Per una buona scuola serve una rivoluzione

di Anthony Muroni

C’è stato un tempo in cui era sufficiente che l’insegnante entrasse in classe perché gli alunni si disponessero all’ascolto. Ne rispettavano l’autorità o temevano la punizione che sarebbe potuta derivare dalla mancata obbedienza. Don Bosco – che non a caso per la sua vocazione alla pedagogia è stato fatto Santo – poteva anche uscire dall’aula e demandare la vigilanza al tricorno lasciato sulla cattedra.
Quel tempo è tramontato e il piacere della rievocazione può esistere soltanto nei romanzi o nelle epiche narrazioni dei sopravvissuti. Come ben scrive Massimo Recalcati nel best seller “L’ora di lezione”, quel passato «non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo severo del padre (…). Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia) deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola». Perchè questo avvenga, col cambiamento culturale in atto e con la rivoluzione digitale che è nel dna dei bambini, bisognerà cambiare un modello di trasmissione del sapere oggi fondato sulle nozioni e su lezioni frontali davanti a Lim spesso spente o sottoutilizzate.
Se ciò non avverrà, la scuola rimarrà un ambiente in cui la selezione continuerà a premiare soprattutto chi arriva da contesti sociali emancipati, da famiglie che hanno la capacità economica di offrire una formazione complementare e strumentazioni tecnologiche all’avanguardia, chi ha competenze e saperi già maturi o, in alternativa, carattere e motivazioni d’acciaio.
In classi sovraffollate – con livelli di apprendimento differenti e i noti problemi disciplinari – nemmeno il miglior insegnante riuscirà a distillare sapere nella frammentarietà delle sue ore di lezione. La scuola pensata da Renzi produrrà la rivoluzione necessaria? Non si capisce come. E la strenua difesa dei sindacati – spesso eretta depauparando preziose ore di lezione – continuerà a farci parlare di organici e docenti, non mettendo al centro del discorso gli studenti?
Serve un piano di riforma dell’istituzione oggi più importante per il Paese, che metta al centro la didattica. Perchè restare ancorati a modelli di cui la crisi ha ormai decretato il fallimento? Serve una scuola multiculturale, dove i bambini che arrivano da Paesi stranieri sperimentino l’accoglienza e restituiscano ai loro compagni orizzonti lontani e lingue sconosciute, in un laboratorio di tolleranza che nessun adulto potrebbe costruire in maniera artificiale.
Serve una scuola che aiuti i bambini in difficoltà a raggiungere obiettivi tagliati su misura, che sappia soddisfare curiosità e interesse senza rinviare tutto all’anno dopo e ai programmi della classe successiva, favorendo l’appiattimento, minando la creatività e annullando gli stimoli.
Serve una scuola in cui giocare, fare sport e condividere esperienze di socializzazione sia un obiettivo centrale. E in cui la conoscenza dei classici, della grammatica e, nella nostra Isola, della Storia sarda deve andare di pari passo con l’esercizio di menti aperte, aiutando i ragazzi a essere leader di se stessi e non followers di modelli sbagliati e inutilmente ubriacanti.
Rispetto a queste esigenze, forse anche il concetto di classe dovrebbe dirsi tramontato. Mutuando felici esperienze da Paesi in cui la scuola è buona davvero, ciascun alunno dovrebbe poter contare su un piano di studio personalizzato, orientabile rispetto alle curiosità e al livello di conoscenze, capace di valorizzarne vocazioni e interessi e vivere un’esperienza di crescita e formazione serena e stimolante.
Per fare tutto questo servirebbe un intervento finanziario consistente, un progetto coraggioso e radicale, di smantellamento e ricostruzione. Solo cosi la scuola smetterà di offrire «una somma nozionistica delle informazioni che dispensa» e diventerà un luogo capace di rendere disponibile la cultura, palestra di conoscenze ed educazione alla tolleranza e alla vita, necessaria per poter sperare in una società migliore.

Fonte: Blog de L’Unione Sarda

Mio commento:

Apprezzo particolarmente questo post del direttore de L’Unione Sarda, con il quale credo abbia espresso esattamente – e in maniera impeccabile – ciò che da anni scrivo* (e che fino ad ora mi era sembrato passasse inosservato) in merito alla necessità di una rifondazione delle nostre società a partire dall’individuo. E come creare le basi per formare individui coscienti, consapevoli e migliori – ma anche più felici – se non partendo proprio dall’educazione dei bambini?
In particolare, ciò che meglio esprime questo pensiero, e che trovo illuminante, è il seguente passo: “…E in cui la conoscenza dei classici, della grammatica e, nella nostra Isola, della Storia sarda deve andare di pari passo con l’esercizio di menti aperte, aiutando i ragazzi a essere leader di se stessi e non followers di modelli sbagliati e inutilmente ubriacanti”. L’espressione “leader di se stessi” è la chiave di tutto. Se la scuola italiana la smettesse di trascurare (per lo più di ignorare) l’aspetto della conoscenza di se stessi, magari includendo anche elementi di educazione sul funzionamento delle dinamiche psicologiche da cui dipendono i sentimenti e la corretta gestione delle emozioni, o sul funzionamento degli aspetti meno razionali e nozionistici che riguardano la ricerca di un senso al proprio stare al mondo, solo allora una delle più importanti istituzioni della società potrebbe creare degli individui più sani, meno superficiali, meno materialisti. E, ripeto, più felici.

* mi riferisco, ad esempio, a questi articoli che ho pubblicato in passato:
http://www.dafniruscetta.it/2014/07/14/lesempio-danese-e-la-dimensione-culturale-2/

http://www.dafniruscetta.it/2014/03/19/per-cambiare-davvero-il-paese/

http://www.dafniruscetta.it/2013/08/08/verso-una-societa-piu-al-femminile/

 

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