Omosessualità, adozioni, poligamia

di Giuseppe Elia Monni

Pur essendo, da sempre, un convinto eterosessuale, non ho mai trovato nulla di immorale o innaturale nell’omosessualità. L’ho sempre considerata una cosa strana e, per me inspiegabile, non diversamente da come considero strane ed inspiegabili tante altre passioni umane, come quelli che mangiano aglio crudo o guardano film con Van Damme. Io non lo farei mai, e sono comportamenti che osservo con istintivo irrazionale sospetto, per il solo semplice motivo che trovo le donne così attraenti ed appaganti da domandarmi come si possa rinunciarci. Poi però mi guardo attorno, mi rendo conto della varietà di pesone e passioni che mi circondano, prendo atto del fatto che anch’io, per molte persone, ho passioni inspiegabili, e il mondo mi appare allora quale proverbialmente è: confortantemente vario, ricco e sorprendente.

In questi anni, in Italia, si è finalmente iniziato a discutere (con ritardi e remore davvero grottesche per un Paese che dovrebbe essere laico e civile) dei matrimoni tra persone omosessuali, istituto che ho sempre considerato ovvio, poich’è ovvio che due persone adulte possano decidere di stringere tutti i rapporti contrattuali affettivo-economici che vogliono, e uno Stato debba riconoscerli, per il semplice fatto che esistono, potendo vietarli solo se ledessero diritti altrui. Ma proprio questo riferimento ai diritti altrui mi spingeva, da ragazzino, a tracciare la linea di demarcazione tra lecito e illecito, legittimo e illegittimo, giusto e sbagliato, distinguendo tra diritto al matrimonio e diritto all’adozione. Mi dicevo (come tanti si dicono e ci dicono): due persone adulte hanno diritto di vivere come vogliono, ma va tutelato il diritto del bambino a crescere in una famiglia “normale”. Era evidentemente una posizione pseudorazionale o comunque pseudoscientifica, perché si fondava su preconcetti che, ragionando e informandosi, non reggono.  Ma è la posizione tuttora prevalente in Italia, e viene ripetuta anche da personalità di apparente cultura libertaria. E’ quindi molto utile riflettere sulla questione dei matrimoni tra persone omosessuali, e su tutto ciò che essi si porteranno dietro (perché non si porteranno dietro solo le adozioni, ma avranno anche ulteriori sviluppi, davvero sorprendenti e, per adesso, inaccettabili per una opinione pubblica che ancora discute sul valore civile delle unioni di fatto…).

Il primo e più diffuso argomento contro i matrimoni omosessuali (e quindi a maggior ragione contro le adozioni da parte di persone omosessuali) è che l’omosessualità non è “naturale” (di qui anche i trinceramenti dietro la terminologia usata dalla nostra Costituzione). Tipica l’affermazione “L’omosessualità sarà naturale quando i maschi potranno partorire!”. Mi imbarazza dover perdere tempo a confutare affermazioni così idiote, ma la logica di questo articolo me lo impone. La prima risposta a simili affermazioni è che se il concetto di “naturale” attiene a cosa accade in Natura, cioè allo stato selvaggio e primordiale, beh, sappiano lorsignori che l’omosessualità (e anche l’adozione da parte di coppie omosessuali!) è fenomeno presente in Natura, quindi assolutamente naturale. Ma questo (sebbene importante ed interessante per comprendere il fenomeno dell’omosessualità anche nella specie umana) non ha alcun senso dal punto di vista sociale e, quindi, giuridico. Infatti, le stesse persone che condannano l’omosessualità in quanto “innaturale” difendono la monogamia come naturale (quando così non è, ossia: dipende dalle specie e dalle società), difendono i progressi della medicina e della tecnica che ci consentono di guarire quando per natura dovremmo morire e ci consentono di avere arti artificiali o di volare, sebbene la Natura non ci abbia dotati di ali. “Volare sarà naturale quando agli uomini spunteranno le ali!”: questo ci dà la misura del ridicolo.

E potremmo proseguire all’infinito, elencando la quantità di comportamenti di Natura che consideriamo, appunto, selvaggi e primordiali e quindi inaccettabili in una società che è animata proprio dalla volontà di superare istinti e regole che non consideriamo compatibili con una nostra idea di convivenza, uguaglianza, progresso culturale e, in una parola, di felicità. Un padre o una madre che uccidessero, e addirittura sbranassero, il proprio figlio, sarebbero e sono reietti, dalla nostra idea di società, eppure è una cosa che accadein Natura, dunque è “naturale”.

