Archives for giugno2015

Cosa (non) è la teoria del gender

di Simona Regina su Wired.it

No, l’ideologia del gender non esiste davvero. È una trovata propagandistica che distorce gli studi di genere

Si salvi chi può da coloro che, per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, vogliono colonizzare le menti di bambini e bambine con una visione antropologica distorta, con un’azione di indottrinamento gender. Il monito l’ha lanciato, a più riprese, il mondo cattolico.

Lo ha fatto, per esempio, il cardinale Angelo Bagnasco in apertura del Consiglio della Conferenza episcopale italiana. Il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria ha stilato addirittura un vademecum per difendersi dalla pericolosa introduzione nelle scuole italiane di percorsi formativi e di sensibilizzazione sul gender. Che si parli di educazione all’effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutto secondo loro concorre a un unico scopo: l’indottrinamento. E anche l’estrema destra a Milano (ma non solo) ha lanciato la sua campagna “contro l’aggressione omosessualista nelle scuole milanesi” per frenare eventuali seminari “diseducativi”.

La diffusione dell’ideologia gender nelle scuole, secondo ProVita onlus, l’Associazione italiana genitori, l’Associazione genitori delle scuole cattoliche, Giuristi per la vita e Movimento per la Vita, è una vera emergenza educativa. Perché in sostanza, dietro al mito della lotta alla discriminazione, in realtà spesso si nasconde “l’equiparazione di ogni forma di unione e di famiglia e la normalizzazione di quasi ogni comportamento sessuale”. Tanto che, nello spot che ProVita ha realizzato per promuovere la petizione contro l’educazione al genere, una voce fuori campo chiede “Vuoi questo per i tuoi figli?”. Ma cos’è la teoria/ideologia gender?

La teoria del gender
Non esiste. Nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender. È infatti un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe.

Significativa, per esempio, la posizione di monsignor Tony Anatrella che, nel libro La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità, ci mette in guarda da questa fantomatica teoria, tanto pericolosa quanto oppressiva (più del marxismo), che si presenta sotto le mentite spoglie di un discorso di liberazione e di uguaglianza e vuole inculcarci l’idea che, prima d’essere uomini o donne, siamo tutti esseri umani e che la mascolinità e la femminilità non sono che costruzioni sociali, dipendenti dal contesto storico e culturale. Un’ideologia (udite, udite) che pretende che i mestieri non abbiano sesso e che l’amore non dipenda dall’attrazione tra uomini e donne. Talmente perniciosa, da essersi ormai insediata all’Onu, all’Unesco, all’Oms, in Parlamento europeo.

Ma non ha alcun senso parlare di teoria del gender e men che mendo di ideologia del gender”, sostiene Laura Scarmoncin, che studia Storia delle donne e di genere alla South Florida University. “È un’arma retorica per strumentalizzare i gender studies che, nati a cavallo tra gli anni 70/80, affondano le loro radici nella cultura femminista che ha portato il sapere creato dai movimenti sociali all’interno dell’accademia. Così sono nati (nel mondo anglosassone) i dipartimenti dedicati agli studi di genere” e poi ai gay, lesbian e queer studies.

In sostanza, come spiega Sara Garbagnoli sulla rivista AG About Gender, la teoria del gender è un’invenzione polemica, un’espressione coniata sul finire degli anni ’90 e i primi 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio consiglio per la famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto in questo campo di studi. Poi ha avuto una diffusione virale quando, in particolare negli ultimi due-tre anni, è entrata negli slogan di migliaia di manifestanti, soprattutto in Francia e in Italia, contrari all’adozione di riforme auspicate per ridurre le discriminazioni subite dalle persone non eterosessuali.

È un blob di slogan e di pregiudizi sessisti e omofobi”. Un’etichetta fabbricata per distorcere qualunque intervento, teorico, giuridico, politico o culturale, che voglia scardinare l’ordine sessuale fondato sul dualismo maschio/femmina (e tutto ciò che ne consegue, come subordinazione, discriminazione, disparità, ecc.) e sull’ineluttabile complementarietà tra i sessi.

Secondo gli ideatori dell’espressione teoria/ideologia del genere, nasciamo maschi o femmine. Punto. Il sesso biologico è l’unica cosa che conta. L’identità sessuale non si crea, ma si riceve. E il genere è una fumisteria accademica, come scrive Francesco Bilotta, tra i soci fondatori di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford.

In realtà gli studi di genere costituiscono un campo di indagine interdisciplinare che si interroga sul genere e sul modo in cui la società, nel tempo e a latitudini diverse, ha interpretato e alimentato le differenze tra il maschile e il femminile, legittimando non solo disparità tra uomini e donne, ma anche negando il diritto di cittadinanza ai non eterosessuali.

L’identità sessuale
Gli studi di genere non negano l’esistenza di un sesso biologico assegnato alla nascita, né che in quanto tale influenzi gran parte della nostra vita. Sottolineano però che il sesso da solo non basta a definire quello che siamo. La nostra identità, infatti, è una realtà complessa e dinamica, una sorta di mosaico composto dalle categorie di sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere.

Il sesso è determinato biologicamente: appena nati, cioè, siamo categorizzati in femmine o maschi in base ai genitali (a volte, però, genitali ambigui rendono difficile collocare il neonato o la neonata nella categoria maschio o femmina, si parla allora di intersessualità).

Il genere invece è un costrutto socioculturale: in altre parole sono fattori non biologici a modellare il nostro sviluppo come uomini e donne e a incasellarci in determinati ruoli (di genere) ritenuti consoni all’essere femminile e maschile. La categoria di genere ci impone, cioè, sulla base dell’anatomia macroscopica sessuale (pene/vagina) e a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo, delle regole cui sottostare: atteggiamenti, comportamenti, ruoli sociali appropriati all’uno o all’altro sesso.

Il genere, in sostanza, si acquisisce, non è innato, ha a che fare con le differenze socialmente costruite fra i due sessi. Non a caso nel tempo variano i modelli socioculturali, e di conseguenza le cornici di riferimento entro cui incasellare la propria femminilità o mascolinità.

L’identità di genere riguarda il sentirsi uomo o donna. E non sempre coincide con quella biologica: ci si può, per esempio, sentire uomo in un corpo da donna, o viceversa (si parla in questo caso di disforia di genere).

Altra cosa ancora è l’orientamento sessuale: l’attrazione cioè, affettiva e sessuale, che possiamo provare verso gli altri (dell’altro sesso, del nostro stesso sesso o di entrambi).

Educare al genere
Nelle nostre scuole – sottolinea Nicla Vassallo, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Genova – a differenza di quanto si è fatto in altri Paesi, non c’è mai stata una vera e propria educazione sessuale e anche per questo l’Italia è arretrata rispetto alla considerazione delle categorie di sesso e genere. Eppure, educare i genitori e dare informazioni corrette agli insegnanti affinché parlino in modo ragionato, e non dogmatico, di sesso, orientamento sessuale, identità e ruoli di genere, a figli e scolari è molto importante perché sono concetti determinanti per comprendere meglio la nostra identità personale. E per essere cittadini occorre sapere chi si è”.

Educare al genere (come si legge nel bel saggio Educare al genere) significa, in fondo, sostenere la crescita psicologica, fisica, sessuale e relazionale, affinché i bambini e le bambine di oggi possano progettare il proprio futuro al di là delle aspettative sulla mascolinità e la femminilità.

Basti pensare, come scrivono le curatrici nell’introduzione, all’appellativo effeminato che viene usato per descrivere quegli uomini che non si comportano da “veri maschi” (coraggiosi, determinati , tutti di un pezzo, che non devono chiedere mai) e danno libero sfogo alle emozioni tradendo lo stereotipo dominante. E la scuola può (deve) avere un ruolo fondamentale per scalfire gli stereotipi di genere, ancora fin troppo radicati nella nostra società, offrendo a studenti e studentesse gli strumenti utili e necessari per diventare gli uomini e le donne che desiderano.

Educare al genere significa dunque interrogarsi sul modo in cui le varie culture hanno costruito il ruolo sociale della donna e dell’uomo a partire dalle caratteristiche biologiche (genitali). Contrastare quegli stereotipi e quei luoghi comuni, socialmente condivisi, che finiscono col determinare opportunità e destini diversi a seconda del colore del fiocco (rosa o azzurro) che annuncia al mondo la nostra nascita.

Concedere diritto di cittadinanza ai diversi modi di essere donna e uomini. E significa anche riflettere “sul fatto che le attuali dicotomie di sesso (maschio/femmina) e di genere (uomo/donna) non sono in grado, di fatto, di descrivere la complessità della realtà” sottolinea Vassallo. E dietro questa consapevolezza non ci sono le famigerate lobby Lgbt, ma decenni di studi interdisciplinari.

A scuola per scalfire stereotipi e pregiudizi
Trasmettere ai bambini e alle bambine, attraverso alcune attività ludico-didattiche, il valore delle pari opportunità e abbattere tutti quegli stereotipi che, fin dalla più tenera età, imprigionano maschi e femmine in ruoli predefiniti, granitici, e sono alla base di molte discriminazioni, è l’obiettivo del progetto Il gioco del rispetto.

Dopo la fase pilota dello scorso anno, sta per partire in alcune scuole dell’infanzia del Friuli Venezia Giulia. Accompagnato però da non poche polemiche alimentate, ancora una volta, da chi vuole tenere lontano dalle scuole l’educazione al genere. Come se possa esserci qualcosa di pericoloso nell’illustrare (lo fa uno dei giochi del kit didattico) un papà alle prese con il ferro da stiro e una mamma pilota d’aereo. Alcuni l’hanno definito “una pubblica vergogna”, un tentativo di “costruire un mondo al contrario“, l’ennesima propaganda gender, “lesivo della dignità dei bambini” e inopportuno, perché non avrebbe senso sensibilizzare i bambini contro la violenza sulle donne, “come se un bambino di 4 o 5 anni potesse essere un mostro, picchiatore o stupratore.

Eppure, poter riflettere sugli stereotipi sessuali, combattere i pregiudizi, sviluppare consapevolezza dei condizionamenti storico-culturali che riceviamo, serve anche a prevenire comportamenti violenti e porre le basi per una società più civile.

Le esperienze italiane
Lungo lo Stivale sono diversi i progetti che si prefiggono di abbattere pregiudizi e stereotipi in classe. Per esempio, l’associazione Scosse ha promosso l’anno scorso a Roma La scuola fa differenza, per colmare, attraverso percorsi formativi rivolti a educatori e insegnanti dei nidi e delle scuole dell’infanzia, le carenze del nostro sistema scolastico in merito alla costruzione delle identità di genere, all’uso di un linguaggio non sessista e al contrasto alle discriminazioni. Da diversi anni lo fa anche la Provincia di Siena nelle scuole di ogni ordine e grado.

Così come “da un po’ di anni ”, spiega Davide Zotti, responsabile nazionale scuola Arcigay, “attività di prevenzione dell’omofobia e del bullismo omofobico sono organizzate nelle scuole italiane da Arcigay, Agedo e altre associazioni, attraverso percorsi di educazione al rispetto delle persone omosessuali”.

In Toscana, per esempio, la Rete Lenford ha coordinato una rete di associazioni impegnate in percorsi didattici contro le violenze di genere e il bullismo omotransfobico, per una scuola inclusiva. E a Roma l’Assessorato alla scuola, infanzia, giovani e pari opportunità ha promosso, in collaborazione con la Sapienza, il progetto lecosecambiano@roma, rivolto alle studentesse e agli studenti degli istituti superiori della Capitale. Apripista, però, è stato il Friuli Venezia Giulia, dove da cinque anni Arcigay e Arcilesbica portano avanti il progetto A scuola per conoscerci, che nel 2010 ha ricevuto l’apprezzamento da parte del Capo dello Stato, per il coinvolgimento degli studenti nella formazione civile contro ogni forma di intolleranza e di discriminazione.

Inoltre, il ministero per le Pari opportunità e l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali a difesa delle differenze) hanno elaborato una strategia nazionale per la prevenzione, rispondendo a una raccomandazione del Consiglio d’Europa di porre rimedio alle diffuse discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere (nelle scuole, nel mondo del lavoro, nelle carceri e nei media). In quest’ambito, l’Istituto Beck ha realizzato degli opuscoli informativi per fornire ai docente strumenti utili per educare alla diversità, facendo riferimento alle posizioni della comunità scientifica nazionale e internazionale sui temi dell’orientamento sessuale e del bullismo omofobico. E sono stati organizzati dei corsi di formazione per tutte le figure apicali del mondo della scuola, al fine di contrastare e prevenire la violenza, l’esclusione sociale, il disagio e la dispersione scolastica legata alle discriminazioni subite per il proprio orientamento sessuale.

Da qui la levata di scudi contro l’ideologia gender che destabilizzerebbe le menti di bambini e adolescenti. Perché non solo tra moglie e marito, ma anche tra genitori e figli non si deve mettere il dito: guai a mettere in discussione la famiglia tradizionale e a istillare domande nella testa di bambini e adolescenti che abbiano a che fare con l’identità (sessuale),  l’affettività o la sessualità.

Il genere come ideologia
Se qualcuno del gender ha fatto un’ideologia è stata la Chiesa cattolica”. Non ha dubbi in proposito la Vassallo che, nel suo ultimo libro Il matrimonio omosessuale è contro natura  (Falso!), ci mette in guardia dall’errore grossolano di far coincidere la femmina (quindi il sesso, categoria biologica) con la donna (il genere, categoria socioculturale), o il maschio con l’uomo: negando, in questo modo, identità e personalità a ogni donna e a ogni uomo.

Nei secoli, infatti, la Chiesa cattolica ha costruito l’idea che uomo e donna siano complementari e si debbano accoppiare per riprodursi”. Questo, in pratica, sarebbe il solo ordine naturale possibile. “Invece, se oggi parliamo di decostruzione del genere, non lo facciamo per una presa di posizione ideologica, ma partendo dalla costatazione che, di fatto, non ci sono solo due sessi (ce lo dice la biologia, si pensi all’intersessualità), ci sono più generi e non c’è un unico orientamento sessuale: ovvero quello eterosessuale, che la Chiesa ha sempre promosso, etichettando come contro natura quello omosessuale”.

Ma la natura non è omofoba. Anzi. Nel libro In crisi d’identità, Gianvito Martino, direttore della divisione di Neuroscienze del San Raffaele di Milano, spiega (e documenta) che è un gran paradosso etichettare l’omose

ssualità, ma anche il sesso non finalizzato alla riproduzione, come contro natura. Ci sono infatti organismi bisessuali, multisessuali o transessuali, la cui dubbia identità di genere è essenziale per la loro sopravvivenza. Additare quindi come contro natura certi comportamenti significa ignorare la realtà delle cose, scegliendo deliberatamente di essere contro la natura.

