Archives for aprile2015

Giardini terapeutici: il verde che guarisce

di Mariangela Martellotta

Il benessere che offre il contatto con qualsiasi spazio verde è immediato. I giardini terapeutici nascono proprio perchè si usufruisca di questo benefico contatto. Si tratta di luoghi progettati in modo che gli individui si sentano a proprio agio e possano raggiungere una migliore condizione fisica, psicologica, sociale e spirituale.

L’American Horticultural Therapy Association  (AHTA) definisce i giardini terapeutici come le zone dominate dalle piante, destinate ad agevolare l’interazione con gli elementi di guarigione della natura. Questi luoghi riescono a rilassare, calmare e stimolano il sistema immunitario.

GIARDINI E SPAZI VERDI, IL MANUALE PER PROGETTARE IN ITALIA

Kevan Busa, un sopravvissuto di leucemia che ha ricevuto un trapianto di midollo osseo nel 2012, ha dichiarato che questi spazi verdi possono essere efficaci per quelli che attraversano la stessa operazione e devono avere tempi di recupero lunghi senza poter avere contatti con l’esterno. Il paziente sostiene che “la soluzione potrebbero essere giardini che si possono apprezzare da un luogo chiuso attraverso una vetro camera. Forse questa idea non suona molto attraente, ma è molto meglio di 100 giorni di muri di mattoni” .

Esistono molte varietà di giardini terapeutici divisibili in due macro-gruppi, quelli educativi e quelli riabilitativi. I giardini educativi sono focalizzati verso la riduzione dello stress e mirano a fornire sostegno emotivo, mentre quelli riabilitativi puntano allo sviluppo delle capacità fisiche, cognitive, sociali e psicologici attraverso l’interazione con le piante.

In relazione alle caratteristiche specifiche di questi spazi, la AHTA indica la programmazione delle attività, come ad esempio esercizi fisici di terapia e la terapia, l’orticoltura o altri progetti che incoraggiano l’interazione tra gli utenti. Allo stesso tempo, si cerca di creare siti accessibili con perimetri ben definiti, al fine di migliorare l’esperienza degli utenti.

I giardini terapeutici devono generare un senso di sicurezza e comfort. Per questo, l’uso di erbicidi, fertilizzanti e pesticidi è evitato. È favorita la creazione di zone d’ombra, in cui sentirsi al riparo.

L’ideale sarebbe che i progetti dei giardini terapeutici fossero universalmente condivisi, in modo che tutti, in qualsiasi parte del pianeta, si possano lasciar ispirare.

 Jacqueline Fiske Healing Garden, Jupiter Medical Center, Jupiter (Florida) Jacqueline Fiske Healing Garden, Jupiter Medical Center, Jupiter (Florida)

 Ortoterapia presso Orto dei Semplici RAF Bellinzago, progetto arch. Botta Ortoterapia presso Orto dei Semplici RAF Bellinzago, progetto arch. Botta

 Percorso storico-sensoriale, RAF Bellinzago Percorso storico-sensoriale, RAF Bellinzago

Secondo il Scientific American, molte strutture sanitarie come ospedali e cliniche ormai mettono in atto terapie utilizzando questo tipo di giardini. Ma anche le prigioni e le scuole stanno cominciando ad ampliare i loro programmi in modo da includere le attività in giardino. Lo scopo è quello di aumentare l’autostima e migliorare il comportamento sociale. I centri socio-rieducativi  e quelli religiosi sono i nuovi pionieri dell’inserimento di spazi verdi, con la premessa di tornare alle radici e spianare la strada per la guarigione spirituale attraverso una maggiore contatto con la natura. I giardini terapeutici possono essere utilizzati in case di cura, centri per i malati di cancro o ospizi.

 Giardino Alzheimer centro diurno Chiavenna Giardino Alzheimer centro diurno Chiavenna

Il benessere legato alla corretta realizzazione di paesaggi e spazi verdi parte da chi li progetta ed è per questo che in Italia e all’estero sono in aumento i corsi di specializzazione in questa disciplina. Capire quali esigenze sono richieste dall’utenza, quali e quanto grandi siano gli spazi a disposizione e poi conoscere le essenze e le loro proprietà per poterle associare al meglio e comporre nelle più svariate forme.

Fonte: Architettura Sostenibile (le imamgini sono tratte dallo stesso sito web)

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Intervista a Wolf Bukowski: Eataly, Slow Food, Coop e la sinistra di facciata

di Maria C. Mancuso

La danza delle mozzarelleDopo la recente pubblicazione del suo ultimo libro, La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), Wolf Bukowski è apparso sul Corriere, Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, è stato ospite di Radio popolare e a Milano del Festival Statale Antifascista e Antirazzista insieme a Genuino Clandestino. Scrittore e guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spazio a sottintesi: quello di Slow Food e Eataly è un sogno “tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori”.

In passato hai scritto di memoria, territorio e Grandi Opere. Com’è nata l’idea di questo libro? Qual è il messaggio che volevi veicolare e a chi è indirizzato?

L’idea nasce da una parte per un mio interesse verso le questioni del cibo – soprattutto per i suoi aspetti politici, sociali ed economici – e dall’altra per delle ricerche che avevo fatto sulla politica italiana negli anni ’80. La vicenda di cui parlo nel libro si interseca con quelle della sinistra italiana nelle sue varie accezioni. E infatti racconto la storia del Manifesto, del Gambero Rosso e i rapporti che si costruiscono tra associazioni che nascono a sinistra come Slow Food, con aziende che hanno un rapporto con la sinistra istituzionale come le Coop e infine con Eataly che adesso è quasi identificata con la sinistra del governo. Vedevo che alcune loro scelte erano sempre più orientate verso il mercato e la mistificazione.
L’occasione più prossima è stata l’idea della Disneyland del cibo, a Bologna.
Mi sembrava ci fosse un contrasto molto stridente tra questo mega evento-opera, FICO, e i mercati contadini che facevano fatica a trovare degli spazi, fatica a stare dentro nei conti.
In mezzo a tutto questo contrasto c’era un’aria di incertezza politica e un pezzo di società che emotivamente si collocava a sinistra ma che in qualche modo non riusciva a vedere la contraddizione. Lo scopo del libro è far emergere questa contraddizione: tra qualcuno che ricicla e ripropone motivi, pensieri, parole di sinistra, come fanno Slow Food, Eataly e la Coop e una realtà che invece secondo me era molto più radicale e che continuava a portare avanti istanze di trasformazione sociale, che non riusciva ad emergere e che rischiava di rimanere schiacciata da questa cosa che sembrava molto buona e giusta.
Il libro nella mia testa è rivolto a chi vive ancora in questo limbo in cui si chiede: “perché Slow Food non potrebbe essere buono, pulito e giusto come dichiara? E qual è la differenza tra un mercato contadino e invece un’istituzione come Slow Food che si propone come rivoluzionaria ma che invece ha un rapporto organico con pezzi di imprese e pezzi di economia che non hanno nulla né di rivoluzionario, né di trasformazione sociale?”

Il sottotitolo del tuo libro è “Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione”: quanta presa ha secondo te l’espediente della narrazione sul consumatore comune? Petrini, come scrivi, è riuscito a far passare per buoni i nuovi padroni che partecipano ad Expo, c’è qualcuno che se la beve?

