L’italiano e la lingua veicolare

di Aldo Giannuli

lingua_veicolare_940 (1)L’umanità ha sempre cercato di darsi linguaggi transnazionali per la comunicazione producendo lingue franche, ibride, veicolari che hanno dato vita, di volta in volta, a fenomeni socio linguistici molto diversi fra loro.

Nell’Europa medievale e rinascimentale il latino era la lingua, oltre che della Chiesa, dei dotti, mentre nei porti del Mediterraneo fra il XV ed il XVIII secolo era diffuso un linguaggio che mescolava italiano, francese, spagnolo, ebraico ed arabo, la colonizzazione impose le “lingue imperiali”, ma produsse anche ibridi come le “lingue creole”, poi i flussi migrativi del XIX secolo crearono lingue “miste” fra quelle dei paesi d’origine e quelle dei paesi di immigrazione, talvolta le lingue miste dei migranti si contaminarono con le lingue furbesche della malavita o degli attori o dei venditori ambulanti zingari, o anche con la “lingua del ghetto”.

Ovviamente, ogni linguaggio rispondeva ad esigenze funzionali di determinati soggetti  ed aveva proprie caratteristiche espressive: ad esempio, la lingua latina dei dotti rispondeva ad esigenze culturali ed è sempre stata lingua scritta, vice versa, la lingua ibrida utilizzata nei porti o dalle ciurme rispondeva ad esigenze pratiche di comunicazione immediata e ben di rado era scritta, come la lingua “mista” degli emigrati che apparteneva a soggetti sociali poveri e difficilmente era scritta.

Oppure, le lingue furbesche o di nomadi (di malavitosi, zingari, ebrei) avevano lo scopo di creare canali comunicativi attraverso i confini, ma, nello stesso tempo, di escludere chi non appartenesse alla comunità.

Dunque, l’uso di un determinato codice comunicativo è sempre finalizzato a qualcosa ed ha sempre conseguenze sociali. Nel caso delle lingue imperiali esso ha deliberati scopi di potere. Come insegna Braudel, dall’Impero vengono sempre lingua, moneta e diritto, e l’esercizio del potere linguistico è il primo atto con il quale l’Impero riduce l’altro a sé e conforma l’ambiente. Essa si presenta come lingua veicolare, perché più diffusa, ma non per questo cessa di avere funzioni di potere e di stabilire gerarchie fra le diverse nazioni. La diffusione della lingua facilita, ovviamente, la diffusione del suo bagaglio culturale (letteratura, opere scientifiche, canzoni, giornali ed in tempi più recenti, radio, televisione, cinema) con evidenti conseguenze tanto sul piano economico quanto su quello dell’egemonia culturale. La diffusione della lingua è il principale strumento di soft power di un paese ed ha inevitabili riflessi sui rapporti fra le industrie culturali dei diversi paesi. E’ evidente che una casa editrice che possa avere diffusione in un mercato eteroglotto senza problemi di traduzione è fortemente avvantaggiata su una che, invece, non ha questa possibilità se non traducendo i suoi libri. E così un film che può essere diffuso senza le spese di doppiaggio permette alla sua casa produttrice maggiori profitti, una televisione ascoltata anche in paesi di lingua diversa avrà maggiori introiti pubblicitari ed influenza informativa ecc ecc.

Veniamo al tempo presente. Sino agli anni cinquanta le lingue “imperiali” prevalenti erano due: il francese, egemone nella diplomazia, nella politica e nella cultura, mentre l’inglese lo era nel mondo della finanza, dell’economia e dei trasporti (soprattutto sul mare). Con il definitivo riconoscimento degli Usa come superpotenza guida del blocco occidentale, l’inglese si è affermato come lingua dominante anche nella politica e nella cultura. Il crollo dell’Urss e l’affermazione degli Usa come unica superpotenza mondiale ha moltiplicato questa tendenza dando luogo ad una egemonia culturale mondiale senza precedenti e l’inglese si è affermato come “lingua del Mondo”. Per la prima volta, l’umanità ha una “lingua mondiale” ed il fatto sembra generalmente accettato –apparentemente- senza resistenze e come se si trattasse di una cosa del tutto ovvia ed innocua, ma, come dice Roberto Mulinacci (“Limes” quaderno speciale “Lingua è potere” p.11): “Nonostante la retorica assolutoria che la circonda nella percezione comune, la lingua non è mai innocente ed anche una banale scelta di registro, come per esempio quella fra una nuova parola inglese ed il suo corrispondente italiano… sottintende sempre un conflitto di modelli culturali. Implica un’egemonia (o comunque una aspirazione ad essa)  e quindi anche una sudditanza, indipendentemente dal fatto di essere disponibili oppure no ad accettarla.”

