Archives for maggio2015

Il sentimento anti-europeo della generazione Erasmus

di Alessandro Campi

L’affermazione di Podemos in Spagna e di Andrzej Duda in Polonia porta a chiedersi quali cambiamenti si stanno realizzando in Europa sotto i nostri occhi. È stata la vittoria, secondo diversi osservatori, di due populismi: uno d’ispirazione democratico-radicale e uno di matrice cattolico-autoritaria, ma accomunati dalla capacità di sfruttare il disagio sociale dei cittadini e il risentimento di questi ultimi nei confronti delle rispettive classi politiche.

Ma il ricorso, per spiegare realtà nazionali e fenomeni politicamente tanto diversi, all’etichetta generica di “populismo” somiglia ad una forma di pigrizia intellettuale. Il populismo non è un programma o un’ideologia, ma uno stile retorico – basato sull’appello diretto al popolo – che può essere adattato ai più diversi orientamenti politici. Nell’Europa odierna, non a caso, sono molti i leader politici, conservatori o progressisti, che denunciano la “democrazia dei partiti” e si ergono a difensori del cittadino comune. Tutto sta a capire con quali contenuti questi leader riempiano i loro discorsi, in modo da renderli efficaci al momento del voto, e quali siano i segmenti sociali più sensibili ai loro proclami battaglieri. Solo così si può capire se c’è qualcosa che li unisce al di là del termine populismo.

Sul primo punto non c’è dubbio che il tema che maggiormente crea consenso in questa fase storica, in modo politicamente trasversale, sia quello anti-europeo: il nemico del popolo è, nella propaganda oggi egemone e premiante, l’Europa dei banchieri e delle burocrazie.

In Grecia la sinistra di Tsipras ha vinto denunciando le politiche di austerità della Merkel. I conservatori di Cameron hanno conquistato la maggioranza assoluta promettendo un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione. In Italia Salvini è cresciuto nelle intenzioni di voto da quando si è intestato la lotta contro l’euro, ma già la crescita di Grillo era stata determinata dalla sua critica alla moneta unica e alle oligarchie di Bruxelles.

Si tratta di temi analoghi a quelli agitati dalla sinistra di Podemos e dai nazionalisti di Diritto e giustizia. Per Pablo Iglesias e Vicenç Navarro, i due ideologi del movimento spagnolo, occorre democratizzare le istituzioni dell’Unione e sottrarle al controllo delle tecnocrazie. Quanto al neo-presidente Duda, non ha mai fatto mistero di considerare un errore l’ingresso della Polonia nell’euro e la stessa Europa unita una minaccia agli interessi nazionali del suo Paese.

Ma si può fermare quest’onda limitandosi alla denuncia del “pericolo populista”? Non c’è forse bisogno, come ha sostenuto ieri Matteo Renzi, di una svolta radicale nel modo attuale di concepire l’integrazione europea?

L’altro punto che merita di essere sottolineato è quello relativo ai gruppi sociali che più facilmente si riconoscono nei nuovi partiti anti-sistema o in quelli più apertamente polemici nei confronti dell’Europa. Ciò che colpisce è che si tratta in prevalenza delle nuove generazioni. I giovani – tra attivisti e votanti – sono l’anima di movimenti come Syriza, Podemos o i 5 Stelle. In Polonia il 64% dell’elettorato giovanile ha votato Andrzej Duda. Giovani sono i seguaci di Salvini. L’impressione è che in Europa sia in corso da qualche tempo una forma di rivolta-protesta delle nuove generazioni che da un lato porta queste ultime al rifiuto di tutto ciò che appare politica in senso tradizionale, dall’altro le spinge a sostenere soprattutto i partiti che contestano il sistema o che esprimono posizioni radicali.

I giovani sono certamente i più colpiti dalla crisi economica che imperversa da anni: non vedono futuro e temono di restare dei precari a vita. Ma probabilmente non basta l’aspetto economico a spiegare le loro scelte politiche nel segno dell’intransigenza e del rifiuto di tutto ciò che ai loro occhi appare come vecchio o passato. C’è anche una dimensione culturale, psicologica e antropologica della quale forse bisognerebbe tenere conto.

Questi giovani vivono una realtà che un politico di cinquanta o sessanta anni fatica a interpretare e a tradurre in messaggio politico. Sono immersi nel flusso della comunicazione digitale e hanno il presente (oggi e adesso) come loro orizzonte temporale privilegiato. Vivono una condizione di precarietà che non è solo materiale, ma anche esistenziale, dal momento che non hanno più istituzioni o modelli di riferimento dai quali attingere regole di condotta ed esempi. Scontano relazioni affettive che a loro volta sono spesso all’insegna della fragilità (a partire da quelle esperite all’interno del nucleo familiare).

Sono altresì portatori di una cultura globale di massa, basata sulla mescolanza e la contaminazione, di consumo facile e immediato, che ha sempre meno punti di contatto e scambio con quella dei loro genitori. Scontano processi formativi e di apprendimento diversi da quelli delle passate generazioni (i global media hanno soppiantato la scuola). Obbediscono ad una scala di valori nel segno del relativismo e di un integrale soggettivismo (basti vedere a come hanno votato in massa i giovani irlandesi al referendum sui matrimoni omosessuali). Si tratta di generazioni che non sentono nemmeno lontanamente le vecchie appartenenze ideologiche, pur esprimendo spesso una grande voglia di protagonismo politico. Vivono in un mondo che a loro semplicemente non piace – giudicato corrotto, iniquo, violento – e che dunque vorrebbero cambiare alla radice: con uno slancio ideale spesso intriso da un ingenuo moralismo.

Questi sembrano essere in effetti gli stili di vita e pensiero di cui sono portatrici larghe porzioni del mondo giovanile europeo: quanto basta per capire perché fatichino a riconoscersi nei partiti tradizionali e preferiscano affidare la loro indignazione, la loro rabbia e il loro desiderio di cambiamento a leader generazionali come Tsipras, Salvini, Cameron o Iglesias. Stiamo parlando, a ben vedere, della cosiddetta “generazione Erasmus”, che per un curioso paradosso della storia sembra essere quella che meno crede nell’Europa politica costruita dai loro padri.

* Editoriale apparso sui quotidiani “Il Messaggero” e “il Mattino” del 26 maggio 2015.

Articolo poi apparso anche su Megachip

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World Economic Outlook

di Eugenio Benetazzo

worldSi sta avviando ormai al primo giro di boa semestrale anche il 2015 e quanto possiamo dire relativamente a questi primi cinque mesi in proiezione di quelli che stanno per arrivare sembra oggettivamente poco confortante tanto sul fronte economico quanto su quello della stabilità e volatilità finanziaria. L’economia mondiale, nonostante siano state intraprese e messe a regime numerose strategie volte a contenere i side effects postumi dell’austerity, rimane caratterizzata dalla presenza di un divario ciclico tra diverse aree macroeconomiche tra di loro interagenti e contigue. Le banche centrali delle economie avanzate si muovono non più all’unisono da mesi, determinando per questo una conclamata divergenza in termini di politica monetaria attuata, accomodante per la FED e la BOE, mentre espansiva e di contenimento per la BCE e la BOJ. Negli USA, Janet Yellen teme per il rialzo dei tassi, si vuole evitare il più possibile di replicare gli errori del predecessore Greenspan tra il 2003 ed il 2006 in cui i tassi passarono velocemente e progressivamente dall’1% al 5% generando le condizioni per l’innescarsi della crisi dei mutui subprime. Gli USA nonostante i benefici prodotti dalla consistente diminuzione del prezzo del petrolio stanno crescendo ad un tasso considerato complessivamente deludente rispetto alle attese: inoltre inizia a diffondersi la paura per una situazione strutturale di insostenibilità finanziaria per tutta l’industria dello shale oil & gas.

Sostanzialmente la possibilità che durante il corso dell’anno si verifichiano fenomeni di default in misura massiva è ampiamente condivisa dalle comunità finanziarie, tanto che per l’intero settore delle obbligazioni high yield si paventa un possibile annus horribilis. Lo scoppio di una nuova crisi finanziaria proprio per il settore dello shale oil & gas espanderebbe il contagio del debito a rischio anche in Europa. Quest’ultima, grazie soprattutto al tanto atteso QE, ha iniziato a dare segnali di un lieve miglioramento, in particolar modo per i paesi della periferia, inutile negare comunque che la favorevole convergenza di variabili macroeconomiche è quanto mai rara: tassi di interesse ormai negativi e svalutazione dell’euro, oltre al beneficio diretto di un minor onere di approvvigionamento energetico. Rimane tutt’ora aperta la questione Grexit o Geuro che potrebbe se non risolta velocemente e definitivamente produrre instabilità e volatilità su tutti i mercati obbligazionari. Le regine d’Europa per i risultati sino ad oggi prodotti possono essere sicuramente definite la Spagna ed il Regno Unito, mentre l’Italia continua ad essere il solito ammalato cronico che aspetta possa arrivare dal cielo la soluzione dei propri mali interni. Il QE ha prodotto la fine del credit crunch bancario, almeno in senso lato per tutta l’Eurozona, ora si confida che questo possa consentire l’uscita dal tunnel deflattivo nei successivi trimestri.

