World Economic Outlook

di Eugenio Benetazzo

worldSi sta avviando ormai al primo giro di boa semestrale anche il 2015 e quanto possiamo dire relativamente a questi primi cinque mesi in proiezione di quelli che stanno per arrivare sembra oggettivamente poco confortante tanto sul fronte economico quanto su quello della stabilità e volatilità finanziaria. L’economia mondiale, nonostante siano state intraprese e messe a regime numerose strategie volte a contenere i side effects postumi dell’austerity, rimane caratterizzata dalla presenza di un divario ciclico tra diverse aree macroeconomiche tra di loro interagenti e contigue. Le banche centrali delle economie avanzate si muovono non più all’unisono da mesi, determinando per questo una conclamata divergenza in termini di politica monetaria attuata, accomodante per la FED e la BOE, mentre espansiva e di contenimento per la BCE e la BOJ. Negli USA, Janet Yellen teme per il rialzo dei tassi, si vuole evitare il più possibile di replicare gli errori del predecessore Greenspan tra il 2003 ed il 2006 in cui i tassi passarono velocemente e progressivamente dall’1% al 5% generando le condizioni per l’innescarsi della crisi dei mutui subprime. Gli USA nonostante i benefici prodotti dalla consistente diminuzione del prezzo del petrolio stanno crescendo ad un tasso considerato complessivamente deludente rispetto alle attese: inoltre inizia a diffondersi la paura per una situazione strutturale di insostenibilità finanziaria per tutta l’industria dello shale oil & gas.

Sostanzialmente la possibilità che durante il corso dell’anno si verifichiano fenomeni di default in misura massiva è ampiamente condivisa dalle comunità finanziarie, tanto che per l’intero settore delle obbligazioni high yield si paventa un possibile annus horribilis. Lo scoppio di una nuova crisi finanziaria proprio per il settore dello shale oil & gas espanderebbe il contagio del debito a rischio anche in Europa. Quest’ultima, grazie soprattutto al tanto atteso QE, ha iniziato a dare segnali di un lieve miglioramento, in particolar modo per i paesi della periferia, inutile negare comunque che la favorevole convergenza di variabili macroeconomiche è quanto mai rara: tassi di interesse ormai negativi e svalutazione dell’euro, oltre al beneficio diretto di un minor onere di approvvigionamento energetico. Rimane tutt’ora aperta la questione Grexit o Geuro che potrebbe se non risolta velocemente e definitivamente produrre instabilità e volatilità su tutti i mercati obbligazionari. Le regine d’Europa per i risultati sino ad oggi prodotti possono essere sicuramente definite la Spagna ed il Regno Unito, mentre l’Italia continua ad essere il solito ammalato cronico che aspetta possa arrivare dal cielo la soluzione dei propri mali interni. Il QE ha prodotto la fine del credit crunch bancario, almeno in senso lato per tutta l’Eurozona, ora si confida che questo possa consentire l’uscita dal tunnel deflattivo nei successivi trimestri.

In Asia il quadro complessivo si presenta con una triplice lettura: da una parte abbiamo la Cina che sta cercando di gestire il deterioramento economico prodotto dagli effetti del’hard landing e della lenta trasformazione del nuovo modello di sviluppo industriale voluto dalle autorità di governo (meno esportazioni e più consumi interni); rimane inoltre un grande punto interrogativo per la salute economica e finanziaria del paese lo sgonfiamento della bolla immobiliare creatasi negli ultimi tre anni ed il bubbone dei NPL (non performing loans) i quali secondo la stampa finanziaria anglosassone ammontano ormai a oltre il 4% contrariamente ai rassicuranti proclami cinesi del Partito Comunista che parlano di un simbolico 1%. Significa in altre parole che vi potrebbe essere oltre un trilione di USD di mutui da considerarsi ormai inesigibili. Il contenimento della crescita cinese e l’incognita sull’effettivo stato del mercato immobiliare residenziale cinese rappresentano i principali pericoli per l’intera economia mondiale. In contrapposizione alla Cina, si trovano India e Giappone, gli altri due grandi motori dell’intera macroarea geografica. L’India sta beneficiando tanto delle innovazioni e riforme strutturali apportate dal Primo Ministro Modi (nuove infrastrutture e più incentivi per gli investitori esteri) quanto delle positive conseguenze a fronte di un minor onere di approvigionamento energetico. Il paese è uscito maggiormente stabilizzato con le elezioni che hanno riconfermato Modi, oltre al fatto di aver riassorbito le conseguenze che hanno impattato l’intera economia indiana a seguito del tapering statunitense durante la seconda metà del 2013.

Il Giappone si sta muovendo lentamente, l’Abenomics si avvia al secondo step operativo ovvero la riforma del sistema fiscale unita alle nuove politiche di incentivazione agli investimenti: la crescita nel 2014 è stata piuttosto modesta, appena 1.4%, notevolmente inferiore rispetto alle attese dei mercati. Anche il Giappone beneficia in misura consistente del petrolio a sconto rispetto ad un anno fa. Passiamo ora in America Latina dove si evidenziano due elementi di forte preoccupazione, la recessione in Brasile ed il rischio di default in Venezuela. Entrambi questi paesi, grandi esportatori di petrolio, pagano le conseguenze di minori ricavi dalle esportazioni di greggio, il Brasile in aggiunta deve fare riassorbire gli eccessi e le tensioni sociali emerse durante la World Cup del 2014. L’inflazione è ritornata la variabile economica da controllare e ridimensionare a seguito di un riscaldamento dell’economia negli anni precedenti. La crescita comunque per l’intero continente è vista in contrazione rispetto all’anno precedente con una stima di appena 2%. Infine, seppur distante, anche la Russia sta attraversando il peggior momento degli ultimi dieci anni a causa tanto della crisi uscraina e tanto per la discesa del prezzo del petrolio. Complessivamente, pertanto, la presenza di numerosi focolai di rischio tanto economico quanto geopolitico è decisamente più allarmante rispetto agli anni precedenti.

Fonte: blog Eugenio Benetazzo

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