La morte e il mare. Quello che i turisti non capiscono.

di Giampaolo Cassitta

im002293Poi c’è il mare. Che per noi è il problema e non la soluzione. Nel senso che regaliamo amore immenso e anche molta diffidenza a quella vasca enorme gonfia d’acqua. Il mare si rispetta. Questo hanno detto i nostri vecchi e avevano ragione. Il mare è il nostro confine ultimo e il limite del nostro orizzonte. Ma non delimita il nostro futuro. E’ anche un’occasione per costruire nuove storie. Il mare è il nostro limite ed è il nostro punto di partenza. Per i turisti, invece, è il punto di arrivo. Hanno sempre occhi di sfida i turisti quando osservano il mare. Hanno sempre occhi pieni di allegria e di indifferenza per le onde che considerano abbracci dolci e amorevoli. Ma non è così. Ed ecco la tragedia. A Cabras, nella penisola del Sinis c’era un mare da rispettare, da osservare in silenzio e non da cavalcare. Però, la voglia, il desiderio di poter essere in qualche maniera più forti, ha vinto sulla razionalità, sulla riflessione. Quelle onde hanno accettato l’abbraccio di alcuni turisti che non avevano capito, non avevano ben calibrato i momenti  e sono diventate nemiche. In un attimo. Perché il mare non racconta lunghe storie, non ama le premesse, non si sofferma su introduzioni. Il mare avvolge e agisce. Senza chiedere il permesso a nessuno, neppure al destino che incrocia le voci e gli umori, scardina affetti e sorrisi, miscela la vita e la morte. Quel mare della penisola del Sinis, azzurro e infinito, è divenuto teatro di terrore. In un attimo. Dei turisti annaspavano tra le onde ed il baratro. Vincenzo Curtale, insieme ad altri amici, non ha pensato al pericolo, alla possibilità che quella storia potesse essere l’ultima. Si è buttato, ha sorvolato l’orizzonte e ha deciso che quella era la sua giornata. Non aveva però fatto i conti con il destino e con il mare. Ha salvato quei turisti ma lui non ce l’ha fatta. E’ rimasto tra le onde e l’infinito. Tra un sospiro ed un ricordo. Morto. Tra il mare e la disperazione. Poi sono arrivati i soccorsi e le polemiche. Come sempre. Da sempre. C’è chi ha detto che la colpa è della provincia che non c’è più, della Regione che non ha finanziato, che è incredibile l’incuria delle spiagge sarde senza nessun aiuto, senza nessun bagnino. Tutti a parlare e cercare soluzioni. Nessuno ha rivolto un leggero sguardo al mare. Basterebbe poco per capire e per agire. Se c’è maestrale e se ci sono le onde che sovrastano, quel mare non è da cavalcare. Non possiamo, sempre, dare la colpa allo Stato, alla Regione, alla Provincia, ai comuni. Dovremmo cominciare a crescere ed essere meno infantili davanti a certe situazioni. Ma è possibile che abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci ricordi che il dito sul fuoco non si mette, che la macchina in divieto di sosta può creare problemi alla viabilità, che un mare in burrasca è preferibile fotografarlo piuttosto che affrontarlo. Ecco, questo dovrebbe avere un senso semplice. Se qualcuno si fosse soffermato a questo, probabilmente Vincenzo avrebbe passato un altro ferragosto. Del mare occorre avere rispetto. Come di molte altre cose. E prendersela con le istituzioni è solo semplicistico e fuorviante. Riflettiamoci tutti davanti al ricordo di Vincenzo Curtale, eroe che ha tentato di modificare la forza del mare e, purtroppo, non c’è riuscito.

Fonte: Sardegna Blogger

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