Archives for luglio2015

Orti urbani a Friburgo per la riqualificazione ecologica della città

di Vanessa Tarquini

friburgo-orti-urbani-a.jpgNon sarebbe bello camminare per le strade della propria città ed imbattersi improvvisamente in piccoli spazi coltivati in cui la raccolta non solo non è vietata ma addirittura viene incoraggiata?

In diversi quartieri di Friburgo opportunità simili sono diventate realtà dall’estate del 2011, anno in cui la città tedesca ai confini della Foresta Nera, da sempre molto sensibile al tema della sostenibilità, ha deciso di seguire l’esempio di numerosi paesi di tutto il mondo invadendo la città con orti urbani.

Gli orti urbani e la salvaguardia dell’ambiente

Cibo e sostenibilità ambientale sono infatti strettamente connessi tra loro: basta pensare che un terzo delle emissioni totali delle attività umane sono causate dall’agricoltura e che il trasporto di merci e alimenti contribuisce in maniera significativa all’ emissione di CO2 nell’aria per capire come i sistemi di produzione e consumo alimentare hanno ripercussioni dirette su problematiche stringenti come inquinamento, deforestazioni e consumo di suolo e di risorse idriche.

Progetti volti all’auto-produzione e al consumo di prodotti locali rappresentano una risposta concreta delle comunità che vogliono dare il proprio contributo alla salvaguardia dell’ambiente.

Con questo scopo un gruppo in continua crescita di cittadini di Friburgo ha deciso di dare vita a quella che loro definiscono una vera e propria “riqualificazione ecologica della città” e di cui gli orti urbani rappresentano una delle maggiori iniziative.

Gli altri benefici degli orti urbani

 foto da www.ttfreiburg.de foto da www.ttfreiburg.de

Ma quali sono i vantaggi di avere orti comunitari all’interno dei centri urbani?

“Noi siamo ciò che mangiamo” asseriva il filosofo Feuerbach e frutta e ortaggi a chilometro zero, senza l’utilizzo di fertilizzanti ed antiparassitari, oltre a limitare i danni all’ambiente, hanno effetti benefici sulla salute che sono riconosciuti dai medici di tutto il mondo. In alcuni quartieri di Friburgo sono stati seminati prodotti locali quasi dimenticati come fave ed alcune varietà di pomodori: prodotti biologici a filiera corta che assecondano la stagionalità e mantengono inalterate proprietà organolettiche e principi nutritivi.

Gli orti urbani svolgono inoltre un importante ruolo sociale ed educativo. Si tratta infatti di un sistema basato sulla cooperazione sociale e il networking in cui persone appartenenti a diversi ceti sociali condividono tempo ed energie mentre differenti generazioni mettono a confronto i diversi livelli di esperienza nell’abito della semina e della cura dei prodotti della terra.

Infine il giardinaggio urbano può essere eseguito ovunque: un tetto piano, una parete, spazi incolti e aree industriali dismesse, senza considerare che ogni cittadino può praticarlo sul proprio balcone privato.

Il comune di Friburgo ora ha messo a disposizione dei abitanti ampie porzioni di terreno inutilizzato, ma l’Urbanes Gärtnern è iniziato tramite il rinverdimento di zone grigie all’interno dell’abitato, come le aree recintate intorno agli alberi, a dimostrazione di come siano sufficienti pochi “ingredienti”, primi fra tutti forza di volontà e fantasia.

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 foto da www.ttfreiburg.de foto da www.ttfreiburg.de

Le tecniche alla base del giardinaggio urbano

 foto da www.ttfreiburg.de foto da www.ttfreiburg.de

Alcuni orti sono stati realizzati in prossimità delle fermate dell’autobus, lungo le strade della città; abitanti e turisti spesso ingannano l’attesa visitandoli e chiedendo informazioni, i più curiosi aspettano addirittura la corsa successiva.

L’accesso ai giardini è libero ma, data la risposta positiva della popolazione, i responsabili del progetto riservano alcune particolari giornate (definite “open door garden”) per rispondere alle domande degli interessati e raccogliere eventuali nuove adesioni. Inoltre durante l’anno programmano eventi pubblici quali proiezioni di film, conferenze e workshop per illustrare in maniera più approfondita i principi e le tecniche di tale forma di giardinaggio.

