nicotina è stata usata in passato come insetticida ma si è rivelata tossica per gli esseri umani e rapidamente deperibile quando esposta alla luce del Sole. Per questo la sua molecola è stata modificata, ottenendo i neonicotinoidi attualmente in uso.

Non solo gli insetticidi dietro il declino delle api
Una fase dello studio, in cui le api erano esposte al pesticida (Galen Dively)

Davely e colleghi hanno esposto alcuni alveari a livelli crescenti di imidaclorid, partendo da un livello quattro volte superiore rispetto a quello che normalmente si registra negli ambienti in cui viene usato, e per periodi di esposizione molto prolungati, fino a 12 settimane. Gli effetti negativi non sono stati rilevati per livelli di esposizione alla sostanza più bassi: i danni hanno iniziato a comparire con livelli di esposizione 20 volte superiori.

“Tutti puntano il dito contro questa sostanza, basta fare una ricerca su Internet. Ma imidacloprid è l’insetticida più usato al mondo e non ha restrizioni proprio perché considerato sicuro, assai più degli organofosfati, molto usati come pesticidi”, ha aggiunto Dively. “Questo studio indica che imidacloprid può certamente contribuire al declino delle colonie, poiché ad alte dosi è dannoso, ma anche che probabilmente i neonicotinoidi non sono gli unici responsabili del fenomeno, perché a livello mondiale sono diffusi a concentrazioni decisamente inferiori di quelle testate”.

Secondo Dively e colleghi il declino delle popolazioni di api è da imputare a una concomitanza di fattori diversi, innanzitutto stress climatici e problemi di nutrizione. Sotto accusa è principalmente l’industrializzazione dell’agricoltura: le ampie zone di monocolture costringono le api a prendere il polline da una o due varietà di piante al massimo, portando uno squilibrio nella loro alimentazione.

Fonte: lescienze.it

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Carcere spazio urbano

Venerdì 27 marzo ore 15, Ghetto degli Ebrei (via Santa Croce 18 Cagliari)

U-BOOT presenta:

BUONCAMMINOLAB
Laboratorio di indagine architettonica sulla Casa Circondariale di Buoncammino e sul suo rapporto con la Città attraverso l’autonarrazione fotografica realizzata dai detenuti.

I risultati del Laboratorio
a cura di
U-BOOT
e condotto da
Alessandro Toscano / Fotografo
insieme a un gruppo di detenuti all’interno del Carcere prima della sua dismissione, si confronteranno con le esperienze che
Emilio Caravatti / Architetto e docente al Politecnico di Milano
e
Lorenzo Consalez / Architetto e docente al Politecnico di Milano
stanno portando avanti con i loro studenti nel Carcere di Bollate

tra i relatori
Rossana Carta
Direttrice dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna

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BUONCAMMINOLAB
è stato realizzato da
U-BOOT
Alessandro Toscano | OnOff Picture

con il supporto di
Claudio Massa | Responsabile area educativa della Casa Circondariale di Buoncammino
Giuseppina Pani | Educatrice
Gloria Sardara | Educatrice

in collaborazione con
OnOff Picture
22publishing

con il patrocinio di:
Comune di Cagliari

con il contributo di
Fondazione Banco di Sardegna
Photolux Festivall

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CARCERE SPAZIO URBANO
ideato, curato e coordinato da
U-BOOT
è un progetto che esplora in modo attivo il confine tra Città e Periferia Penitenziaria attraverso l’interazione tra ricerca architettonica e multidisciplinarietà.