Inoltre, – aggiunge lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, ordinario di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma – non solo ciò che è considerato caratteristico della donna o dell’uomo cambia nel corso della storia e nei diversi contesti culturali, ma anche il concetto di famiglia ha conosciuto e sempre più spesso conosce configurazioni diverse: famiglie nucleari, adottive, monoparentali, ricombinate, omogenitoriali, allargate, ricomposte, ecc. Delegittimarle significa danneggiare le vite reali di molti genitori e dei loro figli. Ci sono molti modi, infatti, di essere genitori (e non tutti sono funzione del genere). Non lo affermo io, ma le più importanti associazioni scientifiche e professionali nel campo della salute mentale dopo più di quarant’anni di osservazioni cliniche e ricerche scientifiche, dall’American Academy of Pediatrics, alla British Psychological Society, all’Associazione Italiana di Psicologia”.

In sostanza – conclude Lingiardi – adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori. Ciò di cui i bambini hanno bisogno è sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, responsabili. Una famiglia, infatti, non è soltanto il risultato di un accoppiamento riproduttivo, ma è soprattutto il risultato di un desiderio, di un progetto e di un legame affettivo e sociale”.

Fonte: Wired.it

 

 

Read More

Grecia: l’inutile gioco del cerino

L’analisi di Giannuli mi sembra lucidissima, la condivido al 100%!

Aggiungo: e se fosse davvero arrivato il momento in cui i governi degli altri Paese della UE optassero per una riduzione del debito greco, facendosene carico essi stessi? Certo, lo so che è pura utopia…ma se ciò diventasse prima o poi inevitabile? Se questo, poi, significasse – ragionando ancora in termini utopistici – che accettando di non farsi ripagare dalla Grecia dovremmo tutti ridurre i propri consumi, stili di vita, aspettative, adottare stili e ritmi più consoni ad una scoietà completamente diversa (e migliore)? Se questo significasse, cioè, doversi piegare alla necessità di una inevitabile solidarietà diffusa, di una ‘decrescita’ che a lungo termine davvero potrebbe rivelarsi ‘felice’ in termini di sostenibilità ambientale, umana e relazionale? Lo so cosa state pensando, che la filosofia, l’idealismo in questi casi non funziona…e che prima di arrivare a una simile situazione – la storia dell’umanità ce lo insegna e quella degli ultimi cento anni in particolare – si dovrà forse passare per guerre, carestie, crisi etc. E pensare che, se ognuno di noi facesse un piccolo sforzo nel proprio quotidiano in termini di rinuncia a qualcosa dell’attuale status quo in nome della solidarietà umana, forse per la prima volta ci sarebbero le condizioni (perché un minimo di coscienza è ormai diffusa in tal senso) per un esito diverso della storia. In fondo il progresso dell’umanità in cosa si concretizzerebbe se non nel progresso delle coscienze? Dafni Ruscetta

Ecco l’analisi di Aldo Giannuli

Come volevasi dimostrare. A quanto pare siamo allo showdown finale: non sappiamo come andrà il referendum, ma se anche i greci votassero sciaguratamente si al piano della troika, ormai saremmo lo stesso alla rottura, perché il gioco del cerino è finito. Se anche la Grecia accettasse le condizioni demenziali poste, fra un mese, alla prossima rata di interessi, saremmo punto e a capo e la troika chiederebbe altro ancora.

tsipras_pensieroso_940Qui il problema non è quello di fare sacrifici inumani per saldare il debito, ma farli per poter continuare a pagare gli interessi in eterno. Le richieste ad Atene parlavano di tagli a salari e pensioni, di aumentare l’Iva del 13% sugli alberghi: tutte misure che avrebbero ulteriormente abbattuto il Pil, facendo crescere in corrispondenza il peso percentuale del debito, con il risultato di nuovi e più pesanti interessi e di gettito fiscale ridotto.

Il punto è che, anche se Tsipras accettasse tutti i diktat dell’Universo e abolisse le pensioni, portasse l’Iva al 30% e vendesse il Partenone ai tedeschi ed i bambini al mercato degli schiavi, lo stesso non ce la farebbe a pagare il debito accumulato, che supera di tre volte il Pil annuo; per cui strozzare il popolo greco servirebbe solo a pagare gli interessi su un debito eterno e, per di più, siccome con una cura del genere il Pil non potrebbe che scendere, il divario aumenterebbe e prima o poi si arriverebbe lo stesso al default.

Tsipras ha tentato di mediare, forse con la riserva mentale di scaricare sui suoi interlocutori la responsabilità della rottura, di fatto un gioco del cerino che però è rimasto fra le sue dita anche se la rottura è decisa dagli altri.

Il governo greco ha dato la sensazione di non fare sul serio: a ogni tornata ha urlato che non avrebbe accettato i diktat della troika, ma poi un pezzo lo lasciava sul campo ogni volta.
Tsipras avrebbe dovuto impostare le cose più seriamente: in primo luogo essere più sincero con l’elettorato e chiarire che il suo programma sarebbe stato quello di ottenere quantomeno la rinegoziazione del debito, anche a costo di arrivare al default ed uscire dall’Euro. Promettere la fine dell’austerità e la permanenza nell’Euro denota o una totale incompetenza o una malafede altrettanto totale (propendo per la prima delle due).

Ottenuto un mandato pieno dall’elettorato, avrebbe dovuto presentarsi alla Bce sin dai primi giorni di governo e porre la questi termini: “o ristrutturiamo il debito, quantomeno con un haircut, o noi non paghiamo neppure un Euro già dalla prossima scadenza e se volete cacciarci dall’Eurozona fate pure, sono pronto ad emettere una moneta provvisoria ed a cercare nuovi partner”. E’ difficile dire cosa avrebbero scelto i partner europei, perché l’espulsione avrebbe comportato dolori molto seri per i greci, ma ne avrebbe causati e di molto seri per la Ue nel suo complesso e per ciascun suo componente. In primo luogo si sarebbe stabilito il precedente della recedibilità dall’Euro (e per di più ex abrupto), quello che non è previsto dai trattati e su cui si è fondata la stabilità dell’Euro sui mercati monetari mondiali.

Non ci vuol  molto a capire che un secondo dopo una decisione del genere, la speculazione finanziaria si sarebbe avventata non tanto sulla Grecia, dove c’è ben poco da mangiare, ormai, ma su Italia, Spagna, Portogallo e probabilmente Francia. Di riflesso le quotazioni dell’Euro avrebbero iniziato a ballare. E questo senza tener conto degli affetti politici di una simile scelta (rafforzamento delle tendenze centrifughe dall’Unione, destabilizzazione della Nato, effetto domino sui paesi con forte indebitamento, rafforzamento delle tendenze populiste ecc.)

Dunque, una scelta forse ancora più problematica per la Ue che per i greci (che, peraltro, avrebbero evitato i salassi di questi mesi) quel che gli avrebbe permesso di negoziare (o almeno provare a farlo) le condizioni dell’uscita della Grecia dall’Euro. Ma una scelta di questo genere avrebbe richiesto una intelligenza strategica, un coraggio ed una radicalità politica che Tsipras o Varufiakis non hanno essendo dei mediocri socialdemocratici.

Ora la rottura avverrà lo stesso, ma nel modo più traumatico per tutti (ed è bene che gli italiani in primo luogo si preparino all’urto). La politica del cerino di Tsipras non è servita a molto, perché ugualmente adesso si trova a gestire  la situazione nel peggiore dei modi: dopo aver illuso i greci che fosse possibile conciliare fine dell’austerità e la permanenza nell’Euro, ora deve guidare il suo paese nella tempesta peggiore, anche perché la Ue si impegnerà a strangolare Atene, sia come deterrente verso gli altri paesi debitori, sia per recuperare credibilità sui mercati monetari mondiali, dimostrando che “non c’è salvezza fuori dell’Euro”.

Per non soffocare la Grecia (che dovrà darsi una sua moneta necessariamente debole) deve cercare urgentemente finanziatori che sostengano la sua ripresa economica e questo può significare solo tre cose:

– Russia, che potrebbe essere interessata tanto al passaggio dei suoi gasdotti sul territorio greco ed ottenere una destabilizzazione della Nato;

– Cina, che potrebbe aprire in Grecia una miriade di filiali delle proprie imprese manifatturiere, invadendo il mercato europeo senza nemmeno i costi di trasporto, ed usare i porti greci (oltre che quello del Pireo che già hanno) come punti di partenza e di arrivo (e la cina sta lavorando a mettere le mani sulla logistica mondiale;

– Emirati arabi che potrebbero fornire le risorse petrolifere a credito in cambio di contropartite come, ad esempio il rifiuto di far passare gasdotti russi sul proprio territorio.

Ottenere le migliori condizioni dipenderà dalle capacità negoziali del governo (che sin qui, per la verità, non ha brillato).

La moneta “debole” peraltro, si rivelerebbe rapidamente un vantaggio netto sulle economie Euro per quanto riguarda le esportazioni.

In prospettiva, se la Grecia dovesse ripartire sarebbero problemi molto seri soprattutto per i paesi meridionali della Ue.

Nell’immediato, invece, il precipitare della crisi greca agirà  da forte acceleratore nella crisi del debito pubblico europeo.

Fonte: blog di Aldo Giannuli (l’immagine è tratta dal sito stesso)

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

Una lettura critica ambientalista e libertaria della Enciclica Laudato sì di Papa Francesco

di Paolo Cacciari

Eddyburg.it 23 Giugno 2015. I molti meriti di un documento di eccezionale rilievo che non arriva però «a condividere l’“ecologia profonda” teorizzata dagli ecofilosofi – per primo da Arne Naess – portatori di una critica radicale all’utilitarismo antropocentrico, oltre che al “pragmatismo utilitaristico”». Dopo mezzo secolo dalla Primavera silenziosa della Carson (1964), dai Limiti della crescita del Club di Roma (1968), dalle teorie sulla dinamica dei sistemi complessi di Bateson, di Capra e di Commoner, per non ricordare gli scafali ricolmi di studi delle agenzie scientifiche internazionali sul collasso dei principali cicli bio-geo-chimici del pianeta, le scienze ecologiche varcano i sacri sogli della Chiesa romana. L’enciclica di Bergoglio è innanzitutto un omaggio – esplicito in molti passaggi – alle scienze naturali e ai movimenti sociali che le hanno sorrette.

La parte centrale è un meticoloso compendio di tutte le battaglie ecologiste in corso: “Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza” (§ 13, § 166). Il popolo ambientalista, quindi, non può che rallegrarsi ed entusiasmarsi nel constatare che un papa si preoccupa dei “corridoi ecologici”, del traffico automobilistico privato nelle città, della rotazione delle colture… solo per ricordare alcuni degli esempi tra i tanti trattati nell’enciclica Laudato sì. Irrisi come catastrofisti retrogradi, romantiche anime belle e via dicendo, è venuto il momento della rivincita per tutte quelle persone, quei comitati, quelle associazioni che hanno fatto della difesa della qualità dell’ambiente naturale e della salute la ragione principale del loro impegno civile.

Il “saccheggio della natura” (§ 192) ha inghiottito l’umanità in una “spirale di autodistruzione” (§ 163). “Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia” (§ 161). “L’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia” (§ 165). “Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” (§ 53). E potremmo continuare citando giudizi che non ammettono scuse sui “crimini contro la natura” (§ 8) commessi dagli umani contemporanei.

Ma c’è di più. Bergoglio va molto oltre il tradizionale ambientalismo in auge nei paesi ricchi e lo stesso movimento politico “verde” troppo spesso portatori di una visione della questione ecologica separata da quella sociale. Crisi ambientale e sofferenza degli esclusi, dei poveri, degli “scarti umani” sono visti dalla enciclica in “intima relazione” (§ 16). Ambiente umano e ambiente naturale si degradano o si salvano assieme.

Bergoglio sente la necessità di accostare sempre al sostantivo “ecologia” l’aggettivo “integrale”, nel doppio senso di ecologia integrata alle dimensioni umane e sociali e di ecologia opposta a quella “superficiale” (§ 59) di facciata, evasiva, che non incide sulle cause del degrado ambientale e che non tiene conto delle connessioni funzionali tra tutte le forme di vita del pianeta: “Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta” (§ 2). Biologia e Libro della Genesi sono in sintonia: “Noi stessi siamo terra”. Da qui la constatazione che: “L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune” (§ 164).

Niente di meno che una “conversione ecologica globale”(§ 5) e una “conversione comunitaria” (§ 219) capaci di “eliminare le cause strutturali” del degrado ambientale che si trovano nelle relazioni sociali, nei comportamenti individuali, nel sistema normativo, nelle “forme del potere derivate dal paradigma tecno-economico” (§ 53) dominate e performante la cultura delle persone. Insomma, Bergoglio pensa che: “Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale” (§ 114) che investe tutti i campi dell’agire umano e – prima ancora – della capacità del genere umano di pensarsi su questa terra, di dare un senso alla vita di ogni essere umano. “Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso” (§194).

Non sono richiesti piccoli aggiustamenti. Con buona pace dei sostenitori della green economy, delle smart cities e degli altri business verdi, Bergoglio sferra una spallata definitiva all’ambigua parola d’ordine della “crescita sostenibilità” che tiene banco nelle agenzie dello sviluppo economico da decenni: “La crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine” (§ 194). “Quando si parla di ‘uso sostenibile’ bisogna sempre introdurre una considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi diversi settori e aspetti” (§ 140).

La valutazione degli impatti ambientali va svolta seriamente. Il principio di precauzione va applicato rigorosamente. “Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro” (§ 194). Non ci può essere compromesso tra i valori intrinseci degli esseri viventi (tutti: piante e animali non umani compresi) e loro valorizzazione economica, monetaria. Il dilemma tra salute e denaro a cui quotidianamente il sistema industriale costringe ognuno di noi come produttore o come consumatore o come abitante è respinto al mittente e risolto senza tentennamenti a favore della preservazione della vita.

Le forti e inedite parole del Papa sicuramente serviranno a scuotere molte centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, non solo tra i credenti cristiani, portandole a rafforzare le fila di quanti si battono per la giustizia ambientale e sociale, a partire dalle mobilitazioni in vista della Conferenza delle parti prevista a Parigi in dicembre per riscrivere il protocollo di Kioto. Ma – mi chiedo – riusciranno a far breccia anche nelle menti e nei cuori dei potenti della terra?

I repubblicani di Washington hanno già fatto sapere che lo stile di vita degli statunitensi non cambierà certo per le suggestioni che provocano le Laudi a Dio di un santo vissuto qualche secolo fa da questa parte dell’Atlantico ad Assisi. E temo che non si faranno commuovere nemmeno le plutocrazie finanziarie che tengono i fili dei governi nazionali attraverso il debito, il ricatto occupazionale, i media e quant’altro è in loro possesso. Non solo per la loro insensibilità etica e morale, ma perché penso che le tesi della enciclica, nonostante la loro novità e forza, siano ancora al di sotto del bisogno.

