L’economia solidale è un’attitudine

Scelte di sostenibilità e giustizia sono alla portata di tutti, in ogni settore economico. E sono anche necessarie, per “distruggere” un sistema che ha creato le condizioni di miseria e guerra che alimentano le migrazioni, e portano a tragedie come quella di metà aprile.

di Pietro Raitano

L’economia solidale è un’attitudine. Esistono settori produttivi e di consumo che forse non si concilieranno mai con giustizia e sostenibilità (come la finanza speculativa, l’industria bellica, o anche solo l’insalata in busta), ma oggi nulla esclude che in ambiti per così dire “classici” del lavoro non sia possibile inserire elementi di “rivoluzione” rispetto al sistema economico per come lo conosciamo. Ovvero quello che si puntella sull’ideologia del profitto, del consumo, dell’individualismo, della falsa libertà, il cui risultato è ben noto.
A dire il vero, nulla ha escluso mai di poter fare scelte di sostenibilità e giustizia anche -tanto per dire- in una compagnia assicurativa, o in un ristorante di periferia. Solo che adesso cogliamo meglio la necessità, e ancor di più l’urgenza, di questa “virata”, che sarà l’unica in grado di garantire un futuro degno a noi e ai nostri figli.
Se quella parola -solidarietà- che tanto rappresenta, può dunque contaminare  e già molto contamina anche ambiti inediti (al netto delle operazioni di green e social washing, peraltro facili da smascherare), restano sotto i nostri occhi gli esempi di chi ha costituito una sorta di “avanguardia”, se ci è concesso l’uso di una parola un po’ desueta. Di chi cioè ha visto molto tempo prima, ha capito molto tempo prima, e ha creato, dal nulla, qualcosa che non c’era. “Nessuno lo farà al tuo posto”, hanno pensato. E l’hanno fatto.
Ci riferiamo ai movimenti della finanza etica, dell’agricoltura biologica, ai gruppi di acquisto solidali e, ovviamente, al commercio equo e solidale.

Il numero di maggio di Altreconomia è dedicato al commercio equo e solidale, un movimento che da decenni si batte per rimettere la dignità delle persone al centro degli scambi commerciali, e ricordare ai consumatori che dietro ogni acquisto c’è una scelta, e una responsabilità.
Che anche miseria e guerre sono la conseguenza di scelte precise, attribuibili a persone in carne e ossa, e non eventi accidentali e inevitabili della Storia, e che le scelte dipendono dalle forze in campo.
E quando la disuguaglianza -di forze, ovvero di risorse- cresce, crescono anche miseria e guerre.
Il fair trade  è un movimento cui anche Altreconomia deve la sua nascita, 15 anni fa, e che ancora riverbera chiaramente nella nostra storia.
Oggi è ancora un’avanguardia, un piccolo potere da prendere sul serio, come lo definì Alex Langer. In tutto il mondo, ha creato legami, dettato politiche e sensibilità, sostenuto comunità e salvato territori. L’anima del commercio equo e solidale sono i suoi produttori di Asia, Africa, America Latina, e a maggio, a Milano, ci sarà l’occasione (unica) di incontrarne tanti tutti insieme. Non perdetevi l’appuntamento: sarà il controcanto a un’Expo che dice di voler “Nutrire il Pianeta” attraverso le multinazionali che la sponsorizzano, ignorando le voci di chi, davvero, oggi, il Pianeta lo nutre nonostante tutto.
Domenica 19 aprile l’ennesima tragedia ci ha riportato alla realtà: nel mondo le persone fuggono da miseria e guerre, e noi non le sappiamo né soccorrere, né accogliere. Lasciamo che muoiano. Nel migliore dei casi ci laviamo le mani, dicendo che se si sono imbarcati lo hanno fatto a loro rischio e pericolo. Nel peggiore dei casi, gioiamo della tragedia (“700 pezzenti in meno a casa nostra”: ecco quale tremendo confine abbiamo varcato, coi nostri smartphone e social network. Quello della dis-umanità. Che Dio abbia pietà di noi).

Sappiamo bene che per evitare che ancora tante donne, uomini e bambini muoiano in mare, colpevoli solo di cercare il loro diritto a una vita degna, non serve distruggere barche.
Serve “distruggere” il sistema economico e finanziario che ha creato quelle condizioni di miseria e guerra, da una parte, opulenza e indifferenza dall’altra, con le sue politiche e i suoi trattati. Quel sistema che non fermerà i migranti, il cui sacrificio gli è necessario.

Ed è proprio per questo che serve continuare a costruire ostinatamente, ogni giorno, a casa, a scuola e al lavoro, economia solidale, nonostante tutte le difficoltà. Solo così fermeremo le tragedie: le loro e le nostre.

Fonte: Altreconomia

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