Je suis Lubitz

La tragedia del volo Germanwings ha colpito un po’ tutti e, tra le tante analisi e le varie speculazioni, quella di Bracconi mi sembra la più onesta. La pubblico su questo blog.
Il post sul blog di Beppe Grillo che fa riferimento in qualche modo alla tragedia, invece, utilizzandola quasi come metafora di ciò che accade nel Governo italiano, lo trovo disgustoso e opportunista, un po’ come quelle pubblicità che spesso vengono pubblicate da alcuni giornali nelle pagine in cui si parla di determinate tragedie. Spesso il voler essere simpatici a tutti i costi, il voler far ridere perché coerente con l’immagine che ci si è creati, fa perdere il senso di umanità, di solennità e di sacro che ancora richiederebbe l’essere umani.

di Marco Bracconi

compagnia-aereaTra le more dei conformismi un po’ triti sulla depressione e i tanti nessuno che non se n’erano accorti, puntuale parte il dibattito sul regolario. Mai più piloti soli in cabina, test psicologici da rafforzare, codici di blocco delle porte da rivedere. Se sulle alpi provenzali, insomma, è successo quel che è successo è anche perché noi, il mondo dei “sani”, abbiamo lasciato aperte falle nel nostro inesorabile sistema di controllo. Non abbiamo previsto, non abbiamo immaginato, non abbiamo regolato di conseguenza.

Mentre lo scambismo intellettuale imperversa surfando sul dilemma se sia meglio proteggerci dai terroristi oppure dalla follia, il riflesso condizionato dell’uomo tecnologico è tappare ogni buco possibile e tessere una nuova tela che renda impossibile il ripetersi dell’orrore; regolare, protocollare, stabilire passo passo tutto quel che è necessario per farci stare al sicuro.

L’aereo, per giunta. Come potremmo mai salire a bordo di un aggeggio del genere, placidamente accomodati a 12mila metri sopra la superficie terrestre, respirando aria meccanica, con una temperatura esterna di meno 60 gradi, separati da questo ambiente ostile solo da un velo di acciaio spesso un paio di centimetri, se non ci fosse a rassicurarci  la perfezione delle tecnologie, l’esattezza delle norme, il rispetto totale delle procedure.

Poi però arriva l’occulto personale, la segretezza del singolo, l’imperscrutabilità di ciò che siamo. Ecco il gesto non conforme e doppiamente umano, quel buco nella rete che Montale immaginava via di fuga ed è invece la rotta per l’inferno dove non c’è cabina blindata, assistente di volo solerte, manuale di comportamento a proteggerci da noi stessi.

Arriviamo noi, insomma. Gli esseri umani. Che pilotiamo e voliamo accompagnati dai bip digitali, riscaldati dal tecnicismo dei regolamenti, risolti dalla fede nelle nostri sorti magnifiche e progressive; noi ingegnosi e presuntuosi, comunque sempre ignari di ciò che siamo quando si spegne la luce, a misurare il diametro dell’anello che non tiene.

Così, tra lo stupito e l’incredulo, ci ricordiamo che la coperta della scienza, tecnica, sociale o psicologica che sia, è abbastanza lunga da pretendere di coprire la collettività, eppure troppo corta per contenere una sola persona. Lo iato tra l’io e il noi si allarga, il paradosso si moltiplica all’infinito, la fede si perde e si ritrova con un’altra fede, ma sempre la stessa. Domani come ieri restiamo incapaci di umiltà e fatalismo, dentro mappature esatte al millimetro e pregando l’unico dio che ci è davvero rimasto: sensori, chip, connessioni.

Guidati dalle protesi hi-tech atterriamo regolarmente ogni giorno e tutti assieme, forti del nostro sapere e del nostro saper fare. E poi da soli, immersi nel nostro buio, precipitiamo.

Fonte: Repubblica.it

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