In particolare viene introdotto il tema della permacultura ovvero un metodo di coltivazione in cui la progettazione dei terreni avviene secondo gli schemi e le relazioni presenti in natura consentendo una gestione etica della terra. Tramite un’imitazione quasi letterale degli ecosistemi, alberi da frutto, siepi e ortaggi sono posizionati per far sì che la produzione dell’uno diventi la nutrizione dell’altro in una disposizione tutt’altro che casuale. Il fine è quello di ottenere il massimo rendimento con poco lavoro e in maniera sostenibile: il terreno non deve essere arato, bensì deve essere mosso il meno possibile; non è contemplato l’uso dei pesticidi; non è prevista la sarchiatura; è vietata la concimazione “artificiale” a favore di letame e materiale organico: è per questo che in nessuno degli orti urbani di Friburgo manca il raccoglitore del compost.

 foto da www.ttfreiburg.de foto da www.ttfreiburg.de

Le domande più frequenti riguardano le tecniche utilizzate, ossia pacciamatura e letti rialzati.

Con la pacciamatura, il suolo viene ricoperto con materiale di origine organica portando numerosi benefici: miglioramento delle proprietà del terreno tramite la sostanze nutritive generate dalla formazione di humus; diminuzione dell’apporto idrico e mancata erosione del suolo in quanto il terreno rimane più umido; mancata formazione di erbe infestanti; protezione dagli agenti atmosferici ovvero dal gelo nei periodi freddi e dai raggi solari in quelli caldi.

La tecnica dei letti rialzati consiste nel porre le coltivazioni ad una quota più alta rispetto al terreno circostante e delimitandone l’area, meglio se con materiali naturali e riciclati (molto usati sono i pallet). In questo modo il terreno non viene calpestato (e quindi compattato) e di conseguenza non viene tolta aria alle radici; c’è un aumento della produttività: le piante possono essere posizionate più vicine tra loro non essendo necessario lo spazio per il passaggio; i letti rialzati tendono a riscaldarsi prima in primavera e restano produttivi per più tempo consentendo più lunghi periodi di coltivazione; infine c’è un migliore drenaggio grazie alla maggiore altezza rispetto al terreno dove ristagna l’acqua.

Il gruppo Transition Town di Friburgo

 logo del movimento TT Freiburg e del gruppo Urbanes Gärtnern foto da www.ttfreiburg.de logo del movimento TT Freiburg e del gruppo Urbanes Gärtnern foto da www.ttfreiburg.de

In immagine: logo del movimento TT Freiburg e del gruppo Urbanes Gärtnern foto da www.ttfreiburg.de

Gli orti urbani sono un’iniziativa del Transition Town di Friburgo (TT Freiburg) un gruppo appartenente al movimento mondiale Tansition Town. TT Freiburg incoraggia i cittadini a lavorare attivamente per uno stile di vita sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Lo scopo è quello di fare in modo che i propri bambini vivano in quartieri urbani multifunzionali e a clima neutrale, con un’elevata qualità della vita e basso consumo di risorse.

Partita in Inghilterra con due gruppi nel 2006 la “Città di Transizione” ha avuto adesioni sempre maggiori in tutto il mondo tanto che nel 2014 le comunità riconosciute ufficialmente erano più di 2000. Si tratta di gruppi indipendenti ma connessi tra loro in una fitta rete di relazioni, amicizie ed esperienze diverse ed è questo il punto di forza del movimento: perché se molte persone lo fanno, in molti posti e a piccoli passi, si possono ottenere grandi risultati.

Fonte: Architettura Sostenibile

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L’acqua è (davvero) un diritto?

A Bologna il sindaco è indagato per aver allacciato i contatori di uno stabile occupato; a Firenze, il gestore pubblico-privato “chiude” il servizio a un condominio in cui risultano alcuni utenti morosi; in Calabria, intanto, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas non accetta che un Comune gestisca il servizio in economia, garantendo ai cittadini tariffe molto al di sotto della media nazionale.

A Bologna fino al 30 settembre è in vigore un’ordinanza per il risparmio idrico, che vieta il prelievo dalla rete di acqua potabile per uso non domestico dalle ore 8 alle 21. L’obiettivo: garantire a tutti l’accesso all’acqua potabile, evitando gli sprechi. A Bologna, il sindaco Virginio Merola è indagato per abuso d’ufficio, colpevole di aver riallacciato il servizio idrico integrato ad alcuni stabili occupati. Secondo l’avvocato del primo cittadino, come riporta il quotidiano la Repubblica, la decisione venne presa per “proteggere diritti fondamentali”, dettata  “dall’urgenza e dalla necessità di tutelare interessi costituzionalmente garantiti dei soggetti vulnerabili, come i minori coinvolti”.