Sì, la questione della narrazione ha fatto molta presa. La narrazione non è il male in sé, nel senso che noi narriamo sempre, viviamo immersi nella narrazione, dunque è interessante parlarne. Ma se questa accompagna il chiarimento di quelli che sono i rapporti economici mi va bene, se invece li occulta e quindi narrare un prodotto alimentare significa raccontarti una storiella in cui mancano i soggetti che veramente hanno messo il lavoro, la fatica reale, hanno costruito il prodotto e non solo il suo immaginario, allora è una narrazione che depotenzia e non chiarisce.
Per esempio nella valle dell’Hudson, cioè il luogo dei prodotti “buoni, puliti e giusti” a basso chilometraggio della città di New York, c’è questa enfasi sulla figura del contadino e c’è assolutamente occultamento di chi lavora, che sono spesso immigrati messicani non in regola, mentre la grande narrazione parla del contadino con la camicia a scacchi… La stessa narrazione sul contadino diventa un simulacro di contadino che però deve fornire il prodotto su cui la grande distribuzione organizzata specula. Questa è la differenza sostanziale con i movimenti come Genuino Clandestino che pone sempre l’accento sui rapporti di lavoro.

Al tema della narrazione si ricollega quello dell’immagine: oggi i prodotti alimentari vengono fotografati come fossero modelli, si è diffuso un certo feticismo, a tal punto che si parla di food porn. Pensi che questo abbia inciso sul successo di Eataly, Slow Food e altre realtà o è un processo contrario, cioè sono queste realtà ad aver contribuito a questi fenomeni?

Nel libro faccio un’ipotesi di cui ho trovato conferma nell’ultimo libro di Andrea Segrè. Mi ero sporto dicendo che forse questa insistenza sul cibo è legata al fatto che ci stanno preparando ad avere talmente pochi soldi che quei pochi che ci restano dovremo investirli in cibo, almeno ci danno questo di più narrativo o feticista. Forse nel feticcio c’è la narrazione e nella narrazione c’è il feticcio. Questa cosa me la rileggo più o meno pari pari nell’ultimo libro di Segrè: il cibo è l’unico consumo che non si può comprimere, per cui a quel punto noi dobbiamo stare contenti, sapere che una quota sempre maggiore del reddito andrà a coprire la spesa di una cosa che è essenziale; il cibo ha un valore d’uso assolutamente imprescindibile, e invece riescono a farlo diventare un valore di scambio.
Uno dei punti d’innesto del mio libro era il mio grande fastidio per quel discorso insistito sul fatto che gli italiani spendono poco in prodotti alimentari. Lavorando su questo ho fatto riferimento a Gramsci che in maniera del tutto preveggente, rispondendo a critiche e discorsi ottocenteschi, cioè Feuerbach, dice che non è il cibo che genera le trasformazioni sociali, è la trasformazione sociale che ti spinge a cibarti in modo diverso, e questo è veramente rivoluzionario detto oggi quando ci sono libri su libri di Petrini, Segrè, Farinetti & Company che ti dicono che mangiando qualcosa di diverso cambi la società. Non è vero. Non è vero perché noi siamo incastrati in meccanismi più grandi di noi che non possono essere cambiati dall’ultimo anello del processo economico, cioè dal consumo.
Se a monte non vi aderisce tutta la produzione io posso cambiare il mondo consumando diversamente? No.

Quindi secondo te la filiera equo-solidale non è un’alternativa valida?

La filiera equo-solidale è una cosa carina a cui mi rivolgo anche volentieri, però sapendo che in buona parte, forse totalmente, non è in grado di cambiare i rapporti di dominio economico.

Nel libro facevi anche riferimento al boicottaggio, dicendo che non serve a niente…

Quando mai un boicottaggio ha funzionato veramente? Le parole d’ordine cambiano, i soggetti economici riescono a riciclarsi con grandi capacità e quindi sì il boicottaggio è una pratica da operare, ma lascia un po’ il tempo che trova.
Ti faccio un esempio: io sono un No TAV della prima ora ma io in questo momento in cui sto girando per presentare il libro devo prendere la TAV, perché non ho alternative. Come opero il mio boicottaggio quando i poteri economici in cui io sono una formica mi cambiano le carte in tavola? Oppure un’altra cosa che ci tenevo a dire nel libro, puoi pretendere che chi fa due o tre lavori e non ha neanche il tempo di respirare rincorra il contadino per fare la spesa? Oppure se alle 10 arriva e c’è la Coop aperta ci va?

E poi mentre sui boicottaggi nessuno ha fatto una piega, quando invece (nel 2013, ndr) i facchini si son messi di mezzo e hanno bloccato gli accessi della Granarolo o i magazzini della Coop, perché venivano costretti a condizioni di lavoro terribili, lì la reazione è stata crudele, un attacco diretto, una chiamata alle armi di tutti i poteri della Repubblica, dal Parlamento alla Polizia di Stato. Questo vuole dire che la cosa che ancora oggi riesce a mettere il bastone tra le ruote ai poteri forti è il conflitto col lavoro, da un lato è rivelatore, dall’altro permette di scardinare una narrativa sul tuo ruolo come consumatore, che non c’è.

Expo vuole, cito, “dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri”. E’ possibile nutrire il pianeta con il contributo delle multinazionali dell’agrobusiness?

Io credo che alle multinazionali interessi quella quota molto grossa di Paesi che si nutrono ancora con l’agricoltura di prossimità. Il 70% del pianeta si nutre di prodotti coltivati da contadini e per le multinazionali questo 70% è un pascolo da conquistare. Mi sembra che sia un’idea folle. Peraltro il controllo da parte di enormi aziende sulla riproducibilità dei semi è una cosa talmente drammatica che penso che fino a pochi decenni fa neanche la fantascienza avrebbe potuto immaginare una roba di questo tipo.

E che cosa pensi di chi sostiene la necessità delle coltivazioni OGM per contribuire alla lotta alla fame? Credi che l’Italia aprirà presto le porte a questo tipo di coltivazioni?

Credo che uno degli scopi di Expo sia proprio questo. Come dico nel libro, la cosa buffa è che Slow Food, che è dentro ad Expo, se n’è accorto benissimo di questo giochino e s’illude di avere il potere di condizionare.
Slow Food o Segrè hanno queste posizioni un po’ sfuggenti, quando gli si chiede degli OGM rispondono: “Noi non siamo contro la scienza”. Ho capito, però ci sono dei settori di sviluppo scientifico che forse non sono interessanti, non abbiamo bisogno di più cibo.
Le ricette per rallentare la sovrappopolazione mondiale sappiamo quali sono: prima di tutto la scolarizzazione femminile, si è visto ovunque. Dopodiché riducendo gli spazi per gli allevamenti e l’uso forsennato per il biofuel potremmo comunque nutrirci  a sufficienza.

Per non parlare degli sprechi…
Quello degli sprechi è un discorso che non ho affrontato ma che in realtà sta diventando anche quello un modo per giustificare le grosse aziende della distribuzione e colpevolizzare il consumatore. Segrè in tutti i suoi libri dice “lo spreco avviene nel frigorifero di casa”. È vero, lo spreco avviene a valle, ma perché i supermercati generano l’acquisto di formati e di prodotti in eccesso e quindi scaricano sull’ultimo anello questo aspetto qui. Per non dimenticare che spesso la gente spreca perché ha una vita impossibile: non riescono a ritagliarsi lo spazio per amministrare correttamente il cibo che comprano.

Il cibo sano, sostenibile e biologico sembra essere diventato il nuovo “caviale e champagne”, il cibo dei ricchi, il nuovo status symbol. E i poveri?

Sempre nel discorso che ci stanno preparando a spendere molto di più per il cibo, ma allo stesso tempo ci colpevolizzano perché spenderemmo troppo poco, che non è vero, c’è un grosso problema in vista perché con l’ingresso degli OGM in pieno nelle colture europee, si creerà un doppio binario: quello di chi potrà mangiare gli OGM-free e quello di chi mangerà tutto. Quindi, ben lungi dal combattere il problema della fame nel mondo, può creare un problema serio di nutrizione, di qualità, oltre a impoverire, com’è accaduto in India, i contadini che coltivano OGM. Questo è un problema grosso: dopo quella di apparente democraticità si va verso una fase in cui il cibo cambia nettamente rispetto alle possibilità economiche di chi lo mangia.