Ha preso avvio a Cagliari nell’Aprile 2012 sotto forma di workshop, nell’ambito del Laboratorio di Partecipazione Politica, durante il quale ha iniziato la sua indagine sulla realtà carceraria della Casa Circondariale di Buoncammino e sul suo rapporto con il territorio, in previsione del suo imminente spostamento nella nuova struttura di Uta, e dove ha attivato BuoncamminoLab;

è stato presentato alla 13. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia – Padiglione Italia nell’ambito di una giornata studio organizzata da U-BOOT in collaborazione con 22Publishing e OnOff Picture, e patrocinata da IN/ARCH;

nella sua evoluzione vede il susseguirsi di eventi puntuali, nell’ambito dei quali, di volta in volta, l’attenzione si focalizza su casi specifici, al fine di avviare una riflessione approfondita e condivisa che conduca all’ individuazione di azioni appropriate, per la riqualificazione dello ‘spazio Carcere’ e l’implementazione del suo rapporto con la città e il territorio;

l’approccio adottato è, necessariamente, multidisciplinare, e coinvolge architetti, fotografi, educatori, amministratori, associazioni, giuristi, studenti.

Carcere Spazio Urbano è anche una piattaforma/network online e offline, che ha come obbiettivo quello di raccogliere e mettere a sistema dati, azioni, esperienze, memorie, progetti, un contenitore/progetto condiviso, aperto all’interazione e in costante espansione.

//

INFO

U-BOOT // U-BOOT Lab
è
studio diffuso // associazione culturale
fondati da
Maria Pina Usai architetto e paesaggista, si occupa di pianificazione strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio
Margherita Fenati architetto paesaggista, esperta in gestione dello spazio pubblico
Francesca Tatarella architetto paesaggista ed editore, studia dinamiche di interazione tra architettura, paesaggio e arte
Daniele Iodice architetto, fotografo, videomaker e webdesigner

http://www.u-boot.it/
http://carcerespaziourbano.wix.com/carcerespaziourbano

Fonte: Sustainable Happiness (la foto è tratta dalla stessa pagina FB)

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I paradigmi dell’architettura ecocompatibile

di Riccardo Zerbinati

green_economy_sostenibilita_architetturaTra le prime necessità per un progettista, ci dovrebbe essere porre attenzione all’ambiente; l’edilizia, infatti, in un paese industrializzato come il nostro, influisce per il 40% nel consumo globale di energia e per il 51% nella quantità di emissioni di CO2 in atmosfera.

Progettare bioclimaticamente significa utilizzare alcune caratteristiche dell’ambiente esterno per raggiungere il benessere nell’ambiente costruito. Da qualche anno a questa parte, il tema della sostenibilità si è diffuso in maniera tale da riuscire a sensibilizzare più persone: purtroppo però questo non basta ad aumentare la consapevolezza riguardo all’imminente esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili (come i combustibili fossili). I prodotti derivanti dalla loro combustione, inoltre, risultano altamente nocivi per l’ambiente: i gas e le polveri che inquinano l’atmosfera, variano il regime climatico della Terra generando l’innalzamento della temperatura. Alcuni esperti dichiarano che la CO2 presente in atmosfera, genera un effetto ritardato di circa vent’anni. Tra circa vent’anni quindi subiremo cambiamenti climatici non indifferenti che saranno da attribuire all’era del consumismo, degli sprechi e del depauperamento delle risorse.

ARCHITETTURA NATURALE: ESEMPI DI BIOMIMESI E AUTOCOSTRUZIONE

La cultura ecocompatibile di oggi nasce e si sviluppa dalla conoscenza di più filoni di pensiero ed esperienze antecedenti la formulazione del concetto di sviluppo sostenibile:

  • movimento ecologista
  • bioarchitettura
  • studi e applicazione dei principi bioclimatici

Ciascun filone di esperienze si basa su alcuni riferimenti culturali che hanno portato alla messa a punto dei principi caratterizzanti l’architettura ecocompatibile:

  • paradigma ecologico
  • paradigma bioclimatico
  • paradigma energetico

Il paradigma ecologico e il paradigma bioclimatico fondano le loro origini ai primi insediamenti umani, mentre il paradigma energetico ha origini più recenti con la crisi energetica e il consumo delle risorse con disponibilità limitata.

IL PARADIGMA ECOLOGICO

Il paradigma ecologico si fonda su relazioni tra luogo ed elemento costruito.

