Uno sguardo etnografico sul cambiamento

di Dafni Ruscetta

Ladakh

Il titolo di questo contributo non è casuale, “uno sguardo etnografico” indica la necessità di un approccio metodologico in grado di entrare in profondità nelle dinamiche sociali, culturali e psicologiche della società. Ed è proprio ciò che l’arte dovrebbe fare per rivoluzionare, ‘sovvertire’ e ricolonizzare l’immaginario collettivo in favore di simboli nuovi, legati a valori di comunitarismo, solidarietà e reciprocità, con uno sguardo anche alla tradizione e al passato.

Gran parte del lavoro di questi anni sul territorio, spesso un impegno di ‘semina’ silenzioso ma che comincia a dare anche qualche buon frutto, è stato realizzato all’interno della cornice della decrescita, di cui Maurizio Pallante è instancabile ispiratore e filosofo.

Molti di noi hanno lavorato e collaborato per la diffusione di nuovi stili di vita, per una visione del mondo rinnovata e ispiratrice di un reale cambiamento delle coscienze, ancor prima che di comportamenti e abitudini. Il nucleo di questa condivisione sarebbe pertanto un nuovo paradigma culturale, un rinnovato sistema di valori rispetto a quelli a cui le società occidentali sono state ‘plasmate’ dal capitalismo e dal neoliberismo negli ultimi decenni. Chi si sia avvicinato alle scienze sociali nel proprio percorso di esperienze o di formazione sa che stiamo parlando di un profondo cambiamento a livello non solo sociale, ma anzitutto individuale e antropologico. Lo sguardo etnografico appunto, che spesso è in grado di cogliere – per via dei suoi fondamenti metodologici – un’osservazione partecipante su aspetti molto complessi dei meccanismi di funzionamento delle società moderne, può rivelarsi uno strumento di indagine e di analisi per comprendere e affrontare queste nuove esigenze dell’umanità. Partendo dalla consapevolezza che la ‘cultura’ non può essere intesa solo in senso di intrattenimento, di folclore o di erudizione (tantomeno se di stampo accademico o scientifico) e nemmeno in senso identitario regionale o nazionale, l’etnografia può diventare il ‘metodo’ con cui l’arte può tentare di insediare il seme di una nuova coscienza individuale – il paradigma culturale appunto – nelle società occidentali, ormai ‘drogate’ dai falsi miti di una crescita economica infinita di cui sempre più si osservano le dannose conseguenze. La cultura intesa come qualcosa che ‘eleva’, come condivisione di aspetti molto più generali dell’esistenza umana, perché in fondo le esigenze sostanziali degli uomini e delle donne di ogni parte del globo sono le stesse. Ciò che cambia sono le risposte a quei bisogni.

Per ottenere un tale obiettivo nel lungo periodo – sebbene comincino a comparire già i primi frutti dopo anni di impegno da parte di ridotte minoranze – occorre un grande lavorio a livello educativo dalle fondamenta della società, anche grazie ad espressioni culturali come il campo artistico appunto. L’educazione, peraltro, non può più essere intesa solo in senso logico-razionale, ma deve tornare a investire anche altre sfere del vivere e dell’agire umano: ad esempio la coscienza e conoscenza di sé, base filosofica di molte scuole antiche di Oriente e di Occidente, forse il ponte tra civiltà e culture che ancor oggi faticano a comprendersi e a collaborare per lo sviluppo armonico dell’umanità.

Le premesse del mondo che vedremo e che vedranno i nostri figli dipendono dalle scelte che stiamo facendo oggi. E’ giunto il momento di ripensare modelli nuovi e alternativi, stili di vita sostenibili e coerenti con le risorse di cui disponiamo, partendo da questioni cruciali come l’equità sociale e i diritti, il territorio e l’ambiente.

Da qui occorre ripartire per ricostruire una nuova civiltà, un nuovo ‘Rinascimento’, di cui l’arte deve essere una delle principali espressioni. Un nuovo modo di stare al mondo che permetta a tutti, seppur con inevitabili gradi di differenziazione, di avere accesso a un minimo di dignità di vita e di integrazione con un ambiente con cui crescere come individui.

