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Le strade della mobilità

biciIl Comune di Parma coordina l’attività di un folto gruppo di aziende ed enti pubblici che hanno aderito all’iniziativa che ha visto, nei giorni scorsi, in occasione della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, un momento proficuo di confronto e di approfondimento negli spazi del Centro Ricerche della Chiesi Farmaceutici Spa.

Vediamo nel dettaglio quali azioni hanno messo in cantiere i vari soggetti coinvolti per introdurre novità rilevanti in questo senso e indurre i circa 10 mila dipendenti che ruotano attorno a questo progetto ad usare bus, carsharing, bhikesharing o bici privata per andare al lavoro.

La Sidel ha programmato la realizzazione di nuovi parcheggi interni destinati esclusivamente al Car-pooling; l’erogazione di incentivi economici per l’utilizzo del trasporto pubblico; la possibilità per i dipendenti di usufruire di parcheggio aziendale sorvegliato come «parcheggio scambiatore» per poter utilizzare i servizi pubblici ed accedere al centro città e l’installazione di tre punti di ricarica per biciclette e motocicli elettrici all’interno dei parcheggi aziendali.

La Provincia di Parma promuove l’acquisto agevolato di abbonamenti per il trasporto pubblico locale e la revisione del regolamento per l’utilizzo del parcheggio interno al Palazzo Giordani, riservando il posteggio delle vetture private ai dipendenti con particolari esigenze o a chi pratica il “Car-pooling”.

Ocme ha in previsione il rinnovo flotta aziendale alimentata solo a metano; la realizzazione di azioni per attuare forme di conciliazione famiglie & lavoro in impresa. (tutte queste iniziative permettono ai dipendenti di usufruire di servizi all’interno del luogo di lavoro e quindi evitare spostamenti): Sportello Caf e Sportello Bancario; Vaccinazioni antinfluenzali gratuita; Convenzione con lavanderia; Convenzione con gommista; Convenzione con autolavaggio; Convenzioni con società utenze domestiche; Campo estivo e centro sportivo.

La Chiesi Farmaceutici intende dare seguito alla realizzazione della pista Ciclabile zona adiacente a Stabilimento di San Leonardo su suolo Comunale: (56.000€ ), ad un nuovo ingresso dedicato a moto e bici su Sede di Via Palermo ( 90.000€), ha rinnovato il parco macchine costituito da 636 auto (acquistate 6 auto Ibride, dismesse 6 vetture Euro 4 con emissioni medie 140 g/km. – Risparmio annuo per 6 ibride + 1 in uso esterno: 4t di CO2 ed ha in previsione di riduzione emissioni CO2 sul Totale Flotta -12,5% in 4 anni.

La Barilla promuove iniziative volte a favorire l’uso della bicicletta, ha stipulato accordi con i rivenditori locali per l’acquisto di biciclette a prezzo scontato per i propri dipendenti; dal 2010 sono stati costruiti oltre 2 Km di piste ciclabili che collegano la sede di Pedrignano con Via Benedetta e Via Mantova verso Sorbolo. Inoltre è in costruzione la pista ciclabile su Via Burla e sono stati realizzati due parcheggi coperti all’interno del comprensorio con torrette di ricarica per bici elettriche a cui si affiancano incentivi per l’utilizzo dei mezzi pubblici (Erogazione di contributi aziendali per coprire parte del costo dell’abbonamento al TPL e flessibilità nell’orario di entrata ed uscita per gli impiegati e la predisposizione di navette aziendali per i turnisti, accanto all’utilizzo di mezzi a basso impatto ambientale per spostamenti all’interno del comprensorio e per i trasferimenti locali ed urbani (6 auto a metano ed 1 auto elettrica con un risparmio annuo di 3.000.000 gr di CO2 rispetto ai precedenti mezzi con motore diesel). A completare il quadro sono iniziativa di smart working (Consente ai dipendenti degli uffici di lavorare fino a 32 ore mese da casa. Si stima che in un anno ci sia una riduzione di oltre 200.000 km percorsi e 30.000.000 gr di CO2) e Promozione del carpooling aziendale mediante l’accesso a www.parmacarpooling.it sulla piattaforma del Comune di Parma .

L’Università degli Studi di Parma ha realizzato una pista ciclabile all’interno del Campus per favorire gli spostamenti in bicicletta ed è in corso di realizzazione 10 colonnine per la ricarica di mezzi elettrici e stazione di bike sharing. A cui si aggiunge la regolamentazione della circolazione e della sosta all’interno del Campus universitario tramite accordo tra Università e Polizia Municipale.

Ausl ed Azienda Ospedaliera hanno previsto la rilevazione on-line spostamenti Casa-Lavoro, la campagna informativa a sostegno TPL; la rrevisione di Corso Ecoguida e gestione parco auto con la previsione di integrazione Navetta Ospedale-Vasari. Per quanto riguarda il Comune di Parma, oltre a quanto già presentato nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, a breve introdurrà nella flotta auto 18 nuove auto elettriche che andranno a sostituire mezzi obsoleti dei reparti tecnici e della polizia.

Fonte: Comuni virtuosi

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Giusto andare contro il neoliberismo ma …

di Giuseppe (Peppe) Carpentieri

Penso che nessuno abbia più dubbi sul fatto che bisogna costruire un’alternativa, come la chiamano i giornalisti “di sinistra” e così come la chiamano coloro i quali si ritengono orfani della sinistra. In Europa è stata anche la sinistra a introdurre il neoliberismo attraverso il progetto “terza via” di Clinton e Blair, e in Italia ha avuto talmente successo che i leader “di sinistra” erano tutti ex banchieri e manager, da Ciampi a Prodi. Per la destra non si doveva convincere nessuno, sono bastati Berlusconi e Tremonti.