Le caratteristiche del luogo guidano la progettazione e sono elementi connotanti dell’architettura stessa: forma, tecnologia e materiali. L’esempio che meglio interpreta questo paradigma riguarda i Cliff Dwellings, villaggi costruiti all’interno di ampie cavità naturali presenti nelle pareti verticali dei canyon, esposte in genere a mezzogiorno, in zone caratterizzate da un clima arido a forte escursione termica diurna e stagionale. Rimanendo su esempi più semplici, gli indiani d’America, avevano predisposto le loro tende per riuscire a configurarle in modi diversi per sfruttare le caratteristiche microclimatiche stagionali. Si passava quindi dall’effetto camino, alla ventilazione passante, alla chiusura totale (protezione invernale) all’interposizione esterna di piccole barriere che proteggevano dal vento freddo.

Ripercorrere in breve la rivoluzione con cui lo spazio abitabile si è sviluppato nel corso del tempo, in funzione dei fattori climatici e ambientali, ci aiuta a tratteggiare i comportamenti tecnico-progettuali, seppur elementari, dei primi insediamenti abitativi. Per questo la ricerca sull’architettura antica sviluppata dalle origini fino agli inizi del 1800 si interessa di quegli stanziamenti umani che hanno dato volto ad un’equilibrata gestione del territorio e delle risorse in esso contenute. Prendendo in esame alcuni dei numerosi insediamenti sparsi in Europa e nelle regioni poste intorno al Mar Mediterraneo, si può delineare una testimonianza di come l’utilizzo delle energie naturali coadiuvi strategicamente il modo di abitare e il benessere degli abitanti.

I primi insediamenti umani si sono adattati alle cavità naturali del terreno; questi rappresentano le prime strutture spontanee impiegate come abitazioni permanenti in grado di testimoniare la vita, le abitudini e la cultura dei gruppi sociali che le hanno utilizzate. Alcune di queste realtà, quelle ancora visitabili e non andate completamente distrutte, sono diventate nel tempo, delle vere e proprie dichiarazioni architettoniche in funzione della loro dimensione, dell’armonia del complesso nel suo insieme o delle peculiarità che le inseriscono all’interno del paesaggio naturale. Tali spazi coperti sono comunque frutto di una attenta verifica delle condizioni di vivibilità delle necessità difensive, da parte di piccoli gruppi di comunità che si sono adoperati attraverso un lungo lavoro di adattamento dell’ambiente naturale al loro stile di vita. L’adeguamento conduceva alla completa appropriazione di un luogo da parte della collettività che in esso trovava ripari relativamente confortevoli spazi protetti dalle variazioni climatiche in funzione delle caratteristiche geomorfologiche.

Successivamente l’uomo è intervenuto in questo habitat naturale con opere di scavo nella roccia adattandone negli spazi. Lo sviluppo morfologico di tali architetture è successivo alla diffusione dell’uso del fuoco per le necessità vitali e la migliorata azione di scavo dovuta ai primi strumenti rudimentali che hanno consentito la realizzazione di aperture, buchi aspiranti, bucature contrapposte (magari orientate verso i venti dominanti); attraverso questi accorgimenti si è reso possibile il movimento dell’aria e il controllo della temperatura interna a vantaggio dell’abitabilità degli spazi. Quest’architettura definita di tipo spontaneo o entro terra, non era comunque casuale, ma dipendeva essenzialmente dalla natura geologica del terreno, dal clima, dalla vegetazione, dalla posizione in cui si trovava, che doveva essere vantaggiosa per l’esposizione.

Soltanto con una consolidata abilità costruttiva, si è passati, nei secoli successivi, agli spazi artificiali o fuori terra che hanno impiegato materiali e tecniche costruttive locali in grado di assicurare un minimo comfort e protezione di ogni spazio abitato. In questo modo gli impianti edilizi artificiali, di dimensione e forma variabile, oltre ad offrire molteplici opportunità di vita e lavoro alle più diverse aggregazioni sociali che in essi si sono riconosciute e sviluppate, hanno favorito la crescita di volumetrie per tutte le attività di cui, si sentiva l’esigenza.