I punti di attacco che papa Bergoglio indica per avviare la necessaria “rivoluzione culturale” sono due: il superamento del “paradigma tecno-economico”, più e più volte nominato (§ 53), e la fuoriuscita dal “paradigma utilitaristico” (§ 215) dalla “ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole)” (§ 210). Il primo riguarda l’organizzazione politico-economica della società mondializzata, il secondo l’antropologia sociale. In tutti e due i casi il capo della Chiesa sembra non volere arrivare al nocciolo della questione e giungere a nominare la bestia che scatena l’apocalisse: la logica economica del capitalismo e il suo presupposto antropologico: l’individualismo possessivo dell’homo oeconomicus.

Ho l’impressione che in alcuni discorsi precedenti e nella esortazione Evangelii Gaudium dello scorso anno (vedi Tornielli e Galeazzi, Papa Francesco. Questa economia uccide, Piemme, 2015), papa Bergoglio fosse andato più in là. Nella nuova enciclica vengono evidenziate le aporie fondamentali del mercato e delle tecno-scienze, ma non mi pare che se ne colga la loro origine nel sistema di relazioni sociali e umane che il capitalismo (mai nominato nell’enciclica, in nessuna delle sue forme più o meno liberiste) determina. E’ certo importantissimo affermare che: “L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi di mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente”. E che: “occorre evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui.” (§ 190).

Ma la debolezza del ragionamento di Bergoglio sta nel non chiedere esplicitamente il superamento dei meccanismi di dominio che la concentrazione del potere economico determina sul genere umano. Bergoglio sembra molto più preoccupato dell’attività di una generica e impersonale “tecnocrazia” che non della plutocrazia che domina il mondo ai vertici di poche centinaia di multinazionali che controllano l’80% della produzione di ricchezza del pianeta.

Non sono solo la “rendita finanziaria che soffoca l’economia reale” (§ 109), nemmeno il “profitto economico rapido” (§ 54) e il “consumismo compulsivo” (§ 203) che impediscono di transitare verso una società responsabile, più equa e armoniosa, ma i principi e le logiche stesse che reggono l’economia di mercato capitalistico: la mercificazione delle risorse naturali e l’alienazione del lavoro umano, l’accumulazione monetaria e la privatizzazione dei profitti, la concentrazione dei poteri. Senza queste precisazioni, senza nominare quali sono i gruppi ai vertici delle istituzioni economiche e finanziarie, private e pubbliche, che formano “la minoranza che detiene il potere” (§ 203), il sacrosanto bisogno di costruire “un’altra modalità di progresso e di sviluppo” (§ 191) rischia di rimanere una perorazione astratta.

Così come, sul versante più culturale, Bergoglio sembra volersi collocare a metà strada: oltre l’ambientalismo main stream, ma senza arrivare a condividere l’“ecologia profonda” teorizzata dagli ecofilosofi – per primo da Arne Naess – portatori di una critica radicale all’utilitarismo antropocentrico, oltre che al “pragmatismo utilitaristico” (§ 215). Bergoglio afferma che siamo in presenza di un “antropocentrismo deviato” (§ 119) e “dispotico” (§ 68), derivante da una cattiva interpretazione del Libro della Genesi. “Una interpretazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo (…). Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile” (§116).

Una espressione molto vicina a quella che Gandhi usava per definire l’economia fiduciaria: trustee ship. “Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento” (§ 68). Ma, aggiunge Bergoglio: “Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità”. Più avanti nella Laudato sì si chiarisce il concetto ancora più esplicitamente: “il pensiero cristiano rivendica per l’essere umano un peculiare valore al di sopra della altre creature” (§ 119).

La preoccupazione della Chiesa romana continua ad essere quella di non “cedere il passo a un biocentrismo” (§ 118) e ad una “divinizzazione della terra” (§ 90), come fu già con Ratzinger che, nella Caritas in vertate, si scagliava contro gli “atteggiamenti neo pagani” di chi pensa che la natura sia un tabù intoccabile. Non si tratta, ovviamente, di adorare “lo frate sole”, “sora luna e le stelle”, “sor’aqua” e “frate focu”, ma di riconoscere – come fa la bioeconomia – che il sistema economico e sociale umano è un sottosistema dipendente da quello naturale. Trattare la biosfera con una certa sacralità non nuocerebbe affatto alla causa della sua conservazione.

La critica che Bergoglio muove all’antropocentrismo non arriva al superamento della visione gerarchica specista del creato. Quell’edificio a piramide ben descritto da Max Horkheimer (Crepuscolo, 1933) “la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale”. Nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, c’è ancora scritto: “Credenti e non credenti sono generalmente d’accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come suo centro e a suo vertice”.

Nonostante notevolissimi passi avanti anche lessicali (il modo tradizionale di scrivere “uomo” in rappresentanza di tutta l’umanità è stato abolito a favore della locuzione “essere umano”, più rispettosa delle donne) e nonostante gli influssi di Francesco d’Assisi, l’“etica ecologica” e la “spiritualità ecologica” (§ 216) di Bergoglio, non si avvicinano ancora all’“etica della terra” auspicata da Aldo Leopol (Almanacco di un mondo semplice) e nemmeno al bio-umanesimo dei movimenti latinoamericani che hanno ispirato la costituzione dell’Ecuador e dotato Pacha Mama di diritti inviolabili.

La transizione dall’attuale economia predatoria alla auspicata “cultura della cura” (§ 231) dei beni comuni del creato e il superamento dei paradigmi tecno-economici oggi prevalenti (la crescita per la crescita, il consumismo come compensazione alla perdita di senso del lavoro) potranno avvenire solo se si abbatteranno le relazioni di potere asimmetriche che si determinano nei rapporti tra le persone: tra le ricche e le povere, tra quelle incluse ed quelle escluse, tra quelle libere e quelle subordinate. Democrazia è un’altra parola che non compare nell’enciclica. Eppure è difficile pensare ad un percorso di liberazione umana che non abbia la centro le istanze dell’autogoverno e dell’autodeterminazione, secondo l’incontenibile desiderio di libertà che vi è in ognuno essere umano. Un conflitto permanente è in corso. Va riconosciuto e aiutato, perché, ha ragione Bergoglio: “mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza” (§179).

Le buone pratiche di sostenibilità individuali e familiari sono prese in grande considerazione dalla enciclica. Per due motivi: primo, “La felice sobrietà (…) vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante” (§ 223, § 224), aiuta a diminuire le ansie competitive e a trovare il tempo per realizzare i propri autentici bisogni; secondo, creano “reti comunitarie” (§ 219) che aiutano a formare le trame di relazioni della nuova società. In questo contesto Bergoglio giunge anche a sperare che sia “arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo” (§ 193). Una decrescita vista solo in termini meramente redistributivi, anche se viene auspicato che possano sorgere “nuovi modelli di progresso (…) la qual cosa implica riflettere responsabilmente sul senso dell’economia e sulla sua finalità” (§ 194).

In definitiva, l’irruzione della questione ambientale nella Chiesa mette a nudo le contraddizioni di un sistema economico naturalmente insostenibile e umanamente insopportabile, per il carico di sofferenze e ingiustizie che comporta. Chiama cattolici e non ad attivarsi per superare le cause strutturali e culturali che determinano questo pericoloso stato di cose. Lascia aperte le porte per sperimentare le vie di uscita possibili. E non si potrebbe chiedere di più.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Read More

Gli italiani sempre più “declinisti felici”. E la vita vale più dei consumi.

“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.”
Mahatma Gandhi.

url.png

E’ racchiusa in questa profetica citazione della grande anima dell’India, il percorso della decrescita felice. Siamo a metà del percorso tra il combattimento e la vittoria. E i segnali di quest’ultima sono sempre più evidenti. Con buona pace di coloro che pensano che un mondo finito possa crescere all’infinito indipendentemente dal pianeta stesso.

Sempre più italiani iniziano a capire che le tematiche legate alla decrescita felice non solo sono reali e vere ma che siano sempre di più auspicabili. E sono sempre di più gli italiani che iniziano a praticarle. Questo è quanto emerge da una recentissima ricerca del Community Media Research per “La Stampa”, secondo il quale il 70% della popolazione è attenta a equilibrio e sostenibilità del progresso.

Pubblichiamo di seguito la ricerca, sempre più convinti che la strada intrapresa diversi anni fa si stia rivelando ogni giorno di più la migliore possibile.

Viviamo una metamorfosi inconsapevole, una stagione segnata da trasformazioni sociali ed economiche radicali. Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne la portata reale. Siamo immersi in un «presente continuo» generato dalle nuove tecnologie che fondono passato e futuro in qualcosa che appare tutto contemporaneo. Senza rendercene conto, stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo. L’occasione di Expo sotto questo profilo è emblematica. Una molteplicità di Paesi espone non solo architetture o cibi, ma le idee di progresso che li connotano. Un’evoluzione diversa da quella che ha originato le nostre società, e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare su una disponibilità illimitata di risorse e deve immaginarsi più equa e sostenibile.

Diversi progressi

Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde. Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice. La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto interno lordo (Pil) è da anni messa in discussione e si cercano nuovi indicatori. Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche della salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione.

 

 

 

La ricerca

Su questi temi, la ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha interpellato gli italiani per comprendere quale sviluppo economico ritengano auspicabile. Un elemento svetta in modo netto e coinvolge circa i tre quarti (72,0%) della popolazione, in particolare fra gli abitanti del Nord-Est e del Centro-Sud. Non è pensabile fermare il progresso e la crescita economica, è necessario continuare a produrre e lavorare, ma mutandone il carattere: bisogna prestare attenzione soprattutto alla sostenibilità e alla qualità dello sviluppo. Dunque, è diffusa l’idea che il progresso abbia traiettorie non arginabili. Pur tuttavia, è urgente indirizzarlo all’insegna di un maggiore equilibrio con l’ambiente e nei confronti delle diverse aree del pianeta. Soprattutto, che metta al centro la qualità della vita. All’opposto, troviamo quanti ritengono non si debba uscire dalla strada fin qui percorsa, che si debba continuare a lavorare e produrre come abbiamo fatto finora perché altrimenti rischieremmo di perdere la ricchezza costruita. È una quota marginale (5,0%) e con una particolare concentrazione nel Mezzogiorno. Fra queste posizioni, si collocano due punti di vista diversi, ma prossimi fra loro. Da un lato, quanti esprimono in modo manifesto l’idea che la qualità della vita sia determinata da una riduzione drastica di ritmi di produzione e consumi. Anche questo caso annovera un nucleo di persone contenuto (17,6%), ma non marginale soprattutto al Nord-Ovest, dove lo sviluppo industriale di matrice fordista ha avuto la maggiore presenza. D’altro lato, si osserva un orientamento difensivista. Il benessere attuale può bastare: l’importante è difenderlo (5,4%).

I profili

Volendo offrire una misura di sintesi, abbiamo costruito il profilo degli orientamenti verso lo sviluppo economico. Il gruppo più cospicuo è formato dai «sostenibili» (72,0%) che mettono l’accento sull’equilibrio e la qualità del progresso. Tale posizione è particolarmente presente presso la componente maschile, dei 60enni e degli studenti. Molto distante troviamo il gruppo dei «declinisti felici» (23,0%). È una quota minoritaria, ma non esigua e che trova diffusione in particolare presso donne, 50enni, laureati e abitanti nelle aree di più antica industrializzazione (Nord-Ovest). Infine, i «conservativi» (5,0%) che propongono di non mutare il modello di sviluppo fin qui perseguito. È una quota marginale, diffusa tra gli ultra 65enni, casalinghe, abitanti nel Mezzogiorno e con basso titolo di studio. Sostenibilità ambientale, equilibrio dello sviluppo globale, centralità della qualità della vita costituiscono le aspettative verso lo sviluppo economico per la grande maggioranza degli italiani.

Daniele Marini

Fonte: LaStampa.it, successivamente ripubblicato anche da MDF (Movimento per la Decrescita Felice)

Read More

Perché mi auguro che non ci sia accordo tra Ue e Grecia

di Giorgio Cremaschi su L’Huffington Post

o-GREXIT-facebook.jpg

Idioti! Pare che così commentasse il presidente del consiglio francese Deladier rivolto alle folle festanti che lo accolsero per l’accordo di Monaco del 1938, ove la grande Germania di Hitler umiliava la piccola Cecoslovacchia con il concorso di tutta l’Europa. Naturalmente tutto è diverso da allora e i paragoni son sempre forzature, se non per tre singolari coincidenze. La prima è che la piccola Grecia con un Pil inferiore al 2% della Ue si trova ad una tavolo con rapporti di forza a proprio danno simili a quelli della Cecoslovacchia del 1938. La seconda è che un eventuale accordo di Bruxelles provocherebbe in Europa una euforia incosciente simile a quella di 77 anni fa. La terza è che l’accordo, almeno per la Grecia, non risolverebbe nulla, rinviando solo per un po’ di tempo la resa dei conti con il tentativo di quel paese di abbandonare le politiche di austerità. Purtroppo in assenza di mutamenti profondi nelle politiche economiche della Germania e di tutta la Ue, un eventuale compromesso di facciata che allentasse il cappio del credito sulla Grecia, servirebbe solo a logorare la credibilità ed il consenso del governo di Syriza, servirebbe a “renzizzare” Tsipras. Poi tra qualche tempo la Ue e la Troika tornerebbero all’attacco, per far definitivamente fallire il solo esperimento politico di sinistra nel continente europeo colpito dalla crisi e così riproporre con ancora più arroganza la politica di austerità.

Queste considerazioni non rappresentano in alcun modo una critica al governo greco. Nessun europeo di sinistra ha diritto oggi di suggerire o proporre ai greci, di fronte al silenzio, alla complicità, alla rassegnazione che in tutto il continente ha accompagnato l’intervento della Troika verso quel paese. I grandi sindacati, i partiti socialisti son stati o complici dei creditori o passivi. La sinistra radicale non è riuscita a fare nulla di significativo. Le nuove forze indignate son troppo giovani e troppo legate alla crisi dei loro paesi per costruire una iniziativa internazionale. La destra euroscettica conservatrice e fascista ovviamente ha solo da guadagnare dal crollo delle speranze suscitate da Syriza. In sintesi, la Grecia è sola e noi possiamo solo colpevolmente stare a guardare. Ciò nonostante c’è da augurarsi che il confronto impari di Bruxelles si concluda senza accordo e che l’Europa precipiti nella crisi di sistema che merita e che è necessaria perché le cose cambino.

Sgomberiamo il campo dai valori civili e morali. Questa Europa li ha sommersi nelle scogliere di Ventimiglia e nelle frontiere del Donbass ucraino ove sostiene truppe che si fregiano di simboli nazisti. Se nel passato si era potuto coprire gli interessi finanziari con i superiori valori democratici del continente, oggi questa ipocrisia mostra tutta la sua malafede. Questa Europa difende solo le sue ricchezze e i suoi ricchi, e cerca di associare i suoi sempre più numerosi poveri a questa lotta contro il testo del mondo. Non c’è nulla di progressivo e avanzato in un continente che distrugge il suo più importante risultato, lo stato sociale, e poi cerca di indirizzare la rabbia dei suoi esclusi verso quelli che stanno fuori. Se si ragionasse sul piano morale questa Europa sepolcro imbiancato meriterebbe solo di essere travolta.