Il primo cittadino di Bologna, del Partito democratico, già assessore all’Urbanistica nello stesso Comune, avrebbe violato l’articolo 5 della legge Renzi-Lupi sulla casa, una norma insidiosa perché stabilisce che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”.

A Firenze, intanto, l’ADUC denuncia che alcuni condomìni si sono visti tagliare il servizio idrico integrato dalla società Publiacqua perché alcuni condòmini risultano morosi. Secondo l’associazione dei consumatori, che in merito ha presentato anche un esposto all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato,  la società -partecipata dai Comuni del fiorentino, ma anche da ACEA, dal gruppo Caltagirone, dai francesi di Suez e dal Monte dei Paschi di Siena– avrebbe discriminato gli utenti in regola con i pagamenti.
Nel caso di un condominio, in particolare, e in attesa della pronuncia da parte dell’Antitrust, l’azienda avrebbe provveduto nei giorni scorsi ad asportare completamente il contatore, non limitandosi a mettere i sigilli. “Questo significa -specifica un comunicato dell’ADUC- che per la riattivazione, il condominio dovrà sostenere spese molto più elevate che non per levare un semplice sigillo”. Il tutto avviene in questo mese di luglio, il più caldo nella storia dell’umanità.

In Calabria, infine, c’è il “caso Saracena”. Il Comune in provincia di Cosenza, sul Pollino, nel 2010 ha affidato il servizio idrico integrato a un’azienda speciale, un soggetto di diritto pubblico. Ciò avrebbe permesso di contenere le tariffe del servizio idrico, senza “dipendere” dalla società regionale SORICAL per l’adduzione dell’acqua. Secondo quanto emerso nelle ultime settimana, l’Autorità garante per l’energia, il gas e il servizio idrico integrato avrebbe intimato al Comune di aumentare il costo del servizio, che oggi è di 0,26 euro al metro cubo, molto inferiore alla media nazionale di 1,40 euro. “Ribadiamo che Saracena è l’esempio concreto della priorità della battaglia in favore dell’acqua pubblica -scrive il Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”-. Questa scelta l’ha voluta rimarcare facendo propri i principi della proposta regionale di iniziativa popolare ‘Tutela, governo e gestione pubblica del ciclo integrato dell’acqua’ promossa nel 2013 dal Coordinamento”. 

L’accesso all’acqua potabile, in Italia, è davvero un diritto?

Fonte: Altreconomia

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Non ci accontentiamo

di Alessandro Lauro

Quando mi viene chiesto “perché proprio la decrescita felice?” le reazioni interne sono sempre molto varie. Mi viene chiesto in svariati ambiti e avariate situazioni. LA presentazione di un libro, un incontro di formazione, una semplice discussione tra amici o tra conoscenti.

Se le situazioni sono varie, posso dire che le argomentazioni anche lo sono. E questo per ovvie ragioni di contesto.

Tuttavia vi è un linea rossa di fondo che accompagna sempre le mie argomentazioni. E se volete, la passione delle mie argomentazioni. Non si sceglie la filosofia della decrescita felice per pura moda o per convenienza. Si è vero, molti lo fanno e lo faranno, ma quando è così, solitamente svanisce tutto in breve tempo.

Dalle passioni invece non si può abdicare.

Qual è dunque questo filo rosso che lega la mia scelta e credo quella di tanti altri? Qual è questo filo sotterraneo che spinge sempre più persone a mettere in discussione l’attuale modo di vivere e pensare?

Senza ombra di dubbio è il desiderio di una vita differente. E’ da qui che passa lo spartiacque tra chi aderisce o guarda al movimento con simpatia ma alla distanza e chi invece ne fa quasi una ragione di vita. Una seconda pelle.

Si, va detto con franchezza: a noi un certo modo di vivere non piace proprio. E non restiamo con le mani in mano oppure non ci fermiamo alla sterile lamentela. Amiamo provare, osare risposte che potranno anche fallire, ma che sono ben ponderate e calibrate. Non abbiamo timore dei fallimenti. Sappiamo molto bene che sono solo passi necessari verso il traguardo.

Non amiamo accontentarci di un mondo inquinato. Un mondo dove l’acqua ha perso il diritto di essere di tutti, dove i mari e i fiumi sono solo enormi cestini a disposizione di persone senza una coscienza e sensibilità. Un mondo dove la terra e i suoi abitanti sono solo mezzi per la soddisfazione dei bisogni – spesso indotti – della specie umana, e non esseri con una loro autonoma dignità che va sempre preservata e rispettata.

