Regionali: la partita del 31 maggio

di Aldo Giannuli

Una delle cose che detesto, nei dibattiti post elettorali, sono le capriole di protagonisti e commentatori interessati per torcere il risultato al servizio delle proprie tesi ed il classico è il battibecco se il raffronto va fatto con le elezioni omogenee (politiche con politiche, amministrative con amministrative ecc.) o con quelle immediatamente precedenti.

regionali_2015_940Come sa chi legge questo blog, io preferisco anticipare alcuni criteri e fissare dei livelli per stabilire chi ha vinto e chi a perso, per limitare la tendenza inconscia, anche mia, a “leggere” i risultati in una luce addomesticata. E lo facciamo anche questa volta, con un avviso di partenza: in questa tornata vota circa un terzo del corpo elettorale, troppo poco per essere un test generale (come le europee o le regionali quando votavano tutte le 15 regioni a statuto ordinario) ma abbastanza per essere un test molto più significativo di un turno minore di amministrative.

Peraltro il “campione” non può essere facilmente aggregato, sia perché ci sono situazioni troppo influenzate da fattori locali contingenti (veneto, Puglia, Liguria, Marche e Campania), sia perché le regioni rosse e quelle meridionali vi sono rappresentate molto di più di quelle settentrionali e le piccole e le medie più delle grandi. Dunque, si può tentare una aggregazione sui generis dando più rilievo a considerazioni di ordine politico generale che al semplice dato numerico, ma nel discorso ci capiremo meglio.

Qui il segnale può essere colto ed interpretato su due piani: quello del numero delle regioni conquistate e quello dei voti assoluti. Iniziamo da primo (ovviamente lasciamo perdere, in questa sede, le comunali).

La situazione uscente è la seguente: 5 amministrazioni sono del centro sinistra (Toscana, Liguria, Umbria, Marche, Puglia) e 2 del centro destra (Veneto Lega e Campania Forza Italia), nessuna del M5s. Ai nastri di partenza, la Lega ha problemi in Veneto per la scissione di Tosi, mentre il Pd ne ha in Liguria (per via della rottura di Cofferati), nelle Marche (dove il governatore uscente si presenta con una alleanza di centro) e in Campania (dove c’è il “nodo De Luca”), Forza Italia ha problemi specifici in Puglia (scissione di Fitto). Il M5s, al di là dei problemi generali, potrebbe avere qualche difficoltà in più in Toscana (per effetto dell’uscita di Artini).

Per il Pd il trionfo, ovviamente, sarebbe la conquista di tutte 7 le regioni; ma anche se perdesse nel solo Veneto, si tratterebbe di un risultato positivo, perché la coalizione Pd-Camorra conquisterebbe la Campania, mantenendo tutte le altre. Se si limitasse a confermare le sue attuali 5 sarebbe un sostanziale pareggio, mentre si potrebbe iniziare a parlare di sconfitta se ne perdesse una (ad esempio la Liguria) ed, ovviamente, di grave sconfitta se ne perdesse altre. Dunque, per il Pd la partita si gioca essenzialmente su due regioni: la Campania da conquistare e la Liguria da confermare. Gli altri risultati appaiono meno in bilico.

Per Forza Italia è vitale confermare la Campania, non essendoci possibilità di vittoria in altre regioni. Se anche la destra vincesse in Veneto, sarebbe una vittoria della Lega, non di Fi. Se Caldoro dovesse perdere in Campania, per Fi sarebbe il “rompete le righe” a meno di improbabili buoni risultati –anche solo in voti- nelle altre regioni.

Ragionamento simile ma inverso per la Lega: deve vincere in Veneto, perché una sconfitta significherebbe il brutale tramonto della sfida di Salvini. La Lega non ha possibilità di vittoria in altre regioni, perché anche in Liguria, dove c’è una remotissima probabilità di affermazione della destra, il candidato è di Fi. Per la Lega quello che conta è l’altro piano: quello dei voti in assoluto ottenuti nelle altre regioni.

Il M5s non sembra in condizioni di vincere in nessuna regione (salvo una modesta probabilità in Liguria) per cui quello che conta sono i voti in cifra.