Ma anche sul piano più cinicamente economico bisogna augurarsi la rottura. Il merito della cosiddetta trattativa tra il governo greco e la Troika è di aver fatto emergere due verità di fondo. La prima è che l’Unione e europea è guidata dalla Germania, è un sistema planetario con al centro il sole tedesco. Questo sistema si confronta poi con quello che ruota attorno agli Usa, con il Fmi, persino con i Brics. Ma sempre secondo gli interessi e le regole dettate dal paese guida. Non c’è l’Europa, c’è la Germania. La seconda verità l’ha brutalmente ammessa il ministro delle finanze tedesco Schauble, che ha dichiarato che Euro ed austerità sono la stessa cosa. È vero, la moneta unica non è solo una moneta, ma un modello di sviluppo economico. Basta guardare i trattati che l’hanno istituita, a partire da quello che varò il serpente monetario europeo nel 1979, al quale il Pci di Enrico Berlinguer si oppose rompendo la politica di unità nazionale con la Dc. Per poi passare a Maastricht, al fiscal compact e a quel mostruoso pareggio di bilancio costituzionale, che fa sì che il ministro Padoan possa rimproverare alla Corte Costituzionale di non essere compatibile.

L’Euro e le politiche di austerità sono coniate dalla stessa zecca e hanno lo stesso corso legale, anzi hanno lo stesso scopo. Quello di affermare sul continente europeo un sistema di capitalismo selvaggio che travolga diritti del lavoro, contratti, servizi, pensioni e scuola pubblica. Un modello americano a trazione tedesca questa è l’economia dell’Euro. È riformabile? La vicenda greca di questi mesi dimostra di no. La questione non è il debito. Un mese di quantitative easing con cui la Banca Centrale Europea finanzia il sistema bancario perché finanzi il debito, vale 70 miliardi. La Grecia ne chiede 7. Quando nel giugno 2011 il presidente Napolitano proclamò la necessità dei più ampi sacrifici per ridurre il debito, questo era pari a 1900 miliardi. Ora siamo a 2200 miliardi, trecento in più, una cifra pari a tutto l’ammontare del debito greco. Ma l’Italia è virtuosa perché ha tagliato le pensioni e garantito la libertà di licenziamento e persino di spionaggio dei lavoratori. L’Italia è virtuosa perché fa le “riforme” chieste dalle banche e aggiunge altre privatizzazioni alle tante già disastrosamente realizzate. L’Italia è virtuosa perché il suo governo riceve gli applausi di Marchionne. La Grecia invece con il nuovo governo ha timidamente tentato di fare un’altra politica, e per questo va posta all’indice.

Questa Europa non è riformabile, così come non lo era quella dominata dalla Santa Alleanza degli imperatori del 1848. Certo se scoppiasse una rivoluzione in Germania tutto cambierebbe. Ma in attesa che quello accada, la sola possibilità di costruire un’alternativa all’austerità sta nella rottura della macchina europea e del suo cardine monetario: l’euro. Come ha scritto Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Sii: “Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro…” Lo stesso vale per i diritti sociali, non c’è conciliazione tra essi e l’austerità, non c’è una via di mezzo.

Per questo una rottura a Bruxelles ci porterebbe in una terra sconosciuta, come ha detto Draghi, dove le vecchie politiche di austerità non potrebbero più essere imposte e guidate con il pilota automatico. Certo non sarebbe il ritorno all’Eden, ma a quel punto le politiche pubbliche e di eguaglianza sociale avrebbero una possibilità, possibilità che viene totalmente negata dal sistema europeo attuale. La crisi della moneta unica farebbe avvicinare l’Italia alla Grecia, alla Spagna, a paesi con economie e problemi simili e forse fermerebbe anche la marcia angosciante e catastrofica verso il confronto militare con la Russia. Insomma la rottura dell’Europa dell’euro non sarebbe la soluzione, ma la premessa indispensabile per trovare una soluzione giusta alla crisi. La Grecia naturalmente all’inizio verrebbe sottoposta a tutte le minacce e rappresaglie possibili e sarebbe necessaria verso quel paese la solidarietà che finora non c’è stata. Ma alla fine, magari con opportuni accordi con i BRICS, quel paese mostrerebbe a tutto il continente che la via sconosciuta costruisce più futuro di quella nota che non porta a nulla.

Ma qui mi fermo perché è molto più probabile che alla fine un accordo finto si trovi e che tutto continui andare avanti verso il baratro. A quel punto l’opinione pubblica europea e le Borse festeggeranno lo scampato pericolo. Idioti.

Fonte: L’Huffington Post

Read More

Un modo diverso di vivere? È già qui

Sieben Linden: un magnifico esempio di un diverso modo di vivere, più a contatto con se stessi e con gli altri dove il valore della condivisione, dell’umanità e dell’etica sociale e ambientale sono riportati al centro. L’ecovillaggio tedesco, uno degli esempi di maggior valore in Europa, si racconta qui attraverso le parole di Eva Stützel, cofondatrice di Sieben Linden e consulente internazionale di progetti comunitari da 15 anni.

di Marìca Spagnesi

Intervista e traduzione a cura di Marìca Spagnesi collaboratrice di LLHT.

Se ne sa ancora pochissimo, non se ne conoscono ancora appieno lo spirito, il valore e l’importanza per una vita più a misura di essere umano. Che si sia portati oppure no, attratti oppure  no da uno stile di vita comunitario, di sicuro l’esempio di Sieben Linden dimostra che un progetto di vita differente, in armonia con noi stessi e con l’ambiente che ci ospita, è possibile. Ed è possibile pensarlo e realizzarlo anche in Italia. Peraltro ci sarà occasione di ascoltare direttamente Eva Stützel al Parco delle Energie Rinnovabili in Umbria, durante il corso dal titolo “Costruire la società del futuro” dal 3 al 5 luglio.

Eva, ci puoi dare una definizione di ecovillaggio?

«Un ecovillaggio è un villaggio consapevolmente progettato dai suoi abitanti in una dimensione sociale, ecologica, economica e culturale».

Quali sono gli elementi che caratterizzano questa realtà?

«Un rapporto consapevole con tutto ciò che ci circonda: la natura, gli altri esseri umani e noi stessi. Questo comprende uno stile di vita ecologico, interazioni con le altre persone improntate al rispetto, consumo consapevole e, prima di tutto, prendersi la responsabilità della propria vita, da tutti i punti di vista».

Quali sono i vantaggi per l’individuo che decide di entrare a farne parte? E per la comunità quali sono i benefici? Parti dall’esempio di Sieben Linden, dove vivi.

«Il vantaggio principale è quello di vivere una vita piena di obiettivi. Sappiamo che con la nostra vita siamo una parte della soluzione ai problemi della società e non (non così tanto, almeno) parte del problema. Devo dire “non così tanto” poiché la nostra impronta ecologica è ancora oltre le possibilità della terra di sostenerla. Per me personalmente, il vantaggio principale di vivere in un ecovillaggio è vivere in una comunità che mi supporta in molti modi: nella mia crescita personale, nell’aiutarmi a crescere mio figlio, mi dà la possibilità di realizzare cose che non sarei in grado di realizzare da sola. Per la comunità intorno all’ecovillaggio è una fonte di ispirazione che mostra una prospettiva per le regioni rurali. E’ un villaggio dove le persone vengono a vivere e dove sono nati molti bambini, mentre in tutti gli altri paesi le persone se ne vanno e rimangono a viverci solo gli anziani. Quindi è un importante contro-fattore allo sviluppo demografico che sta minacciando le aree rurali oggi».

Privacy e comunità. Come rispondi a chi ha paura che la vita in un ecovillaggio non rispetti le esigenze di privacy individuale, della coppia o della famiglia?

«La risposta semplice è che noi a Sieben Linden abbiamo la massima considerazione della privacy. Rispettiamo le esigenze degli individui, delle coppie e delle famiglie. Sono i pilastri della comunità. Se gli individui non stanno bene, se le coppie sono in difficoltà, se le famiglie non funzionano, la comunità non funziona. Quindi abbiamo un grande rispetto dell’esigenza di privacy. Nessuno entrerebbe mai nella tua stanza senza bussare o senza un invito. Allo stesso tempo, però, abbiamo capito che la “trasparenza” è un fattore importante per creare la comunità. Questo significa che noi informiamo noi stessi dei nostri sentimenti e di cosa è importante per noi. Abbiamo capito che la comunicazione autentica e la condivisione è importante e crea fiducia e un senso di comunità. Per questo noi condividiamo molti dei nostri problemi nelle nostre relazioni o nelle nostre famiglie. Per noi questo non rappresenta una contraddizione riguardo alla privacy. Naturalmente ciascuno ha il diritto di decidere che cosa condividere ma abbiamo capito che è sempre un sollievo condividere molte cose che normalmente vengono tenute segrete».

Ci sono rischi? Per esempio c’è un rischio di isolamento dal resto della comunità al di fuori dell’ecovillaggio? Che rapporti avete con la realtà “fuori”?

«Il rischio principale che vedo per noi è che, poiché lavoriamo molto senza essere pagati o soltanto in cambio di un piccolo stipendio, saremo tutti poveri quando saremo anziani e prenderemo pensioni molto basse. Speriamo che la comunità ci darà allora alcuni vantaggi visto che abbiamo realizzato la comunità con il nostro lavoro, ma possiamo davvero contarci? C’è indubbiamente un certo isolamento dal resto della società fuori dall’ecovillaggio. La maggioranza di noi ha la maggior parte degli amici all’interno del villaggio e non ci sono molti contatti con l’esterno. Ma abbiamo amici nella regione, ci sono molte cooperazioni, molti di noi sono politicamente impegnati nella regione stessa, alcuni lavorano in progetti regionali o ambientali, abbiamo alcuni impiegati che vengono dalla regione, alcuni di noi ci lavorano. Quindi c’è un legame ma mi piacerebbe che ce ne fossero di più. Siamo collegati col resto del mondo che condivide i nostri valori attraverso i seminari e le reti di cui facciamo parte. Ma questo significa essere in contatto con persone che la pensano come te e che vivono in tutto il mondo, abbiamo molti contatti in questo senso. La sfida è, piuttosto, stabilire buone relazioni con la gente che vive in contesti tradizionali nella nostra regione che è un’area rurale convenzionale e piuttosto scettica nei confronti dei cambiamenti».

I bambini: che rapporto hanno con i coetanei che non fanno parte della comunità? Qual è l’esperienza riportata dai giovani che vi sono nati e cresciuti senza, quindi, averlo potuto scegliere?

«Abbiamo circa 40 bambini che hanno molti amici fuori dall’ecovillaggio e sono rispettati e ben visti nelle loro scuole. Abbiamo spesso il feedback che i nostri bambini contribuiscono molto alla coesione delle loro classi poiché hanno un’alta competenza sociale. I nostri ragazzi sono molto orgogliosi di essere i giovani di Sieben Linden. Hanno Sieben Linden per lo studio e per la formazione professionale ma sono ben collegati con altri giovani che vivono in comunità e amano viverci. Adesso ci stanno chiedendo chiarezza circa la possibilità di poter sempre tornare a Sieben Linden anche se i loro genitori se ne sono andati. Vedono il nostro ecovillaggio come la loro casa e vogliono che rimanga tale anche se vivono altrove».

Qual è l’impatto dell’ecovillaggio sull’ambiente che lo circonda? In che modo influisce sulle persone e il territorio che lo circondano?

«E’ stato realizzato uno studio sulla nostra impronta ecologica che dice che è circa il 70 per cento inferiore rispetto all’impronta di un tedesco medio. Ma non è abbastanza per salvare il mondo».

Dal momento in cui Sieben Linden è stato fondato quali sono state le problematiche emerse più spesso? E come le avete risolte?

«Il problema principale che abbiamo dovuto affrontare è stato che a un certo punto la chiesa locale aveva messo in giro la notizia secondo cui eravamo una setta pericolosa. Siamo riusciti a convincerli che era solo l’idea di un sacerdote che era forse paranoico e che, se avessero visto più da vicino la nostra realtà, avrebbero scoperto che non lo siamo affatto. Ma ci sono volute 4 settimane durante le quali i media locali hanno fatto molto per distruggere la nostra reputazione».

Quali sono, invece, le problematiche che  state cercando di risolvere?

«Il nostro problema nell’immediato è fare in modo che le persone si impegnino continuativamente per la gestione della comunità. Molti hanno da fare con il loro lavoro, la loro vita, la loro famiglia e la comunità nella sua dimensione ha bisogno di impegno. Al momento è difficile trovare persone che si prendano la responsabilità in questo senso».

Che cosa ti ha insegnato personalmente vivere a Sieben Linden?

«Moltissimo. Credo, prima di tutto, di aver imparato a credere che i sogni possono avverarsi se lavori per realizzarli e se ti lasci trasportare dalle tue intuizioni».

Quali sono i requisiti necessari perché un individuo o una famiglia possa entrare a far parte della vostra realtà?

«Il requisito principale è che le persone siano consapevoli del fatto che vivere in una comunità è sempre una sfida per la propria crescita personale e che possiamo vedere tutto quello che ci succede come qualcosa da cui possiamo imparare. Così puoi affrontare le sfide della vita di comunità».

In che modo l’individuo o la famiglia partecipa al funzionamento dell’ecovillaggio?

«Ciascuno deve occuparsi delle faccende domestiche ma l’impegno per la gestione dell’ecovillaggio è volontario. Ecco perché è difficile al momento trovare qualcuno che se ne occupi».

Ci sono vantaggi economici oltre ai grandissimi benefici umani? Puoi darcene un’idea? Con quanti soldi, ad esempio, una famiglia può vivere a Sieben Linden?

«Le persone possono vivere spendendo molto meno a Sieben Linden che nelle città grandi in Germania. Ma la vita è più cara da noi  rispetto alle campagne vicine. Noi costruiamo in modo ecologico e compriamo solo biologico e da commercio equo-solidale. E tutto questo ha un costo. Se si vuole vivere con pochissimo, è meglio vivere in campagna con progetti individuali. I vantaggi economici sono che tutti abbiamo molta ricchezza anche se non abbiamo molti soldi. Disponiamo di una sauna, organizziamo serate cinema tutte le settimane, feste da ballo, corsi di yoga, abbiamo una piscina naturale, macchine a disposizione anche se non ne possediamo una».

Come vedi il futuro degli ecovillaggi nel mondo?

«Credo che ce ne saranno di più, in futuro, ma la cosa più importante è che ci saranno più persone che vivranno consapevolmente e su base comunitaria come facciamo noi. L’auspicio è che lo facciano ovunque non solo in ecovillaggi o in comunità ma che creino uno spirito comunitario anche a casa loro, nelle loro strade, nel loro quartiere o condominio. E che ci siano molti progetti di condivisione e mutuo aiuto. Spero che le idee e i valori degli ecovillaggi diventino un giorno la norma anche per le persone che vivono in contesti normali».