Un abile argomentatore potrebbe a questo punto rispondermi: “Lei ha ragione: l’omosessualità è cosa naturale, e come tanti altri comportamenti naturali abietti abbiamo il diritto anzi il dovere di reprimerla!”. Ma il problema è: reprimerla in nome di cosa, in ragione di quale argomento?

Il principio kantiano, per il quale la libertà individuale ha come limite solo la libertà altrui, ci dà una risposta chiara: nessun comportamento umano può essere impedito se non lede la libertà altrui. La libertà, non altri diritti. In questo modo si sgombra il campo da tanti equivoci e si risponde a tutti coloro che, alla ricerca di argomenti contro l’omosessualità, affermano che i matrimoni tra omosessuali andrebbero impediti in quanto, diventando destinatari di agevolazioni pubbliche, contrarrebbero i diritti delle coppie eterosessuali. Una tesi evidentemente assurda, non solo perché postula invece che dimostrare la diversità tra matrimoni etero e omosessuali, ma anche perché il riconoscimento dei matrimoni tra omosessuali, e ll conseguente ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni, non contrarrebbe affatto il diritto delle coppie eterosessuali alle agevolazioni, ma contrarrebbe al massimo la eventuale quota disponibile di agevolazioni (cosa peraltro non automatica). L’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini (più precisamente: il riconoscimento del fatto che tutti i cittadini, a prescindere dal reddito, avessero diritto di voto) non lese il diritto di voto dei pochi che sino ad allora avevano potuto votare, ma al contrario lo rafforzò. Il suffragio universale, infatti, abolendo il privilegio di pochi, consacrò un diritto di tutti. Ed allo stesso modo dovrebbe capitare (e capiterà) coi diritti degli omosessuali: il riconoscimento del loro diritto a costituire una famiglia rafforzerà l’istituto della famiglia, perché consacrerà la libertà individuale di chiunque a stringere quel rapporto contrattuale, affettivo-economico, che definiamo famiglia.

Quando un Governo accerta l’esistenza, lo spontaneo naturale instaurarsi di istituti che, non ledendo ma anzi ampliando le libertà individuali, le rafforzano, non può che riconoscerli ed anzi dovrebbe agevolarli. E siccome è facilmente accertabile l’esistenza, lo spontaneo naturale instaurarsi, anche tra omosessuali, di contratti del tutto identici a quelli che, tra eterosessuali, già riconosciamo e agevoliamo, definendoli  “matrimoni”, il non riconoscere quelli tra persone omosessuali costituirebbe (costituisce) una gravissima lesione dei diritti fondamentali della persona e della nostra Costituzione.

Se fossimo capaci di depurare il nostro giudizio dai preconcetti parareligiosi o giusnaturalistici, e non avessimo quindi più bisogno di andare alla ricerca di argomentazioni pretestuose, quali la lesione degli altrui diritti, la equiparazione, anzi l’identità tra i vari tipi di matrimonio ci apparirebbe una cosa più che doverosa: ovvia.

La questione adozione, però, e più in generale la questione della genitorialità delle coppie omosessuali, appare più complessa. Almeno ad una prima superficiale analisi. L’adozione infatti (e più in generale qualunque istituto che consenta a coppie omosessuali di crescere figli, anche in parte propri dal punto di vista naturale) include nel ragionamento un soggetto terzo, un soggetto che, in più, non è adulto e consenziente, ma minore, a volte addirittura inesistente e quindi inevitabilmente vittima (o beneficiario) delle altrui scelte.

La domanda quindi è: consentire che un bambino cresca in un contesto familiare omosessuale lede un suo diritto? Quale diritto? Non certo un suo presunto diritto a crescere in una “famiglia naturale” visto che, come abbiamo visto, la Natura non può essere presa a parametro per stabilire cosa è diritto e cosa no. Tantomeno si potrebbe utilizzare la definizione di “famiglia normale”, in quanto, se possibile, ancora più generica di quella “naturale”. Vi sono certo taluni che tentano di utilizzare la statistica, per affermare che le coppie eterosessuali sarebbero “normali” in quanto più diffuse, ma anche questa osservazione non ha alcun senso, perché nel momento in cui si pretende di passare dal piano descrittivo (“Le coppie omosessuali sono meno diffuse di quelle eterosessuali”) a quello prescrittivo (“Le coppie omosessuali non devono crescere figli”) si deve legittimare il divieto con un collegamento logico penale, individuando il bene alla cui tutela è posto il divieto, e motivarlo con solidissimi argomenti scientifici (in caso contrario dovremmo affermare che consentire che un bambino cresca in una famiglia di miliardari lede il suo diritto a crescere in una “famiglia normale”). Il problema è quindi individuare il bene che si vorrebbe tutelare (ad esempio l’integrita fisica, psischica e morale) e i rischi reali di una sua lesione.