Non ci accontentiamo di sistemi produttivi dove nel nome del Moloch denaro, vengono sacrificati gli uomini e i loro affetti. Dove i ritmi di lavoro sono più importanti degli affetti. Dove i messaggi che i mass media trasmettono, sono sempre che senza denaro non vi è futuro. Non ci accontentiamo di questo stato di cose dove sembra non esserci alternativa: “O lavori e vivi a queste condizioni, oppure puoi arrangiarti da solo”.

Non ci accontentiamo di dover sempre rimandare le nostre vite perché ora qualcun altro deve vivere la sua a nostre spese e spalle.

Non ci accontentiamo di società dove ognuno è portato a pensare a se stesso o al suo piccolo orticello. Dove la parola solidarietà o comunità è stata sostituita dal concetto di individualismo e menefreghismo.

Non ci accontentiamo di essere massificati in questo modo di ragionare. E non ci accontentiamo neanche di vedere tanti nostri amici, parenti, simpatizzanti, essere schiavi di questo pensiero e non accorgersene o di non avere la forza per uscirne.

Non ci accontentiamo di questo e di tante altre situazioni che rendono quotidianamente gli esseri umani, animali e vegetali, strumenti e non fini.

Non ci accontentiamo di rinunciare alle nostre relazioni, perché sappiamo che gli altri sono il bene più prezioso che abbiamo.

Siamo quelli, che con tutti i difetti di questo mondo e senza alcuna pretesa di superiorità, hanno iniziato ad aprire gli occhi. Persone normali che hanno su di sè un piccolo fardello da portare. Trasmettere in un mondo di persone convinte di un certo modo di vivere, che sono nell’errore e che perseguire tale modello porterà solo alla distruzione personale e comunitaria.

Non è facile. Può essere affascinante, ma non è semplice andare controvento. Eppure questo ci viene chiesto quotidianamente. Ci viene chiesto dai fatti. Ci viene chiesto dalla natura che agonizza. Ci viene chiesto da quelle stesse persone apparentemente sorridenti ma insoddisfatte e infelici, che ogni giorno cercano una rotta e un approdo sicuro ma non li trovano.

Si, la decrescita felice è un’esperienza di sensibilità e cultura. Occorrono spalle forti e animo robusto. Non la si inventa e non la si improvvisa, la si pratica e la si trasmette a quante più persone.

Presto, se possibile.

Fonte: sito MDF (Movimento per la Decrescita Felice)

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Il formaggio si fa con il latte! Slow Food dice NO all’uso del latte in polvere – Petizione

La legge italiana proibisce l’uso di latte in polvere per fare formaggio. È una buona legge, che ha contributo non poco a salvaguardare l’immenso patrimonio caseario di tutto il paese.

Ora, la Commissione europea, sollecitata da una parte dell’industria lattiero casearia italiana, invita l’Italia a modificare questa legge entro la fine di luglio per garantire la libera circolazione delle merci.
Ancora una volta, in nome del libero mercato, si tenta di livellare verso il basso, a spese dei produttori di qualità e dei consumatori.

Il latte in polvere non è nocivo per la salute, ma il suo utilizzo per produrre formaggi ha un unico risultato: aumentare i profitti dei giganti dell’industria casearia, omologando un prodotto che dovrebbe nascere dalla biodiversità dei latti, degli animali, dei territori. Se l’Italia ammettesse la produzione di formaggi anche con latte in polvere non farebbe altro che aumentare la confusione dei consumatori, penalizzando ulteriormente i produttori virtuosi.

Non facciamo un passo indietro su qualità e sostenibilità. Anzi, facciamo un passo avanti e chiediamo a tutti i paesi europei di affermare un principio molto semplice: il formaggio si fa con il latte!

Firma l’appello per dire no al latte in polvere, sostieni Slow Food in questa campagna.

Fonte: change.org (sul sito il link per firmare la petizione)

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Salpare vorrei…

di Anna Cossu

SALPARE VORREI…

Quale farfalla sospinta dal desiderio

suggere il nettare degli dei vorrei

e volare con te nell’aria tersa

per riemergere donna e essere sensibile

nel vasto mare dell’esperienza

Salpare vorrei…

in terre selvagge dove i fiumi

non finiscono mai di stupirmi

e i venti soffiano forte

nelle savane o nelle praterie

dove gli animali corrono liberi

in tramonti senza confini.

