Una comunità solidale agricola

Dalla cassetta di verdura alla prima esperienza di Community Supported Agricolture in Italia: la scelta dei soci di Arvaia, cooperativa nata nel febbraio del 2013 che alla periferia di Bologna coltiva con metodo biologico terreni all’interno del Parco città campagna.

ra la via Emilia e il west, a Bologna ci sono ancora grandi distese di campi e rotonde balle di fieno. In via Olmetola, nel Parco città campagna, si trovano le coltivazioni della cooperativa Arvaia. Dalle zolle di questa terra, insieme ai broccoli e al cavolo nero, sta crescendo anche una piccola grande rivoluzione: il 31 gennaio scorso, 80 soci della cooperativa agricola hanno dato vita alla prima esperienza italiana di CSA, ovvero a una “Comunità che supporta l’agricoltura” (dall’inglese Community Supported Agriculture).
Il meccanismo prevede che gli associati, attraverso una quota annuale, basata sul proprio fabbisogno di verdura e sulle possibilità economiche di ognuno, coprano i costi che la cooperativa sostiene per la produzione. La quota media corrisponde a una parte del raccolto destinata al socio, distribuita settimanalmente, ed è calcolata sul fabbisogno stimato di due persone. Ogni socio stabilisce se il suo consumo corrisponde a una o più parti, e offre la sua quota di conseguenza.

Si crea così un circuito chiuso, autosufficiente e slegato dalle logiche di mercato e dal prezzo. Qualcosa in più di un gruppo di acquisto solidale (Gas): il socio si mette in gioco, assume il “rischio d’impresa” e contribuisce a costruire un sistema alternativo di produzione e distribuzione di cibo.
“Il modello della CSA -spiega Alberto Veronesi, presidente di Arvaia, www.arvaia.it– si basa sulla capacità di spesa di ciascuno ed è fondato sulle relazioni e sulla solidarietà: siamo una comunità solidale agricola”.
Una volta trovato l’accordo fra i soci, il punto di partenza è un budget. Quello di Arvaia per il 2015 stima spese pari a circa 55mila euro: la voce di gran lunga maggiore è la (equa) remunerazione dei quattro contadini che curano part-time i terreni, che rappresenta il 60% del bilancio. Oltre a questa, i costi che incidono di più sono quelli per le materie prime e la lavorazione del terreno e il compenso per lo staff che segue le attività di supporto, cui si aggiungono la manutenzione dei mezzi agricoli e le spese di comunicazione.
Poi, attraverso un’asta, il 31 gennaio scorso ogni socio ha definito la propria “quota annuale”, necessaria a coprire i costi dell’anno agricolo 2015. Due giri di cappello, in cui ogni socio ha depositato un bigliettino con la propria offerta economica, sono bastati per far tornare i conti e raggiungere l’obiettivo, anche se il 40% del budget quest’anno sarà ancora coperto dai ricavi delle vendite della verdura nei mercatini. La maggior parte dei soci ha sottoscritto la quota consigliata (550 euro), più di uno è andato oltre, dando così a qualcun altro la possibilità di partecipare con una quota più bassa.

Marco, ad esempio, ha sottoscritto una quota maggiore: “L’anno scorso ho pagato 400 euro, ma la mia famiglia ha consumato verdure per un valore superiore a questa cifra, perché siamo in quattro -racconta-. Posso permettermi di pagare di più e sono disposto a farlo perché so che i broccoli e la bietola che consumiamo sono prodotti sani, di qualità, coltivati secondo criteri rispettosi dell’ambiente”.
Non è solo una questione di convenienza a motivare i soci di Arvaia, oggi circa 200, ma è una “scelta di campo”: l’essere parte di una comunità di persone che insieme decide cosa e come produrre e condivide il raccolto stagionale.
“Aderire alla CSA è anche una scelta politica” racconta Claudio, che nella vita fa il grafico editoriale. L’esperienza di Arvaia, infatti, racconta che c’è un’alternativa possibile, persino a portata di mano, per costruire un rapporto col cibo etico e solidale.