In Asia il quadro complessivo si presenta con una triplice lettura: da una parte abbiamo la Cina che sta cercando di gestire il deterioramento economico prodotto dagli effetti del’hard landing e della lenta trasformazione del nuovo modello di sviluppo industriale voluto dalle autorità di governo (meno esportazioni e più consumi interni); rimane inoltre un grande punto interrogativo per la salute economica e finanziaria del paese lo sgonfiamento della bolla immobiliare creatasi negli ultimi tre anni ed il bubbone dei NPL (non performing loans) i quali secondo la stampa finanziaria anglosassone ammontano ormai a oltre il 4% contrariamente ai rassicuranti proclami cinesi del Partito Comunista che parlano di un simbolico 1%. Significa in altre parole che vi potrebbe essere oltre un trilione di USD di mutui da considerarsi ormai inesigibili. Il contenimento della crescita cinese e l’incognita sull’effettivo stato del mercato immobiliare residenziale cinese rappresentano i principali pericoli per l’intera economia mondiale. In contrapposizione alla Cina, si trovano India e Giappone, gli altri due grandi motori dell’intera macroarea geografica. L’India sta beneficiando tanto delle innovazioni e riforme strutturali apportate dal Primo Ministro Modi (nuove infrastrutture e più incentivi per gli investitori esteri) quanto delle positive conseguenze a fronte di un minor onere di approvigionamento energetico. Il paese è uscito maggiormente stabilizzato con le elezioni che hanno riconfermato Modi, oltre al fatto di aver riassorbito le conseguenze che hanno impattato l’intera economia indiana a seguito del tapering statunitense durante la seconda metà del 2013.

Il Giappone si sta muovendo lentamente, l’Abenomics si avvia al secondo step operativo ovvero la riforma del sistema fiscale unita alle nuove politiche di incentivazione agli investimenti: la crescita nel 2014 è stata piuttosto modesta, appena 1.4%, notevolmente inferiore rispetto alle attese dei mercati. Anche il Giappone beneficia in misura consistente del petrolio a sconto rispetto ad un anno fa. Passiamo ora in America Latina dove si evidenziano due elementi di forte preoccupazione, la recessione in Brasile ed il rischio di default in Venezuela. Entrambi questi paesi, grandi esportatori di petrolio, pagano le conseguenze di minori ricavi dalle esportazioni di greggio, il Brasile in aggiunta deve fare riassorbire gli eccessi e le tensioni sociali emerse durante la World Cup del 2014. L’inflazione è ritornata la variabile economica da controllare e ridimensionare a seguito di un riscaldamento dell’economia negli anni precedenti. La crescita comunque per l’intero continente è vista in contrazione rispetto all’anno precedente con una stima di appena 2%. Infine, seppur distante, anche la Russia sta attraversando il peggior momento degli ultimi dieci anni a causa tanto della crisi uscraina e tanto per la discesa del prezzo del petrolio. Complessivamente, pertanto, la presenza di numerosi focolai di rischio tanto economico quanto geopolitico è decisamente più allarmante rispetto agli anni precedenti.

Fonte: blog Eugenio Benetazzo

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Quando dici a tuo figlio che è intelligente gli stai insegnando ad essere un fallito

di Daniela Mascaro

Una ragazza che seguo da qualche tempo in un percorso di crescita personale era disperata perchè tutti le persone intorno a lei sapevano cosa fare della propria vita e lei no. Tutti avevano un sogno nel cassetto, lei invece alla domanda “cosa ti piacerebbe fare nella vita” vedeva solo un buco nero.

Lavorando insieme abbiamo scoperto che non era vero che non aveva un sogno nel cassetto, piuttosto ogni qual volta pensava di voler fare qualcosa non si sentiva abbastanza capace o intelligenze e, inconsciamente, mollava in partenza. In pratica era più facile raccontarsi di non avere un sogno piuttosto che affrontare la possibilità di un fallimento.

Non è la prima volta che mi imbatto in una cosa simile e non mi vergogno a dire che io stessa ci sono passata, ci ho messo tempo a capire che sono Ok cosi come sono e che se ci si impegna i risultati arrivano.

Tante persone vivono una situazione simile. Come mai?
Eppure da bambini tutti abbiamo grandi sogni, grandi obiettivi, ve lo immaginate un bambino di 4 anni che si chiede se ce la farà o meno a diventare il più grande calciatore del mondo?

Deve esserci qualcosa che negli anni mette a questi bambini la famosa pulce nell’orecchio e insinua il dubbio di non essere abbastanza capaci, abbastanza intelligenti o semplicemente abbastanza.

Questo qualcosa è il modo in cui veniamo cresciuti, il modo in cui riceviamo l’educazione e gli insegnamenti, in casa ma soprattutto a scuola. Il modo in cui si insegna ai bambini ad affrontare un fallimento, come un brutto voto a scuola, determina il modo in cui  imparerà ad affrontare non solo i fallimenti più grandi da adulto ma anche  le situazioni che richiedono impegno.

Perchè alcune persone hanno successo e altre no?

C’è una docente di psicologia dell’università di Stanford,  Carol Dweck, che ha dedicato tutta la sua vita a studiare perchè alcune persone hanno successo e altre no, a capire quali sono gli elementi che fanno si che una persona riesca a realizzare i propri obiettivi mentre altre no.

Di recente ha portato avanti uno studio in cui ha chiesto ad alcuni bambini di 10 anni di risolvere un problema un po’ troppo difficile per la loro età: ha trovato che alcuni si sono impegnati di più di fronte alla difficoltà, dicendo cose del tipo “mi piacciono le sfide“, altri invece si sono scoraggiati , dicendo che la prossima volta avrebbero imbrogliato anzichè studiare di più e cercando qualcuno che avesse fatto peggio per sentirsi meglio.

Ha concluso che ci sono due attitudini diverse di fronte ai problemi: i bambini che si sono impegnati lo hanno fatto perchè sapevano che impegnandosi  potevano sviluppare le proprie abilità, quelli che invece hanno mollato subito erano convinti che quel test avesse giudicato la loro intelligenza che considerano fissa, non incrementabile.

Queste due diverse attitudini sono chiamate mentalità di Crescita e mentalità Fissa.

Chi ha una mentalità fissa crede che la propria intelligenza e il proprio cervello non possano crescere, quindi l’intelligenza e il cervello che ho adesso sono quelli che avrò per sempre. Di conseguenza non si impegnano per imparare, non sono interessati ad apprendere ma ad avere una conferma del loro essere intelligenti, non amano il fallimento e cercano sempre attività che non siano rischiose, perchè il fallimento sarebbe una non conferma della loro intelligenza. Studenti con mentalità fissa sono più portati a cercare compiti meno difficili, imparano solo per avere buoni voti e non crescono.

Gli studenti con una mentalità di crescita invece vogliono imparare, cercano sempre compiti piu complessi per apprendere e chiedono un feedback in modo da capire dove possono migliorare perchè credono che le loro capacità intellettuali possono svilupparsi.
Chi ha una mentalità di crescita non si spaventa di fronte agli errori perchè sono opportunità per crescere e le ricerche mostrano che queste persone stanno meglio nel corso della vita, sono più ottimiste e hanno migliori risultati.

La cosa fantastica è che gli studiosi non si sono fermati quando hanno trovato queste diverse attitudini ma hanno studiato anche cosa succede nel cervello di entrambi i tipi di persone:

  • quando affrontano un problema da risolvere, il cervello delle persone con mentalità  è tutto attivo in tutte le sue zone, il che vuol dire che letteralmente tutto il cervello i mette in moto per trovare una soluzione
  • nelle persone con mentalità fissa l’attività cerebrale è pari a zero, il loro cervello non fa nulla per risolvere il problema… e perchè dovrebbe farlo? la persona è convinta che è troppo difficile per lei, che senso avrebbe impegnarsi?

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Vi siete riconosciuti in una di queste mentalità?

O avete riconosciuto vostro figlio?
Se vi siete riconosciuti nella mentalità di crescita sarete contenti,un po’ meno se invece avete riconosciuto in voi una mentalità fissa…

Buone notizie però, perchè gli studi sui diversi tipi di mentalità non si limitano a individuarle ma spiegano anche come sviluppare una mentalità di crescita sia partendo da zero (nel caso dei bambini) sia partendo da uan mentalità fissa.

La mentalità (fissa o di crescita che sia) è una caratteristica che non è presente alla nascita ma  si forma in base alle esperienze che il bambino vive e al modo in cui gli adulti interagiscono con lui.