E in un abbraccio la terra-madre

ritrovare in seno alla natura.

Forse la terra amata

diventerà un miraggio

una culla abbandonata

dove adagiarvi l’anima

o una barca senza remi

sferzata dai flutti, corrosa dal mare

col suo guscio i conchiglia dispersa.

E in una spiaggia assolata

la mia vita in bilico,

sospesa nel nulla rifiorirà

in cieli intravisti di lidi lontani

o nell’oceano infinito che desideri.

La mia isola perduta nel mare

apparirà a un cuore limpido

radiosa come un sogno.

di Anna Cossu

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Guerrilla gardening, la nuova forma di protesta in Grecia

La società greca odierna è una società in grande depressione. Questa iniziativa pacifica cerca di creare un nuovo modello economico e sociale.

Guerrilla gardening è un esempio di mobilitazione sociale costituito da reti di consumatori e produttori locali, che stanno tentando di ridefinire la vita nelle città greche di oggi. Mentre la crisi ha spostato l’attenzione dei politici che non si occupano più dell’ambiente, i cittadini hanno deciso di lavorare sodo per mantenere la tutela ambientale fra le questioni all’ordine del giorno.

La società greca odierna è una società in grande depressione. Questa iniziativa pacifica si concentra sullo sviluppo di nuove forme di protesta ‘produttiva’ e utile. Sarà con le iniziative di solidarietà, che sono parte degli ideali verdi, che si potrà, forse, aiutare i greci a uscire dalla depressione.

Per fortuna, la crisi ha anche dato vita a nuovi movimenti ambientalisti che si oppongono alle politiche anti- ambientali e mirano anche a creare modelli alternativi di società. Concetti come il movimento di transizione, l’economia sociale, decrescita e agricoltura urbana, iniziano a farsi strada. Un esempio significativo di questo cambiamento è lo sviluppo di agricoltura urbana da iniziative della società civile. Con questo si intende la creazione spontanea di orti privati e collettivi.

Inoltre, il movimento dell’agricoltura urbana ha un modo sciolto di coordinare le attività in modo decentralizzato, principalmente attraverso l’organizzazione di conferenze periodiche e festival per discutere gli obiettivi, la strategia e la situazione attuale. La più importante è il “Festival della Solidarietà e della cooperativa Economy” che si svolge ogni autunno a Hellinikon, dal novembre 2012. Durante questo Festival centinaia di persone si incontrano per scambiare idee in varie materie pratiche e specifiche, e anche per lo scambio di prodotti. Mentre i tradizionali attori si stanno ritirando a causa della paura e dell’incertezza, il movimento agricolo urbano, di guerriglia e giardinaggio sta facendo progressi proprio a causa della crisi. Le nuove forme di appropriazione dello spazio e del processo decisionale potranno portare a grandi progressi nella società civile greca e nella politica ambientale in generale. Dopo tutto crisi significa anche opportunità… l’opportunità di cambiare modello economico.

Fonte: Globalist Syndication

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La versione di Pablo

Quali strumenti intende mettere in campo Iglesias per sottrarsi a un destino analogo a quello del primo ministro greco?

di Alberto Melotto

Nell’antica Roma aveva talvolta luogo, nei circhi e negli stadi, un ameno spettacolo chiamato tauromachìa, che consisteva in uno scontro impari, uomini costretti a battersi contro dei tori, armati soltanto di una semplice spada e di un rozzo scudo.

L’opinione pubblica europea è ancora scossa dal drammatico esito delle trattative fra il primo ministro greco Alexis Tsipras e l’Unione Europea. A proposito, Europa non è vocabolo di origine greca? Sì, come lo è la parola democrazia. All’epoca di Pericle non esisteva il concetto di copyright, altrimenti il popolo greco non si troverebbe in una sì grave situazione.

Nella lista delle istituzioni europee una delle prossime vittime, già inquadrata nel mirino, è la Spagna. Pablo Iglesias, segretario generale del partito politico Podemos, ha inteso fornire la sua opinione sui recenti accadimenti e sui possibili scenari futuri, in un lungo articolo apparso su Le Monde Diplomatique e su New Left Review.

