Retorica Politica

Di Federica Montevecchi 

Una riflessione attorno agli effetti dell’abuso della parola e alla possibilità di restituire al discorso politico le proprie radici e il proprio legame con la prassi.

Svuotamento semantico delle parole e semplificazione propagandistica sono oggi i caratteri specifici del linguaggio politico, quelli che maggiormente danno conto del suo degrado.L’uso irresponsabile e puramente strumentale delle parole è un segno importante dei tempi storici negativi, inscindibile dall’indifferenza dei più alla vita pubblica, fenomeno che rende particolarmente disponibili alle lusinghe manipolatorie, come ha mostrato la peggior storia novecentesca.

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Si può reagire a una simile situazione tornando a considerare la natura propria del discorso politico, cioè la sua natura retorica, nella forma specifica evidenziata dalla tradizione sofistico-protagorea. Convinti che ogni possibile cambiamento intrecci in sé innovazione e conservazione, l’appello all’antichità non ha il fine di riproporre ancora una volta un ideologico mito positivo, ma è piuttosto un richiamo al significato eterno della politica, che da sempre si smarrisce nei periodi di crisi, e all’importanza della memoria nell’esercizio del pensare: è un modo per evitare di subire il proprio tempo. Oltretutto i principi fondamentali della politica – gli stessi che ne costituiscono la dimensione ideale e ne delimitano l’orizzonte – sono sempre i medesimi, a dispetto della crescente complessità delle scienze e delle teorie politiche, oltreché dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, che hanno favorito inedite forme di espressione e partecipazione, ma anche risvegliato e rinforzato antiche forme di pericolosa propaganda.

Ecco che allora la tradizione sofistico-protagorea permette di riscoprire una parola persuasiva che, diversamente da quella propagandistica, è tutt’uno con il comportamento e con l’azione di chi la pronuncia. Una parola, quindi, ben diversa da quella volta a provocare, in modo opportunistico, determinati comportamenti e azioni in colui che ascolta. In questione non è qui l’agire in un ambito specifico, ma piuttosto il modo di essere che in ogni azione, a partire da quella linguistica, si specchia e si palesa: il discorso retorico, infatti, è pronunciato da – e si rivolge a – un uomo concreto nel quale l’inseparabilità di razionalità e sentimento impedisce ogni tentazione riduzionista in entrambe le direzioni e mostra al tempo stesso l’impossibilità di separare l’azione e la parola di qualcuno dal suo costume. Avvertire questa impossibilità è tutt’uno con la sfida che comporta l’antico e sempre attuale interrogativo sulla qualità della politica e sulla sua inseparabilità dall’etica: già i sofisti e Platone, pur avendo obiettivi e presupposti teorici molto diversi, erano d’accordo sul fatto che non ci si potesse improvvisare politici, che per governare la città fosse necessario avere ricevuto un’educazione adeguata, unica garanzia di esemplarità, vale a dire di coerenza fra modo di essere e parola.

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In particolare Protagora riteneva che la paideia dovesse essere volta tanto a una formazione tecnica – il saper parlare in modo persuasivo – quanto morale – la capacità di trascendere la propria individualità nella relazione con gli altri, nella costruzione dell’accordo fra gli individui. Va da sé che tale formazione morale tende a un’universalità che non è fondamento metafisico, realtà data una volta per sempre cui adeguarsi o sottomettersi, ma è costruzione dinamica del consenso umano, in grado di armonizzare le singole individualità evitando loro la reciproca distruzione: in tal senso il superamento del principium individuationis, e del suo carico di violenza, è possibile a partire dall’individualità stessa e dalla sua capacità di affrontare il conflitto, che ogni relazione inevitabilmente comporta.

L’universalità che una simile concezione etico-politica propone è resa possibile, e protetta dalle pericolose declinazioni pratiche del pensiero dogmatico, da un relativismo gnoseologico secondo il quale l’universale, sia esso il vero o il bene, non ha alcuna validità eterna, né è una rivelazione religiosa o un insegnamento ricavabile dai miti propri della tradizione: in questione è piuttosto un’universalità calata nel tempo, che si definisce nel rapporto complesso che ogni individuo intrattiene, di volta in volta, con la realtà che gli è data. L’azione educativa può essere allora intesa come un’opera tesa ad armonizzare i conflitti che può realizzarsi nel nomos, nell’invenzione e nell’attuazione della legge positiva, e che trova sostegno nel linguaggio, nella capacità retorica di persuadere rispetto a ciò che è utile alla vita insieme.

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Infatti il sofista, che è tanto educatore quanto politico, ha il compito di correggere con la parola le inclinazioni che danneggiano il vivere comune, rendendole vantaggiose per la società. In tal senso un discorso è migliore – non necessariamente più vero – rispetto a un altro per la sua efficacia pratica, per la sua capacità di costruire un’intesa razionale fra gli uomini: la retorica non ha alcun fine in se stessa, è piuttosto strumento di un’educazione volta a promuovere e garantire il benessere dell’individuo nella polis.

L’apprendimento e l’esercizio della techne retorica sottintendono il riconoscimento che la dimensione individuale non sia opposta e separata da quella universale, che la natura umana sia tanto competitiva quanto cooperativa, quindi sociale. Anche se la storia del pensiero occidentale non ha cessato di interrogarsi sul rapporto fra individuo e società considerandolo, di volta in volta, in termini di separatezza o di relazione, che la physis, intesa come naturalità bio-psichica, non sia opposta al nomos, alle potenziali attitudini al vivere comune che la paideia retorica può sviluppare, è una tesi che può trovare facilmente conferma negli studi contemporanei di antropologia evolutiva sulla natura cooperativa dell’uomo e che pare essere già implicita addirittura nelle poche parole che ci restano di Anassimandro, che ci parlano dalla più remota antichità.

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Anassimandro sottolinea come la separazione dal tutto, il passaggio dall’indeterminato alledeterminazioni, dall’apeiron ai peirata, comporta una rottura e dunque porta con sé il segno della violenza e dell’ingiustizia, tratto prevalente della dimensione individuale. In questa dimensione pare esserci però, accanto alla violenza e all’ingiustizia, anche la memoria della totalità come altra modalità del medesimo essere, che è segno del legame tanto dell’uno con i molti quanto dei molti fra loro, indice pertanto di una reciproca appartenenza, di una comune natura.

Il discorso politico-retorico si propone di agire sulla memoria di questa comune natura, non diversa e non disgiunta da quella individuale, nella convinzione oltretutto che ciò che gli individui possono costruire insieme non sia in contrasto con la physis dal momento che l’uomo appartiene a quest’ultima con tutte le sue possibilità di sviluppo storico-culturale. Sono possibilità che danno conto di una natura in grado di evolversi sul piano delle conoscenze e delle tecniche pur rimanendo se stessa e di un uomo consapevole del suo radicamento nell’ambiente e della sua capacità di modificarlo. In questa prospettiva la parola è uno strumento straordinario che può servire all’individuo per favorire la vita con i suoi simili e l’adattamento a situazioni sempre diverse, sapendo sfruttare il momento giusto, il kairos, per trovare la soluzione migliore e saperla esprimere in maniera persuasiva.

 Fonte: Il Lavoro Culturale (le immagini sono tratte dal sito stesso)

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