Gli insediamenti umani preistorici in Europa e nell’entroterra del Mediterraneo, si sono concentrati prevalentemente in zone dalla struttura geologica di natura tufacea e argillosa, sabbiosa o di carattere carsico, in cui la secolare azione erosiva dell’acqua e del vento, ha inciso profondamente la forma dei materiali naturali creando cavità, grotte, anfratti, fenditure, insenature, adatte alla formazione di sistemi abitativi in grado di rimanere attivi per lunghissimi periodi di tempo, in qualche caso fino ai nostri giorni.

Ritornando a periodi più recenti, la casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright, è un ottimo esempio di paradigma ecologico, poiché il progettista è stato il primo a partorire un edificio, che riutilizzava i materiali del luogo, legno, pietra, acqua, cercando di integrare al meglio la propria architettura nello spazio forestale verde ed incontaminato della Pennsylvania.

Questo risulta uno dei pochi casi in cui ci si può chiedere se sia nata prima l’idea, l’architettura, o il paesaggio circostante poiché l’integrazione tra le due è ad un livello inverosimile.

IL PARADIGMA BIOCLIMATICO

Il paradigma bioclimatico si basa sull’utilizzo intenzionale della risorsa clima per il controllo del benessere degli spazi abitativi; le condizioni del microclima sono variabili importanti del processo progettuale, poiché influenzano ad esempio i rapporti tra elementi di involucro opaco e trasparente.

I bagni romani del I secolo A.C. presentavano una lente sulla sommità della cupola per massimizzare gli apporti solari gratuiti, mentre la casa a emiciclo solare progettata da F. L. Wright per Herbert Jacobs, mostra un rapporto di apertura e di interscambio tra l’edificio e lo spazio circostante.

IL PARADIGMA ENERGETICO

Il paradigma energetico si sviluppa in maniera sinergica rispetto a quello bioclimaticoÈ caratterizzato da una vocazione spiccata nell’utilizzo dell’energia solare come mezzo di climatizzazione degli edifici. Per massimizzare gli apporti termici gratuiti vengono impiegati sistemi solari attivi e/o passivi attraverso lo sviluppo ed il ricorso a tecnologie sempre più sofisticate.

Heliotrope a Friburgo, fu il primo edificio al mondo a produrre più energia (interamente da fonti rinnovabili) di quella che consumava. Grazie alla tecnologia stratificata a secco e ai ridotti consumi, la CO2 prodotta per la sua costruzione, può essere assimilabile a zero. Utilizzando l’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico, la struttura può ruotare fisicamente per seguire il sole, permettendo di sfruttare al massimo la luce e il calore naturale del sole.

I paradigmi dell’architettura ecocompatibile costituiscono un’eredità concettuale e tecnica che ha influenzato e sta influenzando molto gli architettiattualmente in attività e molte delle tendenze architettoniche che si sono sviluppate negli ultimi anni. Tutt’oggi questi esempi vengono usati per declinare modelli di sostenibilità, che interagiscono sulle attuali tendenze dell’architettura contemporanea facendo emergere diversi filoni costruttivi.

HIGH-TECH AD ALTA EFFICIENZA ENERGETICA

Con il paradigma energetico e bioclimatico, le destinazioni d’uso di questi edifici sono spesso uffici, padiglioni espositivi. Questa tipologia è caratterizzata da edifici di forma compatta e sistemi tecnologici sofisticati come la Sliding House o l’Eden Park.

ARCHITETTURA ORGANICA ECOLOGICA

L’architettura Organica Ecologica, più condizionata dalla Baubiologie tedesca,tende ad essere più ecologica-energetica, perché dirige maggiore attenzione al contesto geologico e idrogeologico; il sole non è l’unico elemento da considerare in fase di progettazione. Questa tipologia può essere messa a disposizione di funzioni miste o residenze. La forma del corpo di fabbrica è spesso disaggregata, costruita con materiali naturali e della tradizione locale (United Arab Emirates Pavilion).