Hai detto più volte che a differenza di quello che dice Michele Serra in un suo famoso articolo non stiamo spendendo troppo poco per il cibo. Perché?
Perché come dice Gramsci le trasformazioni sociali generano l’abitudine. Non possiamo rimpiangere il momento in cui la gente non aveva nulla, aveva una vita ridotta al minimo e spendeva tutto per il cibo, perché non è che loro fossero più sostenibili, semplicemente avevano poco reddito e lo spendevano quasi tutto per quello. Adesso riavvolgere il nastro e dire che devi spendere di più per il cibo quando io sto spendendo molto di più per altre cose: i trasporti che prima non servivano o le telecomunicazioni… Non è che Michele Serra può dire che si può vivere senza smartphone, è lui che può vivere senza smartphone, una persona normale no. Se mi dai più reddito ragioniamo su come spenderlo, ma se invece me lo riduci, mentre ho il mutuo da pagare e le altre spese crescenti, tu non puoi chiedermi questo e soprattutto non puoi spacciarla come roba di sinistra.

eBay ha recentemente messo a punto una strategia per il commercio dell’agroalimentare made in Italy, che cosa pensi del e-commerce in campo alimentare?

L’e-commerce crea questa enorme filiera ricattabilissima di lavoratori della logistica che sono un po’ la classe operaia ipersfruttata di oggi, con nessuna garanzia. Se non cambiano i rapporti sociali non posso immaginare un e-commerce equo. Immaginerò un e-commerce equo il giorno in cui saprò che saranno retribuiti adeguatamente tutti i lavoratori della filiera.

E il piccolo produttore? Riuscirebbe a trarne vantaggio?
No. Con questo contesto di distribuzione del reddito questi soldi vanno tutti alla grande distribuzione organizzata.

A questo si ricollega il discorso sul caporalato, sulla necessità che esista lo sfruttamento dei braccianti per poter mantenere i prezzi bassi e fare in modo che il profitto sia tutto della grande distribuzione.

I caporali sono un po’ come gli scafisti, sono persone sicuramente con una quota loro di crudeltà personale, di voglia di approfittarsene, ma sono strumenti di un modello. Questo tipo di agricoltura in cui la grande distribuzione si mangia tutta la quota dei profitti non sarebbe possibile se non avesse in maniera reticolare qualcuno che comprime così tanto i braccianti da costringerli a lavorare per cifre di questo tipo.

Nell’ultimo capitolo parli dei volontari in Expo: critichi questa scelta o credi che il loro sia un ruolo necessario, un po’ come quello dei braccianti ipersfruttati dai caporali?

Al di là di qualcuno che è entusiasta di suo, non voglio fare lo speculare di Michele Serra e colpevolizzare qualcuno. Sono situazioni più grandi di noi in cui le persone si trovano, assolutamente. Non ritengo che sia una responsabilità loro, ritengo che chi ha più quote di potere avrebbe dovuto tenersi ben fuori da questi meccanismi. Poi ognuno di noi fa tutti i tentativi che può, per campare purtroppo un sacco di gente tenta solo di far curriculum, ormai ha rinunciato addirittura alle prospettive di un reddito e spera che questa roba faccia curriculum.

Fonte: sito web Wu Ming Foundation

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L’identità e i confini della sopraffazione

(a cura) di Monica Pepe

riots-2E’ un fenomeno complesso e multideterminato. Il termine “fascismo”, per i ragazzi, ha perso di specificità ma viene percepito come quella che possiamo definire più genericamente un’ideologia “fallica”, basata sull’esibizione della forza muscolare e del potere, della virilità da parte degli uomini; sulla sopraffazione e violenza contro i “diversi” o i più deboli. Ovviamente, l’attrazione per questo tipo di atteggiamenti non è esclusivamente maschile, ma appartiene anche alle donne. Potremmo dire che l’adesione alla cultura del “più forte” serve ai ragazzi a confermare la facciata di un’identità tanto predominante, prepotente e onnipotente, quanto interiormente fragile. Questa può rappresentare un approdo rassicurante in un momento della vita in cui i ragazzi si confrontano con il complicato lavoro interno che l’adolescenza comporta.

I cambiamenti essenziali e le modificazioni strutturali che la caratterizzano, hanno evocato da sempre i temi della discontinuità, della rottura, dell’incertezza esistenziale e della separazione, del bisogno di approdo ad un sentimento d’identità stabilmente definito. Tra i compiti specifici di questo periodo c’è la necessità di ridefinire i confini del proprio Sé, di trovare una propria specificità individuale attraverso processi di differenziazione e separazione, che comportano ansie inevitabili. Proprio per far fronte ad esse, in questo periodo aumenta il bisogno di appartenere ad un gruppo in cui trovare un rispecchiamento di sé e nuovi modelli di identificazione in cui affermare la propria differenza dai genitori, trovare una propria individualità e vivere la separatezza; c’è la ricerca di nuovi ideali e di compagni con cui identificarsi.

Questo processo accresce il bisogno di appartenenza, approvazione e conferma dal gruppo dei pari, per ottenere un puntello ad un’identità precaria, che si rinforza ancor di più quando il gruppo si coagula intorno ad un’ideologia percepita come forte, perché consente di cortocircuitare l’ansia di definire il “chi sono”, soprattutto in relazione all’identità di genere. L’idealizzazione dell’ideologia “fascista” e dei suoi valori di forza e sopraffazione, attrae i ragazzi perché possono trovare in essi un nuovo l’Ideale dell’Io, che compatta l’identità individuale garantendo un rifornimento narcisistico, anche se il prezzo di questa operazione è la cancellazione della capacità critica individuale. Non dobbiamo anche dimenticare che le ideologie sono basate su un sistema di regole molto severe che garantiscono ordine e controllo al loro interno che – in quest’epoca dominata dalla confusione – fornisce l’illusione di un’organizzazione chiara, definita e strutturante rispetto alla fragilità dell’Io di questi ragazzi.

Dove nasce la cultura della sopraffazione e del disprezzo del diverso?

Nasce dall’impossibilità di riconoscere l’altro come separato da sé – che è la forma più subdola di violenza – perché il riconoscimento della separatezza attiva minacce di disintegrazione, annichilimento, frammentazione. Come noto, nel corso dello sviluppo, si va configurando la funzione del riconoscimento dei confini tra “me” e “non me” e tra le varie istanze psichiche. Questo processo si gioca sempre all’insegna dell’aggressività, che potremmo definire un vero marcatore di confini. Quando questo processo ha trovato ostacoli che ne hanno impedito il compimento, l’individuo continua a funzionare nel corso della vita sulla base di meccanismi molto primitivi.

Penso in particolare alle speculazioni freudiane sull’incapacità di tollerare – alle origini della nostra vita – le tensioni che possono minacciare l’equilibrio interno, che fanno percepire tutto ciò che è “fuori di sé” come qualcosa “contro” il Sé. Oppure alla cosiddetta “angoscia dell’estraneo”, formulata da Spitz, che compare intorno all’ottavo mese di vita innescata dalla maturazione della capacità di discriminare ciò che è estraneo da ciò che è familiare.

Quando il processo di crescita ha determinato la costituzione di un Sé fragile e insicuro l’impatto con l’adolescenza comporta spesso un’intolleranza verso i sentimenti di passività e dipendenza, che vengono messi a tacere attraverso comportamenti di dominio e prevaricazione sull’altro. Questa operazione permette di scaricare l’aggressività e di liquidare le ansie del confronto con l’altro da sé. In realtà il disprezzo nasconde sempre il bisogno di difendersi da parti di sé – latenti, rimosse, scisse – vissute come inquietanti. In questi casi, l’incontro con l’estraneo/straniero può far riaffiorare qualcosa di molto profondo, che era stato ricacciato nell’inconscio, provocando una reazione emotiva che Freud aveva definito “perturbante”, un’inquietudine che minaccia un equilibrio interno tanto faticosamente raggiunto quanto precario.

