Parte la campagna Filiera Sporca

10923329_10206524647739122_4063879147842894144_nDal sud della Spagna alla Grecia, fino in Puglia, Sicilia e Calabria, tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord. Il modello si estende e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Quella che a prima vista appare come un’emergenza umanitaria – ghetto di Rignano (Foggia), baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), area di Saluzzo (Cuneo) etc. – è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione che in tutta l’Europa del Sud ha le stesse caratteristiche e che si nutre dello sfruttamento.

Quando lo sfruttamento è strutturale, è inutile riferirsi all’emergenza, perché è il prodotto di unafiliera malata che scarica costi e disagi sul soggetto più debole, i braccianti, spesso migranti di origine africana o dell’Est Europa. Multinazionali, grande distribuzione, grandi e medi commercianti, medi e piccoli produttori, aziende di trasporti, agenzie internazionali di lavoro interinale. Qual è la loro responsabilità lungo la filiera?

E’ da questa domanda che nasce la campagna #FilieraSporca, promossa dalle associazioni Terra!Onlus, daSud e Terrelibere.org, con l’obiettivo di risalire  l’intera filiera, dal campo allo scaffale, per individuare i veri invisibili dello sfruttamento del lavoro in agricoltura, dalla grande distribuzione alle multinazionali. Perché esistono davvero gli invisibili delle campagne. Sono le multinazionali del pomodoro e del succo di frutta. Sono i padroni dei vini pregiati. Sono gli intermediari mafiosi padroni di aziende. E poi i commercianti della grande distribuzione. Le agenzie internazionali di fornitura della manodopera. Personaggi appartenenti all’economia ufficiale che non hanno timore di contaminarsi con gli abissi dello sfruttamento e spesso della criminalità.

Nell’anno di #Expo2015, #FilieraSporca ha l’ambizione di sollecitare istituzioni e imprese per ribadire che non si può “nutrire il pianeta” sfruttando il lavoro e l’agricoltura.

Fonte: Terra Onlus (l’immagine è tratta dal sito stesso)

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