Usa, arriva il People’s budget

di Martino Mazzonis

Aumentare la tassazione di alcune di fasce di reddito molto alte, stop ai bonus fiscali, e un’imposta progressiva sul valore degli immobili. Per fare cosa? Investimenti in infrastrutture e rafforzare il welfare necessario. Sono alcune delle proposte del budget progressista presentato negli Usa in questi giorni.

Se chiedeste a un democratico americano quale dovrebbe essere la priorità di politica economica di Washington in questo momento vi risponderebbe probabilmente l’aumento dei salari e un ritorno a tassi di occupazione più alti. E se gli chiedeste come fare per ottenere dei risultati vi farebbe più o meno l’elenco delle misure che il presidente Obama ha proposto molte volte a partire dal 2010 e che molte volte sono state respinte dal Congresso a guida repubblicana.

Se poneste le due stesse domande a un democratico italiano potreste ottenere una risposta simile nel primo caso e diversa nel secondo, in Italia per far crescere l’occupazione servono le riforme. Di aumentare i salari non se ne parla. Al massimo, una volta che saremo rientrati nei parametri fissati dall’Unione europea, potremo abbassare le tasse.

E’ di questi giorni la presentazione del People’s budget (La finanziaria, il bilancio del popolo, che tradotto in italiano fa un po’ ridere), una legge di bilancio elaborata dai tecnici del Economic policy institute di congiunto con il Congressional progressive caucus, l’assemblea parlamentare della parte progressista del partito democratico (circa 70 rappresentanti su 180 eletti). Una coalizione che è la stessa che dialoga con i sindacati e l’associazionismo Usa in materia di salario minimo e riforma dell’immigrazione. Le misure proposte entrano nei dettagli dal punto di vista di uscite ed entrate, si pongono il problema del bilancio nel medio termine e propongono una filosofia di intervento pubblico che, in tempi di crisi strutturale come i nostri, sono considerati normali da quasi chiunque non lavori in un piano alto a Berlino, Bruxelles o Francoforte.

Febbraio 2015, il divario tra occupati pre e post crisi negli Stati Uniti era di 5,5 milioni di persone, il grosso dei lavori persi è nel settore pubblico, lo stesso che aveva funzionato da paracadute durante lo stimolo obamiano e che ha perso occupati a partire dal 2010, quando la vittoria repubblicana alle elezioni di mezzo termine anno cominciato a far rientrare la spesa. In particolare è il Budget Control Act (BCA) del 2011, quello per cui alcuni tagli alla spesa sono scattati automaticamente nel marzo 2013 ad aver prodotto questo effetto. Una politica figlia del delirio repubblicano e della voglia di mettere alle strette Obama, ma simile negli effetti ai parametri europei o alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

La proposta del People’s budget è semplice: per quanto riguarda le entrate l’idea è quella di aumentare la tassazione di alcune di fasce di reddito molto alte portando il prelievo al 45% per chi guadagna più di un milione e a crescere fino al 49 per i redditi sopra al miliardo – in mezzo altri tre scaglioni. Altro strumento determinante – per la verità già previsto da Obama, poi costretto a rimangiarselo – è il decadere dei bonus fiscali voluti da George W. Bush. La tassazione tornerebbe così ai tempi di Clinton, più bassa che quando alla Casa Bianca c’era il super-campione della destra Usa, il Ronald Reagan che inaugura assieme a Margaret Thatcher l’era nella quale siamo ancora immersi nonostante il suo fallimento a partire dalla crisi.

Sempre sul fronte delle entrate il budget progressista prevede una serie di misure quali la tassazione dei capital gains come profitti qualsiasi, l’eliminazione dei benefici per l’acquisto delle case ad alcuni segmenti di mercato (ad esempio gli yacht) e la tassazione dei profitti fatti all’estero. Un’imposta progressiva sul valore degli immobili. Su quest’ultima vale la pena fare un’osservazione: le città di pregio o i centri culturali del mondo sono meta di investimenti immobiliari scollegati dal bisogno della casa. Miliardari russi, cinesi, arabi o europei comprano case a Londra, New York, Venezia, Firenze, Parigi a prezzi fuori mercato per mettere soldi da parte. Super-tassare quel tipo di investimenti non avrebbe nulla a che vedere con l’aumento delle tasse sulla casa.

La spesa prevista dal People’s budget dell’Economic policy institute è massima nel primo anno (528 miliardi di dollari) e decresce nei due anni successivi. L’idea generale è semplice: la crescita, l’aumento dei salari e l’occupazione, ai quali vanno associate le maggiori entrate generate dagli aumenti delle tasse proposti, hanno come effetto quello di far diminuire il debito pubblico nel medio termine (cfr. figura 1, che mostra come la proposta dell’Epi porti nel medio termine un maggior risparmio delle leggi in vigore). La spesa aggiuntiva non smette di colpo, in maniera da non produrre una frenata troppo brusca. Si tratta di politiche anti-cicliche eccezionali come eccezionale è stata la crisi che ha colpito gli Stati Uniti in questi anni. Una volta rimesse le cose a posto la spesa diminuisce – che i progressisti americani sono pragmatici, non vogliono un intervento statale perché è giusto, ma perché è utile.

A cose servirebbe più spesa? Per investire forte in infrastrutture – che negli Stati Uniti sono spesso decadenti, perché risalgono a fasi storiche in cui non aveva ancora vinto l’idea che “lo stato è il problema” – e di rafforzare il welfare necessario a fare in modo che tutti possano lavorare – ex asili – e di intervento in quelle numerose aree del paese che vivono ancora condizioni di enorme arretratezza economica e sociale. Oltre che garantire bonus fiscali che incentivino e orientino la produzione (energy saving technologies, ricerca&sviluppo). La tabella mostra l’elenco delle spese.

Tutto puro buon senso. Come di buon senso sono le proposte avanzate – sempre dell’Economic policy institute – in materia di crescita dei salari. Da un anno a questa parte i democratici sono riusciti a far approvare in molti stati un aumento per legge della paga minima oraria. Obama propone un aumento federale e ha previsto questa misura per chi lavora in appalti pubblici federali. Il tema di lavoro pagati troppo poco è considerato cruciale: la ripresa non è ripresa per tutti se i lavori che sostituiscono quelli persi sono meno qualificati e pagano molto meno. La paga media oraria negli Stati Uniti è in declino dal 1979 con un’accelerazione a partire dalla crisi (se non per il 5% più ricco, come si vede dalla figura 2).

Cosa propone l’Epi? Undici punti, alcuni dei quali coincidono con quelli del People’s budget e poi: rafforzare la contrattazione collettiva (lo ha detto di recente anche il Fondo Monetario a guida Lagarde), garantire a tutti malattia e permessi per bisogni legati alla famiglia (in America non ci sono e neppure da noi per milioni di non assunti), avere politiche monetarie che abbiano come obbiettivo un tasso di disoccupazione molto basso (la Fed può, la BCE no), aumentare le ispezioni e i controlli sui posti di lavoro, regolarizzare i milioni di indocumentados ispanici che guadagnano meno perché senza diritti.

Molto buon senso e molto pragmatismo, riforme non coraggiose che puntano a far funzionare il mercato al suo meglio. Cosa pensa chi si oppone a queste misure? Che vada ridotta la spesa, diminuita l’occupazione nel pubblico, abbassate le tasse, colpiti i sindacati – è successo ad esempio in Wisconsin e il governatore Scott Walker è tra i papabili candidati repubblicani nel 2016. In America queste sono le idee dei repubblicani. In Europa a pensarla così sono le grandi coalizioni.

Fonte: sbilanciamoci.info

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