Nei Paesi civili lo Stato si ritiene in diritto, anzi in dovere, di intromettersi nell’educazione familiare solo in casi estremi, quando particolari situazioni di povertà o sopruso ledono i diritti di un minore a una dignitosa crescita fisica, morale e culturale. Purtroppo, non esistono parametri oggettivi per giudicare la qualità di una educazione, e lo Stato  interviene solo in casi gravissimi, oltrepassando rarissimamente quel confine incerto (e sacro) tra il diritto dei genitori e il dovere dello Stato (giacchè prima esiste l’uno e solo dopo, sussidiariamente, viene l’altro). Perché uno Stato ritenga di poter e dover sottrarre un minore alla sua famiglia (atto di somma intromissione nella sfera delle libertà individuali) devono sussistere situazioni di malnutrizione o violenza talmente gravi da andare addirittura oltre ai normali parametri di tolleranza penale.

Quale sarebbe, quindi, il livello di pericolo al quale si starebbe esponendo un bambino, consentendogli di crescere in una famiglia nella quale i genitori sono omosessuali? Qualcosa di paragonabile al rischio di morte per fame o alla violenza sessuale?

Mi si potrebbe rispondere: “Beh, i criteri per consentire alle coppie anche eterosessuali di adottare un bambino sono assai più esigenti, rispetto a quelli posti a fondamento della semplice patria potestà, quindi non c’è nulla di strano se, tra i tanti parametri, si tiene conto anche delle abitudini sessuali dei genitori”. Ciò è sicuramente vero (anche se bisognerebbe discutere se ciò sia sicuramente giusto o opportuno) ma basta sgombrare il campo dalla questione adozione, e parlare in generale del diritto alla genitorialità, per far emergere i pregiudizi. Quando infatti una coppia eterosessuale decide di avere figli, nessuno Stato, nessuna legge, nessuna società penserebbe mai di poter esigere delle garanzie preventive sulla qualità dell’educazione ch’essa avrà la capacità o la volontà di assicurare al figlio. Anche due anziani senzatetto malati terminali di cancro con precedenti penali hanno il diritto di diventare genitori, perché lo Stato, per poter intervenire, deve attendere che un minore esista, e che si siano verificate tutte le condizioni di disagio che rendono necessaria la sottrazione alla patria potestà. Non si può intervenire prima perché il diritto alla genitorialità è sacro, viene prima di tutto e di sicuro prima dello Stato. Ma allora: come si può pensare che a una coppia omosessuale possa essere preventivamente proibito, non solo di crescere, ma addirittura di procreare un figlio (con le modalità che volessero liberamente utilizzare)? Dove sarebbe il pericolo per il bambino, ancora peggiore di quello che correrà sicuramente il figlio degli anziani senzatetto malati terminali di cancro con precedenti penali?

Fino a qualche decennio fa le tesi tradizionali della psicologia dello sviluppo presidiavano saldamente la materia e ci raccontavano che un individuo cresce in maniera equilibrata se il contesto in cui cresce gli fornisce una serie di punti fermi (affettivi, morali, sociali). Tale tesi soffriva però di una evidente tara tautologica, perché postulava che esistesse un individuo ideale “equilibrato” e tale equilibrio veniva generalmente misurato sulla sua capacità di “inserirsi” nella società, cioè di rispettare (formalmente, apparentemente) quel corredo di regole e ruoli che gli erano stati forniti, appunto, come punti fermi. La dimensione interiore, della soddisfazione personale o, in una parola, della felicità, è stata molto sottovalutata da queste tesi, nelle quali prevaleva un approccio sociologico, peraltro viziato da una idea di società piuttosto cristallizzata, alla quale si chiedeva (e ancor oggi si chiede) una mera adesione. Troppo lentamente, e con troppe paure, stiamo finalmente accettando l’idea che la società umana è multiforme e dinamica, e dagli individui non dobbiamo pretendere una adesione a modelli rigidi e posticci, ma spirito critico, estensivo ed inclusivo, curiosità, tolleranza e solidarietà. Su questi valori si fonda una convivenza sana, non certo sul formale apparente rispetto di astratti ruoli familiari e sociali che vengono peraltro (inevitabilmente) subiti e/o elusi da buona parte degli individui.