Che cosa serve per essere felici, Eva?

«Una vita piena di obiettivi, buone relazioni umane e, naturalmente, salute, pace, cibo sufficiente e una casa per ripararsi».

Dal 3 al 5 luglio a Parco delle Energie Rinnovabili in Umbria ci sarà l’occasione di incontrare Eva Stützel durante il corso dal titolo

Costruire la società del futuro.

Il valore e il senso della comunità partendo dall’esempio dell’ecovillaggio tedesco di Sieben Linden

Appuntamento assolutamente da non perdere.

QUI TUTTE LE INFORMAZIONI PER PARTECIPARE

Fonte: Il cambiamento culturale

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Omosessualità, adozioni, poligamia

di Giuseppe Elia Monni

Pur essendo, da sempre, un convinto eterosessuale, non ho mai trovato nulla di immorale o innaturale nell’omosessualità. L’ho sempre considerata una cosa strana e, per me inspiegabile, non diversamente da come considero strane ed inspiegabili tante altre passioni umane, come quelli che mangiano aglio crudo o guardano film con Van Damme. Io non lo farei mai, e sono comportamenti che osservo con istintivo irrazionale sospetto, per il solo semplice motivo che trovo le donne così attraenti ed appaganti da domandarmi come si possa rinunciarci. Poi però mi guardo attorno, mi rendo conto della varietà di pesone e passioni che mi circondano, prendo atto del fatto che anch’io, per molte persone, ho passioni inspiegabili, e il mondo mi appare allora quale proverbialmente è: confortantemente vario, ricco e sorprendente.

In questi anni, in Italia, si è finalmente iniziato a discutere (con ritardi e remore davvero grottesche per un Paese che dovrebbe essere laico e civile) dei matrimoni tra persone omosessuali, istituto che ho sempre considerato ovvio, poich’è ovvio che due persone adulte possano decidere di stringere tutti i rapporti contrattuali affettivo-economici che vogliono, e uno Stato debba riconoscerli, per il semplice fatto che esistono, potendo vietarli solo se ledessero diritti altrui. Ma proprio questo riferimento ai diritti altrui mi spingeva, da ragazzino, a tracciare la linea di demarcazione tra lecito e illecito, legittimo e illegittimo, giusto e sbagliato, distinguendo tra diritto al matrimonio e diritto all’adozione. Mi dicevo (come tanti si dicono e ci dicono): due persone adulte hanno diritto di vivere come vogliono, ma va tutelato il diritto del bambino a crescere in una famiglia “normale”. Era evidentemente una posizione pseudorazionale o comunque pseudoscientifica, perché si fondava su preconcetti che, ragionando e informandosi, non reggono.  Ma è la posizione tuttora prevalente in Italia, e viene ripetuta anche da personalità di apparente cultura libertaria. E’ quindi molto utile riflettere sulla questione dei matrimoni tra persone omosessuali, e su tutto ciò che essi si porteranno dietro (perché non si porteranno dietro solo le adozioni, ma avranno anche ulteriori sviluppi, davvero sorprendenti e, per adesso, inaccettabili per una opinione pubblica che ancora discute sul valore civile delle unioni di fatto…).

Il primo e più diffuso argomento contro i matrimoni omosessuali (e quindi a maggior ragione contro le adozioni da parte di persone omosessuali) è che l’omosessualità non è “naturale” (di qui anche i trinceramenti dietro la terminologia usata dalla nostra Costituzione). Tipica l’affermazione “L’omosessualità sarà naturale quando i maschi potranno partorire!”. Mi imbarazza dover perdere tempo a confutare affermazioni così idiote, ma la logica di questo articolo me lo impone. La prima risposta a simili affermazioni è che se il concetto di “naturale” attiene a cosa accade in Natura, cioè allo stato selvaggio e primordiale, beh, sappiano lorsignori che l’omosessualità (e anche l’adozione da parte di coppie omosessuali!) è fenomeno presente in Natura, quindi assolutamente naturale. Ma questo (sebbene importante ed interessante per comprendere il fenomeno dell’omosessualità anche nella specie umana) non ha alcun senso dal punto di vista sociale e, quindi, giuridico. Infatti, le stesse persone che condannano l’omosessualità in quanto “innaturale” difendono la monogamia come naturale (quando così non è, ossia: dipende dalle specie e dalle società), difendono i progressi della medicina e della tecnica che ci consentono di guarire quando per natura dovremmo morire e ci consentono di avere arti artificiali o di volare, sebbene la Natura non ci abbia dotati di ali. “Volare sarà naturale quando agli uomini spunteranno le ali!”: questo ci dà la misura del ridicolo.

E potremmo proseguire all’infinito, elencando la quantità di comportamenti di Natura che consideriamo, appunto, selvaggi e primordiali e quindi inaccettabili in una società che è animata proprio dalla volontà di superare istinti e regole che non consideriamo compatibili con una nostra idea di convivenza, uguaglianza, progresso culturale e, in una parola, di felicità. Un padre o una madre che uccidessero, e addirittura sbranassero, il proprio figlio, sarebbero e sono reietti, dalla nostra idea di società, eppure è una cosa che accadein Natura, dunque è “naturale”.

Un abile argomentatore potrebbe a questo punto rispondermi: “Lei ha ragione: l’omosessualità è cosa naturale, e come tanti altri comportamenti naturali abietti abbiamo il diritto anzi il dovere di reprimerla!”. Ma il problema è: reprimerla in nome di cosa, in ragione di quale argomento?

Il principio kantiano, per il quale la libertà individuale ha come limite solo la libertà altrui, ci dà una risposta chiara: nessun comportamento umano può essere impedito se non lede la libertà altrui. La libertà, non altri diritti. In questo modo si sgombra il campo da tanti equivoci e si risponde a tutti coloro che, alla ricerca di argomenti contro l’omosessualità, affermano che i matrimoni tra omosessuali andrebbero impediti in quanto, diventando destinatari di agevolazioni pubbliche, contrarrebbero i diritti delle coppie eterosessuali. Una tesi evidentemente assurda, non solo perché postula invece che dimostrare la diversità tra matrimoni etero e omosessuali, ma anche perché il riconoscimento dei matrimoni tra omosessuali, e ll conseguente ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni, non contrarrebbe affatto il diritto delle coppie eterosessuali alle agevolazioni, ma contrarrebbe al massimo la eventuale quota disponibile di agevolazioni (cosa peraltro non automatica). L’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini (più precisamente: il riconoscimento del fatto che tutti i cittadini, a prescindere dal reddito, avessero diritto di voto) non lese il diritto di voto dei pochi che sino ad allora avevano potuto votare, ma al contrario lo rafforzò. Il suffragio universale, infatti, abolendo il privilegio di pochi, consacrò un diritto di tutti. Ed allo stesso modo dovrebbe capitare (e capiterà) coi diritti degli omosessuali: il riconoscimento del loro diritto a costituire una famiglia rafforzerà l’istituto della famiglia, perché consacrerà la libertà individuale di chiunque a stringere quel rapporto contrattuale, affettivo-economico, che definiamo famiglia.

Quando un Governo accerta l’esistenza, lo spontaneo naturale instaurarsi di istituti che, non ledendo ma anzi ampliando le libertà individuali, le rafforzano, non può che riconoscerli ed anzi dovrebbe agevolarli. E siccome è facilmente accertabile l’esistenza, lo spontaneo naturale instaurarsi, anche tra omosessuali, di contratti del tutto identici a quelli che, tra eterosessuali, già riconosciamo e agevoliamo, definendoli  “matrimoni”, il non riconoscere quelli tra persone omosessuali costituirebbe (costituisce) una gravissima lesione dei diritti fondamentali della persona e della nostra Costituzione.

Se fossimo capaci di depurare il nostro giudizio dai preconcetti parareligiosi o giusnaturalistici, e non avessimo quindi più bisogno di andare alla ricerca di argomentazioni pretestuose, quali la lesione degli altrui diritti, la equiparazione, anzi l’identità tra i vari tipi di matrimonio ci apparirebbe una cosa più che doverosa: ovvia.

La questione adozione, però, e più in generale la questione della genitorialità delle coppie omosessuali, appare più complessa. Almeno ad una prima superficiale analisi. L’adozione infatti (e più in generale qualunque istituto che consenta a coppie omosessuali di crescere figli, anche in parte propri dal punto di vista naturale) include nel ragionamento un soggetto terzo, un soggetto che, in più, non è adulto e consenziente, ma minore, a volte addirittura inesistente e quindi inevitabilmente vittima (o beneficiario) delle altrui scelte.

La domanda quindi è: consentire che un bambino cresca in un contesto familiare omosessuale lede un suo diritto? Quale diritto? Non certo un suo presunto diritto a crescere in una “famiglia naturale” visto che, come abbiamo visto, la Natura non può essere presa a parametro per stabilire cosa è diritto e cosa no. Tantomeno si potrebbe utilizzare la definizione di “famiglia normale”, in quanto, se possibile, ancora più generica di quella “naturale”. Vi sono certo taluni che tentano di utilizzare la statistica, per affermare che le coppie eterosessuali sarebbero “normali” in quanto più diffuse, ma anche questa osservazione non ha alcun senso, perché nel momento in cui si pretende di passare dal piano descrittivo (“Le coppie omosessuali sono meno diffuse di quelle eterosessuali”) a quello prescrittivo (“Le coppie omosessuali non devono crescere figli”) si deve legittimare il divieto con un collegamento logico penale, individuando il bene alla cui tutela è posto il divieto, e motivarlo con solidissimi argomenti scientifici (in caso contrario dovremmo affermare che consentire che un bambino cresca in una famiglia di miliardari lede il suo diritto a crescere in una “famiglia normale”). Il problema è quindi individuare il bene che si vorrebbe tutelare (ad esempio l’integrita fisica, psischica e morale) e i rischi reali di una sua lesione.

Nei Paesi civili lo Stato si ritiene in diritto, anzi in dovere, di intromettersi nell’educazione familiare solo in casi estremi, quando particolari situazioni di povertà o sopruso ledono i diritti di un minore a una dignitosa crescita fisica, morale e culturale. Purtroppo, non esistono parametri oggettivi per giudicare la qualità di una educazione, e lo Stato  interviene solo in casi gravissimi, oltrepassando rarissimamente quel confine incerto (e sacro) tra il diritto dei genitori e il dovere dello Stato (giacchè prima esiste l’uno e solo dopo, sussidiariamente, viene l’altro). Perché uno Stato ritenga di poter e dover sottrarre un minore alla sua famiglia (atto di somma intromissione nella sfera delle libertà individuali) devono sussistere situazioni di malnutrizione o violenza talmente gravi da andare addirittura oltre ai normali parametri di tolleranza penale.

Quale sarebbe, quindi, il livello di pericolo al quale si starebbe esponendo un bambino, consentendogli di crescere in una famiglia nella quale i genitori sono omosessuali? Qualcosa di paragonabile al rischio di morte per fame o alla violenza sessuale?

Mi si potrebbe rispondere: “Beh, i criteri per consentire alle coppie anche eterosessuali di adottare un bambino sono assai più esigenti, rispetto a quelli posti a fondamento della semplice patria potestà, quindi non c’è nulla di strano se, tra i tanti parametri, si tiene conto anche delle abitudini sessuali dei genitori”. Ciò è sicuramente vero (anche se bisognerebbe discutere se ciò sia sicuramente giusto o opportuno) ma basta sgombrare il campo dalla questione adozione, e parlare in generale del diritto alla genitorialità, per far emergere i pregiudizi. Quando infatti una coppia eterosessuale decide di avere figli, nessuno Stato, nessuna legge, nessuna società penserebbe mai di poter esigere delle garanzie preventive sulla qualità dell’educazione ch’essa avrà la capacità o la volontà di assicurare al figlio. Anche due anziani senzatetto malati terminali di cancro con precedenti penali hanno il diritto di diventare genitori, perché lo Stato, per poter intervenire, deve attendere che un minore esista, e che si siano verificate tutte le condizioni di disagio che rendono necessaria la sottrazione alla patria potestà. Non si può intervenire prima perché il diritto alla genitorialità è sacro, viene prima di tutto e di sicuro prima dello Stato. Ma allora: come si può pensare che a una coppia omosessuale possa essere preventivamente proibito, non solo di crescere, ma addirittura di procreare un figlio (con le modalità che volessero liberamente utilizzare)? Dove sarebbe il pericolo per il bambino, ancora peggiore di quello che correrà sicuramente il figlio degli anziani senzatetto malati terminali di cancro con precedenti penali?

Fino a qualche decennio fa le tesi tradizionali della psicologia dello sviluppo presidiavano saldamente la materia e ci raccontavano che un individuo cresce in maniera equilibrata se il contesto in cui cresce gli fornisce una serie di punti fermi (affettivi, morali, sociali). Tale tesi soffriva però di una evidente tara tautologica, perché postulava che esistesse un individuo ideale “equilibrato” e tale equilibrio veniva generalmente misurato sulla sua capacità di “inserirsi” nella società, cioè di rispettare (formalmente, apparentemente) quel corredo di regole e ruoli che gli erano stati forniti, appunto, come punti fermi. La dimensione interiore, della soddisfazione personale o, in una parola, della felicità, è stata molto sottovalutata da queste tesi, nelle quali prevaleva un approccio sociologico, peraltro viziato da una idea di società piuttosto cristallizzata, alla quale si chiedeva (e ancor oggi si chiede) una mera adesione. Troppo lentamente, e con troppe paure, stiamo finalmente accettando l’idea che la società umana è multiforme e dinamica, e dagli individui non dobbiamo pretendere una adesione a modelli rigidi e posticci, ma spirito critico, estensivo ed inclusivo, curiosità, tolleranza e solidarietà. Su questi valori si fonda una convivenza sana, non certo sul formale apparente rispetto di astratti ruoli familiari e sociali che vengono peraltro (inevitabilmente) subiti e/o elusi da buona parte degli individui.

Le più recenti osservazioni scientifiche, nel campo della psicologia dello sviluppo, evidenziano come l’aspetto più importante, per una crescita “equilibrata” del bambino, risieda nell’equilibrio affettivo esistente all’interno della famiglia. Molto semplicemente: che i genitori si vogliano bene tra loro, vogliano bene al bambino e manifestino sentimenti positivi nei confronti dei terzi. L’aspetto sessuale (che l’ingombrante cultura freudiana ci ha fatto per tanto tempo sopravvalutare) è pressocchè irrilevante, rispetto all’importanza dell’affettività di per sé. E il problema del genere (maschile e femminile) è ancor meno importante. Oggi tra padre e figlio sono considerate normali e anzi benefiche delle tenerezze che fino a qualche decennio fa erano considerate inaccettabili nel contesto di una definizione dei ruoli e dei generi, e quindi profondamente diseducative (si teorizzava che un figlio maschio cresciuto con troppe tenerezze sarebbe diventato omosessuale). Allo stesso modo, tra qualche decennio, il fatto che un figlio assista a delle tenerezze tra padre e padre verrà considerato normale (e benefico) come oggi è considerato normale (e benefico) che assista a quelle tra suo padre e sua madre. Non penserà “Oh mio Dio: due maschi che si baciano!”; penserà: “Guarda che bello: i miei genitori si amano!”. Bene: c’è chi preferisce ostinarsi a rintanarsi nel cupo mondo della prima frase, e chi come me non vede l’ora che quanti più ragazzi possano crescere in quello, confortante ed inclusivo, della seconda.