E siccome la famiglia e la scuola sono gli ambienti in cui i bambini trascorrono più tempo, molte delle influenze che determinano che tipo di mentalità avranno derivano da li.

Il modo in cui i genitori e gli insegnanti parlano e si relazionano ai bambini determina il tipo di mentalità che svilupperanno, non mi stancherò mai di dire che è super – stra – mega – importante per un educatore sapere in che modo le sue parole e atteggiamenti influiscono sul bambino.

Facciamo un esempio, una cosa che succede in tutte le case, un figlio che torna a casa con un buon voto.
Matteo torna a casa con un 9 in matematica, il suo papà gli dice “Bravo matteo, hai preso 10, sei davvero intelligente, tutto il papà!”

Giusto vero? premiare Matteo per il buon voto è ciò che un bravo genitore dovrebbe fare.

Sbagliato! e vi spiego perchè.

Capiterà (perchè capita sempre) che Matteo torni a casa con un 5 italiano… cosa succede nel cervello del ragazzo? Succede questo” Quando ho preso 10 papà mi ha detto che ero davvero intelligente, ora ho preso 5, devo essere proprio stupido…”

Cosa sarebbe successo invece se il papà di Matteo avesse reagito diversamente? Ad esempio:

“Bravo Matteo, hai preso 10, devi aver studiato sodo, sono fiero di te”.

Al momento del 5 in italiano nella testolina di Matteo scatterà questo pensiero “Quando ho peeso 10 papà mi ha detto che bravo perchè ho studiato tanto, ora ho preso 5, deve essere perchè non mi sono impegnato, mi impegnerò di più la prossima volta”.

Visto che differenza? Cambiando il modo in cui si premia un bambino si ottengono effetti completamente diversi. Nel secondo caso il papà ha premiato Matteo per lo SFORZO, non per l’intelligenza, e questo ha fatto si che nella mente del ragazzo si sviluppasse un’idea più sana che lo porterà probabilmente a sviluppare una mentalità di crescita “Se mi impegno, ci riesco”.

Il motivo per cui una mentalità fissa prende il sopravvento è perchè i bambini imparano dagli adulti come reagire alle cose e se un genitore o un insegnante non sa che premiare lo sforzo anzichè l’intelligenza ha un peso così importante nella vita di un ragazzo, non potrà insegnarglielo.

A proposito, consiglio questo libro per capire come funziona la mente del bambino, è fatto molto mooolto bene.
E’ pieno di istruzioni pratiche per le mamme e papà per aiutarli a far crescere il proprio figlio  sano, felice intelligente.

Le scuole di oggi non promuovono una mentalità di crescita

Guardando la realtà delle scuole di oggi mi rendo conto però che stiamo educando bambini ossessionati con ottenere 10 al prossimo compito di matematica e non interessati a crescere e migliorare, bambini che non sanno guardare più in là e sognare in grande perchè il loro più grande obiettivo è sempre il prossimo punteggio del test che confermi o meno la loro intelligenza.

Le scuole oggi stanno formando bambini che hanno una costante esigenza di approvazione e validazione esterna che li accompagnerà poi nel corso della vita. Stanno formando futuri adulti con mentalità fissa, anzichè di crescita.

E quando ne parlo spesso mi sento rispondere “e ma che vuoi farci? non è che si può cambiare il sistema scolastico dall’oggi al domani”. Sembra quasi che sia una cosa difficilissima essere degli esempio per i bambini e ricoprire il ruolo che un educatore (sia esso un genitore o un insegnate) dovrebbe ricoprire, quello cioè di preparare i bambini alla vita.

Come sviluppare una mentalità di crescita?

E’ proprio qui che viene fuori quello che sostengo da sempre, che la psicologia non è solo quella sui libri o negli studi ma soprattutto quella che si applica ogni giorno, nella vita quotidiana. Applichiamola quando ci rivolgiamo ai bambini e farà davvero la differenza.

Proprio ieri  leggevo di una scuola superiore a Chicago dove gli studenti che non superano un test non ricevono un voto negativo bensì un “Non ancora”. Questa strategia ha dato ottimi risultati, le medie di tutta la scuola si sono alzate e le interviste agli studenti mostrano che quel NON ancora ha dato loro la possibilità di sentirsi all’interno di una curva di apprendimento, per la serie “non ci sono ancora ma so che sto lavorando per arrivarci”.

Ci sono poi altri modi per indirizzare i bambini verso un percorso di crescita e sviluppo delle proprie capacità. Alcuni scienziati hanno creato ad esempio un gioco di matematica che premia la strategia e i progressi. Di solito invece i giochi di matematica premiamo i risultati ottenuti li per lì, se risolvi il problema ottieni punti, altrimenti no. In questo gioco invece viene premiato il processo.
Utilizzando questo gioco in alcuni studi, gli studiosi hanno ottenuto più impegno e più strategie per periodi di tempo più lunghi e più perseveranza nei problemi difficili.

Tutti questi studi che stanno emergendo sono fantastici perchè mostrano due cose molto importanti.

  1. Genitori ed insegnanti possono aiutare i bambini a sviluppare da subito una mentalità di crescita, che si è rivelata ottima non solo per i risultati scolastici ma anche nel futuro, come predittore  una vita di benessere e salute (e cosa può volere un genitore se non che suo figlio cresca sano e felice?)
  2. Anche laddove ci sia già una mentalità fissa, si può intervenire con un cambio di rotta e modificare quella mentalità, grazie alla plasticità del cervello e al potere della semplice credenza di potercela fare.

In uno studio bellissimo la dottoressa Dwek ha spiegato ad alcuni studenti che ogni volta che si spingono fuori dalla loro zona di comfort per imparare qualcosa di nuovo e difficile, i neuroni nel loro cervello formano nuove connessioni, più forti, e con il tempo si diventa più intelligenti.
I risultati sono stati sorprendenti: gli studenti a cui non è stato spiegato il potere della mentalità di crescita hanno continuato ad avere voti scarsi e nessuna crescita mentre coloro ai quali è stato insegnato che se si impegnano diventano davvero più intelligenti hanno ottenuto voti sempre più alti.

Altri studi condotti dalla dottoressa Dweck hanno mostrato che in un anno una classe di scuola materna di Harlem, New York, si è piazzata nel 95 ° percentile dei test nazionali.Molti di quei ragazzi non sapevano nenache tenere una matita in mano quando sono arrivati a scuola.

In un anno, una classe al quarto anno nel South Bronx, completamente in ritardo su tutti i livelli, è diventata la numero uno nello stato di New York al il test di matematica di stato.

In un anno a un anno e mezzo, gli studenti nativi americani di una scuola nella riserva indiana sono passati dall’ultimo posto in classifica al primo del loro quartiere, e quel quartiere includeva tutte le sezioni più numerose di Seattle.

Questi risultati sono stati ottenuti perchè a questi ragazzi è stato mostrato come impegnandosi il loro cervello crea nuove connessioni e li rende più intelligenti. Il semplice fatto di saperlo ha fatto si che abbiano trovato la motivazione per impegnarsi.

mindset

Perchè sapere che puoi diventare più intelligente fa la differenza?

Ora, questo discorso va benissimo per i bambini ma non dimentichiamo gli adulti. Tante persone hanno la convinzione profonda di non potercela fare, che ormai non si possa più migliorare e che non si possa diventare più intelligenti ma queste scoperte insieme ai nuovissimi studi su come il cervello si modifica in base a ciò che facciamo servono proprio a far si che ci si renda conto del cotrario.

Il cervello è come un muscolo, più si fa esercizio e più forte diventa. Ogni volta che ci si sforza per imparare qualche cosa di nuovo, il cervello crea nuove connessioni che, nel tempo, ci rendono più intelligenti. E non c’è filosofia hippie o new age che tenga, non c’è credici e ce la farai

nè buga buga dietro queste affermazioni. Gli studi lo dimostrano e questo secondo me è il grande potere delle scienze che studiano l’essere umano.

Avere una mentalità di crescita vuol dire ricordarsi che non c’è bisogno di essere perfetti quando si inizia una cosa e che più ci si impegna più si diventa competenti: l’eccellenza non è un talento ma un’abitudine.

