L’epocale portata della sharing economy

La sharing economy è al centro di un cambiamento sociale ed economico epocale. Un’analisi delle pratiche e dei termini per sfuggire dall’inevitabile confusione montante.

Chris Johanson

Chris Johanson

Cosa hanno in comune un’azienda che noleggia borse firmate, una piattaforma che coordina il prestito di denaro tra privati e un portale che organizza partite di calcetto? Nulla, verrebbe da dire. Eppure quando si parla di sharing economy sembra esserci spazio per tutti e tre. E non è solo una questione di accomunare attività disparate sotto un unico ombrello. A complicare la faccenda ci si mette anche la terminologia usata per definire queste attività: sharing, ma anche collaborative economypeer economy,collaborative consumption, e la lista potrebbe allungarsi ancora, considerati anche gli analoghi italiani. Tutte queste espressioni, usate nel discorso corrente come sinonimi o con piccoli spostamenti di significato, si contendono il compito di definire una galassia di modelli diversi. Tra pratiche eterogenee e formule varie, il rischio però è quello di non capirsi e di non capire, di conseguenza, un fenomeno di portata epocale.

Definizioni a parte, tutti questi termini designano pratiche che originano da due fenomeni in atto in questi ultimi anni, entrambi favoriti dall’innovazione tecnologica.

Il primo è la nascita di nuovi modi di fruizione delle risorse basati sull’accesso temporaneo in alternativa all’acquisto ed al consumo proprietario – access-based consumption – ed identifica un ampio spettro di pratiche dirette a sfruttare al meglio la funzionalità di beni che hanno una capacità in eccesso rispetto all’uso individuale – l’automobile, il trapano elettrico, i giocattoli, eccetera – che nell’economia tradizionale sono acquistati dal singolo e pertanto sottoutilizzati. Rinunciare all’auto di proprietà e abbonarsi ad un servizio di carsharing (Car2goEnjoyIoGuido,RelayRides) è l’esempio più riconoscibile e diffuso di questa transizione dalla vendita di beni alla fornitura di servizi.

Ma l’economia dell’accesso consente il noleggio di tanti altri oggetti che in passato si potevano solo acquistare: giocattoli con le toy library (Rent that toy!), attrezzi da lavoro con le tool library (Leila), fino agli accessori di lusso (Bag borrow or steal).

Chris Johanson

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Il secondo fenomeno che ha favorito la nascita di molte pratiche della sharing economy è la disintermediazione, ossia la riduzione del ruolo e del numero degli intermediari tradizionali che ha permesso in molti settori, dal credito ai beni di consumo, di accorciare la filiera – cut the middleman – e di coordinare in modo diretto domanda ed offerta di beni e servizi tra pari, i cosiddettipeers. Grazie a internet diventa così possibile per gli artigiani vendere direttamente i propri prodotti su scala globale (Etsy) e per i privati scambiare tanto beni fisici, dagli oggetti usati (Reoose) alle case (HomeExchange) attraverso sistemi di swap e bartering, quanto beni immateriali grazie alle banche del tempo (TimeRepublik). Per le stesse ragioni si diffonde la “finanza distribuita” in cui prestatori e prenditori di denaro, facendo a meno dell’intermediazione bancaria, entrano direttamente in contatto secondo formule svariate, dal p2p lending (ZopaProsperPrestiamoci) alcrowdfunding (KickstarterIndiegogo).

L’effetto congiunto di questi due fenomeni – accesso e disintermediazione – ha determinato una drastica riduzione di costi per alcuni mercati tradizionali (ad esempio, tassi di interesse sul prestito più bassi di quelli praticati dalle banche) aprendo a nuove opportunità di tipo economico e sociale. Ed ha favorito fenomeni di  commodification, ossia di creazione ex novo di mercati prima inesistenti: i beni “passaggio in auto” (Blablacar) o “stanza libera” (Airbnb), ad esempio, fino ad un recente passato non potevano essere scambiati o condivisi, se non in pochi casi posti ai margini del fenomeno economico, come gli annunci nelle bacheche universitarie.

Così sono nate pratiche molto diverse tanto per i meccanismi di governance (centralizzati o diffusi) quanto per gli scopi (volti al profitto o di tipo sociale), dando vita ad una serie di combinazioni che Michel Bauwens ha efficacemente sintetizzato in quattro quadranti, i quali identificano altrettanti futuri “scenari”, orientati alternativamente all’accumulazione del capitale (netarchical o distributed capitalism) o alla comunità e ai beni comuni (resilient communitites e global commons).

Di fronte a questa prospettiva, la domanda da cui dipende il senso e l’impatto della sharing economy diventa: quando e perché un modello ha successo? In parte per le caratteristiche del bene, ma non solo. Come spiega il giurista di Harvard Henry Smith nei suoi studi sui semicommons, una stessa risorsa può, a seconda dell’uso, essere soggetta a strutture organizzative diverse, basate tanto sulla proprietà esclusiva quanto sul comune. Non esiste una relazione univoca tra bene e modello gestionale. Un’automobile, ad esempio, può essere acquistata e utilizzata in modo esclusivo secondo il tradizionale modello proprietario; noleggiata a ore a fronte del pagamento di un prezzo di mercato o di una tariffa a copertura dei costi (carsharing); condivisa tra privati in cambio della divisione delle spese e senza scopo di lucro, alternandosi nell’uso (carpooling) o utilizzandola contemporaneamente con l’offerta di passaggi (ridesharing). E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Se le caratteristiche del bene sono relativamente ininfluenti, da cosa dipende allora il successo di ciascuno di questi modelli concorrenti?

Chris Johanson

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Occorre considerare molti altri fattori: su tutti i costi (transattivi), ossia i costi di funzionamento di ciascun modello, e i meccanismi di trasmissione delle informazioni. Come ha dimostrato Yochai Benkler, spostare la capacità in eccesso di un bene ha costi diversi a seconda che questo avvenga attraverso il mercato o lo scambio sociale. Inoltre il mercato esige informazioni formalizzate per far funzionare efficacemente il sistema dei prezzi, mentre i meccanismi sociali sono più adatti a gestire forme di comunicazione più sottili e sfumate e come tali meno codificabili. Occorre poi valutare i dati economici complessivi – la distribuzione della ricchezza in una data società e la diffusione di un certo bene al suo interno (computer e automobili possono essere molti diffusi in un luogo o in un segmento della popolazione, più rari in altri).

Infine, tenere conto delle pratiche culturali e dei valori prevalenti: società diverse possono essere più o meno inclini ad affidarsi a meccanismi di mercato ed a considerare alcuni beni o attività come fonti di profitto. Quando e dove ciascun meccanismo prevale è dunque una questione empirica che dipende da contingenze storiche, culturali e geografiche. Non esistono conclusioni universali.

Se vogliamo uscire da una logica da tifoseria – entusiasti contro scettici dellasharing economy – e stabilire l’investimento che collettivamente intendiamo compiere su ciascuna struttura istituzionale, occorre iniziare dall’esame di queste variabili, a partire dagli effetti sulla distribuzione della ricchezza. In questa direzione vanno, ad esempio, gli studi sull’impatto di Airbnb sul comparto alberghiero o su particolari segmenti della popolazione locale e sulla gentrification delle aree urbane, le interviste sul grado di soddisfazione degli autisti di Uber o le indagini sui nuovi mercati del lavoro on line. Solo così è possibile elaborare risposte efficaci alle sfide poste dalle nuove forme economiche e favorire processi reali di innovazione sociale, dall’evoluzione dei modelli urbani (le smart cities) fino alle strategie di tipo globale.

Fonte: che-fare.com

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