Sinistra “radicale”: unica concreta possibilità di vittoria è quella in Liguria dove Pastorino, dai sondaggi, appare come lo sfidante più piazzato della Paita. Un successo in Liguria avrebbe un effetto politico di grande peso, prefigurando una concentrazione di sinistra (da Cofferati al Prc, da Sel a Civati, da Fassina al Pcdi) che potrebbe incoraggiare una emorragia di consensi del Pd. Per il resto contano i voti che riusciranno  a prendere le varie liste che si richiamano a questa area.

Passiamo ai voti popolari.

Pd: Renzi, in questo anno ha continuamente battuto sul risultato delle europee che ha trasformato il Pd nel  “partito del 41%”, e la cosa ha senso perché il Pd delle politiche era un altro partito, capeggiato da Bersani e dalla vecchia generazione; quindi l’unico raffronto politicamente significativo è quello con le europee, disaggregato regione per regione (il Pd, in questo turno, parte da una percentuale superiore alla media nazionale, per la presenza di tre regioni rosse e di Liguria e Puglia, dove, era nella media nazionale) . Il risultato di un anno fa, ragionevolmente, è irripetibile, perché troppo alto. Se il Pd dovesse mantenere  mediamente i consensi dell’anno scorso, non sarebbe un pareggio, ma una clamorosa vittoria politica perché prefigurerebbe un Pd in grado di vincere le elezioni al primo turno e Renzi sarebbe il padrone assoluto della situazione. Sarebbe la “marcia su Roma” di Renzi.

Ma i grandi partiti alle regionali tendono a prendere un po’ meno, anche per la presenza di liste civiche e di fiancheggiamento, inoltre un calo di consensi, dopo una stra vittoria come quella di un anno fa è ragionevole attenderselo. Dunque un “assestamento” nell’ordine del -3% medio sarebbe fisiologico. Se, però, la flessione dovesse attestarsi fra il 4 ed il 6% saremmo oltre l’assestamento e si prefigurerebbe una inversione di tendenza che ridimensionerebbe Renzi. Ma con una flessione oltre il 6% sarebbe una sconfitta piena, perché vorrebbe dire che l’avanzata di un anno fa è in via di liquefazione e nel partito si aprirebbe uno scontro interno molto aspro.

Forza Italia: che cali anche vistosamente sulle europee (del “leggendario” 21% di due anni fa non parliamo nemmeno) è scontato, ma ci sono delle soglie che possono significare qualcosa: dal 12% in su, per Fi sarebbe un “successo”, cioè una “quasi tenuta” che concederebbe al Cavaliere una prova d’appello, soprattutto se la Lega non dovesse superarla o superarla di poco. Dal 10 al 12% sarebbe il risultato minimo di sopravvivenza, almeno nell’immediato. Al di sotto del 10% sarebbe la fine.

Lega: è il discorso più difficile di tutti, perché non conta solo quanti voti prende ma, più di tutto, dove li prende. Salvini sta puntando a fare il Fn italiano, cannibalizzando Fi e ponendosi come competitor di Renzi. Per la prima cosa è sufficiente che prenda due o tre punti di Fi, per la seconda deve avvicinarsi al 20% (magari con l’appoggio di Fdi) e superare il M5s, in modo da arrivare al ballottaggio. E qui le cose si fanno più complicate, perché, per arrivare ad un 15% nazionale di partito (e ad un 20% con Fdi), non basta il nord, deve iniziare a crescere nel centro e soprattutto nel sud. Sin qui, la Lega ha avuto un solo successo a sud del Po, nelle regionali emiliane di novembre scorso, dove ha ottenuto il 19% circa. Ma nelle europee, dalla Toscana in giù, raramente ha superato il 2% e non ha mai toccato il 3%.  Se anche se la Lega si attestasse su un 4% medio nelle regioni centro-settentrionali, per fare il 15% nazionale, dovrebbe superare il 30% in tutte le regioni del Nord, il che appare piuttosto difficile, e, comunque,  sarebbe  ben al di sotto della soglia per il secondo turno (a meno di un crollo dei 5s) e comunque non competitiva con il Pd. Perché la strategia salviniana possa risultare plausibile, è necessario che, già in queste regionali, le liste leghiste, nelle cinque regioni centro settentrionali, ottengano  almeno il 7-8%, Al di sotto, quello di Salvini resterebbe solo un sogno.