Questo, per esempio, è il meccanismo che sta alla base delle condotte omofobiche. La soluzione è proiettare le proprie parti latenti e inaccettate sull’altro, per poi attaccarle e cercare di distruggerle, così da non doverle riconoscere dentro di sé. Il piacere di distruggere viene esaltato perché diventa un valore identitario positivo, dal momento che la violenza e la sopraffazione dell’altro costituiscono un argine ai sentimenti di insicurezza e di passività, rinforzando la potenza del proprio Sé attraverso l’autoaffermazione.

Quanto influisce il contesto familiare di appartenenza?

Evidentemente chi funziona sui livelli che ho descritto, non ha a sua volta incontrato un ambiente familiare in grado di promuovere un processo di “buona crescita”. Con questo termine intendo quel processo che, attraverso il contenimento dei bisogni dei bambini e le esperienze di frustrazione dosata, che consente la costruzione dei confini tra Sé e non sé, avvia anche la possibilità di distinguere tra l’aggressività “buona” – che serve per andare incontro all’altro – dall’aggressività distruttiva, che invece annulla le differenze tra Sé e l’altro.

Quanto è importante favorire le condizioni della buona crescita in ambito familiare in un momento di vuoto sociale e di stimoli culturali come quello attuale?

E’ sicuramente molto importante: direi che è la forma di vera prevenzione. Credo che, di questi tempi, sia importante restituire dignità al valore – oltre che delle funzioni di accudimento, conforto e sicurezza – a quelle di limite, contenimento, regola. A quella funzione paterna che insegna i valori etici che consentono di distinguere bene/male, giusto/sbagliato, lecito/illecito, che consente di strutturare un’autentica capacità critica e autocritica nei nostri ragazzi.

Cosa suggerirebbe a un genitore o un insegnante che vedesse un figlio o uno studente intraprendere atteggiamenti ispirati alla cultura della violenza?

Direi di fermarsi a capire il bisogno che c’è dietro quegli atteggiamenti. Di provare a confrontare il figlio o lo studente con la fragilità e la paura della debolezza che un atto violento può nascondere e con l’idea che atti di questo tipo segnano sempre il fallimento della capacità di pensare e di riflettere. I ragazzi, a quest’età, possono mettere in atto delle “azioni di prova” ed essere attratti da comportamenti che li fanno sentire più forti e che riescono a cortocircuitare le angosce relative allo sviluppo, senza per questo dover necessariamente approdare ad atteggiamenti stabili nel tempo.

Non dobbiamo dimenticare che gli adolescenti sono sempre affamati di modelli di identificazione e che, forse, trovare adulti che possano essere percepiti come riferimenti autorevoli, equilibrati, coerenti, affidabili, giusti potrà – nel tempo – far crescere il desiderio di far propri quegli esempi come elemento stabile del proprio comportamento.

 

Simona Di Segni, è Specialista in Psicologia Clinica, Psicoanalista Associato dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi (A.I.Psi.).

 

Fonte: Megachip

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Migranti: come farla finita con le stragi in mare?

Tunisian migrants wait for the arrival oQuesta ipotesi di Giannuli mi sembra quella più concreta (non ho detto ‘la migliore’…) nell’immediato per affrontare la questione immigrazione, che coniugherebbe dovere umanitario con realismo pragmatico. Accogliere vorrebbe dire anzitutto fare in modo che non muoiano affogati su barche vetuste e improbabili, poi dare loro la possibilità di attendere – in condizioni umane dignitose – una partenza per altri ‘porti’. Aggiungo un’ipotesi ulteriore all’idea di Giannuli: considerato che questi poveri pagano somme esorbitanti (dell’ordine di migliaia di euro) agli scafisti che li fanno poi spesso perire in mare, se ognuno di loro pagasse alle navi italiane che li accompagnano un prezzo simbolico  (50 euro?), il costo della traversata sarebbe anche compensato. Anzi, sono certo che qualsiasi privato a quel punto investirebbe per garantire il servizio.

L’Italia poi predisporrebbe dei centri di accoglienza degni di questo nome con il contributo economico di tutta l’unione europea (a cui sono poi destinati gli immigrati) e da qui, in base alle disponibilità che ogni paese darebbe sul numero di persone da accogliere, si partirebbe per la destinazione finale di accoglienza. Anche in questo caso, se il settore pubblico di tutti i paesi membri se ne facesse carico finanziariamente, i privati sarebbero ben felici di gestire tali centri. Certo, le variabili incognite resterebbero ancora due: da una parte – quella più importante – una politica europea più forte e coordinata (oltre che condivisa) che decida e distribuisca in maniera equa i carichi e i flussi migratori sulla base del mercato del lavoro di ciascuna economia nazionale, imponendone una quota minima a ciascuno stato membro. Dall’altra, gli sbarchi clandestini e incontrollati (con i frequenti naufragi) che ancora sarebbero di difficile gestione e soluzione. Però, a piccoli passi e con soluzioni più umane e ‘sostenibili’ il problema avrebbe qualche possibilità di essere arginato.

E, non dimentichiamolo, l’unica vera integrazione si avrà soltanto quando si garantiranno condizioni economiche minime di sopravvivenza a ciascun individuo. Il che presuppone la possibilità per ogni immigrato di avere un lavoro, un sostegno economico (anche umanitario e pubblico, ma che non pesi sulle economie più deboli).

Dafni Ruscetta

Ecco il pezzo di Aldo Giannuli

L’ennesima strage di migranti ci mette brutalmente di fronte al problema del proclamare apertamente il nostro cinismo di sazi occidentali, e dire che non ci importa nulla di migliaia di disperati che affogano, o farci carico del problema e assumerne i costi.

La prima cosa da fare è mettere da parte tutte quelle finte soluzioni che servono solo a tacitare la coscienza. Prima fra tutte quella che piace tanto a Salvini ma trova consensi anche a sinistra (come ho potuto constatare assistendo ad una trasmissione televisiva in cui una parlamentare Pd si scontrava con Travaglio): “Aiutiamoli in Africa”.

In teoria questa soluzione avrebbe una sua plausibilità: piuttosto che riceverli qui, per farli vivere in condizioni precarissime, facciamoli vivere dignitosamente nel loro paese e togliamogli, così, il desiderio di scapparsene. Quale soluzione migliore? Ma questo significherebbe creare condizioni di sviluppo che sin qui non ci sono state, perché l’eredità coloniale è stata quella di regimi super corrotti e violenti, perché con quei regimi gli europei hanno fatto i migliori affari, ovviamente sostenendo le cricche al potere, perché abbiamo proseguito per decenni in uno scambio ineguale che negava la possibilità di questo sviluppo, perché abbiamo dato “aiuti allo sviluppo” facendo finta di non vedere che finivano nei conti svizzeri dei corrotti al potere, perché, infine, abbiamo trovato il modo di peggiorare tutto con una serie di interventi sbagliati (Somalia, Costa d’Avorio, Sudan, ecc) che, anche per i modi con cui sono stati fatti, hanno ulteriormente destabilizzato quei paesi.

Ora c’è una situazione di guerra diffusa, di miseria, di fame (quella vera!) da cui questa gente scappa come può e questo alimenta un traffico nel quale intervengono le grandi organizzazioni criminali, ma con la protezione interessata di quelle stesse cricche governanti. In queste condizioni, in concreto, “aiutiamoli in Africa” significa solo fare dei campi di concentramento in quei paesi, dando soldi a quegli stessi governi, perché ce li tengano come in galera. Naturalmente, provate ad immaginare quali sarebbero le condizioni di vita in quei campi –atteso che, sicuramente, i governi interessati ruberebbero sui fondi ricevuti. Quanti morirebbero lo stesso per denutrizione e malattie? Si, ma noi non lo sapremmo, o comunque sul tema sarebbe messa la sordina, ed avremmo la coscienza a posto.