PLURALISMO CONTEMPORANEO

Nel pluralismo contemporaneo, con riferimento al paradigma energetico e bioclimatico, vengono impiegati sistemi costruttivi a cavallo tra innovazione e tradizione, i materiali sono tecnologicamente migliorati, e gli edifici progettati assolvono destinazioni miste con forme del costruito lineari ( WWF Holland Zeist, Student Housing).

ARCHITETTURA LOW COST

Prevede materiali spesso prefabbricati, a basso costo, con assemblaggio a secco, autocostruzione (se possibile) cercando di sfruttare al massimo compattezza e forme lineari. Non sempre vengono progettati edifici ecocompatibili, spesso questi hanno costi più elevati degli edifici costruiti con paradigmi elencati in precedenza (Sede amministrativa Walch’s Catering Lustenau, Casa 100k).

Fonti | Bianchi R., Morabito G., La decrescita prosperosa dell’edificio, Architecture from high tech to low cost, Gangemi Editore, Roma, 2010

Grosso Mario, Il raffrescamento passivo degli edifici in zone a clima temperato, III edizione, Santarcangelo di Romagna, Maggioli Editore, 2011

Fonte: Architettura Sostenibile

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Fai una passeggiata per le strade del Giappone

di Nevin Thompson

Nell’era degli onnipresenti smartphone con videocamera e dell’archiviazione gratuita di video online, la Slow TV [en, come i seguenti, salvo diversamente indicato] è diventata un fenomeno straordinario. In questo genere emergente, i video che presentano interi viaggi in treno sono davvero popolari, così come un video di tre ore su un pesce tropicale. O ad esempio, l’artista Kees Colijn ha intrapreso un video-progetto che documenta la sua “camminata verso l’est.”

Lo Youtuber giapponese, satobo3104 [jp], ha caricato centinaia di video che documentano le sue camminate attraverso i vecchi quartieri di tutto il Giappone.

I video sono senza commenti. È solo una passeggiata attraverso tranquille strade secondarie. È un modo unico, rilassante, di immergersi nei luoghi e nei suoni di posti che probabilmente non si avrà mai l’occasione di visitare.

Matsushima (Tsuruga, Prefettura di Fukui)

Tsuruga  è una piccola città sulla coste giapponesi, a circa un’ora di auto da Kyoto. Matsushima è uno dei più vecchi quartieri di Tsuruga e il video cattura perfettamente l’atmosfera di un tranquillo giorno d’estate.

 

 

Guarda la seconda e la terza parte qui.

Yokota (Takaoka, prefettura di Toyama)

Takaoka è un’altra piccola città sulla costa giapponese, vi si trovano diverse case nel vecchio stile giapponese in quartieri che non sono cambiati nonostante il passaggio di centinaia di anni. Il video ci fa fare una passeggiata tra i quartieri di Yokota e Kanaya, visitando i santuari e i tempi che si trovano lungo la strada.

Di rilevante interesse è il quartiere Senbon-koshi di Kanaya [jp], luogo di patrimonio culturale caratterizato da strade costeggiate da case tradizionali restaurate.

La strada dello shopping di Sonoda (Amagasaki, Hyogo)

Questo video ci fa dare un’occhiata al tradizionale shotengai giapponese, ossia il mercato coperto di  Sonoda, Amagasaki, nella zona ovest di Kobe.

 

 

Per una gran parte del dopoguerra giapponese, shotengai è stato il centro della vita cittadina in Giappone. Piccole famiglie erano i proprietari di negozi e i chioschi fornivano alimenti economici e convenienti, i tendoni proteggevano gli acquirenti dalla pioggia, dalla neve e dal sole caldo. Con l’invecchiare della popolazione, solo poche famiglie vivono in questi vecchi quartieri. I pochi clienti locali credono che lo shotengai stia diventando un ricordo del passato.