Le più recenti osservazioni scientifiche, nel campo della psicologia dello sviluppo, evidenziano come l’aspetto più importante, per una crescita “equilibrata” del bambino, risieda nell’equilibrio affettivo esistente all’interno della famiglia. Molto semplicemente: che i genitori si vogliano bene tra loro, vogliano bene al bambino e manifestino sentimenti positivi nei confronti dei terzi. L’aspetto sessuale (che l’ingombrante cultura freudiana ci ha fatto per tanto tempo sopravvalutare) è pressocchè irrilevante, rispetto all’importanza dell’affettività di per sé. E il problema del genere (maschile e femminile) è ancor meno importante. Oggi tra padre e figlio sono considerate normali e anzi benefiche delle tenerezze che fino a qualche decennio fa erano considerate inaccettabili nel contesto di una definizione dei ruoli e dei generi, e quindi profondamente diseducative (si teorizzava che un figlio maschio cresciuto con troppe tenerezze sarebbe diventato omosessuale). Allo stesso modo, tra qualche decennio, il fatto che un figlio assista a delle tenerezze tra padre e padre verrà considerato normale (e benefico) come oggi è considerato normale (e benefico) che assista a quelle tra suo padre e sua madre. Non penserà “Oh mio Dio: due maschi che si baciano!”; penserà: “Guarda che bello: i miei genitori si amano!”. Bene: c’è chi preferisce ostinarsi a rintanarsi nel cupo mondo della prima frase, e chi come me non vede l’ora che quanti più ragazzi possano crescere in quello, confortante ed inclusivo, della seconda.

Uno degli ostacoli è certamente il fatto che continuiamo a idealizzare maschi e femmine, e i loro ruoli all’interno di famiglia e società. Anche a me piace coltivare l’idea di un uomo virile e di una donna femminile, con inclinazioni e comportamenti che rilevo diversi, ma non penso che questa differenza tra i generi sia centrale, nella vita di una persona, e che l’esistenza del completo catalogo di virilità e femminilità sia un elemento indispensabile per la crescita equilibrata di un bambino, o meglio: non penso sia indispensabile che la varietà di comportamenti che definiamo virili sia necessariamente interpretata da una figura di padre coi baffi e bombetta e quella varietà di comportamenti che definiamo femminili sia necessariamente interpretata da una figura di madre con grembiule e mestolo. Penso che ciò che definiamo virilità e femminilità possano essere messi a disposizione di un bambino in tanti modi, con tante modalità (più sono meglio è: i bambini non hanno alcun problema con la varietà e la diversità) e in ogni contesto familiare. D’altronde: miliardi di bambini sono cresciuti con padri poco virili, addirittura pusillanimi, o addirittura senza padri, senza che questo gli abbia automaticamente impedito di attingere ad esempi di forza, coraggio e intraprendenza, magari grazie a una madre di gran carattere. E quanti maschi, viceversa, sono stati rovinati, anche nella loro virilità, proprio dalla carenza di tenerezza, specie da parte dei propri padri?

Esistono ormai rilevazioni scientifiche consolidate, suilo sviluppo dei figli di coppie omosessuali, e tutte le ricerche confermano che si tratta di personalità assolutamente identiche a quelle dei figli di coppie eterosessuali. Una delle paure più diffuse, infatti, è che i figli di coppie omosessuali crescano necessariamente omosessuali: prospettiva che non dovrebbe preoccuparci (salvo che considerassimo l’omosessualità una malattia o qualcosa di pericoloso) e che comunque è infondata. Dopotutto, a dimostrarlo non dovrebbero essere necessarie le conferme scientifiche: basterebbe osservare che, se fosse vero che i figli delle coppie omosessuali crescono inevitabilmente omosessuali, i figli delle coppie eterosessuali dovrebbero crescere inevitabilmente eterosessuali…: la qual cosa, come sappiamo, non è.

La verità è che l’omosessualità è un fenomeno complesso, che ha origine da moltitudini di variabili genetiche e culturali, individuali e sociali, non diversamente da tutte le altre inclinazioni, abitudini e passioni che ci differenziano gli uni dagli altri in tutti i campi. Certo sarebbe ragionevole presumere che il figlio di una coppia omosessuale avrà più probabilità di diventare omosessuale rispetto al figlio di una coppia eterosessuale (così come il figlio di una coppia vegetariana avrà più probabilità di diventare vegetariano) ma, se anche questo fosse un problema (e non si capisce perché dovrebbe esserlo) gli studi dimostrano il contrario. Forse (ed è questa la vera differenza) il figlio di una coppia omosessuale avrà più probabilità di accorgersi d’essere omosessuale, e d’accettarsi, e vivere serenamente anche socialmente questa sua inclinazione, rispetto al figlio di una coppia eterosessuale. Questo sì. Ed è questa considerazione che mi fa concludere: ben venga il riconoscimento del diritto delle coppie omosessuali ad adottare e ad avere figli propri, perché molto probabilmente i loro figli saranno individui non solo più equilibrati, ma anche più liberi, più capaci di inserirsi in una società multiforme e dinamica, e soprattutto più felici.