Fonte: Psyta.net

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Per una buona scuola serve una rivoluzione

di Anthony Muroni

C’è stato un tempo in cui era sufficiente che l’insegnante entrasse in classe perché gli alunni si disponessero all’ascolto. Ne rispettavano l’autorità o temevano la punizione che sarebbe potuta derivare dalla mancata obbedienza. Don Bosco – che non a caso per la sua vocazione alla pedagogia è stato fatto Santo – poteva anche uscire dall’aula e demandare la vigilanza al tricorno lasciato sulla cattedra.
Quel tempo è tramontato e il piacere della rievocazione può esistere soltanto nei romanzi o nelle epiche narrazioni dei sopravvissuti. Come ben scrive Massimo Recalcati nel best seller “L’ora di lezione”, quel passato «non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo severo del padre (…). Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia) deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola». Perchè questo avvenga, col cambiamento culturale in atto e con la rivoluzione digitale che è nel dna dei bambini, bisognerà cambiare un modello di trasmissione del sapere oggi fondato sulle nozioni e su lezioni frontali davanti a Lim spesso spente o sottoutilizzate.
Se ciò non avverrà, la scuola rimarrà un ambiente in cui la selezione continuerà a premiare soprattutto chi arriva da contesti sociali emancipati, da famiglie che hanno la capacità economica di offrire una formazione complementare e strumentazioni tecnologiche all’avanguardia, chi ha competenze e saperi già maturi o, in alternativa, carattere e motivazioni d’acciaio.
In classi sovraffollate – con livelli di apprendimento differenti e i noti problemi disciplinari – nemmeno il miglior insegnante riuscirà a distillare sapere nella frammentarietà delle sue ore di lezione. La scuola pensata da Renzi produrrà la rivoluzione necessaria? Non si capisce come. E la strenua difesa dei sindacati – spesso eretta depauparando preziose ore di lezione – continuerà a farci parlare di organici e docenti, non mettendo al centro del discorso gli studenti?
Serve un piano di riforma dell’istituzione oggi più importante per il Paese, che metta al centro la didattica. Perchè restare ancorati a modelli di cui la crisi ha ormai decretato il fallimento? Serve una scuola multiculturale, dove i bambini che arrivano da Paesi stranieri sperimentino l’accoglienza e restituiscano ai loro compagni orizzonti lontani e lingue sconosciute, in un laboratorio di tolleranza che nessun adulto potrebbe costruire in maniera artificiale.
Serve una scuola che aiuti i bambini in difficoltà a raggiungere obiettivi tagliati su misura, che sappia soddisfare curiosità e interesse senza rinviare tutto all’anno dopo e ai programmi della classe successiva, favorendo l’appiattimento, minando la creatività e annullando gli stimoli.
Serve una scuola in cui giocare, fare sport e condividere esperienze di socializzazione sia un obiettivo centrale. E in cui la conoscenza dei classici, della grammatica e, nella nostra Isola, della Storia sarda deve andare di pari passo con l’esercizio di menti aperte, aiutando i ragazzi a essere leader di se stessi e non followers di modelli sbagliati e inutilmente ubriacanti.
Rispetto a queste esigenze, forse anche il concetto di classe dovrebbe dirsi tramontato. Mutuando felici esperienze da Paesi in cui la scuola è buona davvero, ciascun alunno dovrebbe poter contare su un piano di studio personalizzato, orientabile rispetto alle curiosità e al livello di conoscenze, capace di valorizzarne vocazioni e interessi e vivere un’esperienza di crescita e formazione serena e stimolante.
Per fare tutto questo servirebbe un intervento finanziario consistente, un progetto coraggioso e radicale, di smantellamento e ricostruzione. Solo cosi la scuola smetterà di offrire «una somma nozionistica delle informazioni che dispensa» e diventerà un luogo capace di rendere disponibile la cultura, palestra di conoscenze ed educazione alla tolleranza e alla vita, necessaria per poter sperare in una società migliore.

Fonte: Blog de L’Unione Sarda

Mio commento:

Apprezzo particolarmente questo post del direttore de L’Unione Sarda, con il quale credo abbia espresso esattamente – e in maniera impeccabile – ciò che da anni scrivo* (e che fino ad ora mi era sembrato passasse inosservato) in merito alla necessità di una rifondazione delle nostre società a partire dall’individuo. E come creare le basi per formare individui coscienti, consapevoli e migliori – ma anche più felici – se non partendo proprio dall’educazione dei bambini?
In particolare, ciò che meglio esprime questo pensiero, e che trovo illuminante, è il seguente passo: “…E in cui la conoscenza dei classici, della grammatica e, nella nostra Isola, della Storia sarda deve andare di pari passo con l’esercizio di menti aperte, aiutando i ragazzi a essere leader di se stessi e non followers di modelli sbagliati e inutilmente ubriacanti”. L’espressione “leader di se stessi” è la chiave di tutto. Se la scuola italiana la smettesse di trascurare (per lo più di ignorare) l’aspetto della conoscenza di se stessi, magari includendo anche elementi di educazione sul funzionamento delle dinamiche psicologiche da cui dipendono i sentimenti e la corretta gestione delle emozioni, o sul funzionamento degli aspetti meno razionali e nozionistici che riguardano la ricerca di un senso al proprio stare al mondo, solo allora una delle più importanti istituzioni della società potrebbe creare degli individui più sani, meno superficiali, meno materialisti. E, ripeto, più felici.

* mi riferisco, ad esempio, a questi articoli che ho pubblicato in passato:
http://www.dafniruscetta.it/2014/07/14/lesempio-danese-e-la-dimensione-culturale-2/

http://www.dafniruscetta.it/2014/03/19/per-cambiare-davvero-il-paese/

http://www.dafniruscetta.it/2013/08/08/verso-una-societa-piu-al-femminile/

 

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Viaggiare apre alla comprensione…

di Dafni Ruscetta

Sono reduce da un viaggio di una settimana in Germania, di cui sotto pubblico solo alcune foto che mi sembrano rappresentative.

Quasi vent’anni fa visitai questo paese, a più riprese, per una ricerca fotografica sui campi di sterminio nazisti, che portò alla fantastica e indimenticabile esperienza della mostra itinerante nelle scuole superiori di Torino (che comprendeva anche una toccante rappresentazione teatrale realizzata dalla regista Piera Nicolicchia e dibattiti con reduci, testimoni ed esperti), dal titolo “Crescerà l’erba ad Auschwitz”, realizzata con il mio caro amico e fotoreporter Stefano Rogliatti. Negli anni successivi ebbi la fortuna di fare un bel percorso di formazione in giro per l’Europa, grazie al quale conobbi e incontrai molti giovani tedeschi. Durante quegli anni maturai la convinzione che un fenomeno come il nazismo non avrebbe mai più potuto avere radici tedesche, almeno non per quella generazione di tedeschi che io conobbi. Mi sembrava che quei ragazzi e quelle ragazze, un pó per il grande senso di colpa che si portavano addosso in maniera evidente, un pó per l’ampia formazione umanista e filantropica ricevuta, erano gli unici europei a non correre più il rischio di una sottomissione a una simile ideologia e regime.

A distanza di oltre vent’anni confermo questa sensazione, che è quasi una certezza. Auf Wiedersehen Germania!

Open Air Museum Gutach (Germany)

Open Air Museum Gutach (Germany)

Amazing Germany, Black Forest

Amazing Germany, Black Forest

Germany 2015

Germany 2015

German kinder

German kinder

Lion in Tubingen

Lion in Tubingen

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Stiglitz: ‘TTIP? E’ la presa del potere segreta delle multinazionali’

