School for nothing

di Eugenio Benetazzo

storytellingLa follia italiana sembra non conoscere limite, tra un quarto di secolo del paese rimarrà forse solo la sua connotazione geografica. Si capisce come muterà il quadro economico nei prossimi anni anche osservando la dinamica e consistenza delle iscrizioni nelle scuole superiori. La menzogna che l’elite culturale sinistroide ci ha profilato in questi ultimi due decenni sarà additata come una delle cause principali del declino industriale ed imprenditoriale della nazione. Secondo questi imbonitori di pensiero siamo tutti uguali e pertanto tutti dobbiamo avere la stessa formazione e tutti dobbiamo arrivare a svolgere mansioni da colletto bianco decorosamente ricompensate, evitando che ci possa essere qualcuno più pagato di altri. I meriti non devono diventare elementi discriminatori. Sono proprio questi artefici del pensiero radical chic di sinistra (ideologi, docenti universitari ed esponenti della lotta di classe) che hanno svilito e distrutto la funzione principale di ogni apparato scolastico ovvero selezionare e formare. La scuola intesa come insieme di istituti scolastici ed atenei è stata trasformata in un ridicolo network di diplomifici e laureifici. Il concetto di fare selezione delle risorse umane, attraverso la riparazione estiva delle proprie lacune e l’utilizzo della bocciatura, è stato sotterrato, perchè non è giusto bocciare, non è giusto premiare chi è più bravo di altri o fermare chi è stato sfortunato o chi è più lento degli altri.

Soprattutto non deve passare l’dea che se qualcuno è più bravo di te deve per questo avere un trattamento economico sostanzialmente diverso da quello tuo. Qualcuno potrebbe definirla l’origine della follia. Tutto il mondo persino quello animale è incentrato sul concetto di sopravvivenza del più bravo, del più forte e del più dotato. Di certo Madre Natura non permette al lupo più ritardato di diventare capobranco o al tonno più lento di sfuggire alle fauci di qualche squalo bianco. L’assenza di meritocrazia in Italia e la sua sistematica fossilizzazione a valore centrale nella vita amministrativa ed imprenditoriale del nostro paese prende forma proprio con le varie riforme scolastiche che abbiamo avuto negli ultimi due decenni. Se torniamo indietro a 25 anni fa, sicuramente chi ha la mia età, si ricorderà dei suoi primi anni di scuola superiore. Le possibilità che allora un ragazzo aveva davanti a sè in termini di cursus honorum erano strettamente collegate ai risultati o alle difficoltà raggiunti durante il trienno della scuola media. ¼ dei vostri compagni di classe di allora abbandonava lo studio per entrare nel mondo del lavoro come solitamente apprendista operaio o artigiano, 1/3 dei compagni di classe si divideva tra i vari istituti tecnici (geometri, periti industriali e ragionieri), un secondo terzo si iscriveva alle varie scuole professionali ed infine quei pochi che rimanevano venivano iscritti ai vari licei (classico, scientifico, linguistico ed artistico).

Uso il termine venivano in quanto tale decisione era più un vezzo della loro famiglia che un effettivo desiderio di intraprendere quel percorso di studi. All’epoca in gergo giovanile chi andava a scuola in un liceo era etichettato come una sorta di cremino o di figlio della nuova borghesia italiana rampante (erano gli anni dello yuppismo). Tra l’altro era anche una sorta di status sociale poter dire mio figlio è iscritto al classico o allo scientifico. La favola che mi è stata sempre raccontata è che il liceo avrebbe consentito una formazione multidisciplinare con un’infarinatura a 360 gradi su molti campi applicativi, che sarebbe stata utile soprattutto in caso in cui successivamente si sarebbe deciso di accedere agli studi universitari. Chi frequentava il liceo veniva chiamato “liceale” dagli altri suoi coetanei, ma il termine liceale aveva una connotazione dispregiativa, della serie “figlio di papà” o “pseudo intellettuale che se la tira” o “sfigato con i libri di latino dentro lo zaino”. Stando ai moniti dell’epoca, la fatica di quegli studi privi di applicazione pratica nella vita di tutti i giorni sarebbero poi stati ripagati ampiamente nel tempo. Purtroppo anche questa fu una grande favola di gioventù. Il liceo non solo non è servito a nulla ma nel tempo si è dimostrato un grande limite per l’accesso al mercato del lavoro. Non è la scuola che fa la differenza, ma l’individualità e l’ambientein cui ognuno decide di dare sfogo e forma al proprio destino.

Oggi stando alle graduatorie di iscrizione per il prossimo anno ormai oltre il 60% dei ragazzi italiani si iscrive al liceo, ¼ viene attirato dagli istituti tecnici ed il restante ¼ nelle altre varie categorie scolastiche (professionali e private). Il liceo di oggi di certo non è quello di 25 anni fa, ormai è un percorso di studio che fa ridere e non serve assolutamente all’attuale mondo del lavoro, al pari di quasi tutti i corsi di laurea ormai sviliti più alla pari di una raccolta punti delle merendine. Mi permetto di fare queste considerazioni avendo insegnato temporaneamente tanto nelle scuole superiori quanto nelle università. Ai genitori sconsiglio vivamente di iscrivere i loro figli nei licei di oggie tanto meno di avviarli post liceo al mondo universitario a meno che non si trattino di quelle facoltà in cui oggettivamente si studia e non si sta parcheggiati in attesa dei 25 anni per presentarsi sul mercato con un’inutile laurea in scienza delle comunicazione o in giurisprudenza. Siamo in piena rivoluzione industriale, la scuola italiana è incapace di fornire una formazione in grado di preparare i ragazzi al nuovo mondo che verrà, probabilmente un percorso di studi non convenzionale può dare quella soddisfazione e smarcamento sociale in grado di creare gratificazione tanto professionale quanto reddituale. Tra 25 anni vedrete che fine faranno i vari liceali diplomati nei prossimi cinque anni. Già vedo come sono ridotti i miei coetanei che non sono arrivati alla laurea, per i vostri figli sarà ancora peggio. Rircordate, la scuola serve per selezionare e formare, non per sbanderare il vostro status economico alla società.

Fonte: blog di Eugenio Benetazzo (l’immagine è tratta dallo stesso sito)

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