L’identità e i confini della sopraffazione

(a cura) di Monica Pepe

riots-2E’ un fenomeno complesso e multideterminato. Il termine “fascismo”, per i ragazzi, ha perso di specificità ma viene percepito come quella che possiamo definire più genericamente un’ideologia “fallica”, basata sull’esibizione della forza muscolare e del potere, della virilità da parte degli uomini; sulla sopraffazione e violenza contro i “diversi” o i più deboli. Ovviamente, l’attrazione per questo tipo di atteggiamenti non è esclusivamente maschile, ma appartiene anche alle donne. Potremmo dire che l’adesione alla cultura del “più forte” serve ai ragazzi a confermare la facciata di un’identità tanto predominante, prepotente e onnipotente, quanto interiormente fragile. Questa può rappresentare un approdo rassicurante in un momento della vita in cui i ragazzi si confrontano con il complicato lavoro interno che l’adolescenza comporta.

I cambiamenti essenziali e le modificazioni strutturali che la caratterizzano, hanno evocato da sempre i temi della discontinuità, della rottura, dell’incertezza esistenziale e della separazione, del bisogno di approdo ad un sentimento d’identità stabilmente definito. Tra i compiti specifici di questo periodo c’è la necessità di ridefinire i confini del proprio Sé, di trovare una propria specificità individuale attraverso processi di differenziazione e separazione, che comportano ansie inevitabili. Proprio per far fronte ad esse, in questo periodo aumenta il bisogno di appartenere ad un gruppo in cui trovare un rispecchiamento di sé e nuovi modelli di identificazione in cui affermare la propria differenza dai genitori, trovare una propria individualità e vivere la separatezza; c’è la ricerca di nuovi ideali e di compagni con cui identificarsi.

Questo processo accresce il bisogno di appartenenza, approvazione e conferma dal gruppo dei pari, per ottenere un puntello ad un’identità precaria, che si rinforza ancor di più quando il gruppo si coagula intorno ad un’ideologia percepita come forte, perché consente di cortocircuitare l’ansia di definire il “chi sono”, soprattutto in relazione all’identità di genere. L’idealizzazione dell’ideologia “fascista” e dei suoi valori di forza e sopraffazione, attrae i ragazzi perché possono trovare in essi un nuovo l’Ideale dell’Io, che compatta l’identità individuale garantendo un rifornimento narcisistico, anche se il prezzo di questa operazione è la cancellazione della capacità critica individuale. Non dobbiamo anche dimenticare che le ideologie sono basate su un sistema di regole molto severe che garantiscono ordine e controllo al loro interno che – in quest’epoca dominata dalla confusione – fornisce l’illusione di un’organizzazione chiara, definita e strutturante rispetto alla fragilità dell’Io di questi ragazzi.

Dove nasce la cultura della sopraffazione e del disprezzo del diverso?

Nasce dall’impossibilità di riconoscere l’altro come separato da sé – che è la forma più subdola di violenza – perché il riconoscimento della separatezza attiva minacce di disintegrazione, annichilimento, frammentazione. Come noto, nel corso dello sviluppo, si va configurando la funzione del riconoscimento dei confini tra “me” e “non me” e tra le varie istanze psichiche. Questo processo si gioca sempre all’insegna dell’aggressività, che potremmo definire un vero marcatore di confini. Quando questo processo ha trovato ostacoli che ne hanno impedito il compimento, l’individuo continua a funzionare nel corso della vita sulla base di meccanismi molto primitivi.

Penso in particolare alle speculazioni freudiane sull’incapacità di tollerare – alle origini della nostra vita – le tensioni che possono minacciare l’equilibrio interno, che fanno percepire tutto ciò che è “fuori di sé” come qualcosa “contro” il Sé. Oppure alla cosiddetta “angoscia dell’estraneo”, formulata da Spitz, che compare intorno all’ottavo mese di vita innescata dalla maturazione della capacità di discriminare ciò che è estraneo da ciò che è familiare.