da L’Antipolitico
Mentre Stati Uniti e Unione Europea discutono in gran segreto l’accordo di libero scambio, il famigerato TTIP, che sarebbe la fine ultima di democrazia, benessere e diritti sociali per l’Italia, nel suo ultimo articolo su the Project Syndicate il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz scrive come questi che un tempo si chiamavano “accordi di libero scambio” oggi sono sempre più spesso considerati “partnership”. Ma non si tratta di partnership eque: gli Usa dettano effettivamente i termini.
Tali accordi, prosegue Stiglitz, vanno ben oltre il commercio, regolano gli investimenti e la proprietà intellettuale e impongono cambiamenti fondamentali nel quadro normativo, giudiziario e legale dei Paesi, senza il contributo o il supporto da parte delle istituzioni democratiche. Forse la parte più odiosa – e disonesta – di tali accordi riguarda la protezione degli investitori. Gli investitori che vogliono proteggersi possono acquistare un’assicurazione dalla Multilateral Investment Guarantee Agency, una società affiliata della Banca Mondiale, mentre gli Stati Uniti e gli altri governi forniscono una simile assicurazione. Tuttavia, gli Usa richiedono misure simili nel TPP, anche se molti dei loro “partner” hanno protezioni sulla proprietà e sistemi giudiziari che sono buoni quanto i loro.
Lo scopo reale di tali misure è di ostacolare la salute, l’ambiente, la sicurezza, e, sì, anche le norme finanziarie intendono proteggere l’economia e i cittadini americani. Le società possono citare in giudizio i governi al fine di ottenere un risarcimento per un qualunque calo dei profitti stimati in futuro, derivante da cambiamenti normativi.
Non è solo una possibilità teorica. Philip Morris ha intentato causa all’Uruguay e all’Australia per le loro politiche antifumo. A dire il vero, entrambi i Paesi sono andati poco più lontani degli Stati Uniti, imponendo di includere immagini grafiche che mostrano le conseguenze del fumo. Il processo di etichettatura è all’opera. E sta dissuadendo dal fumare. Così ora Philip Morris chiede di essere risarcito per il calo degli utili.
In futuro, prosegue il premio Nobel, se scopriamo che qualche altro prodotto causa problemi di salute (pensiamo all’amianto), piuttosto che far fronte a denunce per i costi imposti a noi, il produttore potrebbe citare in giudizio i governi per averlo trattenuto dall’uccidere più persone. La stessa cosa può accadere se i nostri governi impongono norme più ferree per proteggerci dall’impatto delle emissioni di gas serra.
Fondamentale per il sistema di governo americano è una magistratura pubblica imparziale, con norme legali costruite nei decenni, basate su principi di trasparenza, sul precedente e sulla possibilità di presentare appello contro le decisioni sfavorevoli. Tutto ciò viene messo da parte, dal momento che i nuovi accordi richiedono arbitrati privati, non trasparenti e molto costosi. Inoltre, tale accordo è spesso pieno di conflitti di interesse; ad esempio, i mediatori possono essere un “giudice” in un caso e un difensore in un caso correlato.
I procedimenti sono così costosi che l’Uruguay si è dovuto rivolgere a Michael Bloomberg e ad altri americani ricchi, attivi nel settore della salute, per difendersi da Philip Morris. E, anche se le società possono intentare causa, altri non possono. Se c’è una violazione di altre responsabilità – sul lavoro e sulle norme ambientali, ad esempio – cittadini, sindacati e organizzazioni della società civile non possono presentare ricorso.
“Se mai ci fosse un meccanismo di risoluzione delle controversie unilaterale che viola i principi base, è proprio questo. Ecco perché mi sono unito anch’io ai più importanti esperti legali statunitensi, provenienti da Harvard, Yale e Berkeley, nello scrivere una lettera al Presidente Barack Obama che spiega quanto sono dannosi questi accordi per il sistema giudiziario. Se ci fosse bisogno di una migliore protezione della proprietà, e se tale meccanismo di risoluzione delle controversie, costoso e privato, fosse superiore alla magistratura pubblica, dovremmo cambiare la legge non solo per le società estere benestanti, ma anche per i nostri stessi cittadini e per le piccole imprese. Ma non c’è stata alcuna proposta a riguardo. La domanda è se dobbiamo consentire alle ricche aziende di utilizzare misure nascoste nei cosiddetti accordi commerciali per prescrivere come vivremo nel ventunesimo secolo. Io spero che i cittadini degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’Asia Pacifico rispondano con un sonoro no“, conclude Stiglitz.
Ripubblicato anche su Megachip
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Regionali: la partita del 31 maggio

di Aldo Giannuli

Una delle cose che detesto, nei dibattiti post elettorali, sono le capriole di protagonisti e commentatori interessati per torcere il risultato al servizio delle proprie tesi ed il classico è il battibecco se il raffronto va fatto con le elezioni omogenee (politiche con politiche, amministrative con amministrative ecc.) o con quelle immediatamente precedenti.

regionali_2015_940Come sa chi legge questo blog, io preferisco anticipare alcuni criteri e fissare dei livelli per stabilire chi ha vinto e chi a perso, per limitare la tendenza inconscia, anche mia, a “leggere” i risultati in una luce addomesticata. E lo facciamo anche questa volta, con un avviso di partenza: in questa tornata vota circa un terzo del corpo elettorale, troppo poco per essere un test generale (come le europee o le regionali quando votavano tutte le 15 regioni a statuto ordinario) ma abbastanza per essere un test molto più significativo di un turno minore di amministrative.

Peraltro il “campione” non può essere facilmente aggregato, sia perché ci sono situazioni troppo influenzate da fattori locali contingenti (veneto, Puglia, Liguria, Marche e Campania), sia perché le regioni rosse e quelle meridionali vi sono rappresentate molto di più di quelle settentrionali e le piccole e le medie più delle grandi. Dunque, si può tentare una aggregazione sui generis dando più rilievo a considerazioni di ordine politico generale che al semplice dato numerico, ma nel discorso ci capiremo meglio.

Qui il segnale può essere colto ed interpretato su due piani: quello del numero delle regioni conquistate e quello dei voti assoluti. Iniziamo da primo (ovviamente lasciamo perdere, in questa sede, le comunali).

La situazione uscente è la seguente: 5 amministrazioni sono del centro sinistra (Toscana, Liguria, Umbria, Marche, Puglia) e 2 del centro destra (Veneto Lega e Campania Forza Italia), nessuna del M5s. Ai nastri di partenza, la Lega ha problemi in Veneto per la scissione di Tosi, mentre il Pd ne ha in Liguria (per via della rottura di Cofferati), nelle Marche (dove il governatore uscente si presenta con una alleanza di centro) e in Campania (dove c’è il “nodo De Luca”), Forza Italia ha problemi specifici in Puglia (scissione di Fitto). Il M5s, al di là dei problemi generali, potrebbe avere qualche difficoltà in più in Toscana (per effetto dell’uscita di Artini).

Per il Pd il trionfo, ovviamente, sarebbe la conquista di tutte 7 le regioni; ma anche se perdesse nel solo Veneto, si tratterebbe di un risultato positivo, perché la coalizione Pd-Camorra conquisterebbe la Campania, mantenendo tutte le altre. Se si limitasse a confermare le sue attuali 5 sarebbe un sostanziale pareggio, mentre si potrebbe iniziare a parlare di sconfitta se ne perdesse una (ad esempio la Liguria) ed, ovviamente, di grave sconfitta se ne perdesse altre. Dunque, per il Pd la partita si gioca essenzialmente su due regioni: la Campania da conquistare e la Liguria da confermare. Gli altri risultati appaiono meno in bilico.

Per Forza Italia è vitale confermare la Campania, non essendoci possibilità di vittoria in altre regioni. Se anche la destra vincesse in Veneto, sarebbe una vittoria della Lega, non di Fi. Se Caldoro dovesse perdere in Campania, per Fi sarebbe il “rompete le righe” a meno di improbabili buoni risultati –anche solo in voti- nelle altre regioni.

Ragionamento simile ma inverso per la Lega: deve vincere in Veneto, perché una sconfitta significherebbe il brutale tramonto della sfida di Salvini. La Lega non ha possibilità di vittoria in altre regioni, perché anche in Liguria, dove c’è una remotissima probabilità di affermazione della destra, il candidato è di Fi. Per la Lega quello che conta è l’altro piano: quello dei voti in assoluto ottenuti nelle altre regioni.

Il M5s non sembra in condizioni di vincere in nessuna regione (salvo una modesta probabilità in Liguria) per cui quello che conta sono i voti in cifra.

Sinistra “radicale”: unica concreta possibilità di vittoria è quella in Liguria dove Pastorino, dai sondaggi, appare come lo sfidante più piazzato della Paita. Un successo in Liguria avrebbe un effetto politico di grande peso, prefigurando una concentrazione di sinistra (da Cofferati al Prc, da Sel a Civati, da Fassina al Pcdi) che potrebbe incoraggiare una emorragia di consensi del Pd. Per il resto contano i voti che riusciranno  a prendere le varie liste che si richiamano a questa area.

Passiamo ai voti popolari.

Pd: Renzi, in questo anno ha continuamente battuto sul risultato delle europee che ha trasformato il Pd nel  “partito del 41%”, e la cosa ha senso perché il Pd delle politiche era un altro partito, capeggiato da Bersani e dalla vecchia generazione; quindi l’unico raffronto politicamente significativo è quello con le europee, disaggregato regione per regione (il Pd, in questo turno, parte da una percentuale superiore alla media nazionale, per la presenza di tre regioni rosse e di Liguria e Puglia, dove, era nella media nazionale) . Il risultato di un anno fa, ragionevolmente, è irripetibile, perché troppo alto. Se il Pd dovesse mantenere  mediamente i consensi dell’anno scorso, non sarebbe un pareggio, ma una clamorosa vittoria politica perché prefigurerebbe un Pd in grado di vincere le elezioni al primo turno e Renzi sarebbe il padrone assoluto della situazione. Sarebbe la “marcia su Roma” di Renzi.

Ma i grandi partiti alle regionali tendono a prendere un po’ meno, anche per la presenza di liste civiche e di fiancheggiamento, inoltre un calo di consensi, dopo una stra vittoria come quella di un anno fa è ragionevole attenderselo. Dunque un “assestamento” nell’ordine del -3% medio sarebbe fisiologico. Se, però, la flessione dovesse attestarsi fra il 4 ed il 6% saremmo oltre l’assestamento e si prefigurerebbe una inversione di tendenza che ridimensionerebbe Renzi. Ma con una flessione oltre il 6% sarebbe una sconfitta piena, perché vorrebbe dire che l’avanzata di un anno fa è in via di liquefazione e nel partito si aprirebbe uno scontro interno molto aspro.