Nishiki Market (Kyoto)

I mercati coperti hanno ancora un ruolo importante in alcune zone del Giappone, specialmente se soddisfano le esigenze dei turisti. Questo video ci porta nel Nishiki Market di Kyoto. Dove si ha occasione di vedere un po’ di tutto, dai granchi dell’Antartico ai fiori appena tagliati venduti in offerta.

Tsukiji (Tokyo)

In questo video osserviamo la vita di tutti i giorni nel cuore di Tokyo, la città più grande al mondo. Facciamo una passeggiata attraverso Tsukiji, a est di Ginza. Le strade strette sono affiancate dalle vecchie case, producendo un contrasto netto con il raffinato e lucente paesaggio urbano a pochi isolati di distanza.

Molti altri video sulle passeggiate attraverso i quartieri giapponesi si possono trovare sul canale di satobo3104 [jp].

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

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Dalla Decrescita Felice a Pasolini, un viaggio in una Italia ambientalista

di Gabriele Del Buono

imagesGli incontri in libreria hanno sempre un qualcosa di suggestivo, il solo trovarsi tra gli scaffali e vedere libri e ancora libri ovunque dovrebbe farci sentire meglio. Quando poi il tutto si svolge in una piccola libreria, di quelle che quasi non esistono più, con un gruppo forse lontano, per i suoi numeri, dai chiassosi incontri nei grandi store, dove la maggior parte della gente è li solo per curiosare e vedere da vicino qualcuno famoso, che forse neanche conoscevano fino a cinque minuti prima, ma con persone realmente interessate alle parole dell’ospite in questione, si è sicuri di essere davvero nel posto giusto al momento giusto. La prima serata di “Piccoli incontri in libreria” si è tenuta giovedì 5 marzo, presso la Libreria Campus di Bari, e tra decrescita felice, Pasolini e ambientalismo, l’incontro è stato ricco di interessanti spunti. Moderato da Patty L’Abbate, rappresentante del Circolo per la Decrescita Felice di Bari, la serata ha visto l’intervento di Antonio Aprile, che ha parlato di come Pier Paolo Pasolini sia stato un precursore del pensiero di decrescita felice, seppur additato al tempo di conservatorismo, e di Massimiliano Boccone, che insieme agli altri volontari di GreenPeace di Bari, ha spiegato ai presenti la vera funzione del movimento, il significato delle loro proteste, e l’importanza delle risorse rinnovabili.