Per di più, oltre che avere costi non proprio leggeri, questa soluzione non funzionerebbe, perché i profughi (e le organizzazioni criminali) troverebbero il modo di aggirare i controlli con la stessa compiacenza dei “governi locali” interessati a non avere troppe bocche da sfamare nei propri “campi di raccolta”. In definitiva: una soluzione ignobile e inefficace che avrebbe lo stesso costi economici salati. Riuscite ad immaginare una soluzione più cretina? Quindi, mi pare che sia il caso di lasciar perdere.

Passiamo ad altre soluzioni. Bombardare le barche nei porti. Già, ma chi ci dice quale è la barca dei criminali e quale quella di un pescatore? Peraltro, chi ci garantisce che nell’azione non muoiano persone che non c’entrano nulla? Usare i droni? Abbiamo appena visto come funziona il metodo Usa “N’do cojo, cojo” con il povero Loporto. Peraltro, non è che tutti gli imbarchi avvengano da porti ufficiali e non da insenature più o meno nascoste. Per cui l’efficacia sarebbe dubbia. Poi, magari si eviterebbero gli sbarchi clandestini, con il rischio di naufragio durante la traversata, ma solo a condizione di lasciare questi poveri diavoli a morire lì dove si trovano e, comunque, spendere non pochi soldi per l’ intervento, le operazioni di intelligence connesse ecc. Insomma, un atto di guerra gratuito e senza risultati.

Identiche considerazioni sui blocchi navali che, mi pare, non abbiano dato grandi risultati, nonostante i soldi che sono costati. Ed allora che si fa?

L’unica soluzione seria è accoglierli e mandare nei porti libici le nostre navi (protette da unità della marina militare) per imbarcarli, togliendo così il businness alla mala vita. Ma come fare? Sono troppi.

Certamente non è possibile accogliere tutti, di colpo e senza un minimo di filtro (certo: in mezzo ci sono anche terroristi, malavitosi ecc). I campi di raccolta momentanei vanno fatti in prossimità dei luoghi di imbarco, devono essere gestiti dai caschi blu, e si deve trattare effettivamente di un periodo ragionevole e in condizioni umane. Dopo, i profughi devono essere distribuiti in tutta Europa, non solo nei pochi paesi mediterranei in prima linea. Ovviamente, nei primi tempi non è possibile far altro che accoglierli in campi di raccolta, che possibilmente non siano lager o cose stile via Corelli, per poi inserirli nella vita sociale, man mano che si creino le condizioni.

Inoltre, è evidente che una simile scelta ha dei costi (anche le altre opzioni ne hanno, anche se inferiori) che vanno suddivisi fra tutti i paesi Ue, ma soprattutto occorre studiare il modo di rendere economicamente sostenibile l’operazione, utilizzando la forza lavoro degli stessi profughi, in primo luogo negli stessi campi di accoglienza, poi magari per creare villaggi in cui inserirli creando, almeno in parte, una economia di parziale autoconsumo. Naturalmente, i costi resterebbero non compensati totalmente, ma, indirettamente, questo potrebbe aiutare la ripresa, alimentando il Pil. Peraltro, fra spendere 100 euro in modo stupido e spenderne 300 in modo intelligente, magari perdendone anche la metà sul breve periodo, è sicuramente meglio spendere in modo intelligente.

So perfettamente che comunque ci sarebbero flussi sottratti ai canali ufficiali, che il problema in parte non sarebbe risolto ed in parte si creerebbero altri problemi: tutto vero, ma la situazione sicuramente migliorerebbe. Ad esempio: in queste condizioni, quanti irregolari oggi vanno ad alimentare la manovalanza criminale? La linea più cretina che si possa immaginare è quella della festung Europa, che sta dando di questi risultati. E poi, non abbiamo detto che vogliamo fare un “intervento umanitario”? E gli interventi umanitari, in genere, non si fanno con i bombardamenti.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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L’ossimoro del sardo razzista

di Niccolò Micheli

Dopo la strage in mare dei novecento migranti La Nuova Sardegna e l’Unione Sarda hanno dovuto ritirare gli articoli dalle loro edizioni on-line, perché strapieni di commenti offensivi e razzisti. I lupi da tastiera non aspettano altro. A volte si nascondono dietro eteronimi. Altri più coraggiosi, non esitano a firmare con i propri nomi. In questi ultimi anni, più volte è capitato di leggere o assistere a manifestazioni di intolleranza nei confronti di migranti o dei rom. Tutte le volte ci si è consolati con un “i sardi non sono razzisti.”

Bisogna dire, ad onor del vero, che il razzismo biologico è ormai scomparso, seppellito con la Seconda Guerra Mondiale. Solo il professore irlandese Richard Lynn e qualche gruppo minoritario di “Supremazia Bianca” insistono su dottrine finite nell’immondezzaio della storia. Oggi prevalgono le teorie sulle diversità culturali e sulla inconciliabilità delle stesse. In un mondo così globalizzato trionfa la paura dell’altro e su questo si costruiscono fortune politiche. Il razzismo e la xenofobia non sono una caratteristica occidentale; ad esempio i turchi disprezzano gli arabi e si sentono superiori, gli arabi a loro volta considerano inferiori gli africani neri.

EmigrantiSolo in Occidente però le teorie razziali spacciate come scientifiche, sono state fondanti di regimi, non solo quelli fascisti e nazisti, ma anche di quelli coloniali. Lo stereotipo del “ fardello dell’uomo bianco” che “civilizza” il mondo, ha nella superiorità razziale e culturale il suo fondamento. Le decine di migliaia di persone che fuggono dalle guerre dei loro paesi o dalla povertà estrema, si riversano sulle rive del Mediterraneo provocando reazioni di paura e rifiuto. Anche in questi giorni di lutto le reti sociali e il web sono pieni di falsità e di gente che specula sul dolore degli altri. Gruppi di estrema destra e leghisti che in questa disgrazia colgono segni di fortune elettorali.

Nessuna parte d’Italia è indenne. La stessa Sardegna non si differenzia. Vi sono gruppuscoli di destra che sotto il velo dell’autodeterminazione dei sardi mostrano gli stessi comportamenti xenofobi e razzisti di chi predica “prima gli italiani”. Applicano quanto Borghezio affermò in Francia, che in Italia la vera difesa delle identità era possibile solo con partiti localistici come la Lega e che questi sono il grimaldello per il diffondere politiche nazionalsocialiste. Naturalmente i sardo-leghisti e chi li segue sul web, non sanno che i sardi erano i barbari interni dell’Italia post unitaria.

La Sardegna così presenterebbe una zona doppiamente maledetta: maledetta nella terra, […] immodificabile, maledetta negli uomini, che non hanno facoltà di adattamento alla civiltà! La conclusione sarebbe addirittura dolorosa; e meno male se non si trattasse di applicarla che alla piccola zona delinquente della Sardegna. Ma la logica è fatale e suggerisce altrimenti: la razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia, ch’è tanto affine per la sua criminalità per le origini e pel suoi caratteri antropologici alla prima, dovrebbe essere ugualmente trattata col ferro e col fuoco,condannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa dell’Australia ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre.” Scrive il deputato repubblicano Napolone Colajanni in un pamphlet del 1898 confutando gli scritti di Alfredo Niceforo, definiti “romanzo antropologico” di nessuna attendibilità scientifica.

È interessante però che anche un progressista come lui non sfugga a quei cascami di positivismo considerando i non europei inferiori. Niceforo divideva l’Italia unita in due “razze” a nord gli ariani e a sud e nelle isole i mediterranei; lo faceva su basi fisiche, quali la forma del cranio, indici cefalici, circonferenza cranica, fronte, naso, faccia, zigomi, statura, perimetro toracico, peso, colorito, capelli, occhi e barba. Tratti da cui faceva discendere atteggiamenti culturali e psicologici considerati inferiori. Lino Businco, firmatario nel 1938 del Manifesto per la Razza, inserì i sardi tra gli ariani; c’era stata la Prima Guerra Mondiale e la Brigata Sassari, la razza criminale era diventata etnia combattente e il fascismo non poteva accettare di avere la Sardegna abitata da individui di razza inferiore.