Forza Italia: che cali anche vistosamente sulle europee (del “leggendario” 21% di due anni fa non parliamo nemmeno) è scontato, ma ci sono delle soglie che possono significare qualcosa: dal 12% in su, per Fi sarebbe un “successo”, cioè una “quasi tenuta” che concederebbe al Cavaliere una prova d’appello, soprattutto se la Lega non dovesse superarla o superarla di poco. Dal 10 al 12% sarebbe il risultato minimo di sopravvivenza, almeno nell’immediato. Al di sotto del 10% sarebbe la fine.

Lega: è il discorso più difficile di tutti, perché non conta solo quanti voti prende ma, più di tutto, dove li prende. Salvini sta puntando a fare il Fn italiano, cannibalizzando Fi e ponendosi come competitor di Renzi. Per la prima cosa è sufficiente che prenda due o tre punti di Fi, per la seconda deve avvicinarsi al 20% (magari con l’appoggio di Fdi) e superare il M5s, in modo da arrivare al ballottaggio. E qui le cose si fanno più complicate, perché, per arrivare ad un 15% nazionale di partito (e ad un 20% con Fdi), non basta il nord, deve iniziare a crescere nel centro e soprattutto nel sud. Sin qui, la Lega ha avuto un solo successo a sud del Po, nelle regionali emiliane di novembre scorso, dove ha ottenuto il 19% circa. Ma nelle europee, dalla Toscana in giù, raramente ha superato il 2% e non ha mai toccato il 3%.  Se anche se la Lega si attestasse su un 4% medio nelle regioni centro-settentrionali, per fare il 15% nazionale, dovrebbe superare il 30% in tutte le regioni del Nord, il che appare piuttosto difficile, e, comunque,  sarebbe  ben al di sotto della soglia per il secondo turno (a meno di un crollo dei 5s) e comunque non competitiva con il Pd. Perché la strategia salviniana possa risultare plausibile, è necessario che, già in queste regionali, le liste leghiste, nelle cinque regioni centro settentrionali, ottengano  almeno il 7-8%, Al di sotto, quello di Salvini resterebbe solo un sogno.

M5s: altro discorso non facile, soprattutto per l’enorme divario che caratterizza i suoi risultati fra elezioni politiche ed europee da un lato e amministrative e regionali dall’altro. Anche nella stessa giornata, il m5s può avere uno scorrimento di oltre 20 punti percentuali fra l’uno e l’altro risultato. Poi c’è da tenere presente il risultato deludente delle europee e le pesanti sconfitte in Calabria ed Emilia a novembre, per cui un risultato negativo potrebbe anche essere interpretato come il segnale di un trend negativo destinato ad approfondirsi. I sondaggi, però, danno stabilmente il M5s fra il 19 ed il 22%, sostanzialmente prossimo al risultato delle europee. Anche qui ragioniamo per soglie:

– oltre il 23% sarebbe una clamorosa vittoria che riporterebbe il M5s al suo massimo storico

– dal 18 al 22% significherebbe l’azzeramento della “forbice voto politico/voto amministrativo” e, pertanto si profilerebbe un radicamento stabile dell’area elettorale del M5s che resterebbe l’unico sfidante credibile del Pd, dunque una chiara vittoria

– dal 14 al 17% ci sarebbe la stabilizzazione di uno “zoccolo duro” di voto 5s, al quale, nelle politiche si aggiunge un ulteriore pezzo di elettorato di protesta, riportando il M5s intorno alle percentuali segnalate dai sondaggi. Dunque un risultato buono anche se modesto

– dal 10 al 13% sarebbe il segnale di un declino elettorale del movimento, ma non particolarmente rapido, in quanto l’eventuale quota aggiuntiva del voto di protesta alle politiche, pur non riportando il M5s al risultato delle europee ed in “quota ballottaggio”, però rallenterebbe la caduta. Quindi sconfitta ma caduta graduale, insomma l’avvio di un tramonto più o meno lungo

– al di sotto del 10% è il “rompete le righe”.

Per la sinistra “radicale” (ma potremmo anche chiamarla sinistra e basta, dato che non ce ne è un’altra) gli unici risultati che contano sono quello ligure e quello veneto dove ci sono liste di coalizione più o meno allargate, mentre nel resto del paese è un patchwork piuttosto confuso: anche se in Liguria Pastorino non dovesse farcela (e ci dispiacerebbe molto, per cui gli facciamo i migliori auguri) sarebbe comunque importante una affermazione della lista oltre il 15%, mentre in Veneto sarebbe un buon successo anche un punto in più di quanto ottenuto l’anno scorso. Sarebbe il segnale della rinascita di un soggetto di qualche peso nello spazio fra Pd e M5s.

Ultima riflessione dedicata al centro alfanian-casinian-fittian- tosiano. Anche qui è difficile dire qualcosa, perchè si presenta con un guazzabuglio di liste ed alleanze: qui con Fi, lì con il Pd, lì ancora da soli… Unica situazione con qualche pur lontanissima possibilità di vittoria è quella delle Marche, dove il candidato di centro, Gian Mario Spacca, è quello uscente che ha abbandonato il Pd, ma stiamo parlando di una probabilità molto bassa. Per quel che riguarda i voti popolari, diciamo che la soglia magica è il 10%: possono farcela a raggiungerlo e superarlo Tosi in Veneto, Fitto in Puglia, Spacca in Marche. Ovviamente, più saranno le regioni in cui la sommatoria delle liste di centro si avvicina alla soglia del 10%, più aumenteranno le probabilità che risorga un polo di centro nazionale che recuperi lo spazio che era di Scelta civica. E sarebbe altamente auspicabile perché sottrarrebbe voti al Pd e potrebbe recuperarne a Fi, sottraendoli alla Lega. Per cui auguri anche a loro (che s’adda fa pe ccampà!).

Blog di Aldo Giannuli (anche l’immagine è tratta dallo stesso sito)

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La riforma che serve ai rifiuti

REF ricerche ha pubblicato sul Sole 24 ore del 13 aprile una sintesi del suo studio sulla gestione dei rifiuti, intitolato “Rifiuti: a quando un’Autorità di regolazione indipendente?”.

I contributi sono interessanti e finalmente orientati a un’analisi strutturale e contengono idee condivisibili e non condivisibili.

Gli effetti di una riforma strutturale del ciclo rifiuti sarebbero:

 

$1•       sviluppo economico e occupazionale nei settori del recupero e della selezione;

$1•       riduzione dei costi;

$1•       vantaggi ambientali.

La stima di 10 miliardi di euro annui di risparmi appare eccessivamente ottimistica, poiché 10 miliardi di euro è approssimativamente il costo annuo del ciclo integrato dei rifiuti per il trattamento dei rifiuti urbani e assimilati in Italia. Quella cifra si riferisce al risparmio potenziale ottenuto a livello europeo, considerando rifiuti urbani, speciali e rifiuti da costruzioni. Quindi, il potenziale risparmio di un miliardo di euro ottenuto dall’incenerimento dei rifiuti attualmente trattati in discarica non è realistico.

Limitando l’analisi ai soli rifiuti urbani italiani, un’incremento di quindici punti di riciclo a discapito delle discariche porterebbe lo smaltimento al 26 per cento, e riciclaggio e compostaggio a 38 e 18 punti rispettivamente. Questa riforma porterebbe un risparmio di circa 630 milioni di euro annui (secondo uno studio di Ambiente Italia, qui sintetizzato).

La riduzione dei conferimenti in discarica è la priorità insieme alla riduzione dei rifiuti e in particolare della frazione non recuperabile. Un adeguato piano di prevenzione dei rifiuti è la voce mancante del decreto Sblocca Italia e dello studio di REF ricerche.

Un adeguato piano di prevenzione dei rifiuti richiede:

$1•       incentivi alla produzione di imballaggi riciclabili e penalizzazioni a quelli non riciclabili;

$1•       incentivi al recupero di plastiche miste (plasmix);

$1•       incentivi alla raccolta differenziata di qualità, in particolare per la frazione organica del rifiuto urbano, oggi particolarmente penalizzata dal punto di vista economico, poiché i costi di trattamento sono superiori, in molti casi, a quelli del conferimento in discarica;

$1•       ecotassa per lo smaltimento di rifiuti, nel pieno rispetto della gerarchia comunitaria.

In questa ottica, art. 35 dello Sblocca Italia – indicato da REF ricerche come una panacea per “porre rimedio alla cronica carenza di capacità di smaltimento di larga parte del Paese” – non è un provvedimento condivisibile. Gli effetti delle azioni per la riduzione dei rifiuti sarebbero superiori, e promuoverebbero una riforma capillare e diffuse delle abitudini dei cittadini.