Cosa è però davvero la Decrescita Felice? Non fatevi ingannare dal termine “decrescita”, nonostante stiamo parlando di lavoro, economia e società, il termine non assume connotazione negativa, ma è una giusta critica intelligente a ciò che non serve, in ognuno di questi campi, una spinta a una produzione realmente conforme al fabbisogno della popolazione, una spinta al rallentamento del consumismo che sta rendendo il nostro pianeta povero di risorse naturali necessarie, e le nostre menti spesso povere di contenuti, annebbiate da media e congegni che fanno quasi tutto al posto nostro. Un invito anche a creare con le proprie mani ciò che è possibile davvero fare da noi stessi, e un individuare stili di vita alternativi, opposti non al progresso ma al suo uso sbagliato. Proprio in questo quadro rientra Pasolini, voce discordante con quelle del suo tempo, e sempre impegnato, oltre che nel suo scrivere per puro scopo narrativo, anche nel dar voce a situazioni sociali e non solo che spesso non avevano voce. Una sorta di profeta italiano del ‘900, capace di dire ciò che gli altri non vogliono dire, un precursore della decrescita felice, forse proprio perché, nel suo ruolo profetico, sapeva a che problemi sarebbe andato incontro il mondo, e soprattutto l’Italia, sempre più lenta rispetto ad altri paesi nell’agire in situazioni che riguardano la natura e le risorse. Illuminato dal mondo contadino che aveva visto da bambino, lo scrittore viene a volte visto ingiustamente come un conservatore, non capendo che Pasolini non era contrario al progresso, ma allo sviluppo, specie quello di quei tempi nel nostro paese, e non negava che il tempo e le nuove scoperte portassero miglioramenti, ma che tutto ciò che portassero fosse positivo, avvertiva la cecità degli altri, sicuri che tutto sarebbe andato meglio, nonostante i danni collaterali dello sviluppo. Era il 1° febbraio 1975, quando Pier Paolo Pasolini pubblicò un articolo sul Corriere della Sera, diventato poi noto come “L’ articolo delle lucciole”, in cui parlava, attraverso la seppur concreta e drammatica situazione della scomparsa di questi animali nelle nostre città, di come seppur i più illustri studiosi, scrittori e filosofi dell’epoca stessero cadendo nell’errore di non osservare più davvero il mondo intorno ad essi, cadendo in un assopimento della nuova borghesia. La situazione delle lucciole, dell’inquinamento, e dei primi veri danni al pianeta per causa del progresso, però non aveva spazio in Italia, dove provvedimenti seri per fabbriche e pesticidi vennero presi solo molti anni dopo. In America però già nel 1962 Rachel Carson aveva illustrato i danni dell’agricoltura intensiva nel suo libro inchiesta “Primavera silenziosa”, diventato poi manifesto antesignano del movimento ambientalista. Green Peace ci riporta poi ai nostri giorni, in cui le risorse energetiche iniziano a scarseggiare, la legislazione, seppur più presente, ha ancora tanto da decidere e migliorare, e dove l’informazione è sempre distorta, poco fruibile, e quasi assente, su temi che dovrebbero riguardarci da vicino. Perché noi siamo ospiti del nostro pianeta, e siamo solo una parte dei suoi abitanti. Il cittadino si sente quasi inerme, perché la sua coscienza civile lo spinge a delegare agli altri quello che potrebbe anche lui fare nel suo piccolo, e “ambientalista” è diventata una categoria, quando invece ognuno di noi dovrebbe interessarsi del verde della sua città, delle specie in estinzione, dell’aria che respira ogni giorno più inquinata. Per questo i volontari di GreenPeace sono a volte costretti a gesti mediaticamente estremi per far sentire la propria voce dimenticata da giornali e tv. Quindi il cittadino ha veramente saputo prendere il meglio del progresso o è stato vittima dello sviluppo? Mi chiedo quindi se il problema non sia il progresso in se, ma l’uso che se ne fa. Mi chiedo perché la gente si preoccupi più di una macchia su un vestito che di una specie in estinzione, perché servano concerti pop per salvare foreste e attirare l’attenzione del pubblico, mi chiedo perché si parli in piccolo di questi temi invece di urlarli a gran voce. Esco però dalla libreria soddisfatto, perché anche a Bari qualcosa si sta muovendo, e lo leggo negli occhi dei ragazzi e degli adulti presenti all’incontro, e per un attimo metto da parte le mie domande, e penso fiducioso al futuro. Fonte: sito MDF (Movimento della Decrescita Felice)

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Una lettera d’amore per Bassel Khartabil, blogger siro-palestinese in carcere

*Le parti di questo post scritte dall’autrice, Leila Nachawati, sono state tradotte in inglese da Diana Navarrete.

Il 15 Marzo è il terzo anniversario in prigione di Bassel Khartabil [it] — conosciuto anche come Bassel Safadi — un noto blogger siro-palestinese e sviluppatore di risorse open-source. Figura tra i leader di Creative Commons in Siria, è anche attivo in progetti come Mozilla Firefox e Wikipedia; gli viene riconosciuto il merito per l’apertura della rete internet in Siria e l’estensione al pubblico dell’accesso online. Secondo il Parlamento Europeo, la sua detenzione è frutto degli sforzi del governo siriano per limitare l’accesso online alla comunità e per reprimere la libertà di espressione nel paese.