Nonostante ciò nei pregiudizi e negli stigmi degli italiani del nord, in maniera inconsapevole, sono rimaste le classificazioni niceforiane. Tutta la predicazione leghista anti meridionale ha qui le sue fondamenta. Oggi il sardo razzista accetta, alla fin fine, quelle suddivisioni di fine Ottocento. Si inserisce in una gerarchia, sarà sempre dipendente di una visione in cui lui non sarà alla pari dei Salvini e compagni. Loro la razza eletta, e lui l’ascaro buono per i lavori sporchi.

Il 25 di aprile si festeggerà la Liberazione dal fascismo e dal nazionalsocialismo, ma razzismo e xenofobia sono più forti che mai. Una Italia che non si è mai defascistizzata, che negli ultimi trent’anni ha subito una esaltazione dell’odio per il diverso propagandata da Mediaset e anche dalla tv pubblica, ha fatto in modo che i fondamenti culturali del disprezzo si diffondessero fino a diventare sentire comune.

Questa è la triste verità. L’onda migratoria non aiuta e il nostro è un paese di vecchi impauriti, con politiche che mirano alla distruzione della scuola pubblica favorendo l’ignoranza. Chi non è d’accordo con questa visione del mondo ha davanti a sé anni di duro impegno. “Vaste programme“, ebbe a dire il generale De Gaulle a chi gli urlava “mort aux cons”.

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Il Papa, gli Armeni e la Turchia

di Aldo Giannuli

papa_francesco_armeni_940Molti giornali hanno presentato la dichiarazione sul genocidio armeno come la “Ratisbona di Francesco”, alcuni sottintendendo con compiacimento che è la prima “scivolata” di questo pontificato, altri per dire che, al di là delle caratteristiche personali del Papa, la geopolitica vaticana non cambia e non può che essere antislamica. Una lettura totalmente sbagliata e fuorviante che si ferma alle somiglianze superficiali delle cose.

Il discorso di Benedetto XVI ebbe carattere essenzialmente dottrinale (come era nel carattere del suo pontificato e come dimostra il fatto che affidava il suo giudizio sull’Islam alla citazione di un teologo del Quattrocento) e non è separabile dalla sua visione essenzialmente eurocentrica; Francesco, al contrario, è un papa eminentemente politico, come dimostra il fatto che non ha citato un teologo di se secoli fa, ma è andato dritto all’obiettivo tirando in ballo una delle questioni più scottanti del Novecento, e non è affatto eurocentrico ma portatore di una strategia globale.

Ratzinger fu sorpreso dalle reazioni politiche al suo discorso, Bergoglio non solo se le attendeva, ma le voleva e proprio di questo tenore. Ed allora, come leggere la sua sortita?

In primo luogo, questa dichiarazione fa seguito a diverse denunce dei massacri di cristiani in paesi islamici, fatte in queste settimane. Chi pensava che il Papa avrebbe assistito inerte a questi eccidi, si sbagliava: il Papa, come suo dovere, assume la difesa del suo popolo e non lo fa solo con generiche denunce o vaghe esortazioni, ma –questo è il senso dell’uscita sugli armeni- con operazioni apertamente politiche con obiettivi precisi. E il seguito dei fatti gli dà ragione: la Ue, finalmente, si è decisa a riconoscere il genocidio armeno, uno dei paesi più filo-turchi, l’Italia, è messo con le spalle al muro e deve prendere le distanze dalle reazioni del governo turco che è pienamente cascato nella trappola tesagli.

Conclusione: di ingresso di Ankara nella Ue non ne parliamo più almeno per un po’ di anni. Sarebbe stato sbagliato ammettere nella Ue una Turchia islamica, per quanto laica e Kemalista, ma di una Turchia fondamentalista ed ottomana di Erdogan non è neppure il caso di adombrare l’ipotesi. E il valente premier turco, tanto per smentire il suo razzismo nei confronti degli armeni, non trova di meglio da dire che lui potrebbe espellere i centomila armeni non cittadini turchi, che sono nel suo paese. Uno così non può entrare nemmeno nella portineria della Ue.

E questo è un assist indiretto anche alle opposizioni turche in vista delle elezioni: Erdogan porta all’isolamento internazionale del paese. Anche l’esercito ha di che meditare su questa svolta neo ottomana dell’attuale premier.

Ma perché prendersela proprio con la Turchia? Al di là delle ragioni di fondo per cui il Vaticano, pur propenso al dialogo con l’Islam, non vede di buon occhio l’ingresso della Turchia nella Ue, ci sono motivi contingenti che hanno spinto in questo senso. Diciamocela: la Turchia la sta facendo sporca con l’Isis. Da dove passano le armi, i rifornimenti, i foreign fighters diretti al Califfato? E da dove passano i flussi petroliferi che partono dallo Stato Islamico? Poi, la nozione di Califfato non sembra dispiacere molto ad Ankara, anzi… Ed allora, la sortita del Papa serve anche a puntare i riflettori sulla sostanziale slealtà di questo “alleato” dell’Europa (degli Usa), mentre le cancellerie di tutta Europa fanno finta di non vedere e di non sentire.

D’altro canto, questo non è stato un fulmine a ciel sereno: anche nel suo recente viaggio in Turchia, Bergoglio non aveva perso l’occasione di mandare segnali molto irritanti per il governo turco e, adesso, è arrivato un potente ceffone in pieno viso.

Quanto mi piace questo Papa!

Fonte: blog di Aldo Giannuli (l’immagine è tratta dallo stesso sito)

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Cosa c’è dietro la stretta di mano tra Barack Obama e Raúl Castro a Panama

Panama, Castro, Obama

È ammirevole il percorso che porta al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba e di lì alla fine dell’embargo. Barack Obama, tutti i leader latinoamericani, riuniti a Panama nel Vertice delle Americhe, ci hanno tenuto a precisarlo, non è né Bush né Reagan e viene politicamente emendato delle responsabilità dei suoi predecessori. Giova però ricordare che, se Cuba ha partecipato al Summit passando dalla porta principale, non è per una concessione di Obama ma perché gli USA hanno dovuto prendere atto di aver perso il potere di veto in materia.

In questo contesto nel quale i rapporti di forza appaiono modificati, qual è la vera faccia di Obama, l’anatra zoppa che sta ricucendo ferite come quella cubana e quella iraniana? E qual è il volto degli Stati Uniti che tra un anno e mezzo potrebbero riconsegnarsi al millenarismo neoconservatore? Sono quelli che stanno avendo il coraggio di prendere atto del passaggio storico nel quale la loro primazia sul Continente può essere esercitata con la politica e non con la brutalità e l’inganno, o quelli che decretano che il Venezuela sarebbe un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti? Sono quelli che, con parole dello stesso Obama, hanno il coraggio di ammettere il loro passato oscuro in materia di diritti umani, o quelli che, ad ascoltare i nostri media di regime, possono sempre fare la morale a chiunque? È l’Obama che stringe la mano a Raúl Castro, o quello che va via e non ascolta gli interventi dei suoi pari, secondo in maleducazione solo a Juan Carlos di Borbone?