D’altra parte, l’applicazione dello Sblocca Italia, porterà gravi tensioni a livello territoriale, poiché la gestione dei rifiuti è un servizio municipale per sua natura. I flussi di rifiuti extra-regionali rischiano di rompere il delicato equilibrio tra responsabilità e premialità (come rappresentato nelle proposte alternative degli amministratori dell’Emilia-Romagna).

Inoltre, non si può pensare di risolvere un’emergenza trasportando rifiuti da Calabria, Puglia, Lazio e Sicilia verso Lombardia ed Emilia-Romagna (dove sono concentrati i due terzi degli impianti a livello nazionale). La vera emergenza è la necessaria riduzione dei rifiuti non riciclabili in quelle Regioni (la percentuale di raccolta differenziata nel 2013 è stata pari al 13.4%, 14.7%, 22%, 26.5% in Sicilia, Calabria, Puglia e Lazio rispettivamente). Senza un’adeguata selezione e raccolta, i rifiuti indifferenziati prodotti in quelle Regioni non possono essere trattati in maniera efficiente negli inceneritori di Lombardia ed Emilia-Romagna.

Alberto Bellini, Assessore all’Ambiente del Comune di Forlì

Fonte: comunivirtuosi.org

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Achille Mbembe sugli attacchi xenofobi in Sudafrica

Questo è quello che succede quando ai cambiamenti sociali di una certa portata non corrispondono nuovi paradigmi culturali che incidano profondamente sulla mentalità delle comunità che li mettono in atto. Cioè quando alla concessione di nuovi diritti non si accompagnano lungimiranti politiche culturali, di consapevolezza, di responsabilizzazione dei singoli individui alla tolleranza e al rispetto della vita e dei sogni altrui.Dafni Ruscetta

Ecco l’articolo di Achille Mbembe

Pubblichiamo l’intervento del filosofo camerunense Achille Mbembe sull’ondata di violenza contro i migranti che si sta verificando in Sudafrica. Grazie all’autore e al sito Africa is a country per aver permesso la pubblicazione italiana di questo testo.

La traduzione è a cura di Lorenzo Alunni

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“Afrofobia”? “Xenofobia”? “Razzismo del nero verso il nero”? Se qualcuno di “più scuro” come te può attaccare uno “straniero” con il pretesto del suo essere troppo scuro, non si tratta della forma per eccellenza dell’odio contro se stessi? È di certo così! Ieri ho chiesto a un tassista: «Perché hanno bisogno di uccidere così tutti quegli “stranieri”?» La sua risposta: «Perché ai tempi dell’Apartheid il fuoco era l’unica arma in mano a noi neri. Non avevamo né munizioni né pistole né niente del genere. Con il fuoco potevamo preparare bombe incendiarie e lanciarle contro il nemico da una distanza di sicurezza». Oggi quella distanza non serve più. Per uccidere “quegli stranieri” ci serve solo di essere più vicini possibile ai loro corpi, per poi darli alle fiamme o squarciarli, e ogni colpo apre una tremenda ferita che non si potrà mai rimarginare. Oppure, se mai si rimarginerà, dovrà lasciare su “quegli stranieri” una cicatrice che non sparirà mai.

Durante l’ultima ondata di violenza contro “quegli stranieri” mi trovavo in Sudafrica. Da allora, le metastasi di questo cancro si sono diffuse dappertutto. La caccia allo “straniero” attualmente in corso è il prodotto di una complessa catena di complicità, alcune delle quali esplicite e altre tacite. Il governo sudafricano ha recentemente assunto una posizione severa nei confronti dell’immigrazione. Alcune nuove e draconiane misure sono diventate legge. Poche settimane fa ho partecipato a una riunione del personale “straniero” alla Wits University. Si è susseguita un’orrenda storia dopo l’altra. Permessi di lavoro non rinnovati, visti rifiutati ai familiari, bambini lasciati in una situazione sospesa a scuola. Una situazione kafkiana che si sta allargando anche a studenti “stranieri” che sono entrati legalmente nel Paese, che hanno regolarmente rinnovato il visto per tutto questo tempo, ma che si trovano ora in una situazione d’incertezza legale, impossibilitati a portare avanti le procedure burocratiche e ad avere accesso al denaro a cui hanno diritto e che gli è stato dato da alcune Fondazioni. Con le sue nuove regole anti-immigrazione, il governo è impegnato in un’operazione di trasformazione dei migranti prima regolari in migranti irregolari.

La concatenazione di complicità si spinge oltre. Gli affari sudafricani si stanno espandendo in tutto il continente, riproducendo in quei luoghi le peggiori fra le forme di razzismo tollerate in Sudafrica durante l’Apartheid. Mentre i grandi affari si stanno “de-nazionalizzando” e “africanizzando”, il Sudafrica nero più povero e parti della classe media vengono spinti socialmente verso qualcosa che potremmo chiamare “nazional-sciovinismo”. Il nazional-sciovinismo sta risollevando la sua orribile testa in praticamente tutti gli angoli della società sudafricana. Il fatto però è che il nazional-sciovinismo ha il costante bisogno di capri espiatori. Si comincia con coloro che non sono nostri parenti. Ma si passa poi molto velocemente a una lotta fratricida. Il nazional-sciovinismo non si ferma a “quegli stranieri”. Ha nel suo Dna il trasformarsi in drammatico gesto d’inversione.

Durante l’ultima “stagione di caccia” ero qui in Sudafrica. Stavolta, la differenza è l’insorgere di alcuni elementi di una “ideologia”. C’è ora la sembianza di un discorso che mira alla giustificazione delle atrocità, il massacro strisciante – perché di questo si tratta in realtà. Un florilegio di massacri, anzi. I discorsi giustificatori cominciano con i soliti stereotipi: sono più scuri di noi, ci rubano il lavoro, non ci rispettano, sono usati da bianchi che preferiscono sfruttare loro piuttosto che dare lavoro a noi, quindi evitando quello che serve per un’azione affermativa. Ma il discorso sta diventando sempre più aggressivo. Può essere riassunto così: il Sudafrica non ha nessun debito morale con l’Africa. Si vuol parlare degli anni dell’esilio? No, c’erano meno di 30.000 sudafricani in esilio (mi è stato offerto questo dato con forza, ma non ho idea da dove provenga), ed erano sparsi in tutto il mondo: quattromila in Ghana, tremila in Etiopia, alcuni in Zambia, e molti di più in Russia ed Europa dell’Est! E allora non accetteremo di subire un ricatto morale da parte di “quegli stranieri”.

Bene, proviamo allora a porre qualche domanda difficile. Perché il Sudafrica sta diventando un luogo di morte per africani non sudafricani (ai quali dobbiamo aggiungere bengalesi, pachistani, e poi chissà chi altri)? Perché questo Paese ha storicamente rappresentato un “circolo di morte” per qualsiasi cosa e qualsiasi persona “africana”? Quando diciamo “Sudafrica”, cosa sta a significare la parte “-Africa”? Un’idea o solamente una circostanza geografica? Dovremmo forse cominciare a quantificare cosa è stato sacrificato da Angola, Mozambico, Zimbabwe, Namibia, Tanzania e altri per le lotte di liberazione? Quanti soldi ha dato il Liberation Commitee of the Organizazion of African Unity (Oua) ai movimenti di liberazione? Quanti dollari ha pagato lo Stato della Nigeria per la lotta sudafricana? Se dovessimo mettere un prezzo alle distruzioni inflitte dal regime di Apartheid sull’economia e le infrastrutture dei Paesi che facevano parte dell’organizzazione Frontline States, a quanto ammonterebbe? E una volta che questo prezzo fosse stato quantificato, dovremmo mandare il conto al governo dell’Anc (African National Congress) che ha ereditato lo Stato del Sudafrica e chiedergli di restituire quanto è stato speso in nome dei neri oppressi in Sudafrica durante tutti questi anni? Non saremmo in diritto di aggiungere a tutti questi danni e perdite il numero di persone uccise dagli eserciti dell’Apartheid i quali si vendicavano contro i nostri combattenti che si trovavano con i combattenti Sudafricani, il numero di persone mutilate, la lunga catena di miseria e indigenza sofferta in nome della nostra solidarietà con il Sudafrica? Se i Sudafricani neri non vogliono sentir parlare di debito morale, allora forse è ora di essere d’accordo con loro, di portargli il conto e di chiedere riparazioni economiche.

Stiamo tutti vedendo l’assurdità di questa logica gretta che sta trasformando questo Paese nell’ennesimo luogo di morte per le persone più nere, “quegli stranieri”. Ma non sarebbe assurdo, visto che il governo del Sudafrica non può o non vuole proteggere dall’ira della propria gente chi si trova qui legalmente, fare appello a un’autorità più alta. Il Sudafrica ha firmato praticamente tutte le convenzioni internazionali, compresa la convenzione che stabilisce l’esistenza del Tribunale penale internazionale dell’Aia. Alcuni degli istigatori dell’attuale “stagione di caccia” sono noti. Alcuni di loro hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche che incitano all’odio. C’è modo di pensare di denunciarli all’Aia? L’impunità genera impunità e atrocità. È la via più breve per il genocidio. Se questi perpetratori non possono essere denunciati dal governo del Sudafrica, per avere a che fare con loro non è ora di rivolgersi a una giurisdizione più alta?

