Semi, agricoltura contadina ritorno alla terra (fuori dal conformismo e dalla retorica)

di Michele Corti

 

Minima ruralia è capace di condensare in un agile volumetto una puntuale e organica riflessione sul mondo rurale, il suo declino e i tentativi di rigenerazione locale e comunitaria. Un’opera che mette al centro la riattivazione dei sistemi locali di agricoltura su piccola scala (variamente e riduttivamente etichettati come agroecologia, neoruralismo) oggi oggetto di molte parole e di molta scrivere.  Ma pochi hanno davvero i titoli per farlo come l’autore, un genovese che – agli antipodi da nuovi e vecchi ideologismi – ha tratto spunto dalla crisi verticale dell’agricoltura dell’entroterra per elaborare un punto di vista  sulle prospettive della ruralità  che rifugge da facili entusiasmi ma anche dalle altrettanto facili rassegnazioni. Ispirandosi ad un’esperienza contadina che rifugge idealizzazioni e distorsioni a pro di facili strumentalizzazioni.

Minima ruralia è un testo che si vuole far leggere da chi è realmente interessato al tema, non scritto per gli “addetti ai lavori”. È infatti privo di quegli apparati che rendono spesso inutilmente seriosi (leggasi poco leggibile) tanta saggistica che deve riempire scarsa originalità di ispirazione e un sottile spessore di contenuto con una forma  “accademicamente adeguata”. Gli apparati in questa opera consistono sole nelle indicazioni bibliografiche delle tante pubblicazioni dell’autore riprese nel testo.  Pur risultando da una rielaborazione di testi (scritto ex novo è l’ultimo capitolo) Mimima ruralia scaturisce da esperienza viva e il lettore non può non accorgersene.

La riflessione, densa di considerazioni spesso originali,  che attraversa i capitoli del libro ha trae materia materia non solo dalla ricerca sul campo dell’autore ma anche dalla sua azione concreta (nel legata in modo particolare alla rinascita della “patata quarantina genovese”). Un’azione difficile nell’ambito della realtà rurale ligure caratterizzata da un’agricoltura di piccola scala e fortemente “verticale” ha visto subentrare una crisi (e una senilizzazione) particolarmente gravi,  con la trasformazione di borghi e villaggi agricoli montani in ospizi senza più un negozio aperto, circondati dal bosco che avanza e dai cinghiali, con le terrazze coltivate (le fasce) inghiottite dallavegetazione e il crollo dei muri di sostegno.

Angelini ha reso la sua esperienza ed esposto le sue considerazioni e riflessioni in una prosa lineare che con molta parsimonia attinge a quei “paroloni” con i quali gli intellettuali infarciscono la loro scrittura. Una prosa capace di rendere il ritmo lento e cadenzato (ad orecchi lombardi guastati dalla frenesia) di un autentico genovese.

Quella di Angelini non è però  un’esperienza “esistenziale”, chiusa nel contesto dolente dei paesini dell’entroterra genovese (un contesto che si materializza plasticamente in alcune pagine “oltre la prosa” del capitolo “Dalla terra al cielo”) . È esperienza che si è nutrita, oltre che in un radicamento locale, anche del confronto con quelle esperienze che in Italia (e non solo) hanno incarnato i momenti più alti ed originali di elaborazione e testimonianza in tema di azione per la terra (e per l’uomo che vive sulla terra), intesa non solo in senso politico, sociale, economico ma anche (dichiaratamente) spirituale.

L’esperienza di Massimo Angelini, riflessa in Minima ruralia, attraversa quasi un trentennio e si confronta con un vero e proprio ribaltamento di prospettive.

Trent’anni fa sentivo difficile parlare del mondo contadino perchéera un argomento di nicchia […] il residuo di un mondo che la corrente del momento a volte tratteggiava con le tinte forti della caricatura, con i colori dell’abbruttimento o, al contrario, della favola edulcorata. Oggi sento difficile parlarne per altri motivi: non ultimi per il fatto che è diventato un argomento amabile, di conversazione buona e impegnata, perché la terra si è popolata di buongustai, buoni prodotti, sempre tipici, e buone intenzioni […] dove piace tornare anche quando non ci si è mai stati – e sono tanti quelli che amano conversare sul ritorno alla terra – e, forse, molto di quello che si dice lo si è appreso dai libri; dove qualche volta chi sa qual è la cosa giusta da fare, e ama ostentarla con benevolenza, dell’agricoltura (naturalmente pulita, ecologica, equa, consapevole…) ha fatto il nuovo abito del perbenismo.

Basta questa citazione per capire come Angelini nulla conceda al “nuovo perbenismo”, ai nuovi “buonismi”, alle nuove espressioni di un consumismo che trasforma, decontestualizzandoli i prodotti “contadini” in feticci per un nuovo edonismo, in forme di distinzione sociale, in nuove ipocrisie (anche senza arrivare alle Disneyland del cibo di Oscar Natale Farinetti). Chi è alla ricerca di un prontuario che gli consenta di rimasticare le “parole del ritorno alla terra” non cerchi ispirazione in Minima ruralia. Non è questo un testo per chi intenda trarre armamentari concettuali o peggio frasi fatte buone per confezionare progetti “rurali”a tavolino.