La retorica sull’abbattimento dei muri è inevitabile in un giorno come oggi, ma a patto di sapere che è più ciò che occulta di quanto spiega. Dal Vertice di Panama – una trentina di capi di stato non sono volati fino al paese del Canale solo per presenziare a una stretta di mano – non sortirà alcun documento consensuale. E non si proverà neanche a scriverlo, lo ha spiegato il presidente boliviano Evo Morales, perché due paesi, Stati Uniti e Canada, sono isolati su temi chiave quali salute, educazione, sicurezza emisferica e, in particolare, sul caso del “decreto Obama”. Gli USA sono isolati sull’essenza del modello neoliberale, che solo pochi anni fa era rappresentato come il magnifico destino progressivo dell’umanità. Di quella retorica, piena di “opportunità”, “liberalizzazioni” e “generazione d’impiego” restano le parole stantie di qualche attore non protagonista, come l’honduregno Juan Orlando Hernández. Perfino un uomo di destra dura come il guatemalteco Otto Pérez Molina, ha il coraggio di dire che il problema più grave della regione, il narcotraffico dal quale dipenderebbero fino al 90% delle morti violente, va affrontato nel paese dove le droghe vengono consumate e generano profitti criminali, ovvero negli USA, e con la fine del proibizionismo. Non è la mancanza di crescita a causare il narcotraffico ma è l’imperio della droga, l’industria più liberalizzata del pianeta, a impedire uno sviluppo sano. Perfino l’uomo simbolo dei paesi del Pacifico che guardano a Nord, il peruviano Ollanta Humala, è cosciente che l’ideologia della «crescita e l’export delle materie prime non bastano più. Bisogna diversificare e scommettere sull’intelligenza dei nostri popoli».

L’avvicinamento a Cuba, al quale fa da contraltare il continuo tentativo di portare ad un “regime change” a Caracas, testimonia le persistenti difficoltà nell’orientare la politica regionale degli USA alla luce degli avvenimenti degli ultimi tre lustri. Più attuale di tutto, nonostante gli USA abbiano cercato di fare macchina indietro nelle ore precedenti il vertice, coscienti del loro isolamento, è dunque la questione dell’intemerato decreto di Obama, che considera il Venezuela un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti, come lo era il Nicaragua per Reagan, Panama per Bush padre e Cuba per una decina di predecessori di Obama. Trentatré leader su trentacinque, alcuni con parole contundenti come Cristina Fernández nel discorso più alto della giornata, chiedono a Obama di fare un passo indietro e denunciano la continua manipolazione mediatica contro tutti i governi integrazionisti. Lo stesso Maduro ha chiesto a Obama l’incontro che poi materialmente c’è stato nella notte dopo due anni di rifiuti. Simbolicamente, altrove ma sempre a Panama, erano riuniti ventisei ex-capi di governo e di Stato, capeggiati dallo spagnolo Aznar fiancheggiato dal lobbista Felipe González, a rappresentare il bipartitismo alla frutta in quel paese. Aznar era stato con George Bush tra i promotori del fallito golpe contro Chávez dell’11 aprile 2002. Con lui noti violatori di diritti umani come il salvadoregno Alfredo Cristiani, il boliviano Tuto Quiroga, il colombiano Álvaro Uribe, il messicano Felipe Calderón e altri revanchisti neoliberali, i Fox, Lucio Gutiérrez, Piñera, Lacalle e l’amico panamense di Berlusconi, Martinelli. Tutti loro hanno firmato un documento che dipinge il Venezuela come il nuovo gulag tropicale e bramano per un intervento USA.

Curiosi, screditati personaggi, gli jihadisti del neoliberismo che continuano a invocare una guerra santa contro il Venezuela come ieri consideravano Evo Morales e gli indigeni andini «l’Osama Bin Laden e i talebani dell’America latina». La realtà è che la loro rotta è definitiva da quando l’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, che avrebbe trasformato l’intero continente in una maquiladora, e che George W Bush voleva imporre senza discutere a Mar del Plata nel 2005, fu sconfitta dall’alleanza tra movimenti sociali e apparato produttivo brasiliano sulle ali dell’autorevolezza di dirigenti come Kirchner, Chávez e Lula. Succeda quello che succeda, alternanze democratiche sono e saranno alle porte, quello strumento di dominazione, oggi non è neanche più in agenda.

Fu quello il momento di svolta della storia di un Continente che ha memoria e che nel riferimento a un doloroso e per alcuni fastidioso passato, radica il coraggio di guardare agli USA non più come il padrone al quale presentarsi subalterni, ma neanche come il nemico sul quale costruire retoriche spesso stantie. Cristina Fernández ha ricordato che la principale differenza tra USA e America latina vada cercata nel differente valore dei padri fondatori che nel Sud costruirono piccole patrie diseguali e dipendenti. Anche nel nostro secolo, in America latina gli USA hanno sempre appoggiato i peggiori, da Batista a Pinochet, da Menem a quei ventisei. Ma la Storia va avanti e non è più tempo per gli USA di speculare sul “nostro figlio di puttana”, ieri Carmona, oggi Capriles o chi per lui per sostituire governi eletti e che con mille difficoltà portano avanti processi democratici e d’inclusione sociale che in questo scorcio di secolo hanno ottenuto risultati straordinari. Tra mille contraddizioni Obama sembra averlo intuito, ma Panama testimonia che sarà chi verrà dopo di lui a doverne essere all’altezza.

Fonte: blog di Gennaro Carotenuto

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Vertical farm: i metodi di coltivazione. Aeroponico, acquaponico, idroponico

di Francesca Latini

Le Vertical Farm rappresentano una vera rivoluzione nell’agricoltura. Si tratta di componenti innovative per la coltivazione urbana, applicate su edifici esistenti o di nuova costruzione pensati per la produzione in verticale di cibo, grattacieli che fungono da serre o superfici inclinate che dovrebbero entrare a far parte dello skyline della città con molti benefici sia ambientali che economici.

URBAN SKYFARM: LA FATTORIA IDROPONICA IN VERTICALE

I BENEFICI DEGLI ORTI VERTICALI

La percentuale di terreno fertile sulla terra va diminuendo, molti terreni producono meno e si stima una crescita vertiginosa della popolazione mondiale tale che nei prossimi decenni l’80% delle persone vivrà in città. Ovviamente queste statistiche fanno emergere alcune necessità e problematiche che si presenteranno, come l’aumento della deforestazione e il rischio di utilizzo di fertilizzanti chimici e sostanze nocive che vengono anche oggi utilizzate per una maggior produzione di frutta e verdura. La natura segue un suo ciclo e risponde a delle sue leggi, benché nell’istantaneo ci fornisca pomodori o mele apparentemente perfette grazie all’uso di insetticidi e fertilizzanti, in realtà è pura apparenza. L’uomo sta intossicando le proprie risorse di cibo causando danni notevoli alla natura e quindi a se stesso.Nelle vertical farm è possibile coltivare seguendo delle tecniche innovative, ciò permette di trarne un guadagno a livello ambientale, in quanto si tratta di tecniche che si basano su principi elementari della natura e riducono anche l’emissione di CO2 nell’atmosfera. Questo perché la produzione a Km0 riduce drasticamente quella catena di passaggi che prevede l’utilizzo di mezzi di trasporto (inquinanti). Produrre, comprare e consumare nello stesso raggio di azione è un vantaggio su tutti i fronti, anche dal punto di vista economico, come si può quindi facilmente comprendere.

Ma quali sono le tecniche utilizzate negli orti verticali? Vediamo di seguito alcuni esempi delle tre tipologie di sistemi.

LE TECNICHE DI COLTIVAZIONE NELLE VERTICAL FARM

Distinguiamo tre tecniche di coltivazione:

  • aeroponico
  • idroponico
  • acquaponico

Il sistema di coltivazione aeroponico

 a sinistra immagine da aerofarms.com; a destra immagine da powerhousehydroponics.coma sinistra immagine da aerofarms.com; a destra immagine da powerhousehydroponics.com

Questa tecnica prevede la coltivazione di piante senza l’utilizzo di terra, grazie ad un sistema di sostegno è possibile far crescere le piantagioni alimentandole direttamente sulle radici con acqua nebulizzata e sostanze nutritive minerali. I LED, a basso consumo energetico, provvedono a fornire la luce che di caso in caso è necessaria alle coltivazioni per la fotosintesi.