Iglesias si è dimostrato dirigente politico di indubbio livello, capace di portare, in pochi anni, il suo partito a raggiungere significativi risultati, come la vittoria nelle recenti elezioni amministrative a Madrid e Barcellona. Insegnante universitario a Scienze Politiche, Iglesias è un avido lettore dell’opera omnia di Antonio Gramsci, nel suo pubblico ragionare ricorrono spesso i concetti di “sentire comune” e di “egemonia culturale”.

Egli è consapevole della necessità di utilizzare un linguaggio nuovo, più semplice e accessibile, per attrarre nella propria orbita una larga parte della popolazione che non ha mai sentito nominare espressioni come “fronte popolare” o “presa del palazzo d’inverno”. In questo senso il suo discorso anti-casta è assai sagace, perché riesce a far presa con facilità su una popolazione disgustata dai numerosi scandali che hanno colpito il Partito Popolare e il Partito Socialista, ma risponde comunque ad un’esigenza di lotta dal basso, della gente comune contro i detentori delle leve del potere economico-finanziario.

Finora Iglesias ha, insomma, bruciato le tappe, ridotto i tempi dell’ascesa al potere, più di quanto abbia fatto lo stesso Tsipras, che impiegò una quindicina d’anni per vedersi consegnare il fardello del governo del popolo greco. Certo, la sua vittoria alle prossime elezioni politiche, previste per il tardo autunno, non è scontata, il sistema si è inventato una sorta di clone dello stesso Podemos, chiamato Ciudadanos, che sottrae consensi e genera confusione nell’elettorato.

Quali strumenti intende mettere in campo Iglesias per sottrarsi a un destino analogo a quello del primo ministro greco? Nell’articolo su Le Monde Diplomatique, egli ragiona basandosi su un parametro di sicuro affidamento, ovvero il diverso peso specifico del suo paese rispetto alla Grecia. Vale la pena di citare per esteso:

” …la Spagna rappresenta il 10,6% del prodotto interno lordo (Pil) della zona euro del 2013, contro l’1,9% per la Grecia. Dunque, inizieremmo un braccio di ferro con la certezza di disporre di un margine di manovra più rilevante. Ovviamente affronteremmo anche la questione di una riforma dei trattati in materia di bilancio, per aumentare le spese per investimenti pubblici e sviluppare le politiche sociali, soprattutto in tema di pensioni, ma anche per mettere fine alla contrazione dei salari che erode i consumi. Una volta avviate le riforme, e solo allora, potremmo porre la questione del debito a livello europeo, nel quadro di una ristrutturazione che miri a collegare i rimborsi alla crescita economica, per esempio. Solo una strategia a livello europeo- che allo stato attuale non esiste – permetterebbe di immaginare un altro paradigma rispetto a quello delle politiche d’austerità”.

Avendo visto come le istituzioni europee abbiano, di fatto, rovesciato, con un gesto di cieca e ottusa violenza, il tavolo delle trattative con la Grecia, annullato tutti gli atti di buon governo che Syriza aveva approvato, e imposto un regime di rinnovata, soffocante austerità, ci permettiamo di dubitare che un futuro governo targato Podemos possa riuscire nell’impresa di ricreare uno spazio di equità sociale all’interno di questo angusto nuovo mondo, dove le uniche categorie esistenti sono quelle dei Padroni che abbaiano ordini con accenti gutturali, e dei Servi che chinano il capo e obbediscono. Lo stesso Iglesias riconosce che Tsipras ha saputo gettare una luce di verità nell’opaco panorama odierno, svelando le stridenti contraddizioni di questo ordine:

“Dal nostro punto di vista, Tsipras si è dimostrato molto abile. E ‘arrivato a dare corpo al’immagine di una Germania isolata, i cui interessi non coincidono necessariamente con quelli del resto dell’Europa, anche in termini di politica estera”.

Tutto vero, sacrosanto. In un diverso paradigma, almeno in parte autenticamente democratico, un’abile dirigente politico potrebbe, con un lungo e sapiente lavorio ai fianchi, insinuarsi in queste e altre fessure per mettere in crisi l’intera macchina e portare a casa per il proprio popolo un risultato cospicuo. La sensazione, anzi, la certezza, è che ormai i funzionari che sovraintendono allo spettacolo della politica europea si siano stancati della versione soft del dominio autoritario, e che intendano, per così dire, andar per le spicce. Nel contesto europeo, lo avverte lo stesso Iglesias, ogni umana pietà fra stati è morta: Italia e Francia, non hanno fatto nulla per venire in aiuto alla Grecia, e anche il taumaturgico soccorso dei colossi Russia e Cina si è rivelato essere una chimera, come rivelato in una conferenza stampa da un esausto Tsipras. Evidentemente, alla Russia di Putin non conviene andare ad un braccio di ferro con la comunità occidentale, non in un momento che vede la questione ucraina tutt’altro che pacificata e risolta.