Uno degli ostacoli è certamente il fatto che continuiamo a idealizzare maschi e femmine, e i loro ruoli all’interno di famiglia e società. Anche a me piace coltivare l’idea di un uomo virile e di una donna femminile, con inclinazioni e comportamenti che rilevo diversi, ma non penso che questa differenza tra i generi sia centrale, nella vita di una persona, e che l’esistenza del completo catalogo di virilità e femminilità sia un elemento indispensabile per la crescita equilibrata di un bambino, o meglio: non penso sia indispensabile che la varietà di comportamenti che definiamo virili sia necessariamente interpretata da una figura di padre coi baffi e bombetta e quella varietà di comportamenti che definiamo femminili sia necessariamente interpretata da una figura di madre con grembiule e mestolo. Penso che ciò che definiamo virilità e femminilità possano essere messi a disposizione di un bambino in tanti modi, con tante modalità (più sono meglio è: i bambini non hanno alcun problema con la varietà e la diversità) e in ogni contesto familiare. D’altronde: miliardi di bambini sono cresciuti con padri poco virili, addirittura pusillanimi, o addirittura senza padri, senza che questo gli abbia automaticamente impedito di attingere ad esempi di forza, coraggio e intraprendenza, magari grazie a una madre di gran carattere. E quanti maschi, viceversa, sono stati rovinati, anche nella loro virilità, proprio dalla carenza di tenerezza, specie da parte dei propri padri?

Esistono ormai rilevazioni scientifiche consolidate, suilo sviluppo dei figli di coppie omosessuali, e tutte le ricerche confermano che si tratta di personalità assolutamente identiche a quelle dei figli di coppie eterosessuali. Una delle paure più diffuse, infatti, è che i figli di coppie omosessuali crescano necessariamente omosessuali: prospettiva che non dovrebbe preoccuparci (salvo che considerassimo l’omosessualità una malattia o qualcosa di pericoloso) e che comunque è infondata. Dopotutto, a dimostrarlo non dovrebbero essere necessarie le conferme scientifiche: basterebbe osservare che, se fosse vero che i figli delle coppie omosessuali crescono inevitabilmente omosessuali, i figli delle coppie eterosessuali dovrebbero crescere inevitabilmente eterosessuali…: la qual cosa, come sappiamo, non è.

La verità è che l’omosessualità è un fenomeno complesso, che ha origine da moltitudini di variabili genetiche e culturali, individuali e sociali, non diversamente da tutte le altre inclinazioni, abitudini e passioni che ci differenziano gli uni dagli altri in tutti i campi. Certo sarebbe ragionevole presumere che il figlio di una coppia omosessuale avrà più probabilità di diventare omosessuale rispetto al figlio di una coppia eterosessuale (così come il figlio di una coppia vegetariana avrà più probabilità di diventare vegetariano) ma, se anche questo fosse un problema (e non si capisce perché dovrebbe esserlo) gli studi dimostrano il contrario. Forse (ed è questa la vera differenza) il figlio di una coppia omosessuale avrà più probabilità di accorgersi d’essere omosessuale, e d’accettarsi, e vivere serenamente anche socialmente questa sua inclinazione, rispetto al figlio di una coppia eterosessuale. Questo sì. Ed è questa considerazione che mi fa concludere: ben venga il riconoscimento del diritto delle coppie omosessuali ad adottare e ad avere figli propri, perché molto probabilmente i loro figli saranno individui non solo più equilibrati, ma anche più liberi, più capaci di inserirsi in una società multiforme e dinamica, e soprattutto più felici.

Dinanzi a tutto questo, le residue obiezioni mi appaiono addirittura patetiche. Coloro che, ad esempio, affermano che il desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali è sintomo di egoismo, non sono tanto severi con quelle coppie eterosessuali che, non potendo avere figli, ne adottano, o praticano altre forme di fecondazione. Coloro poi che affermano che la base del matrimonio è la procreazione, non penserebbero mai di vietare il matrimonio tra eterosessuali sterili, o troppo anziani. Lo vieterebbero, però, a due anziani gay.

C’è però un passo ulteriore, che non possiamo non preannunciare. L’estensione del concetto di famiglia, infatti, come tutti i processi sociali, è infinito. Secoli fa discutemmo se considerare lecita una convivenza non consacrata dal matrimonio religioso; oggi discutiamo se riconoscere il matrimonio tra omosessuali; e domani? Ancora una volta ci sarebbe sufficiente guardarci attorno per renderci conto che il concetto tradizionale di famiglia (un padre maschio, una madre femmina, dei figli, tutti conviventi sotto uno stesso tetto, con vicini di casa, amici e parenti) non esiste praticamente più. Le famiglie, decennio dopo decennio, sono diventate organismi sempre più ampi e variegati, dai confini labili e mutevoli. La maggior parte dei bambini nati in questi anni vive in contesti famliari nei quali i genitori hanno o avranno più matrimoni e figli da diversi partner, molti dei quali continuano a frequentare gli ex coniugi e i propri figli, spesso insieme ai rispettivi fratellastri e sorellastre, spesso diventando amici dei nuovi partner, etc. Si sta insomma formando una sorta di famiglia allargata e diffusa nella quale gli affetti, i ruoli, i diritti e i doveri di ciascuno si incrociano e si rimescolano con una estrema varietà; varietà con la quale il legislatore, prima o poi, dovrà fare i conti. Perché, ancora una volta, non sono comportamenti che ledono diritti altrui, ma che al contrario estendono la libertà di ciascuno.

Ma allora, se questo è il futuro (e in realtà è già il presente!) e se siamo arrivati alla conclusione che il matrimonio è solo una variante di un istituto più ampio e variegato, che si chiama famiglia, e che va riconosciuto in tutte le sue declinazioni, senza che lo Stato possa intromettersi nelle scelte degli individui, decidendo ad esempio chi, tra più adulti, possa convivere con chi, far l’amore con chi, procreare con chi, crescere figli con chi, etc., non è forse facile prevedere che, nella logica delle cose, dovremo riconoscere un giorno ampie e mutevoli forme di poligamia? Quale argomento logico penale impedirebbe, già oggi, di riconoscere lo spontaneo naturale legame affettivo-economico di tre o più adulti consenzienti che decidessero di convivere, amarsi, procreare e crescere figli secondo comportamenti che non ledono le altrui libertà?

Profilare oggi tutto questo sembra politicamente scorretto, sembra avallare la Chiesa, quando afferma che “riconoscere il matrimonio omosessuale, ed ancor più il diritto degli omosessuali alla genitorialità, aprirà la strada alla poligamia”, ma è la verità, non perché le due cose siano consequenziali, ma perché fanno parte dello stesso processo: il processo di estensione della libertà individuale implicherà inevitabilmente che un giorno (molto presto) tre o dieci o cento persone, anche dello stesso sesso, che decideranno di costituire una famiglia, avranno diritto ad essere riconosciute come tale.

Anch’io, ovviamente, dinanzi a queste evoluzioni della società resto stordito, e confuso, perché tutto ciò che muta rapidamente ci spaventa, e la complessità ci appare, ad un primo sguardo, disordine morale, caos sociale. E’ però solo un’impressione, la sensazione che hanno avuto sempre tutti gli uomini dinanzi ai progressi della società che, ricordiamocelo sempre, hanno portato sinora, nell’ambito dei diritti individuali, crescenti quote di benessere, libertà, felicità.

Così sarà, così dovrà continuare ad essere.

Fonte: Sito web di Giuseppe Elia Monni

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

There is no country called Palestine

l festival del cinema arabo contemporaneo Yalla Shebab, che si terrà a Lecce dal 12 al 15 giugno, è dedicato al cinema e alla cultura palestinese. 

Perché in Italia c’è ancora bisogno di ricordare che la cultura palestinese non solo resiste, ma vive, e ha molto da far vedere al mondo in termini di produzioni filmiche, letterarie e artistiche di altissimo livello.

There is no country called Palestine: è stata più o meno questa la motivazione che ha dato l’Academy Awards nel 2003 nel rifiutare la candidatura agli Oscar di Divine Intervention, film dell’eclettico regista palestinese Elia Suleiman. Qualcosa però dev’essere cambiato se, a qualche anno di distanza, Paradise Now e Omar, entrambi firmati dal palestinese Hany Abu Assad, hanno concorso per l’assegnazione dell’Oscar. Tuttavia rimane ancora evidente come la mancanza di riconoscimento internazionale della Palestina generi un cortocircuito per cui, al di là delle rilevanti e pesanti conseguenze politiche, anche l’immagine culturale ne viene indebolita e offuscata.

Fotogramma tratto dal film Omar (2013) di Hany Abu-Assad

Fotogramma tratto dal film Omar (2013) di Hany Abu-Assad

La comunità palestinese, dalla fine del protettorato britannico e la nascita dello stato di Israele nel 1948, si è dovuta confrontare con le offensive politiche israeliane che, oltre a praticare l’espropriazione del territorio, hanno anche lavorato in direzione di una negazione, distruzione e cancellazione dell’identità e della memoria palestinese, che ne è rimasta schiacciata, nascosta e marginalizzata. Nel 1969, l’allora primo ministro Golda Meier affermava senza remore che «There were no such things as Palestinians. They did not exist». Al di là del contesto storico in cui questa frase è stata pronunciata, è ancora purtroppo una citazione che continua ad essere simbolica dell’atteggiamento del governo israeliano e di una certa comunità politica internazionale nei confronti dei palestinesi.

Si è detto in passato che i palestinesi non esistevano, ora che non è più questo il terreno di battaglia essi continuano tuttavia a non essere riconosciuti, e se pure qualche istituzione internazionale muove dei passi per accettare e promuovere il loro riconoscimento, continua a non essere chiaro, o forse drammaticamente troppo chiaro, qual è il loro territorio. La geografia dell’occupazione ci parla di una terra, quella della cosiddetta Palestina storica, sempre più erosa, rimpicciolita e balcanizzata, con una popolazione di conseguenza sempre più frammentaria e frammentata, che dal 1948 ad oggi è soggetta ad una dispersione costante, dentro e fuori i confini della regione araba.

Sembra doveroso allora chiedersi ancora una volta: cos’è la Palestina, e dov’è la Palestina? Non solo geograficamente infatti, ma anche politicamente sembra sempre meno identificabile, tesa verso nessuna direzione, imbrigliata in una rete di rapporti di potere che la confinano in una sorta di immobilismo che negli anni non ha causato nulla se non la degenerazione della situazione politica interna. Non solo: al di là dei picchi di attenzione mediatica che purtroppo la Palestina guadagna ad intervalli periodici, tristemente contraddistinti dalla violenza degli attacchi israeliani su Gaza, sui principali media mainstream internazionali le voci della società civile palestinese faticano ad uscir fuori.

Interrompere questo processo di oblio e disinformazione culturale è allora una pratica che ci deve vedere tutti impegnati in quella che potremmo chiamare una “decolonizzazione della storia e della narrazione della Palestina”. Una decolonizzazione che riparta sì da una rilettura della storia, ma soprattutto delle storie dei palestinesi, rimettendo al centro le loro istanze politiche e culturali.

Film come Suspended Time, una raccolta di cortometraggi di nove film-maker e artisti palestinesi che riflettono sulle conseguenze degli Accordi di Oslo del 1993 sulle vite dei palestinesi e il loro dover interagire con spazi sempre più confinati, non solo fisicamente ma anche mentalmente, o esperimenti come il recente The Wanted 18, film di animazione che, attraverso un intelligente e ironico mix con disegni e interviste, ricostruisce la storia, tristemente vera, della caccia dell’esercito israeliano alle 18 mucche del villaggio palestinese di Beit Sahour, la cui produzione autonoma di latte venne dichiarata “minaccia alla sicurezza nazionale di Israele”, testimoniano come, nonostante la stratificata e paradigmatica operazione di isolamento alla quale i palestinesi sono sottoposti, la soggettività palestinese esiste e resiste.

Fotogramma tratto dal film collettivo Suspended Time (2013)

Fotogramma tratto dal film collettivo Suspended Time (2013)

I palestinesi continuano a confrontarsi con l’occupazione coloniale e con l’esperienza dell’esilio in molti modi, ricostruendo società, creando visibilità, mobilitando movimenti globali, ma soprattutto proponendo una narrazione di sé e della propria storia che parte dall’interno, e che attraverso diversi linguaggi e multiple prospettive, prova a ribaltare la condizione di marginalizzazione e subalternità.

Nel 1984 il famoso saggista e intellettuale palestinese Edward W. Said scrisse a proposito della sua comunità che, tra tutti i diritti che le erano stati sottratti, uno estremamente importante era il permission to narrate, il diritto di auto-narrarsi. Questo diritto al racconto, inteso come pratica che è contemporaneamente culturale e politica, si sta trasformando negli ultimi anni e manifestando come una delle missioni più importanti che la comunità sta portando avanti: una forma di resistenza attraverso la cultura, che con il suo potenziale trasformativo cerca di combattere l’oblio storico e di creare allo stesso tempo un nuovo punto di partenza per l’immaginazione di un nuovo futuro e di nuovi scenari creativi, etici e politici.

È in quest’ottica che si inserisce l’idea di dedicare alla Palestina la quarta edizione dello Yalla Shebab Film Festival, il festival italiano dedicato al cinema arabo contemporaneo che si svolgerà a Lecce dal 12 al 15 giugno. Dalla mostra fotografica tratta dal libro di testi e immagini KEEP YOUR EYE ON THE WALL. Palestinian Landscapes, in cui sette fotografi – sei palestinesi e un tedesco – si sono interrogati, e hanno interrogato a loro volta, il muro di separazione israeliano in Cisgiordania, ai lungometraggi e cortometraggi più premiati nei festival cinematografici internazionali, dalla letteratura palestinese senza dimenticare l’attualità, l’edizione “palestinese” di Yalla Shebab intende essere un tributo alla vivacissima produzione culturale made in Palestine. Ma vuole anche far conoscere punti di vista, sguardi e voci, forse poco noti al pubblico italiano, che aiutino a ripensare la Palestina, restituendole l’attenzione e la riflessione che merita e reclama.