Bassel è stato arrestato alcuni giorni prima del suo matrimonio. Sua moglie, Noura, ha scelto il 14 febbraio, giorno di San Valentino, per rendere pubblica questa lettera:

Non posso scrivere una poesia il giorno di San Valentino, devo assolutamente vederti, ho bisogno di rubare le parole dai tuoi occhi, penso solo ai tuoi occhi adesso.
E quando li guardo da vicino, non ho parole. Non riesco più a pensare, sto pensando alla Siria, Oh Bassel. Fa male, la Siria fa male.
Ogni volta che ricordo il suo nome, Siria, piango
per tutto l’amore che ho per la Siria
Vorrei che sapessimo come amarla, se l’avessimo amata, non saremmo mai arrivati a questo punto…
Penso che tutti l’amiamo ma non sappiamo come farlo, 
non stiamo nemmeno imparando ad amarla, la nostra Siria
Bassel, ho paura, temo per il paese che sta subendo una carneficina, viene diviso, sanguina e sta per essere distrutto…
Oh Bassel, ho tanta paura che il nostro sogno stia trasformando la nostra generazione: invece di liberare il paese, siamo testimoni della sua distruzione. Oh Bassel, ho tanta paura …
Voglio offrire una rosa
non rossa come il sangue
e nemmeno bianca come il colore che non abbiamo mai indossato il giorno del nostro matrimonio 
Voglio offrire una rosa blu, il colore che indossavo quando ci siamo sposati, 
il colore della gonna che indossavo quando hai detto di amarmi
Oh Bassel, dobbiamo così tanto a questo paese 
ogni istante in cui sono stanca
ogni istante in cui sono debole
ogni istante in cui piango 
mi sento egoista e penso solo a me, in Siria
sento che voglio abbandonarla, lasciarla ma poi mi ravvedo e prometto alla mia Siria di essere forte 
voglio dirle che è bella
voglio rimanere un essere umano, 
voglio tatuarmi il suo nome sulla mano
la Siria se lo merita, caro Bassel
proviamoci questa volta, per il suo bene 
per il bene della Palestina
la Palestina che vivo tramite te 
tu sei la meravigliosa altra metà che vivo dentro di te
tu sei la mia amata metà palestinese 
immagina 
mi perdo in te
tutto di me si perde in te
in te perdo la Siria e la Palestina

Il 15 Marzo, il giorno dell’arresto di Bassel, è anche il giorno che ricorda l’inizio della rivolta del popolo siriano. Nella primavera del 2011, quando il popolo da ogni parte si riversò nelle strade per chiedere libertà, dignità e giustizia, tutto sembrava possibile. Quattro anni più’ tardi, il sogno di Bassel, Noura e di molti altri è diventato un incubo. La Siria è sotto costante minaccia, e la sofferenza del suo popolo non fa’ più notizia.

Proprio recentemente, i bombardamenti del governo hanno ucciso più di 150 persone, senza fare notizia. Al giorno d’oggi, solo le atrocità commesse dall’ ISIS fanno notizia, e il popolo siriano ne è vittima ed ostaggio.

Per quelli di noi che conoscono e amano la Siria, ciò che accade in questo paese ci addolora profondamente, soprattutto man mano che tutto questo diventa sempre più invisibile al resto del mondo. Le nostre ferite contano più di 200.000 morti, le centinaia di migliaia di detenuti, gli sfollati, i rifugiati, quelli che continuano a subire torture inimmaginabili nelle prigioni del governo, coloro che soffrono la tirannia di gruppi come l’ISIS, che hanno i loro progetti ed interessi e che sono nemici della ricchezza del popolo siriano e della sua diversità. Queste persone, uniche e insostituibili, sono diventate numeri e statistiche così grandi che l’ONU non è riuscita a registrarle.

In particolare, fa male l’indifferenza. Le immagini che non provocano più indignazione, la documentazione delle atrocità che si accumulano in file video non visionati da nessuno. L’empatia selettiva di coloro che classificano le vittime come imperialisti o anti-imperialisti, legittimi o illegittimi sulla base di politiche geo-strategiche e di coloro che aggiungono la negazione del dolore al dolore.

Fa più male della perdita di una persona cara, perché non esiste una terapia per la perdita di un paese. Le ferite non guariscono. Per coloro che la amano, la ferita inferta alla Siria è senza fine.

Fonte: Global Voices 

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