Detto che le accuse di tradimento rivolte ad Alexis Tsipras sono davvero ingenerose, e del tutto infondate, tipiche peraltro di quest’epoca dove i “leoni da tastiera” si permettono giudizi lapidari nell’arena cacofonica dei social network invece di cimentarsi nella complessità del mondo reale, quello che forse sarebbe necessario è una nuova forma mentis, non più ossequiosa alla sacralità dell’economia.

Come dice Serge Latouche, occorre gettare giù dall’altare i sacerdoti del pensiero unico, sfuggire alla malìa, all’incantesimo che governa le nostre menti, prima ancora che i nostri corpi e i nostri possedimenti. Il piano B, insomma, deve diventare, almeno in modalità undercover, il piano A: uscire dall’euro, premunendosi con tutte le misure del caso: cominciando dalla ripubblicizzazione della propria banca nazionale.

Navigare in mare aperto, superare le colonne d’Ercole, e lasciarsi alla spalle i mostri gemelli Scilla e Cariddi, o Schauble e Merkel che dir si voglia.

Photo : Pablo Iglesias, head of Podemos | © BERNARDO PÉREZ.

Fonte: Megachip

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Estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso – petizione

di Patrizia Di Cataldo

L’accesso al matrimonio (che è un istituto giuridico e non religioso) deve essere garantito a tutti i cittadini: questo è adeguamento del nostro paese, delle sue leggi, della sua costituzione ai tempi attuali e alle esigenze delle famiglie di oggi.

Questa è giustizia vera e uguaglianza dei diritti.

Si sta cercando con i vari decreti legge e proposte varie di trovare un escamotage che NON È garantire uguaglianza dei diritti per tutte le persone che in questo paese vivono, faticano, lavorano e pagano le tasse.

E amano, esattamente come tutti gli atri e hanno famiglie con gli stessi problemi, le stesse necessità. A tutti devono essere garantiti i diritti di uguaglianza, per sentirci tutti parte di una grande nazione e di un grande popolo.

Fare le differenze non fa bene, discriminare porta solo alla disgregazione e al malessere delle persone: un paese che cerca di uscire da una crisi ha bisogno di un popolo coeso e orgoglioso. Ecco come siamo messi in Europa.

Fonte: change.org (al link potrete trovare il modulo per firmare la petizione online)

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Asia e Cina scommettono sulle donne nel business

di Corrado Fontana

Ai test e nei master professionali in business administration alcuni Paesi asiatici mostrano percentuali di presenze femminili altissime, ben al di sopra di alcune medie occidentali…

Un confronto impari tra l’Occidente, già ricco e sviluppato, e alcuni Paesi asiatici – Cina in testa – nella presenza di donne ai corsi e ai master professionali di alto livello in business administration (MBA), cioè quelli da cui dovrebbe uscire il fior fiore dei dirigenti aziendali del futuro. È questo il quadro offerto da un approfondimento sul web della BBC. Secondo la principale testata d’informazione britannica mentre negli Stati Uniti si è celebrato come un successo quest’anno il raggiungimento della soglia di un 40% di studentesse negli MBA di un importante gruppo scuole di business (contro il 30% di dieci anni prima), e mentre in tutto il mondo le donne costituiscono circa il 43% dei partecipanti ai test di ammissione (Graduate Management Admissions Test – GMAT) che sono poi ampiamente utilizzati per scremare l’accesso ai master in  business, in Oriente le cose vanno assai diversamente.

Addirittura il 60% dei candidati ai GMAT sarebbero donne in Asia centrale e meridionale: una percentuale altissima, che arriva al 65% in Cina, traducendosi perciò in una massiccia presenza femminile anche nei corsi e nei master universitari, costituendo un’espansione decisa nei bacini che riforniranno di lavoratori e lavoratrici i settori dirigenziali delle imprese. Una istituzione riconosciuta come la cinese Fudan University School of Management conta il 59% di donne tra i suoi studenti full-time negli MBA. Al programma di MBA lanciato dalla Desautels Faculty della McGill University di Tokyo quasi la metà dei partecipanti è donna.