Angelini è sferzante contro i progetti utili solo a dar lavoro ai consulenti e ai progettisti e a far fare bella figura ai politici locali. Non è tenero con gli ecomusei e simili istituzioni (dove ovviamente c’è da fare le opportune distinzioni). Inutile spendere per campagne di comunicazione quando non c’è il prodotto, inutile restaurare un singolo edificio se ha solo la funzione di emblema ma non è più al centro di relazioni sociotecniche vive, un elemento di sistemi locali, comunità di pratica, sistemi produttivi locali di economia identitaria. Ma come è assurdo gettare soldi per restaurare manufatti avulsi da un paesaggio vivo (in Liguria si pone in modo acuto il problema delle fasce, le terrazze coltivate) è anche assurdo e controproducente, “imbalsamare” altri elementi del patrimonio quali i nuovi feticci della “biodiversità”, delle varietà autoctone, delle varietà tradizionali. Ciò che può essere fecondo se parte di un progetto di rigenerazione locale diventa uno sperpero, un’illusione, un boomerang se isolato: “Non si conserva il patrimonio varietale se si dissolve il tessuto rurale che lo ha generato: non ha senso recuperare i semi se si estirpano i contadini”. A volte, resosi invisibili per una forma di autodifesa, esistono ancora quei patrimoni (ambiti di esperienza collettiva) che rappresentano la matrice di una varietà locale/tradizionale ma e qui sta il paradosso del “buonismo” con cui si affronta il tema della “biodiversità”, nel solco delle generalizzazione di pratiche di ipocrisia: “rischiano di scomparire i saperi condivisi quando sono sacrificati alla dittatura degli esperti, quando la sola validazione del sapere che conti è quella dei professori, di coloro che sono iscritti ad un ordine professionale, di chi alla sua firma può sovrapporre un timbro”.

Angelini non teme di sfidare anche i feticci di quelle nuove forme di perbenismo e consenso unanime che si adornano di parole magiche quali “biodiversità”, intesa spesso molto riduttivamente come “informazione genetica” conservabile in un “obitorio” (vedi la banca genetica di Bill Gates & C. oltre il circolo polare artico).

Le varietà potrebbero essere paragonate a un manufatto; comunque sono un lascito, un’eredità, un patrimonio comunitario per definizione. Definire le risorse genetiche e espressione di fragile consapevolezza o imbarazzante forma di ridotti risma, come sarebbe se si definisse un mobile come un aggregato di molecole, un dipinto come una somma di pennellate, o una persona come un campionario di automatismi fisiologici e di tic culturali. Le varietà, come le forme spontanee, sono il prodotto di un incontro, nel tempo, tra una specie, un terreno e un clima, ma, ben più delle forme spontanee, sono anche il prodotto dell’incontro con una cultura, in un luogo e in un ambito comunitario. In questo senso, le varietà tradizionali, quando sono tramandate adattate in un luogo, sono varietà locali, caratterizzate in modo originale comunque dinamico sia nella loro modalità e di genetica, quella che agisce sulla continua ridefinizione del codice genetico, sia nei loro aspetti fieno tipici, quelli esteriori legate alla forma e al comportamento.

Da questa concezione deriva l’estraneità dei concetti di costanza genetica, purezza genetica, autoctonia assoluta rispettoall’esperienza delle comunità di coltivatori e allevatori.

Quella della purezza delle varietà è  dunque un’esigenza estranea al mondo contadino. Distinguibilità, uniformità, stabilità e purezza caratterizzano invece le varietà commerciali, le coltiva, sono requisiti previsti per l’iscrizione ai registri parietali, sono coordinate buone per i parametri ufficiali, definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi, sono caratteri conforme alla loro progettazione e allo sfruttamento dei benefici commerciali legate al loro uso. Cosa hanno a che fare con i campi dei contadini nei quali, dove più dove meno secondo le caratteristiche di fertilità delle specie, le varietà si incrociano liberamente dando vita mescolanze popolazioni?”

Questi riferimenti, pur non rendendo conto in modo adeguato della densità di spunti del testo di Massimo Angelini indicano chiaramente come quella dell’amico ruralista sia una delle poche lucide voci fuori dal coro di una macchina agroalimentare e culturale che tutto fagocita, tutto svuota di senso, nelle dinamiche del logoramento semantico, del luogo comune, del conformismo, dell’accademismo.

Pentàgora, l’editrice del libro – promossa dallo stesso Massimo Angelini – è una piccola casa editrice, meglio è “un laboratorio editoriale tra artigiani di cultura”. I parallelismi ma anche gli intrecci tra i produttori artigiani del cibo e i produttori artigiani di parole, scritture, narrazioni, riflessioni, cultura sono molto stretti. Ed è bene che sia così. Quando l’industria editoriale, i supermercati della cultura, le guide gastronomiche celebrano la gastronomia contadina essi diventano – piegandosi alle ferree logiche commerciali – altrettanti canali di sterilizzazione della spinta eversiva del cibo buono pulito e giusto.

È quindi vitale che iniziative culturali, editoriali artigianali, non condizionate dalle logiche del mercato traggano ispirazione da esperienze di comunità locali, di contadini, di allevatori, di pastori, diventino parte integrante di queste esperienze e contribuiscano a dischiudere a chi non vuole rassegnarsi ad essere consumatore passivo di libri e di cibi una prospettiva fresca, inedita, non omologata.

Fonte: Ruralpini.it

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