Raccolta differenziata: miti da sfatare

di Giulia Azzini

La gestione dei rifiuti è sempre più una tematica centrale nella vita quotidiana di ciascuno e ancora di più lo diventa se si inserisce in un ottica più ampia di organizzazione di una città ai fini della sostenibilità ambientale. I rifiuti infatti costituiscono spesso argomento di dibattiti, scontri e discussioni che sono volti a definire quale sia il metodo più efficiente di raccolta, trasporto, riciclo o trattamento dei residui urbani. Sempre più spesso ci si riferisce a termini come raccolta differenziata, rifiuto e riciclo senza sapere esattamente di cosa si stia parlando e senza conoscere le diverse sfaccettature dell’argomento.

Altrettanto spesso ci si affida a credenze diffuse, a falsi miti, che possono creare confusione nel cittadino che, così facendo, perde di vista la problematica concreta e la migliore soluzione da applicare.

RICICLARE RIFIUTI: L’ALTERNATIVA AGLI INCENERITORI

CHIAREZZA SUI CONCETTI

Innanzitutto è da chiarire il concetto di rifiuto secondo la normativa italiana, per avere una chiara idea di cosa si stia trattando. Il D.Lgs. 152/06 definisce “rifiuto” qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’Allegato A e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. L’allegato chiarisce poi quali siano le categorie di rifiuti. Esse comprendono prodotti scaduti, prodotti fuori norma, sostanze contaminate, residui di processi industriali, sostanze divenute inadatte all’impiego, materiale da imballaggio. Sono da norma esclusi dal concetto di rifiuto i gas nocivi, le acque contaminate, il materiale vegetali e il materiale proveniente da scavi.

La materia si presenta quindi ampia e ben più estesa dell’idea del cittadino comune per il quale i rifiuti sono essenzialmente quelli provenienti dalla pattumiera di casa.

Anche la definizione di raccolta differenziata merita di essere citata esattamente (art. 183, comma 1 D.Lgs. 152/06). Per raccolta differenziata si intende la raccolta idonea, secondo criteri di economicità, efficacia, trasparenza ed efficienza, a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee, al momento della raccolta o, per la frazione organica umida, anche al momento del trattamento, nonché a raggruppare i rifiuti di imballaggio separatamente dagli altri rifiuti urbani, a condizione che tutti i rifiuti sopra indicati siano effettivamente destinati al recupero.

Spesso non c’è chiarezza nell’utilizzo dei termini e delle definizioni esatte ma ancora più spesso la nostra percezione di una corretta gestione dei rifiuti si basa su idee che poco o nulla hanno di fondato, il che causa dei falsi miti, che questo articolo si propone di sfatare.

IL CONSUMO DI CARTA È IL PRINCIPALE NEMICO DELLE FORESTE: FALSO

La deforestazione ha come cause prioritarie la conversione dei territori boschivi in terreni agricoli e la raccolta di legname per vari usi. Inoltre l’industria cartaria europea è un importante catalizzatore del rinnovamento e dell’estensione della superficie forestale. Oggi, secondo uno studio condotto dalla FAO e pubblicato da Assocarta, l’aumento annuo delle foreste in Europa equivale a 6.450 kmq e la gestione sostenibile delle foreste promossa dall’industria cartaria fa sì che per un albero tagliato ne vengano piantati tre. Il 20% delle foreste europee non può essere sfruttato perché destinato per legge alla protezione e alla conservazione della biodiversità.

TUTTO SI PUÒ RICICLARE: FALSO

Innanzitutto è necessaria chiarezza sul termine riciclo, che è differente dal termine riutilizzo. Il D.Lgs. 205/2010, dunque, per riutilizzo intende “qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti”. Altra cosa, invece è il riciclaggio ossia “qualsiasi operazione di recupero attraverso cui i rifiuti sono trattati per ottenere prodotti, materiali o sostanze da utilizzare per la loro funzione originaria o per altri fini.” Nei nostro comuni differenziamo tra il resto, per avviare al riciclo, solo gli imballaggi in plastica.

Non possiamo in genere inserire nella raccolta differenziata della plastica ciò che non è imballaggio. Inseriamo flaconi, confezioni, barattoli ma non inseriamo beni durevoli in plastica, oggetti che comunemente usiamo e che sono fatti in plastica, magari anche riciclata. Non ricicliamo quindi, secondo la normativa vigente, oggetti in plastica che non siano imballaggi.

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IL RICICLO DELLA PLASTICA È SEMPRE POSSIBILE ED EFFICACE: FALSO

Raccogliere separatamente la plastica e differenziarla allo scopo di condurla poi verso il processo di riciclo è efficace e sostenibile se applicato nel modo corretto. Spesso nei nostri comuni riceviamo indicazioni di inserire nella raccolta differenziata della palstica tutti i tipi di plastica, imballaggi o contenitori. Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica), ha dichiarato in un’intervista: si dovrebbe raccogliere solo quello che si può riciclare, il resto andrebbe inviato direttamente alla termovalorizzazione, perché anche come costo ambientale non conviene; pensi alle centinaia di camion e di viaggi avanti e indietro per questa plastica che non ha possibilità di recupero diversa da quella di essere termovalorizzata. È un 50% i cui costi di raccolta e di selezione gravano sul Consorzio.”

Quindi non tutta la plastica può essere riciclata ma una parte di quella che differenziamo deve poi essere riselezionata, con costi in termini di tempo, lavorazioni e trasporto, e spedita verso i termovalorizzatori, per esempio nel Nord Italia quello di Brescia.

GLI “INCENERITORI” NON COMPORTANO ALCUN VANTAGGIO: FALSO

Innanzitutto non si parla di inceneritori ma di termovalorizzatori, ovvero di impianti che, tramite la combustione di alcune tipologie di rifiuti, producono energia spesso utilizzata per sistemi di teleriscaldamento, come nel sopracitato esempio della città di Brescia, e per la produzione di energia elettrica.

Dal sito ufficiale dell’impianto termovalorizzatore di Brescia si ricavano alcuni dati utili a capirne l’efficienza: l’impianto è in grado di bruciare mediamente circa 750 mila tonnellate l’anno di rifiuti. Dalla combustione è possibile ricavare ogni anno quasi 600 milioni di chilowattora di elettricità (pari al fabbisogno annuo di 200 mila famiglie) e oltre 800 milioni di chilowattora di calore (pari al fabbisogno per teleriscaldamento di oltre 60 mila appartamenti). In questo modo si risparmiano oltre 150 mila tonnellate equivalenti di petrolio, evitando l’emissione in atmosfera di più di 400 mila tonnellate di anidride carbonica. Le emissioni del termo utilizzatore vengono settimanalmente riepilogate in un report e costituiscono una piccola percentuale del totale delle emissioni della regione.

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Il rapporto Legambiente afferma infatti che le emissioni di polveri dagli impianti di trattamento rifiuti contribuiscono solo per lo 0,5% al totale delle emissioni in Regione Lombardia. La gran parte delle emissioni è costituita dal traffico veicolare e dai sistemi di riscaldamento delle abitazioni che non hanno ancora adottato il teleriscaldamento.

La conoscenza di alcune problematiche connesse alla produzione e alla gestione dei rifiuti e l’analisi più accurata dei dati a nostra disposizione può far luce su alcuni punti spesso oscurati da preconcetti o da false convinzioni che ci vengono instillate.

Ampia è la tematica e ancora più ampia probabilmente la gamma delle soluzioni adottabili alla luce di una complessità di problematiche e dati che spesso non risulta chiara alla maggior parte di noi.

Fonte: Architettura Sostenibile

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