Fonte: Valori.it

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I ruffiani di Stato

Propongo questo post di Bracconi (pubblicato sul suo blog) perché ritengo che una delle ‘patologie’ più gravi dell’attuale sistema dei partiti sia proprio l’eccessiva (o totale) distanza dai cittadini, dall’elettorato, che li percepisce sempre più come una casta di privilegiati e di ‘marziani’, per lo più rinchiusi in un bunker istituzionale da cui non vogliono uscire. Anche i soggetti politici che stanno nascendo, dalle ceneri del vecchio sistema, si pongono nella stessa ottica erronea. Come al solito non hanno ancora capito che – pur cambiando nome, struttura, dirigenza, persone – le dinamiche appaiono ai più come roba vecchia. La nuova politica si nutre – ed è giusto che sia così – di quasi ‘anonimato’, di persone qualunque che sanno stare quotidianamente tra la gente, che vanno a  conoscere i propri interlocutori e le loro difficoltà, i bisogni, le paure etc. Cosa che nessuno – vuoi per imbarazzo vuoi per incapacità – del vecchio sistema è in grado di fare. Non è un caso che una forza politica come il M5S, sebbene incarni anch’essa qualche dubbio e incongruenza da risolvere, continui a scalare le classifiche dei sondaggi (anche di quelli meno ‘sospetti’) sulle preferenze di voto. E non bastano gli 80 euro, non bastano gli annunci sul taglio delle tasse, non basta nemmeno una timida ripresa dell’occupazione al povero Renzi per tornare a correre…La dinamica in atto, se ne facciano una volta per tutte una ragione i vari Serracchiani, Vendola, Civati, Landini, Passera etc (che, nel tentativo di far ripartire la propria locomotiva, aggiungono carbone di diversa provenienza), è quella di un fiume in piena che sta travolgendo un po’ tutti. Se ne sono accorti anche in Spagna, dove la ripresa economica era ben più consistente che in Italia. Eppure Podemos si accinge ad andare a governare il Paese alle prossime elezioni di novembre, in virtù dell’ottimo risultato già ottenuto alle recenti amministrative. La gente vuole roba nuova…lo chiede la società, ormai lo chiedono anche alcuni poteri forti, tra cui la magistratura e una certa informazione (che non è solo quella de Il Fatto Quotidiano). Perché sono sicuri che fare meglio di quanto stia facendo la vecchia classe dirigente (camuffata da nuovo) sia davvero un gioco da ragazzi.

di Dafni Ruscetta

 

 

Ecco il post di Marco Bracconi

Nelle periferie disagiate o benestanti arrivano i migranti e puntualmente assistiamo all’aggressività di Casa Pound, alle paure dei residenti e al dibattito sul confine tra sostenibilità sociale e solidarietà.

Altrettanto puntualmente ci si frustra per l’impossibilità di tenere assieme due cose tanto diverse come la fratellanza e la reazione di chiusura (purtroppo altrettanto umana) verso il diverso.

Puntualmente l’esposizione mediatica – involontariamente o meno – riformula l’equazione simbolica stranieri uguale problemi, casino e tensione.

Ma in tutte queste puntualità c’è qualcuno sempre in ritardo, che arriva sempre dopo, con quella ruffianeria pelosa di chi si manifesta attento e sensibile ai problemi altrui ma sempre e solo a cose fatte.

Perché quando ci si mena in mezza alla strada non c’è mai uno straccio di rappresentante del governo a segnalare, con la sua semplice presenza, che esistono diritti, desideri, paure individuali ma anche esigenze collettive e complesse che lo Stato non può disattendere?

Per quale assurda e autolesionista ragione la classe dirigente si astiene da sporcarsi le mani con la realtà, tutta la realtà, e si rifugia nell’astrazione del linguaggio, della metafora, della lontananza?

Magari fosse la paura di essere contestati, o una disdicevole forma di pigrizia politica o intellettuale. Quello che fa male è constatare come questa assenza assordante sia semplicemente l’altra faccia dei presidenti delle regioni che fanno lo scaricabarile su Palazzo Chigi o sull’ente locale confinante.

Per loro fortuna, i negri che arrivano non sanno l’italiano. Altrimenti scoprirebbero che da queste parti sono solo due i vocabolari possibili. O l’arroganza ottusa e opportunista di chi li vuole mandare a casa o la strumentalità ridicola e falsa di chi invoca (e pretende) gli italiani brava gente: due miserie, in uno Stato solo.

Fonte: blog di Bracconi su Repubblica

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