M5s: altro discorso non facile, soprattutto per l’enorme divario che caratterizza i suoi risultati fra elezioni politiche ed europee da un lato e amministrative e regionali dall’altro. Anche nella stessa giornata, il m5s può avere uno scorrimento di oltre 20 punti percentuali fra l’uno e l’altro risultato. Poi c’è da tenere presente il risultato deludente delle europee e le pesanti sconfitte in Calabria ed Emilia a novembre, per cui un risultato negativo potrebbe anche essere interpretato come il segnale di un trend negativo destinato ad approfondirsi. I sondaggi, però, danno stabilmente il M5s fra il 19 ed il 22%, sostanzialmente prossimo al risultato delle europee. Anche qui ragioniamo per soglie:

– oltre il 23% sarebbe una clamorosa vittoria che riporterebbe il M5s al suo massimo storico

– dal 18 al 22% significherebbe l’azzeramento della “forbice voto politico/voto amministrativo” e, pertanto si profilerebbe un radicamento stabile dell’area elettorale del M5s che resterebbe l’unico sfidante credibile del Pd, dunque una chiara vittoria

– dal 14 al 17% ci sarebbe la stabilizzazione di uno “zoccolo duro” di voto 5s, al quale, nelle politiche si aggiunge un ulteriore pezzo di elettorato di protesta, riportando il M5s intorno alle percentuali segnalate dai sondaggi. Dunque un risultato buono anche se modesto

– dal 10 al 13% sarebbe il segnale di un declino elettorale del movimento, ma non particolarmente rapido, in quanto l’eventuale quota aggiuntiva del voto di protesta alle politiche, pur non riportando il M5s al risultato delle europee ed in “quota ballottaggio”, però rallenterebbe la caduta. Quindi sconfitta ma caduta graduale, insomma l’avvio di un tramonto più o meno lungo

– al di sotto del 10% è il “rompete le righe”.

Per la sinistra “radicale” (ma potremmo anche chiamarla sinistra e basta, dato che non ce ne è un’altra) gli unici risultati che contano sono quello ligure e quello veneto dove ci sono liste di coalizione più o meno allargate, mentre nel resto del paese è un patchwork piuttosto confuso: anche se in Liguria Pastorino non dovesse farcela (e ci dispiacerebbe molto, per cui gli facciamo i migliori auguri) sarebbe comunque importante una affermazione della lista oltre il 15%, mentre in Veneto sarebbe un buon successo anche un punto in più di quanto ottenuto l’anno scorso. Sarebbe il segnale della rinascita di un soggetto di qualche peso nello spazio fra Pd e M5s.

Ultima riflessione dedicata al centro alfanian-casinian-fittian- tosiano. Anche qui è difficile dire qualcosa, perchè si presenta con un guazzabuglio di liste ed alleanze: qui con Fi, lì con il Pd, lì ancora da soli… Unica situazione con qualche pur lontanissima possibilità di vittoria è quella delle Marche, dove il candidato di centro, Gian Mario Spacca, è quello uscente che ha abbandonato il Pd, ma stiamo parlando di una probabilità molto bassa. Per quel che riguarda i voti popolari, diciamo che la soglia magica è il 10%: possono farcela a raggiungerlo e superarlo Tosi in Veneto, Fitto in Puglia, Spacca in Marche. Ovviamente, più saranno le regioni in cui la sommatoria delle liste di centro si avvicina alla soglia del 10%, più aumenteranno le probabilità che risorga un polo di centro nazionale che recuperi lo spazio che era di Scelta civica. E sarebbe altamente auspicabile perché sottrarrebbe voti al Pd e potrebbe recuperarne a Fi, sottraendoli alla Lega. Per cui auguri anche a loro (che s’adda fa pe ccampà!).

Blog di Aldo Giannuli (anche l’immagine è tratta dallo stesso sito)

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