Concludo con qualche parola a proposito di “stranieri” e “migranti”. Nessun africano è straniero in africa! Nessun africano è migrante in Africa! L’Africa è il posto a cui apparteniamo tutti noi, a dispetto della stupidità dei nostri confini. Nessun nazional-sciovinismo può cancellare tutto ciò. Nessuna espulsione può farlo, siano quante siano. Invece che spargere sangue nero su niente poco di meno che Pixley ka Seme Avenue (!) [Pixley ka Isaka Seme fu il fondatore e presidente dell’African National Congress, e il primo avvocato nero in Sudafrica, ndt], dovremmo essere tutti sicuri di aver ricostruito questo continente e portato a termine una lunga e dolorosa storia che, per troppo tempo, ha fatto sì che essere neri – non importa dove o quando – sia una responsabilità.

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Fonte: Il lavoro culturale

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Le carceri aperte della Finlandia, dove i detenuti hanno le chiavi

Jukka Tiihonen ha trascorso gli ultimi anni della sua condanna per omicidio in questo carcere aperto sull’isola di Suomelinna. Si ringrazia: Rae Ellen Bichell. Pubblicato con il permesso di PRI.

Jukka Tiihonen ha trascorso gli ultimi anni della sua condanna per omicidio in questo carcere aperto sull’isola di Suomelinna. Si ringrazia: Rae Ellen Bichell. Pubblicato con il permesso di PRI.

Questo articolo e servizio radiofonico di Rae Ellen Bichell di The World è stato in origine pubblicato su PRI.org il 15 aprile 2015

Trovare i detenuti della prigione di Kerava, in Finlandia, è semplice, basta seguire il sentiero alberato e aprire la porta della serra.

“È abbastanza rilassante vivere qui” mi racconta Hannu Kallio, un trafficante di droga, detenuto a Kerava. “Abbiamo anche i coniglietti”

70 sono i detenuti di questa prigione che, ogni giorno, vanno a lavorare nella serra. Oggi invasano delle piantine, in vista della grande vendita di primavera. E sì, c’è un recinto pieno di coniglietti: ci passano il tempo e se ne prendono cura. Ci sono anche le pecore.

In questo carcere non ci sono cancelli, serrature o uniformi: è un carcere aperto. Tutti i detenuti hanno fatto domanda per venirci. Ricevono 8$ l’ora, hanno il cellulare, fanno la spesa in città e hanno diritto a tre giorni di riposo ogni due mesi. Pagano l’affitto, possono scegliere di andare all’università in città piuttosto che lavorare e ricevere il contributo di sussistenza. A volte, con i supervisori, vanno in campeggio o a pescare.

I detenuti sanno che non è difficile scappare: “Puoi andare, se vuoi” dice Kallio “però se scappi, torni in galera. Allora meglio stare qui”.

Ogni primavera, centinaia di persone vengono alla prigione di Kerava per fare dei picnic, per passeggiare con gli animali e per comprare le piante coltivate dai detenuti. Si ringrazia: Agenzia delle sanzioni penali, Finlandia

Ogni primavera, centinaia di persone vengono alla prigione di Kerava per fare dei picnic, per passeggiare con gli animali e per comprare le piante coltivate dai detenuti. Si ringrazia: Agenzia delle sanzioni penali, Finlandia

Le prigioni all’aperto in Finlandia esistono dagli anni trenta. All’epoca erano più che altro dei campi di lavoro. Oggi sono considerate l’ultimo passo della pena prima del ritorno alla vita civile.

“Non vogliamo sbattere in galera le persone per il resto della loro vita,” dice Tapio Lappi-Seppälä, capo dell’Istituto di Criminologia dell’università di Helsinki, “perché, in quel caso, si dovrebbe investire molto ed essere certi che esista una reale possibilità di riabilitazione.”

Non è sempre stato così. Fino a pochi decenni fa la Finlandia aveva uno dei più alti tassi di reclusione in Europa. Poi, negli anni sessanta, alcune ricercatori scandinavi hanno studiato la relazione tra l’efficacia della pena detentiva e la relativa riduzione del tasso di crimine. La conclusione dimostra che la pena detentiva non aiuta a diminuire i crimini.

“Per la prima volta un’analisi critica ha dimostrato che le pene detentive non funzionano realmente” sostiene Lappi-Seppälä.

Durante i successivi trent’anni, la Finlandia ha a poco a poco rimodellato la politica detentiva. Al termine di questo periodo di “decarcerazione” la Finlandia aveva il più basso tasso di detenzione in Europa. Lappi-Seppälä aggiunge inoltre che i reati non sono aumentati.

Ed è sempre lui a sostenere che: “L’esperimento in Finlandia ha dimostrato che è assolutamente possibile interrompere la reclusione per i due terzi della popolazione carceraria, senza influire sull’andamento dei reati del paese”.

Il graduale reinserimento nella vita normale, offerto dalle carceri aperte, ha davvero funzionato. Se, stando ai dati dell’Agenzia delle Sanzioni Criminali, un terzo dei detenuti in Finlandia è rinchiuso in carceri di questo tipo, è anche vero che questi ultimi difficilmente ritornano sulla cattiva strada. Il tasso di recidività è infatti sceso del 20% circa.

Le carceri aperte costano meno. Esa Vesterbacka, capo dell’Agenzia delle Sanzioni Criminali, sostiene che eliminando i costi dei sofisticati sistemi di sicurezza e del personale (mettendoli in strutture che sono essenzialmente dormitori) il costo per detenuto scende di almeno un terzo. Ovviamente, non è il risparmio la ragione principale di questo tipo di carceri, ma come dice Vesterbacka : “Oggi se si può risparmiare è meglio”.

Tra le principali attrazioni turistiche di Helsinki c’è persino un carcere aperto sull’isola di Suomelinna. L’isola fa parte del Patrimonio Mondiale UNESCO e brulica di turisti in estate. E c’è solo una staccionata a separare la prigione dalla zona con appartamenti residenziali e musei.

I detenuti del carcere di Suomelinna vivono in un dormitorio di colore blu che assomiglia ad una casa. Solo una staccionata separa la prigione dal resto dell’isola, già popolare destinazione turistica. Si ringrazia:Agenzia per le Sanzioni Criminali, Finlandia

I detenuti del carcere di S. vivono in un dormitorio di colore blu che sembra una casa. Solo una staccionata separa la prigione dal resto dell’isola, già popolare destinazione turistica. Si ringrazia: Agenzia per le Sanzioni Criminali, Finlandia

“Non capisci davvero che stai camminando nel bel mezzo di un carcere,” dice Lappi-Seppälä. “Non ci pensa nessuno e non credo che neanche i turisti americani trovino la cosa pericolosa”

Anche la popolazione locale sembra essere d’accordo. Parlando dell’argomento con i residenti di Kerava e Suomelinna, soprattutto riguardo al pericolo di condividere la città con dei detenuti, la maggior parte di loro rimane perplessa. Alcuni rispondono che addirittura i detenuti contribuiscono a migliorare la vita della comunità restaurando dimore storiche o pulendo spazi pubblici.

Sarebbe interessante chiedersi come questo sistema possa funzionare in altri paesi. In particolare, negli USA che hanno il numero più alto di detenuti al mondo. Heather Thompson, un professore di storia della Temple University, studioso della carcerazione di massa e della vita dei detenuti, sostiene che sia difficile da immaginare, in quanto gli USA non ne stanno proprio parlando.

“Abbiamo appena realizzato che c’è un problema di sovraffollamento nelle carceri. Dovremmo ancora capire quali siano le attuali condizioni di reclusione, la reale esperienza di vita delle persone nelle carceri così che queste possano tornare alla fine della loro pena ad essere degli esseri umani”

Quando ho parlato con Hannu Kallio nel carcere aperto di Kerava, stava per scontare gli ultimi mesi di carcere a casa, lavorava per un’azienda di riciclo e viveva con sua moglie, le sue figlie e un Jack Russell terrier.

Un uomo di nome Juha (non ha voluto dirmi il suo cognome) è in attesa del suo primogenito. Sta scontando l’ergastolo, ma per la maggior parte delle volte, questa pena in Finlandia si tramuta in un totale di 10-15 anni di reclusione. “È una cosa importante, quella che mi sta accadendo” mi racconta Juha, “ma non so quando uscirò. Praticamente, sarà la madre a crescerlo”.”

Juha non è sicuro quando potrà tornare a casa dalla sua famiglia, ma sa che alla fine tornerà. E per uno che è stato condannato all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza, è tanto.

Fonte: Global Voices online

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