Una rondine non fa un carcere

Propongo questo pezzo perché spesso c’è della poesia nella sofferenza delle persone, anzi la poesia il più delle volte nasce proprio dalla sofferenza, perché è in quei momenti che l’animo umano rincorre se stesso in una ricerca del ‘vero’.

Ho trovato la seguente espressione emblematica dell’idea (e dello stato) di libertà: “Ho alzato gli occhi al cielo e ho visto le rondini. Erano anni che non le vedevo. Mi sembrava di essere un uomo libero”.

Detto da un uomo a cui la libertà era stata privata.
Sarebbe poi interessante fare tutta un’analisi del concetto e del senso di giustizia nel nostro paese, ma quello è un altro piano della discussione. Non ne parleremo adesso.

Dafni Ruscetta

Ecco il pezzo di Giampaolo Cassitta

Non avevo mai pensato alle rondini. Nel senso che non ci avevo fatto mai caso. Ci voleva un ex detenuto a ricordarmelo. Il suo è stato un racconto intenso, forte, le sue parole erano tese in mezzo alle sbarre di quello che per molti anni è stato il luogo in cui il suo corpo è stato depositato. Deve aver fatto uno sforzo immane a riprendere i pensieri ed i ricordi e trasportarli in un carcere ormai vuoto di quei rumori da “carcere”, ma che lui rammenta molto bene. Ha camminato in silenzio, in fila con tutti gli altri. “Voglio essere uguale tra gli uguali”, mi ha detto “Non voglio saltare la fila”. Lui era un invitato speciale alla presentazione della “Cella di Gaudì” ma ha preferito attendere come tutti i cittadini che il 2 e il 3 maggio hanno voluto visitare quello che per oltre un secolo è stato il carcere di Cagliari. Ha calpestato quei corridoi da libero insieme ad altri liberi e ha annusato un odore che, ormai non c’è più. “Vicino alla matricola c’era la cucina e passarci significava sentire odori mischiati, di gente e di cibo, io lo chiamavo l’odore di Buoncammino”. In quella minuscola piazza dove si passava più volte al giorno, per transitare da un reparto all’altro, per recarsi al centro clinico o in matricola. Ci son passati tutti in quel rettangolo con il gabbiotto al centro: avvocati, giudici, detenuti, poliziotti, educatori. Tutti. Colpevoli e innocenti. Son passati quelli che gioivano perché stavano per uscire e quelli che urlavano perché li avevano appena condannati. Sempre lacrime erano, ma con un rumore e un sapore diverso.

Sembra bello poter raccontare il carcere. Sembra istruttivo e semplice. Può venir bene agli operatori, certo. O ai giornalisti o avvocati e giudici. Gente che il carcere lo vive di lato e non si è mai messo il problema delle rondini.
Invece è difficile raccontare un edificio che ti ha rinchiuso per anni, dove ventidue ore le passavi in cella con altri compagni di sventura che non ti sceglievi. E’ difficile poter raccontare le emozioni di un luogo dove il corpo era come bloccato, fermo. Solo i pensieri potevano volare con tranquillità. Lui, il nostro ex detenuto, protagonista tra l’altro di uno dei dodici racconti presenti nell’antologia “La cella di Gaudì, storia di galeotti e di scrittori”, si è sentito felice di poter essere a Buoncammino da libero. “Perché così, posso uscire quando voglio”. E tutti hanno sorriso, ma quel verbo “uscire” ha un peso specifico altissimo nella bocca di chi è stato recluso. Poi, alla fine, sono arrivate le rondini. E tutti abbiamo capito. Perché possiamo anche scrivere mille libri ma, a volte, bastano poche parole e disegni a raccontare una vita. “Sono stato trasferito nel carcere di Isili” ha concluso Pierpaolo “e quello era un carcere completamente diverso da Buoncammino. Ho alzato gli occhi al cielo e ho visto le rondini. Erano anni che non le vedevo. Mi sembrava di essere un uomo libero”. Non avevo mai pensato alle rondini. Agli sguardi forti di un uomo che aspetta qualcosa di piccolo e di bello. A Buoncammino le rondini non c’erano. Ecco perché un carcere non è semplice da raccontare.

Fonte: Sardegna blogger

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