Fonte: Il Lavoro Culturale

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Laudato sì, Pallante e Pascale sull’enciclica del Papa

Maurizio Pallante, Movimento per la Decrescita Felice

“Ho letto con gioia e condivisione totale alcuni brani dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Ho un grande desiderio di studiarla con attenzione e di organizzare un seminario del nostro movimento per confrontare le riflessioni che ha suscitato in ognuno di noi e con chiunque voglia riflettere insieme a noi. Ma sin da ora mi sento di dire che l’insegnamento più profondo di questa enciclica è che non bastano le riflessioni scientifiche sulla gravità della crisi ambientale per cambiare l’atteggiamento predatorio nei confronti della Terra. La conversione principale da fare è relativa al sistema dei valori che orientano le nostre scelte di vita. Occorre superare il materialismo e recuperare la dimensione spirituale, che è parte integrante degli esseri umani. Il senso della vita non consiste nell’accumulare oggetti e denaro. L’avidità è la causa dei problemi ecologici, delle ingiustizie sociali e anche dell’insoddisfazione esistenziale di chi ne è vittima. La potenza scientifica e tecnologica ha una enorme capacità distruttiva della vita se si utilizza per alimentare l’avidità. Ma può essere uno strumento formidabile per armonizzare i rapporti degli esseri umani tra loro e con gli ambienti in cui vivono. Il denaro è un mezzo per facilitare gli scambi e non il fine della vita. È in questo contesto che leggo anche le riflessioni del papa sulla necessità di una decrescita, cioè di una riduzione dei consumi di risorse da parte dei popoli che vivono nell’abbondanza e nello spreco, per consentire di vivere dignitosamente ai popoli a cui ne restano meno del necessario. È per me molto importante che Papa Francesco non abbia interpretato questa esigenza di giustizia in termini di una più equa redistribuzione del potere d’acquisto, perché la crisi ecologica non si supera, e un atteggiamento di responsabilità nei confronti della Terra non si recupera, se i frutti avvelenati di un atteggiamento predatorio delle risorse naturali si distribuiscono più equamente tra tutti gli appartenenti alla specie umana. Nella sua enciclica il papa ci ammonisce che la decrescita dei consumi dei popoli ricchi è il prerequisito affinché “possano crescere in modo sano” coloro che non hanno il necessario per vivere. Ci avvisa che l’epoca storica iniziata con la rivoluzione industriale è arrivata al capolinea e che occorre utilizzare il suo enorme lascito di conoscenze scientifiche e tecnologiche per aprire una nuova epoca storica. Non per tornare indietro, né soltanto per rallentare, ma per andare avanti in una direzione diversa”.

Gaetano Pascale, presidente Slow Food Italia:

«Laudato si’, l’ultima enciclica di Papa Francesco, auspichiamo possa segnare la vita politica di molti Governi che hanno a cuore il futuro del mondo. È un documento universale, che invita tutti, al di là dell’appartenenza religiosa, dell’orientamento politico o della sensibilità ambientalista, a superare le posizioni di parte e unirsi a tutela del bene più importante: la nostra casa comune», commenta Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia.

«L’associazione sente molto vicine le parole di Papa Francesco che, con la sua puntuale analisi del degrado ambientale, sociale ed economico in cui l’uomo ha ridotto questa nostra Terra, non si limita a una visione strettamente ecologista in senso moderno. Non traspare l’estraneità dell’uomo rispetto all’ambiente, ma al contrario evidenzia il concetto di ecologia integrale: oltre che ambientale anche economica, sociale, culturale, della vita quotidiana, in cui l’essere umano è parte del sistema», continua Pascale.

Tante le denunce del Papa, tra cui la più dolorosa è quella sulla fame e la malnutrizione nel mondo, che riprende il suo intervento alla Fao dell’11 giugno scorso. Ma anche il riferimento ai modelli di sviluppo attuali, per cui abbiamo lasciato che la nostra politica soggiacesse all’economia e l’economia alla tecnologia.

«Ognuno nel proprio quotidiano per quello che può fare, ispirandosi alla frase attribuita a San Francesco “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, è chiamato alla conversione, attraverso un testo che non è solo una riflessione teologica e filosofica, ma anche un’esortazione all’azione concreta. Questo è l’augurio che Slow Food fa all’umanità, accompagnando questo testo con la guida alla lettura del nostro presidente internazionale Carlo Petrini», conclude Pascale.

Fonte: Sito Movimento per la decrescita felice, Slow Food.it

Read More

La politica, la terra e i giardini d’Europa

di Gianmarco Murru

La politica, la terra e i giardini d’EuropaLa Sardegna è un’isola al centro del Mediterraneo, una posizione strategica che ha sempre attirato l’attenzione e le mire esterne. L’isola ha una storia plurimillenaria che ha avuto con la terra un rapporto speciale, molto più del mare. Il titolo di un libro di Marcello Fois dice “In Sardegna non c’è il mare”, una provocazione che però centra nel segno. I sardi hanno sempre considerato il mare come una coincidenza, un dato di fatto non fondamentale, se non quando si ha necessità di muoversi verso l’esterno. La Sardegna è un continente, altra definizione letteraria che fotografa un’isola che contiene tante nazioni quante sono le micro-regioni che la compongono, ma anche in questo caso si parla di una situazione terrestre, non in relazione con il mare.
La terra, dunque, è considerata l’unica ricchezza.
La morfologia dell’isola ha sempre attirato i diversi colonizzatori che nei secoli hanno sfruttato le potenzialità della terra e la sua posizione strategica. Per i romani era diventato il “granaio dell’impero”, gli spagnoli rimasero quattro secoli per sfruttare le ricchezze del territorio, così i piemontesi e tutti i coloro che hanno occupato l’isola. Chiunque ha riconosciuto le potenzialità del territorio. Oggi si parla continuamente di ritorno alla terra, a quella condizione di vicinanza alla natura, ai suoi ritmi e alla sue regole. Dal virtuale al reale si dice, ma soprattutto alla realtà di un reddito possibile. Si manifestano, oggi più che mai, le occasioni per trasformare l’economia fallita delle miniere e delle industrie in qualcos’altro, la direzione sarà quella ambientale e agricola?

Parliamo di “ritorno alla terra” con Gesuino Muledda, ex assessore all’agricoltura in una storica, e unica, giunta a guida sardista della Regione Sardegna con Mario Melis. Oggi leader del partito indipendentista sardo Rossomori.

Oggi si parla molto di ritorno alla terra. Durante un’intervista la responsabile nazionale dei giovani di Coldiretti ha dichiarato che l’Italia sta tornando all’agricoltura. Il 4% del PIL nazionale deriva dalla produzione agroalimentare e le nuove aziende agricole gestite da giovani aumentano del 30%. Sono dati che la confortano? E in Sardegna cosa succede?

Iniziamo a delimitare il contesto generale. Siamo passati da un modello di sviluppo che aveva alla base la produzione, alla società dei servizi. Solo alcuni dati significativi per intenderci: in Sardegna ci sono circa 540 mila occupati, di questi circa 390 mila lavorano nei servizi (compresa la pubblica amministrazione), 150 mila nelle attività produttive, di queste ultime solo una parte riguarda l’agroalimentare. Quando si dice che il futuro è nell’agroalimentare bisogna stare attenti. Può una nazione avere come asse portante della sua economia le produzioni agricole? In Sardegna non è un fenomeno rilevante. I posti pubblici sono pieni e molti giovani tornano all’agricoltura, di questi molti sono laureati in agraria e veterinaria, si occupano di quello per cui hanno studiato, ed è qui che può nascere una rivoluzione con la competenza delle nuove leve. Sono giovani che non vogliono emigrare, non vogliono abbandonare le aziende di famiglia e creare qualcosa di nuovo, ma sono sempre piccoli numeri.

Si parla del 30% di nuove aziende agricole gestite dai giovani, una percentuale che non prende in considerazione le aziende che passano dai genitori ai figli, e le aziende che chiudono. Ad ogni modo rimane un settore che finalmente ritorna nell’agenda politica nazionale, spinto dai dati in leggero aumento sull’export, e forse dal fenomeno Expo, ma anche dalla crisi economica che fa preferire il ritorno alla terra alla disoccupazione. L’agroalimentare resta un argomento ancora da sviluppare.
Si dice che una parte del mondo produce troppo e un’altra muore di fame, ma possiamo solo immaginare che un prodotto sardo possa essere acquistato da un paese africano?

Quali sono i problemi veri dell’agricoltura? Abbiamo creato le dighe, un lavoro immane e investimenti veramente cospicui. Abbiamo 400 mila ettari “dominanti”, ma utilizzati circa 150mila. Abbiamo un territorio che è servito, ma non lo si utilizza in rapporto a quanto si è investito.
Cosa bisogna fare? Sicuramente un’agricoltura che leghi l’aspetto della qualità alla tradizione, puntando ad una nuova igiene nel lavoro. Il prodotto lo si lavora seguendo la tradizione, ma usando le innovazioni necessarie perché sia anche sicuro, una sorta di “arcaicità moderna”. Sfruttare le innovazioni disponibili e iniziare a ragionare a lungo termine.

Innovazione vuol dire anche una diversa organizzazione del lavoro e una migliore presentazione sul mercato. L’attuale Assessore all’agricoltura della Regione Sardegna vuole investire molto sul mondo del vino, sul Cannonau in particolare. C’è un problema di identità, come spiega anche Jo Ahearne, giornalista e master of Wine, che riconosce l’importanza delle differenze ma afferma anche che all’estero non si riesce ad apprezzare il vino nelle sue qualità generali. Per l’assessorato è importante che il vino sia presentato come Cannonau di Sardegna, concetto che ha scatenato alcune critiche a difesa delle differenze territoriali.

Sono interpretazioni errate, l’Assessore non voleva appiattire il Cannonau ad un unica tipologia o territorio, bisogna però pensare ai consorzi che ne rappresentino il nome. Pensa alla Sardegna che vuole esportare i suoi vini in Cina, come ci presentiamo? Che cos’è la Sardegna nella geografia mondiale? Non esistiamo, se non legati al mito della Costa Smeralda.
Un grande errore, oggi riparabile con una buona comunicazione, è il non aver raccontato il mito dell’intera Sardegna. Non riusciamo a costruire una comunicazione efficace sulla nostra storia, e non dobbiamo inventare nulla a differenza di altri territori che dal nulla costruiscono un’economia. Pensiamo ai semi di vite trovati recentemente in uno scavo archeologico (semi di vernaccia e malvasia risalenti a circa tremila anni fa ritrovati nel pozzo che faceva da ‘frigorifero’ a un nuraghe nelle vicinanze di Cabras). Si è dimostrato che la produzione della vite esiste dal tempo dei nuragici, quindi si potrebbe dire la più antica del Mediterraneo. Quello che si dovrebbe fare è sfruttare il nostro mito, costruire un’epopea della comunicazione. Favorirebbe anche una conoscenza interna, i sardi che inizierebbero finalmente ad interessarsi alla storia della propria terra.

Infatti, l’immagine che noi abbiamo della Sardegna è falsata proprio dalla non conoscenza della nostra storia, che ha il privilegio di essere plurimillenaria. Il rapporto con la nostra terra è sempre stato conflittuale, ma non si è mai abbandonata l’idea che fosse un settore strategico, da punto di vista culturale ma anche economico, almeno fino al Piano di rinascita. Si inizia a ragionare oggi di difesa del suolo, tutela del paesaggio, ritorno alla terra in genere che favorirebbe anche un ripopolamento delle campagne.

Non dobbiamo denigrare troppo il Piano di rinascita. Se pensiamo che oggi tutti i paesi hanno l’acqua e i servizi essenziali. Le condizioni di base per uno sviluppo ragionevole ci sono. Mancano le autostrade ma spero non arrivino mai, spero si rafforzino invece le ferrovie. A cosa servono le autostrade se non ci sono le macchine?
Il fallimento del Piano di rinascita è stato quello del modello di sviluppo adottato: un modello esterno alle condizioni sociali e territoriali della nostra isola e, ancora più grave, completamente dipendente dall’esterno. Abbiamo abbandonato l’ambizione della “lavorazione a valle”, abbiamo prodotto materia prima e semilavorati, ma non prodotti finiti. Noi ci siamo tenuti l’inquinamento, e mai il valore aggiunto. Le lavorazioni a valle sono tutte fatte fuori, ancora oggi.
Ai giorni nostri, la stessa cosa si sta facendo con il progetto Matrìca a Portotorres, l’esatta copia di altri progetti che in Sardegna non daranno valore aggiunto.

E’ mancata una visione politica a lungo termine.

Ti racconto un altro episodio per far capire il fallimento del modello di sviluppo. Nel 1989 al governo c’era Bettino Craxi, all’industria c’era Altissimo, spuntammo una contrattazione incredibile negli anni del governo regionale di Mario Melis. Si trattava di molti miliardi di lire, una cifra doppia rispetto al primo piano di rinascita. Noi avevamo proposto di creare il “giardino d’Europa” nel Sulcis, ancora oggi la regione più povera della nostra isola. Ricevemmo un’opposizione totale proprio dal Pci, si continuava a pensare all’industria o alle miniere come panacea di tutti i problemi, sbagliando.
Si destinò la gran parte dell’investimento sulla “discenderia” di Nuraxi Figus costata 70 miliardi di Lire, appaltata alla ditta Torno, che doveva assumere le settanta persone che lavoravano alla costruzione, e neanche quelle vennero sistemate. Si capisce bene la sproporzione tra investimenti e posti di lavoro.

Per un sistema economico già in crisi ai tempi del fascismo, e subito dopo nei primi anni cinquanta quando il carbone sardo venne reso antieconomico per accordi che l’Italia fece con la Comunità Europea Carbone e Acciaio (C.E.C.A.) favorendo di fatto il Belgio. E i successivi sessant’anni hanno dimostrato che le miniere sono state letteralmente un pozzo senza fondo, ingoiando circa mille miliardi di lire per costruire e mantenere in vita macerie senza futuro.

Da Assessore all’agricoltura ero fermamente contrario ad impegnarci ancora nel settore. Dicevo che era necessario investire sul territorio, sulle sue vere potenzialità. Creare un’agricoltura di altissima qualità, sfruttando le ottime condizioni climatiche.

“Facciamo diventare il Golfo di Palmas il più grande porto del Mediterraneo”, dicevo. I miei compagni di partito non volevano collaborare con il governo Craxi, anche se quelle idee erano le migliori da mettere sul tavolo in quel momento. Cambiando il modello economico, e quindi aumentando il valore del territorio, potevamo anche sperare di eliminare i militari da Teulada. Prevalse invece il modello “operaista”, determinando di fatto un sistema sociale corrotto. Non per colpa degli operai, ma dal fatto di essere antieconomico. Poi certo, si è preferito dichiarare il territorio inquinato, ormai insanabile per continuare a spingere sempre sullo stesso piano. Non si può fare altro che miniere, e successivamente le industrie. E poi richiedere i sussidi e gli aiuti di Stato. Il modello economico a cui ci si era ispirati si stava chiudendo quando c’eravamo noi. Abbiamo tentato a quel punto di dare davvero una svolta, ma non ce l’abbiamo fatta. Noi innovatori abbiamo perso.