I vantaggi sono legati ad un minor spreco di acqua, in quanto nelle coltivazioni tradizionali il 95% va perso, in questo caso invece viene direttamente assorbito dalle radici della pianta. Inoltre la crescita stimata è pari al 30% maggiore e con tempi dimezzati rispetto alle coltivazioni a terra. Ma ancora più importante è che non vengono usate sostanze chimiche, dannose sia per l’ecosistema che per i lavoratori.

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Notevole è il lavoro portato avanti da AeroFarms a Newark (New Jersey), in cui sorgerà la fattoria verticale aeroponica più grande del mondo, con una produzione stimata di 900.000 kg di ortaggi prodotti in un anno. L’impianto verrà installato in una ex fabbrica in disuso, nella quale verranno installati impianti fotovoltaici per l’autoproduzione di energia.

Il sistema di coltivazione idroponico

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Anche in questo caso il sistema è basato all’assenza di terra, sostituita da inerti come possono essere la vermiculite, la perlite, l’argilla, ma anche la fibra di cocco o la lana di roccia. La vegetazione viene nutrita con vapore acqueo e sostanze minerali.

I vantaggi legati ad un risparmio dell’acqua stimato intorno al 70% rispetto ai metodi tradizionali, il che lo rende un sistema vantaggioso nei paesi con scarsa disponibilità di acqua. Anche in questo caso la crescita è due volte più veloce delle coltivazioni classiche, con notevoli benefici derivanti dalla non contaminazione del suolo e dell’aria con sostanze nocive, in quanto i fertilizzanti non vengono dispersi nel suolo.

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A Jackson Hole, negli Stati Uniti, è in corso la realizzazione del Vertical Harvestuna coltivazione idroponica che occupa soli 400 mq e prevede circa 1700 mq di superficie coltivata. Non solo diventerà una fonte di produzione a Km zero ma prevede anche dei laboratori didattici e delle aree per lezioni sulla coltivazione sostenibile. Unendo così in un mix unico produzione, vendita e consumo, con il valore aggiunto dell’educazione e della didattica anche per persone disabili.

Il sistema di coltivazione acquaponico

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Questo sistema prevede la combinazione di allevamento ittico e agricoltura, quindi acquacoltura (allevamento di pesci e crostacei) e coltivazione idroponica (coltivazione di vegetali senza utilizzo di terra).  In poche parole le acque di scarico dell’allevamento ittico, ricche di sostanze di scarto dei pesci e resti di cibo, vengono utilizzate per la coltivazione in quanto risultano essere ottimi fertilizzanti naturali. Le piante si nutrono di queste acque e nel contempo le purificano restituendo acqua pulita che può essere riutilizzata per l’allevamento, diminuendo così il numero di ricambi necessari per i pesci. In pratica un ciclo continuo dal quale si può trarre vantaggio sia per la coltivazione che per l’allevamento.

I vantaggi anche in questo caso sono legati al notevole risparmio di acqua rispetto a quella che si adopera nelle coltivazioni tradizionali, inoltre le acque essendo ricche di fertilizzanti naturali permetto una crescita del 30-50% più veloce rispetto alle colture a terra ed un vantaggio economico legato alla disposizione di fertilizzante autoprodotto e non nocivo per l’ambiente e la salute.

Ad Abu-Dhabi, negli Emirati Arabi, è stato inaugurato nel 2012 il più grande impianto acquaponico il quale vede la produzione di 300 kg di lattuga due volte a settimana e 10 tonnellate di pesce in un anno.

LE COLTIVAZIONI SOSTENIBILI ED IL FUTURO

Il futuro dell’agricoltura e della nutrizione sta diventando un tema centrale a livello internazionale. Questi sistemi sostenibili possono consentire di ridurre l’avvelenamento del suolo e dell’ecosistema che l’uomo ha portato avanti nel tempo, con notevoli benefici in ogni settore, a volte fare un passo verso il futuro vuol dire fare un passo indietro, tornando all’utilizzo di fertilizzanti naturali, perché basta osservare la natura per capirne i giusti funzionamenti.

Fonte: Architettura Sostenibile

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haiku del 20 aprile…

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Dalla notte

in cui hanno messo ad asciugare il riso

sul boschetto c’è la luna.

(Kobayashi Issa)

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

 

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L’abisso dell’animo umano in quelle morti

strage-lampedusadi Dafni Ruscetta

L’orrore dell’ennesimo dramma umanitario che si è consumato l’altra notte nelle acque del nostro caro Mare Nostrum colpisce ancora una volta le nostre coscienze. E, più che le coscienze, colpisce il nostro immaginario…sì perché è forte, devastante, l’immagine di centinaia di esseri umani che si affannano per segnalare la loro presenza a un’imbarcazione che arriva in loro soccorso e che poi cadono in acque buie, fredde, profonde, senza sapersi nemmeno tenere a galla. E’ tanto più devastante immaginare, poi, la disperazione di quelle persone nel vedere e sentire la fine dei loro cari, di figli piccoli e inermi, di padri e madri anziani. Evocare questo tipo di immagini fa ancora più male, perché ti sembra di immedesimarti in quelle vite che – seppur più sfortunate della tua – avevano le tue stesse esigenze base da soddisfare (quelle vitali), gli stessi sogni da realizzare di mantenere una famiglia. Non ti chiedevano di andare nelle università più prestigiose, o di acquistare l’ultimo modello di Audi o di imparare a giocare a tennis…soltanto di poter tentare di sfidare la sorte. Ecco perché è inaccettabile continuare ad ascoltare simili giudizi e falsità, ne cito solo alcuni provenienti da miei contatti Facebook negli ultimi giorni: “abusivismo legalizzato”,  “clandestini e non che vendono immondizia recuperata dai cassonetti”, “cibo in condizioni igieniche da terzo mondo”, “da noi posson fare quello che vogliono”, “invasori maleducati e insistenti” etc…

In un paese che ha smarrito la bussola su molti dei valori costituzionali (ma anche semplicemente umani) fondamentali e condivisi, è facile cadere nella giustificazione di molte delle nefandezze a cui stiamo assistendo. Così capita che quando si parla di immigrati si sentano  – purtroppo troppo spesso da parte di esponenti delle istituzioni – affermazioni orrende, che in un paese civile,  per rispetto dell’essere umano, quindi dei diritti fondamentali dell’uomo, non dovrebbero essere nemmeno tollerate per diritto.

Forse la penso così perché sono cresciuto a Torino, una delle poche città in Italia a vantare una tradizione di accoglienza dell’immigrazione. Forse la penso così anche perché faccio parte dei figli di quegli immigrati del Sud Italia ai quali nel tempo sono state offerte delle possibilità concrete,  condizioni di vita dignitose che sono state alla base dell’integrazione socio-econonomica di quelle categorie sociali. Cosa peraltro non scontata, perché andatevi a vedere in che condizioni vivono ancor oggi le seconde e terze generazioni di alcune banlieu francesi per capire come l’intergrazione, a causa delle cattive politiche, sia ancora un miraggio in alcune zone d’Europa anche a distanza di decenni. A Torino, specie negli anni ’80 e ’90, si sono fatte politiche di integrazione molto forti e, sebbene non abbiano mai raggiunto l’eccellenza di alcuni paesi scandinavi (in cui le condizioni di accesso ai vari settori sono per lo più paritarie…), in generale hanno funzionato.

In politica, a mio avviso, occorre anche saper infondere un grande senso di umanità, di comprensione e mediazione dell’altrui punto di vista. Un rappresentante politico ideale non può non avere una visione del mondo interculturale, non può non prendere in considerazione che le diverse culture – specie se minoritarie – hanno bisogno di diritti come per tutti gli altri cittadini della stessa nazionalità.

di Dafni Ruscetta

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