Quando il processo di crescita ha determinato la costituzione di un Sé fragile e insicuro l’impatto con l’adolescenza comporta spesso un’intolleranza verso i sentimenti di passività e dipendenza, che vengono messi a tacere attraverso comportamenti di dominio e prevaricazione sull’altro. Questa operazione permette di scaricare l’aggressività e di liquidare le ansie del confronto con l’altro da sé. In realtà il disprezzo nasconde sempre il bisogno di difendersi da parti di sé – latenti, rimosse, scisse – vissute come inquietanti. In questi casi, l’incontro con l’estraneo/straniero può far riaffiorare qualcosa di molto profondo, che era stato ricacciato nell’inconscio, provocando una reazione emotiva che Freud aveva definito “perturbante”, un’inquietudine che minaccia un equilibrio interno tanto faticosamente raggiunto quanto precario.

Questo, per esempio, è il meccanismo che sta alla base delle condotte omofobiche. La soluzione è proiettare le proprie parti latenti e inaccettate sull’altro, per poi attaccarle e cercare di distruggerle, così da non doverle riconoscere dentro di sé. Il piacere di distruggere viene esaltato perché diventa un valore identitario positivo, dal momento che la violenza e la sopraffazione dell’altro costituiscono un argine ai sentimenti di insicurezza e di passività, rinforzando la potenza del proprio Sé attraverso l’autoaffermazione.

Quanto influisce il contesto familiare di appartenenza?

Evidentemente chi funziona sui livelli che ho descritto, non ha a sua volta incontrato un ambiente familiare in grado di promuovere un processo di “buona crescita”. Con questo termine intendo quel processo che, attraverso il contenimento dei bisogni dei bambini e le esperienze di frustrazione dosata, che consente la costruzione dei confini tra Sé e non sé, avvia anche la possibilità di distinguere tra l’aggressività “buona” – che serve per andare incontro all’altro – dall’aggressività distruttiva, che invece annulla le differenze tra Sé e l’altro.

Quanto è importante favorire le condizioni della buona crescita in ambito familiare in un momento di vuoto sociale e di stimoli culturali come quello attuale?

E’ sicuramente molto importante: direi che è la forma di vera prevenzione. Credo che, di questi tempi, sia importante restituire dignità al valore – oltre che delle funzioni di accudimento, conforto e sicurezza – a quelle di limite, contenimento, regola. A quella funzione paterna che insegna i valori etici che consentono di distinguere bene/male, giusto/sbagliato, lecito/illecito, che consente di strutturare un’autentica capacità critica e autocritica nei nostri ragazzi.

Cosa suggerirebbe a un genitore o un insegnante che vedesse un figlio o uno studente intraprendere atteggiamenti ispirati alla cultura della violenza?

Direi di fermarsi a capire il bisogno che c’è dietro quegli atteggiamenti. Di provare a confrontare il figlio o lo studente con la fragilità e la paura della debolezza che un atto violento può nascondere e con l’idea che atti di questo tipo segnano sempre il fallimento della capacità di pensare e di riflettere. I ragazzi, a quest’età, possono mettere in atto delle “azioni di prova” ed essere attratti da comportamenti che li fanno sentire più forti e che riescono a cortocircuitare le angosce relative allo sviluppo, senza per questo dover necessariamente approdare ad atteggiamenti stabili nel tempo.

Non dobbiamo dimenticare che gli adolescenti sono sempre affamati di modelli di identificazione e che, forse, trovare adulti che possano essere percepiti come riferimenti autorevoli, equilibrati, coerenti, affidabili, giusti potrà – nel tempo – far crescere il desiderio di far propri quegli esempi come elemento stabile del proprio comportamento.

 

Simona Di Segni, è Specialista in Psicologia Clinica, Psicoanalista Associato dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi (A.I.Psi.).

 

Fonte: Megachip

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