Tutto il resto non può prescindere da questa rinascita, tutte le tematiche dell’identità culturale, tutte le narrazioni su cui abbiamo costruito la nostra attuale visione del mondo – tra cui quella della crescita economico-produttiva infinita – non dovrebbero più risultare prioritarie nelle politiche nazionali o regionali, e nemmeno nei luoghi di cultura quali le università. La priorità sta, piuttosto, nella possibilità di ogni individuo di costruire il proprio futuro in maniera consapevole su basi di uguaglianza, che è la premessa fondamentale per valori quali la solidarietà, il comunitarismo e la reciprocità, su cui occorre fondare un nuovo paradigma.

Tutto questo si traduce con la necessità, addirittura l’urgenza, di recuperare (o reinventarsi) un ‘ordine simbolico’ per le nostre società, dei simboli ‘sacri’ che uniscano il collettivo attraverso l’immaginario. “La concezione simbolica della realtà è quella che della realtà tiene insieme ogni aspetto…Per sua intima natura – lo racconta la stessa parola – simbolo è ciò che tiene insieme, unisce…I simboli uniscono e mettono in comunicazione i piani della realtà: sono finestra e ponte…permettono di accedere al mondo visibile”1.

Da un punto di vista pratico il cambiamento si realizza con le singole e personali azioni quotidiane. Ce lo insegnano tanti individui, uomini e donne, che hanno fatto scelte di vita diverse, che hanno consapevolmente indirizzato la propria esistenza verso situazioni forse meno ‘comode’ e meno evidenti, ma certamente più incoraggianti in termini di salvaguardia della vita su questo pianeta. Queste azioni dovrebbero esortare tutti i cittadini ad adattarsi a stili di vita più sobri e umani, riscoprendo abitudini, savoir faire, e comportamenti di una volta, improntati a un rapporto con l’ambiente, a ritmi e a relazioni umane più semplici e naturali. Non è nemmeno questa la sede per respingere i luoghi comuni e la critica secondo cui, in questo modo, si vorrebbe riportare l’umanità a condizioni di sottosviluppo, a sistemi di vita e di lavoro ‘retrogradi’. Questa è solo la visione ‘infantile’ e sbrigativa da parte di chi si ostina a limitare la diffusione di un simile modello, per lo più per scopi ‘politici’ e interessi personali.

Affidare la responsabilità esternamente, ad altri (politica, istituzioni, attori economici etc.), è facile ma non risolutivo, soprattutto nel lungo periodo. E’ responsabilità di ognuno di noi, dei singoli cittadini, degli individui, non della classe politica. Occorre semmai orientare le proprie azioni verso pratiche e abitudini di vita diverse, ‘guidando’ il cambiamento attraverso l’esempio quotidiano.

E non è nemmeno un caso se un personaggio del nostro tempo – penso a Papa Francesco – incoraggi costantemente al rispetto e alla riscoperta proprio di quei valori nella nostra società, nel nostro essere individui prima ancora che collettività. E’ questo ciò di cui abbiamo bisogno, dei nuovi punti di riferimento, di grandi esempi, di un nuovo paradigma attorno a cui far ruotare le singole scelte quotidiane. E a proposito di Papa Francesco, mi viene in mente il racconto di un altro grande gesuita, Anthony De Mello, il quale diceva: “Volete cambiare il mondo? Che ne dite di cominciare da voi stessi? Che ne dite di venire trasformati per primi?”.

Certo, è facile parlare e dipingere scenari, teorie, nuove visioni filosofiche che rischiano di diventare poi nuovi ‘dogmi’. E’ un rischio che occorre mettere in conto e da cui è necessario tentare di svincolarsi, magari approntando opportune misure contro ogni sorta di patologica dipendenza ideologica. Senza interferenze o giudizio di parte, appunto.

E l’arte ha il dovere, nuovamente, di riprendere coscienza della propria funzione sociale e culturale, restituendo al mondo un nuovo sguardo, dall’alto, sull’umanità in tutti i suoi aspetti, senza giudizi apparenti o pretese di moralità. Semmai attraverso una concezione simbolica della realtà, “un tempo dove non si conosce separazione tra corpo e anima, tra cosa è materiale e cosa è spirituale, tra profano e sacro, tra cosa è visibile e cosa è oltre il visibile”2.

di Dafni Ruscetta

1Massimo Angelini, Participio Futuro, Edizioni Pentàgora.

2Massimo Angelini, cit.

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