Dinanzi a tutto questo, le residue obiezioni mi appaiono addirittura patetiche. Coloro che, ad esempio, affermano che il desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali è sintomo di egoismo, non sono tanto severi con quelle coppie eterosessuali che, non potendo avere figli, ne adottano, o praticano altre forme di fecondazione. Coloro poi che affermano che la base del matrimonio è la procreazione, non penserebbero mai di vietare il matrimonio tra eterosessuali sterili, o troppo anziani. Lo vieterebbero, però, a due anziani gay.

C’è però un passo ulteriore, che non possiamo non preannunciare. L’estensione del concetto di famiglia, infatti, come tutti i processi sociali, è infinito. Secoli fa discutemmo se considerare lecita una convivenza non consacrata dal matrimonio religioso; oggi discutiamo se riconoscere il matrimonio tra omosessuali; e domani? Ancora una volta ci sarebbe sufficiente guardarci attorno per renderci conto che il concetto tradizionale di famiglia (un padre maschio, una madre femmina, dei figli, tutti conviventi sotto uno stesso tetto, con vicini di casa, amici e parenti) non esiste praticamente più. Le famiglie, decennio dopo decennio, sono diventate organismi sempre più ampi e variegati, dai confini labili e mutevoli. La maggior parte dei bambini nati in questi anni vive in contesti famliari nei quali i genitori hanno o avranno più matrimoni e figli da diversi partner, molti dei quali continuano a frequentare gli ex coniugi e i propri figli, spesso insieme ai rispettivi fratellastri e sorellastre, spesso diventando amici dei nuovi partner, etc. Si sta insomma formando una sorta di famiglia allargata e diffusa nella quale gli affetti, i ruoli, i diritti e i doveri di ciascuno si incrociano e si rimescolano con una estrema varietà; varietà con la quale il legislatore, prima o poi, dovrà fare i conti. Perché, ancora una volta, non sono comportamenti che ledono diritti altrui, ma che al contrario estendono la libertà di ciascuno.

Ma allora, se questo è il futuro (e in realtà è già il presente!) e se siamo arrivati alla conclusione che il matrimonio è solo una variante di un istituto più ampio e variegato, che si chiama famiglia, e che va riconosciuto in tutte le sue declinazioni, senza che lo Stato possa intromettersi nelle scelte degli individui, decidendo ad esempio chi, tra più adulti, possa convivere con chi, far l’amore con chi, procreare con chi, crescere figli con chi, etc., non è forse facile prevedere che, nella logica delle cose, dovremo riconoscere un giorno ampie e mutevoli forme di poligamia? Quale argomento logico penale impedirebbe, già oggi, di riconoscere lo spontaneo naturale legame affettivo-economico di tre o più adulti consenzienti che decidessero di convivere, amarsi, procreare e crescere figli secondo comportamenti che non ledono le altrui libertà?

Profilare oggi tutto questo sembra politicamente scorretto, sembra avallare la Chiesa, quando afferma che “riconoscere il matrimonio omosessuale, ed ancor più il diritto degli omosessuali alla genitorialità, aprirà la strada alla poligamia”, ma è la verità, non perché le due cose siano consequenziali, ma perché fanno parte dello stesso processo: il processo di estensione della libertà individuale implicherà inevitabilmente che un giorno (molto presto) tre o dieci o cento persone, anche dello stesso sesso, che decideranno di costituire una famiglia, avranno diritto ad essere riconosciute come tale.

Anch’io, ovviamente, dinanzi a queste evoluzioni della società resto stordito, e confuso, perché tutto ciò che muta rapidamente ci spaventa, e la complessità ci appare, ad un primo sguardo, disordine morale, caos sociale. E’ però solo un’impressione, la sensazione che hanno avuto sempre tutti gli uomini dinanzi ai progressi della società che, ricordiamocelo sempre, hanno portato sinora, nell’ambito dei diritti individuali, crescenti quote di benessere, libertà, felicità.

Così sarà, così dovrà continuare ad essere.

Fonte: Sito web di Giuseppe Elia Monni

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