Dunque, che fare? Ovviamente ogni forma di autarchia culturale sarebbe solo uno sciocco provincialismo, la caricatura delle campagne fasciste per cui non si dovevano usare parole straniere, con il risultato che un piatto come i “tournedos sanglante” nei menù diventavano imbarazzanti “voltaschiena al sangue”. Per cui evitiamo goffaggini del genere. Ma un conto è incorporare nella lingua espressioni straniere (in italiano che ne sono tantissime di cui non si ricorda neppure l’origine eteroglotta: album, tram, camion, fiches, autobus, fucsia, savarin,  babà, collier, poker, guerriglia, revolver, eclatante…), un altro è abusare di questa possibilità. I prestiti linguistici vanno benissimo quando non ci sia un equivalente italiano o quando l’equivalente sia inadeguato, arcaico, poco efficace: “camion” va benissimo al posto del disusato “autocarro”, “mascara” viene dall’italiano “machera” e ci è tornato indietro dall’inglese quando il chimico Williams usò il termine per il noto cosmetico, “Stock” è molto più adeguato di “riserve di magazzino” ed anche “asset” è molto più preciso di “patrimonio” e così via. Ma i prestiti linguistici sono inutili e ridondanti quando ci sia un perfetto corrispondente nella propria lingua, anzi, paradossalmente, finiscono per diventare elementi di un gergo differenziale sub culturale o un esibizionismo snob (che, ricordiamolo, viene da “sine nobilitate”).

Spesso sento i miei studenti (soprattutto i frequentatori di centri sociali) parlare in uno slang incomprensibile con una parola su tre in inglese ed un’altra nel gergale. Perché mai dire riot se ci sono i normalissimi italiani “Sommossa”, “rivolta”, “ribellione”. Forse fa più “figo”?

Dunque, va bene accogliere i prestiti linguistici cum grano salis ed, ovviamente, va bene studiare l’inglese, anzi è giusto farne una conoscenza diffusa sin dalle elementari (ma io ci aggiungerei, già dalla media, una seconda lingua), ma per fare questo è necessario insegnare le materie come le scienze ai bambini in lingua inglese. Il fatto è che in Italia il fenomeno sta raggiungendo livelli parossistici. Ricordo una riunione di consiglio di facoltà di alcuni anni fa che raggiunse vette surreali ineguagliate: all’inizio della seduta il consiglio le docenti di inglese chiesero di avere una unità in più per l’insegnamento della lingua, perché non ce la facevano più con il carico didattico e le aule erano gremite all’inverosimile, a votare a favore di questa richiesta restammo in meno di venti mentre una selva di mani plebiscitò il no. Era scontato: i docenti di lingue nella mia facoltà sono quattro gatti di nessun potere e la risorsa venne destinata ad un gruppo ben più numeroso ed influente. Dopo un’oretta, si discute, nell’entusiasmo generale, dei corsi da tenere integralmente in inglese. Quindi, mezzi per studiare l’inglese no, perché il gruppo dei docenti non “pesa abbastanza”, però fare lezione in inglese a studenti che non si sa quanto siano in grado di seguirla, si. Poi, riuscite ad immaginare una cosa più insensata di un docente italiano che parla a degli studenti italiani in inglese? E perché? Ma, mi spiegò qualcuno, convinto di rivelarmi una cosa dell’altro mondo, ci sono gli studenti stranieri. Ragione di più per parlare in italiano per la diffusione della nostra lingua. In fondo se lo studente straniero avesse voluto  un corso in inglese avrebbe potuto scegliere di iscriversi in una università inglese, se, invece, ha scelto l’Italia qualche ragione ci sarà. L’uso dell’inglese nei corsi servirebbe ad “internazionalizzare” la nostra università e qualcuno già parla di punteggi preferenziali per le pubblicazioni in inglese. Come dire che la lingua italiana esce dalle istituzioni di alta cultura del suo paese e diventa la “lingua del mercato”. A questo punto, perché non trasmissioni televisive e radiofoniche o quotidiani in inglese? Sarebbero più internazionali.