173211237I tre ettari di terra in via Olmetola, a pochi chilometri dalle Due Torri, sono coltivati praticando l’agricoltura biologica, rispettando la stagionalità e la rotazione delle colture. Quattro sono i contadini che si alternano nei campi: Alberto, Cecilia, Roberto e Stefano. Anche i soci della cooperativa contribuiscono al lavoro: tutti i sabati mattina, muniti di vanga e rastrello, possono partecipare all’agrifitness nei campi. “Grazie ad Arvaia ho riscoperto l’importanza del lavoro manuale -racconta Paola, impiegata in un’azienda bolognese-, imparato i fondamenti dell’agricoltura e portato i miei figli a raccogliere le fragole che avrebbero trovato sulla nostra tavola”. Arvaia è nata a febbraio 2013 (vedi Ae 148), come cooperativa di cittadini con l’ambizione di diventare una Comunità che supporta l’agricoltura. Ci sono voluti due anni per compiere il passo. “Finora i soci potevano sottoscrivere un abbonamento stagionale e non annuale, scegliendo in quali settimane volevano ritirare la cassetta -spiega Cecilia, vicepresidente di Arvaia-. Con il passaggio alla CSA i soci condividono in toto le responsabilità della cooperativa”. Nella pre-assemblea del 17 gennaio scorso sono emerse esigenze diverse, cui si cercherà di andare incontro garantendo dei meccanismi di flessibilità, come la possibilità di rateizzare la quota o di condividerla con qualcuno, di fare degli scambi con gli altri soci. “Da giugno a settembre sono fuori Bologna e non posso consumare la mia parte -ha fatto presente Nicoletta-, ma non vorrei per questo rinunciare a sottoscrivere la quota”.
Il 2015 sarà un anno di transizione: una parte del raccolto sarà destinata ai mercati e alla libera vendita. Ma l’obiettivo è che tale quota si riduca, se aumenterà il numero di soci “fruitori”, fino ad estinguersi.
Il modello di Arvaia, primo in Italia, nasce nel solco di altre esperienze all’estero, prima fra tutte la Kooperative GartenCoop di Friburgo. “Li abbiamo invitati -spiega Roberto, ex tecnico informatico e ora contadino della cooperativa- per raccontarci la loro storia e come sono organizzati. È stato di grande ispirazione per il nostro percorso”. La coop tedesca ha 300 soci che si dividono il raccolto, che sia buono o cattivo a causa delle condizioni climatiche o di altri fattori. I membri si assumono il “rischio” di ricevere nella cassetta settimanale un cetriolo piegato o una lattuga più piccola della media, ma hanno la garanzia di una coltivazione 100% biologica, stagionale e a “km0”.
“Nell’agricoltura industriale si tende a buttare parte della produzione -racconta Alberto, che si definisce un agrario, sognatore sociale e progettista creativo-, perché ci hanno abituato ad avere sempre prodotti perfetti. Noi non sprechiamo niente e utilizziamo ogni parte della verdura che raccogliamo”. Cittadini e produttori sostenibili, i soci saranno chiamati a decidere cosa coltivare durante l’anno e costruiranno insieme un piano colturale condiviso. L’obiettivo di quest’anno è aumentare l’approvvigionamento di cibo, arrivando a coprire almeno 48 settimane su 52 e garantendo alcune varietà essenziali come le patate e le cipolle. La rete di distribuzione delle cassette sarà ampliata a 9 punti, nelle zone principali della città: oltre alla “spesa al campo”, i soci hanno la possibilità di ritirare la loro parte di ortaggi in diversi luoghi, grazie alla collaborazione con associazioni locali e centri anziani. Nei giorni e negli orari stabiliti, ad ogni punto di ritiro vengono lasciati tanti ortaggi quante sono “le quote” dei soci che ritirano in quel punto, e ognuno prenderà poi la quantità che gli spetta.

Le sfide per la cooperativa, però, non sono finite. Il Parco città campagna, all’interno del quale si trovano i terreni coltivati dalla cooperativa, è un’area di proprietà del Comune di Bologna. L’ente ha indetto un bando, scaduto il 27 febbraio, per l’assegnazione di 40 ettari di terra. Arvaia ha presentato il suo progetto, poiché è un’opportunità per consolidare il percorso avviato con la CSA. A fine marzo è atteso l’esito della gara.
L’ambizione, per la cooperativa, è di aumentare l’offerta di prodotti ai soci, introducendo anche farine, cereali, legumi, frutta e conserve.

Fonte: Altreconomia

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