La social street che abbatte la diffidenza

di Mariagrazia Salvador
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I residenti del Villaggio Portazza

Quello delle social street è un fenomeno accattivante, e sta crescendo a dismisura. Ma è davvero autentica l’aspirazione al ritrovamento di un perduto senso di comunità? E il fatto che per una socialità reale sia necessario l’uso di un social network come Facebook non rappresenta un paradosso?

Non c’è una risposta univoca, perché le social streets sono tante e tutte diverse, molte nascono e muoiono poco dopo, molte proliferano e altre non escono dalla dimensione della pagina Facebook.
Di sicuro il mezzo utilizzato per crearle, un social network, è nei casi di successo un grimaldello per superare la diffidenza con cui ai giorni nostri guardiamo anche il vicino di casa.
Pensateci, se vi bussassero alla porta e degli sconosciuti vi proponessero di creare un gruppo della via dove abitate, accogliereste quel vicino? Sareste disponibili ad ascoltare quello che vi direbbe, o magari presi da mille cose da fare lo liquidereste?
Paradossalmente proprio un social network creato per tenere in contatto persone che vivono lontane è stata la chiave per superare questa diffidenza: un contatto mediato coi vicini. Da lì si prende il via, ma vengono poi utilizzati anche metodi più “tradizionali”, come volantini e bacheche reali. Questo insieme di dinamiche  rassicura il gruppo, grazie al “controllo sociale informale” che ne deriva.

Per quanto le streets siano molto diverse l’una dall’altra una cosa rimane fondamentale: l’informalità. Di qui in poi il campo è libero, ci sono vie che si aggregano grazie alla musica suonata sotto casa, vie che decidono di progettare una mobilità più adeguata alle esigenze dei vicini, vie che cercano di riattivare l’economia locale e vie che non prescindono dalla gratuità. La differenza è enorme anche tra una via centrale, come Fondazza, e una via di case popolari, come villaggio Portazza, che include anche una casa famiglia e ha la possibilità di spazi più grandi e di verde.

La socialità, la relazione, sono dinamiche innate. Un tempo era più comune avere un rapporto coi vicini, le famiglie erano più grandi e si viveva in molti nelle case, i luoghi di lavoro erano più vicini alle case, le strade erano terra di tutti e comunemente i bambini ci giocavano. Cosa c’è di nuovo allora? Forse nulla, semplicemente le social streets sperimentano nuove modalità, adattando gli strumenti a disposizione alla realtà che ci circonda.

Ultimamente fanno capolino anche le istituzioni, che tentano goffamente di appropriarsi del fenomeno senza averne compreso le reali dinamiche. Il comune di Bologna ha cambiato il regolamento comunale per permettere ai cittadini di intraprendere iniziative pur non essendo entità giuridica. Questo ha permesso ad esempio ai residenti di villaggio Portazza diintraprendere un percorso che li porterà alla riattivazione di un centro civico in abbandono. Interventi più invasivi sarebbero nefasti per la crescita e lo sviluppo della socialità in strada, che parte dal basso e l’autonomia ce l’ha nel dna.

Abbiamo dedicato una puntata di Terzo Paesaggio (martedì dalle 19.00 alle 20.00) a questo tema, con il contributo di interessati diretti e indiretti: Andrea Elena Stanica, autrice di Strada Sociale, dedicato alla nascita e allo sviluppo delle social streets, Giulia Ganugi, laureata in sociologia che ha da poco discusso una tesi sull’argomento e Leonardo Tedeschi, amministratore del gruppo Social street di Villaggio Portazza La puntata è riascoltabile dai podcast qui sotto:

Fonte:  blog RadioCittàFujiko

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