Siamo arrivati a farci sbeffeggiare dal “Telegraph” per lo slogan in inglese della campagna di reclutamento della Marina Militare che, ci è stato fatto notare, denota un uso “sbagliato e provinciale” della lingua inglese, con relativo consiglio di usare l’idioma nazionale.

In realtà, l’anglomania è solo la spia dell’abituale servilismo conformista e provinciale delle nostre classi dirigenti, ad iniziare dai docenti universitari.

Sarebbe insensato fare a gara con l’inglese come lingua più diffusa nel mondo (figuriamoci!) e nessuno lo propone. Ma questo non significa che si debba rinunciare alla difesa del nostro spazio linguistico. Si può benissimo non essere i primi, ma i sedicesimi (anche se, a quanto pare, l’italiano lo studiano molti altri e lasciamo perdere se l’italiano è la quarta lingua studiata o la sesta), ma perché si debba deliberatamente scegliere di diventare trentesimi qualcuno me lo deve spiegare.

Visto che, poi, il patrimonio culturale italiano non è esattamente l’ultimo del Mondo. Peraltro, l’italiano ha un suo spazio che va ben oltre quello dei confini nazionali. Non sto qui a ripetere le cose già dette in un altro pezzo (Chiesa, melodramma, immigrati italofoni ecc.) ma segnalo che l’italiano è abbastanza diffuso nella fascia costiera dell’ex Jugoslavia, in Albania, Grecia, Eritrea, Somalia, con minoranze non trascurabili in Svizzera, Etiopia, Libia, Algeria, Usa, Australia. A Barcellona esiste una radio in italiano e la comunità dei nostri connazionali ammonta a circa 50.000 persone.

Insomma, del problema della lingua veicolare torneremo a parlare per chiederci se sia poi così scontato che essa debba essere l’inglese, ma qui vorrei porre la questione della difesa della lingua italiana. Una decina di anni fa ci fu la proposta di inserire in Costituzione l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Non se ne fece nulla per l’opposizione della Lega e di Rifondazione comunista, uniti se non altro dalla profonda ignoranza e cecità culturale (ne avesse fatta una buona il gruppo parlamentare di Rifondazione!). Forse sarebbe il caso di tornare alla carica.

Intanto segnalo la petizione “Dillo in Italiano” di Anna Maria Testa su Change org che ha già raccolto 60.000 firme e che invito a sottoscrivere e diffondere.

Fonte: blog di Aldo Giannuli (l’immagine è tratta dal sito stesso)

Questo il mio commento al fondo dell’articolo del blog stesso:

“Professore,

e che dire di quelle lingue regionali che avrebbero pari dignità – sebbene forse minore utilità – di qualsiasi altra lingua? Vivo in una regione, la Sardegna, con tratti culturali e identitari autonomi e molto forti. Qui il sardo, considerato una lingua vera e propria, è un mezzo per affermare il proprio senso di appartenenza a quella cultura. Pur riconoscendo l’enorme utilità, a fini pratici, dell’uso di lingue veicolari come l’inglese, non sarebbe forse opportuno e sacrosanto garantire – per legge – l’affermarsi e la sopravvivenza di idiomi che meglio contraddistinguano l’appartenenza culturale a ciascuna comunità territoriale? Non mi fraintenda, non sono uno di quelli che vorrebbe vedere l’Europa spezzettata in tanti piccoli stati nazionali – figurarsi, poi, in un’epoca in cui assistiamo alle crisi degli stati nazionali – ma almeno riconoscere l’autonomia culturale e linguistica…”

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