Non si è avuto il coraggio di dichiarare il sistema fallito.

Si dice che il prodotto sardo è “buono per natura”, poi vai a dichiarare che 450 mila ettari di territorio sardo è inquinato. In quest’area però c’è anche casa nostra, una cifra assurda. Per quale motivo si fanno circolare queste idee?
Il mercato, al contrario degli opinionisti, ragiona in modo diverso. Quando siamo andati in Germania a vendere il nostro pecorino loro hanno voluto controllare di persona lo slogan che proponevamo. Si sono trasferiti in Sardegna e hanno controllato le nostre aziende e tutti i processi produttivi per settimane, dopo hanno comprato certi di vendere quello che promettevano ai loro consumatori: la qualità.
Se noi facciamo il contrario, ossia comunichiamo che la Sardegna è inquinata per la gran parte del suo territorio e poi cerchiamo di vendere lo slogan “buono per natura” c’è qualcosa che non va. C’è una logica in tutto questo?

C’è un aspetto che mi ha sempre incuriosito delle politiche reali della sinistra italiana e sarda in particolare, ossia il rapporto con il mondo dell’agricoltura. Nell’iconografia classica, nelle strategie comunicative, negli studi sociali e perfino nei romanzi, il mondo rurale, inteso come comunità lavoratrice, non è mai stata presente come quello operaio delle grandi fabbriche urbane. Certo, ci sono i numeri che aiutano l’analisi politica. Ossia, in una fabbrica o grande azienda in genere, ci sono concentrate decine, centinaia e migliaia di lavoratori come nel caso della Fiat, mentre le aziende agricole sono nella gran parte familiari, piccole e medie. Ma è solo una questione elettorale? Un grande dirigente del Pci del dopoguerra Emilio Sereni, se ne occupò in modo approfondito, oggi se ne occupa l’Istituto Cervi, e poco altro.

Allora, io sono stato il primo assessore del Pci ad essere entrato in una giunta regionale, a guida sardista. Ti dico, c’è una debolezza teorica di fondo nella sinistra italiana rispetto all’agricoltura, e allargando il concetto, rispetto all’impresa privata. Se l’impianto teorico è sempre stato quello della lotta di classe tra dipendente e imprenditore, è difficile trovare una soluzione teorica che sia coerente con l’ideologia. Lo slogan migliore della nostra storia era quello che proponeva un’alleanza tra i produttori e i ceti medi.

Poi certo, la difficoltà in Sardegna di individuare il ceto medio…

Il pastore era ceto medio, era un lavoratore autonomo come l’agricoltore. Nella nostra società non c’era l’immagine dell’agricoltore come lavoratore dipendente, non ci sono aziende come in Puglia o Campania che formavano una vera e propria comunità bracciantile che poteva essere considerata come classe operaia. In Sardegna la battaglia era stata fatta per ottenere la terra, ma una volta ottenuta, il bracciante diventa imprenditore e da lavoratore autonomo si è ritrovato a non essere sostenuto più da nessuno, a non avere nessuna assistenza, soprattutto quella sanitaria.
I lavoratori della terra non hanno mai sofferto la fame, ma non avevano un capitale monetario, l’agricoltura non produceva surplus di reddito, condannando le aziende a rimanere sempre piccole e medie al massimo.

A quel punto diventare operaio diventava una conquista.

Assolutamente, essere operaio ad Ottana era un privilegio. Portare a casa lo stipendio sicuro tutti i mesi, con tutti i benefici e aiuti vari. Ma soprattutto l’istruzione media, che era necessaria per lavorare in fabbrica. Ci fu un periodo di grande alfabetizzazione in Sardegna, anche grazie al Piano di Rinascita. Insieme alle storture del modello di sviluppo che è stato effettivamente realizzato (perché nei progetti iniziali i modelli di sviluppo erano legati alla tradizione e ricchezza dei territori ndr), ci sono stati grandi benefici: le strade, un sistema portuale discreto, la rete idrica e fognaria avanzata per quegli anni, la costruzione delle dighe, ma soprattutto l’istruzione per tutti. C’è stata per la prima volta la possibilità per tutti di costruire un futuro diverso da quello di nascita, la scalata sociale era possibile, anche più di oggi.

Quindi molte aziende chiusero a causa del nuovo lavoro in fabbrica?

No, si continuava a gestire e lavorare la terra, anche se le generazioni invecchiavano e si procedeva per successivi invecchiamenti. Diminuivano gli addetti, ma non si abbandonò mai completamente il settore. Si assistette al fenomeno di rientro, nel senso che molti tentavano altri lavori: autista, artigiano o muratore, ma non riuscendo a concludere nulla, tornavano poi a lavorare in agricoltura a 40 anni.
In quel periodo si cerco poi di incentivare il ritorno alla terra con contributi a tassi bassissimi, attraverso la legge sulla piccola proprietà. Si concedevano prestiti per costituire aziende a tassi dell’1%, e considerata l’inflazione a due cifre, praticamente ci guadagnavi, restituendo meno della cifra richiesta. Ci fu infatti una capitalizzazione enorme, la creazione di grandi aziende anche nel Sulcis, ma soprattutto nel Campidano, dove alcune famiglie riuscirono a creare aziende di centinaia di ettari. L’aspetto straordinario di questa legge è che fu approvata trasversalmente da tutti, compreso il Pci, che non capì che così facendo rafforzava il lavoro autonomo, senza pensare di formare un ceto dirigente che potesse gestire quella partita, che poteva davvero creare una nuova classe media produttiva, lasciando il campo ad altre sigle sindacali o politiche. La sinistra, è vero, fu sempre schizzinosa verso gli agricoltori o i pastori, considerandoli imprenditori. Ma uno che aveva dieci ettari non poteva considerarsi ricco, anche se così erano considerati nelle sezioni del partito.
Lo slogan di allora era “la terra a chi la lavora”, in questo modo incentivando l’idea che il bracciante rimanesse tale per sempre. La terra a chi la lavora non era un problema fondante, io avrei usato “l’agricoltura più ricca”, questo doveva essere l’obiettivo: rendere questo settore redditizio.

Soprattutto indipendente dall’esterno. Ieri come oggi l’agricoltore produce e poi aspetta il prezzo della merce, che viene deciso dai vari grossisti.

Certo. Guarda, quando io fui nominato assessore mi trovai in mano una riforma dell’agricoltura intonsa, c’era la possibilità di tracciare una nuova strada per il settore. Si trattava di 300 miliardi di Lire, ma non andava avanti. I vecchi democristiani non sopportavano la riforma agraria, perché rimetteva in discussione un modello economico a cui tenevano.
L’aspetto più importante, forse la chiave di volta di tutto il sistema era il prezzo del latte. Per risolvere questa evidente ingiustizia, affermavo che era inutile creare cooperative che si rapportavano con ogni singolo pastore e non si pensava invece a diventare concorrenti diretti di un sistema industriale, contribuendo così a decidere il prezzo del latte nel mercato.
Si tendeva, ancora una volta, a voler restringere il campo agricolo a quello dei piccoli produttori, divisi e deboli di fronte ad un mercato che creava multinazionali e alleanze globali.

Quindi c’è sempre stato un rapporto complicato tra la sinistra e la terra, la classe operaia invece era l’interlocutore privilegiato.

Si, c’era un problema culturale, purtroppo mai affrontato davvero. La classe operaia era protagonista nella cultura e nelle scelte politiche. La classe operaia che diventa mito, fino a scomparire del tutto, diventando un’immagine sbiadita.

Perlomeno nel Sulcis è stato un continuo cammino verso la scomparsa definitiva. Si è cercato di mantenere in piedi un modello economico che produceva solo perdite. Le continue minacce di chiusura da parte delle diverse aziende che si installavano a Portoscuso hanno prolungato l’agonia, usando gli operai come testa di ponte per chiedere aiuti allo stato. E qui viene in mente la canzone di Battiato “le barricate in piazza le fai per conto della borghesia”.

Se ne parla da decenni di riconversione, di usare le ricchezze del territorio, e certamente non continuare con il carbone. Quello è un sistema assistito, completamente dipendente. Il contrario di quello che pensiamo noi di Rossomori.

Se poi pensiamo ad altri esempi nel Mediterraneo, ci accorgiamo di quanto le cose possano essere diverse. In Spagna due esempi plastici di un modello di sviluppo equo e redditizio per l’agricoltura: Marinaleda, un comune della Andalusia che con la cooperativa comunale garantisce un lavoro e un reddito a tutti, producendo alimenti biologici di alta qualità; sempre in Spagna, l’esempio catalano del Moianès, dove sempre tramite cooperative si è riusciti a riconvertire aziende uscendo fuori dal circuito della grande distribuzione e puntando alle colture autoctone di qualità. Non si può combattere la concorrenza delle grandi multinazionali o produrre brevetti ad esempio, forse la strada è difendere la produzione locale?

Noi come Regione Sardegna abbiamo anche prodotto brevetti. Abbiamo centri di ricerca di eccellenza, guardati con rispetto anche da altri paesi come la Francia. I nostri centri di ricerca regionali sono sani, tanto da voler essere inglobati in quelli universitari. Dispiace ad esempio, la chiusura del centro sperimentale di Villasor, anch’esso un’eccellenza. Le aziende hanno comunque a disposizione la tecnologia necessaria per innovare.
Quello a cui bisognerebbe puntare è la filiera dell’agroalimentare, in questo ambito si può lavorare molto, come negli esempi che hai citato.
La filiera a km 0 ad esempio non vuol dire solo filiera corta, bisogna anche cambiare modo di produrre, ossia produrre tanto quanto consumiamo. Dobbiamo progettare con cura le quantità di prodotto, in modo da realizzare solo qualità. Per esempio la Sardegna non produce ortivo e frutta, importiamo il 70% dall’esterno. Una follia.

Com’è possibile questo paradosso?

C’è una spiegazione storica. Ci furono decisioni politiche ben precise che ostacolarono la scelta di investire sulle alcune colture al posto di altre. Stiamo parlando degli anni ottanta, c’era in ballo a livello italiano un piano di riconversione nazionale sul settore agrumicolo, frutteti da industria e da fresco finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno. In Sardegna, si è investito in altre colture come l’erba per alimentare gli animali. Colture che però consumavano molta acqua ed energia. In quel periodo risalgono anche i finanziamenti per l’estirpazione dei vigneti a cui mi ero opposto fermamente, ma non potevo fermare una libera decisione degli agricoltori. Si finanziarono serre a tassi molto bassi, ma non hanno prodotto i risultati sperati. Avevamo invece la possibilità di investire in coltivazioni in asciutto, grano e altri cereali, gli spazi e le condizioni erano ideali, invece si è preferito investire in altri settori.

Insomma l’agricoltura non è mai stata interpretata come parte essenziale per uno sviluppo economico dell’isola.

Ancora oggi c’è difficoltà a vedere la soluzione di questa crisi. La strada è quella di fare rete, come in ogni altro settore. Fare consorzi, immagina un consorzio del Cannonau che difenda ogni produttore, conservando le specificità ma presentandosi ai mercati esteri con un nome riconoscibile.
Bisogna che si creino le zone dei vitigni, ogni cantina coltivi le sue specificità.

Forse la Regione dovrebbe dare delle indicazioni.

Non si può sempre aspettare la Regione che risolva i problemi dei produttori.

Già, ma torniamo all’attualità e ai problemi da affrontare dall’amministrazione regionale. Qual è la vostra posizione riguardo l’attribuzione dei terreni agricoli dell’amministrazione pubblica ai privati che vogliono investire nel settore?

Ci sarà a breve un bando per l’assegnazione di molti ettari di proprietà pubblica, anche se io nutro alcuni dubbi sull’operazione. Mi ricordo che attraverso la riforma agro pastorale fu fatta la più grande assegnazione di terre pubbliche in Italia, favorendo di fatto però i grandi proprietari. In ogni caso, oggi c’è il pericolo di disfarsi di appezzamenti preziosi che potrebbero essere utilizzati dalla Regione per attività vivaistica ad esempio, sperimentazione da parte dell’Università.
Io vorrei che ci fosse una sola condizione necessaria: che siano i giovani a richiederle, e poi creare le condizioni perché le imprese si sviluppino.
Vorrei anche evitare il “cannibalismo della pecora” anche se il prezzo del latte è aumentato ed è remunerativo, non usare i terreni solo per pascolo. Il contadino migliora i terreni anche per i pastori.
Noi dobbiamo puntare ad una coltura intensiva di qualità, che presupponga però molta preparazione, che produca lavoro. Che tutti gli enti legati all’agricoltura facciano da assistenti all’impresa che nasce e cresce.

Un altro settore a cui teniamo molto è il bosco. In Sardegna non si investe più sulla ricchezza delle foreste, dobbiamo fare coltura del bosco, preservarlo e coltivarlo. Preservarlo dando anche incentivi ai pastori, custodi del territorio, perché non partano gli incendi.
La foresta che crea anche posti di lavoro, investire nella coltivazione e sfruttamento della foresta. Sappiamo che pur essendo la regione con più ettari di foresta, la Sardegna importa legna da ardere e pellets per le caldaie, è un controsenso. Investire nelle foreste non comporta spese rilevanti per la Regione, con un ritorno dal punto di vista economico e lavorativo molto ingente. Lavorare il sottobosco limiterebbe anche gli incendi, migliora la salute generale degli alberi ecc.
Creare un circuito virtuoso che protegga la natura e crei economia, tutto questo si traduce in un risparmio enorme per la Regione. Una parte del progetto potrebbe riguardare la cura e coltivazione del bosco, un’altra la produzione di legna per energia o per riscaldamento, tutto questo tenendo conto delle quote pubbliche da assegnare.

Tutto sembra far parte di un discorso più ampio, presuppone un incentivo per il ripopolamento delle zone rurali?

Certo, ma oltre a finanziamenti per la creazione di impresa, assegnazione di terreni, aiuti per comprare una casa, bisogna che si offrano servizi che possano garantire una vita dignitosa ai giovani. E’ impensabile che i piccoli paesi possano sopravvivere se non si investe in questo senso. La chiave sta nel modello di sviluppo per attirare giovani.

Ci sono così tante ricchezze archeologiche ad esempio che potrebbero attirare un turismo di qualità, attento alla cultura, l’ambiente e le tradizioni. Creare un sistema di ospitalità diffusa che offra la possibilità di vivere il territorio. Tante piccole economie che si affiancano, si intersecano che convivono e producono una pluralità di iniziative che creano una società evoluta. Questo è il sistema che immagino. Non abbandonare le piccole provincie come Nuoro, che rischia di diventare “una bidda con i semafori”. Ma se invece si pensa davvero ad investire in cultura, si potrebbero usare le strutture già esistenti. Per esempio per fare mostre itineranti del patrimonio artistico bancario sardo e nazionale, unire insomma cultura e mondo rurale. Questa è la mia ricetta per il futuro.

Fonte: Mediterraneaonline (la foto è tratta dallo stesso sito)

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More
Page 1 of 3123»