Del resto la storia è maestra di vita, e ci ricorda come l’Italia avendo perso la guerra, uscita da un regime totalitario di destra, approda al nuovo regime della destra capitalista. L’Italia viene occupata militarmente e attraverso i partiti deve restare territorio del capitalismo americano. Nel 1948 l’attentato a Palmiro Togliatti, il Piano Solo del 1964, e il sequestro di Aldo Moro del 1978 sono gli atti politici più cruenti. Tutti eventi che condividono l’opposizione alla cultura democratica di sinistra da sconfiggere con la violenza. La “terza via” è la strada culturale adoperata dai think tank neoliberisti per infiltrare ed etero guidare dall’esterno le forze politiche di sinistra, e sgretolare dall’interno il vecchio PCI e i sindacati, troppo colti e ben organizzati. L’obiettivo dei neoliberal fu raggiunto, col tempo, subito dopo la morte di Berlinguer. Il vuoto culturale rimane, ma nel frattempo la nichilista cultura liberal raggiunge altri obiettivi ancora più importanti: la regressione culturale delle masse e il crescente infantilismo degli adulti che li ha condotti nell’analfabetismo funzionale e di ritorno, incapaci di comprendere e di scegliere. In Italia la regressione è stata raggiunta sia infiltrando il mondo economico-accademico e sia attraverso la televisione privata di Berlusconi.

Tornando ad oggi, il fatto che l’Unione europea non sia stata progettata e non si comporti per il bene comune lo sanno persino coloro i quali l’hanno costruita, ma essi rappresentano proprio quel mondo industriale che sta traendo i maggiori benefici dal modello neoliberista, e sono i sostenitori del TTIP. L’aspetto interessante e controverso è che fracoloro i quali stanno costruendo quest’alternativa, lo chiamano piano B, c’è anche Fassina, certo cambiare idea è una virtù quando si capiscono i propri errori. Gli obiettivi proposti da Varoufakis, Fassina, Mélen­chon e Lafon­taine  sono giusti (nel mirino ci sono fiscal com­pact e il TTIP), ma è necessario approdare sul piano della bioeconomia.

A Parigi, Fassina dichiara: «[…] Ci sono due punti da affrontare qui. Il primo: il mercantilismo neo-liberista dettato da Berlino e ivi incentrato è insostenibile. La svalutazione del lavoro in alternativa alla svalutazione della valuta nazionale, come via principale per aggiustamenti “reali”, comporta una cronica insufficienza di domanda aggregata, disoccupazione persistentemente elevata, deflazione e esplosione dei debiti pubblici. In un tale contesto, al di là dei confini dello stato-nazione dominante, l’euro porta ad uno svuotamento della democrazia, trasformando la politica in amministrazione per conto terzi e spettacolo. Questo è il punto. Non è un punto economico ma politico. Il significato di democrazia nel XXI secolo. Esiste un conflitto sempre più evidente tra il rispetto dei Trattati e delle regole fiscali da una parte e i principi di solidarietà e democrazia iscritti nelle nostre costituzioni nazionali dall’altra. […]». L’analisi di Fassina è senza dubbio corretta, ma dov’è lo strumento politico democratico che invita le persone a partecipare attivamente? E’ tardivo il desiderio di far rinascere una sinistra quando l’epoca industriale volge al termine. I popoli già alcuni anni fa hanno manifestato il proprio dissenso verso il neoliberismo che nasceva e si costruiva in maniera autoritaria, basti ricordare i referendum sul Trattati di Lisbona, in Francia e in Olanda. Nessun italiano fu consultato nel luglio del 2008, quando il Parlamento votò a favore del Trattato di Lisbona. Il recente passato italiano ha mostrato come i partiti di sinistra rifiutarono la partecipazione popolare, e rifiutarono le nuove proposte. Il caso clamoroso è proprio sotto gli occhi di tutti, e si chiama M5S che nasce dalla chiusura politica culturale dell’attuale PD. Inutile ripresentare le battute dei dirigenti di allora che prendevano in giro il nascente fenomeno dei “meetup” poi chiamati M5S, erano gli anni fra il 2006 e il 2009, prima che nascesse il partito di Grillo. L’analisi critica di Fassina circa il sistema euro, ex PD, era ampiamente scritta e dibattuta nei vecchi forum della rete dei “meetup”. I cittadini che partecipavano erano i primi a mettere in discussione l’euro zona. Se la ricostruzione della sinistra resterà sul vecchio piano ideologico dell’economia neoclassica, quest’alternativa non si potrà costruire. Sarà utile a riprendere consensi verso i nostalgici, ma non sarà capace di costruire una società migliore. Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma il problemi degli italiani rimarranno dove si trovano.

Al contrario, se ci sarà la maturità  e l’onestà intellettuale di storicizzare l’obsoleta schema del divide et impera: destra sinistra, allora si potrà veramente costruire una società migliore. Il nuovo paradigma culturale partendo dalla bioeconomia (ecco la transizione ecologica) potrà favorire la nascita di una società migliore. La forza di una moneta sovrana a credito e una nuova politica d’investimenti pubblici finalizzati alla formazione di una conversione ecologica delle trasformazioni di merci e beni; l’applicazione dell’eco efficienza; così come la conservazione e il recupero del patrimonio, consentiranno l’avvio di nuovi impieghi utili. La riduzione dello spazio di mercato e l’aumento dello spazio per le comunità che si auto producono energia e beni, in un sistema di scambio reciproco, consentirà maggiore libertà per le persone e le famiglie poiché svilupperanno la resilienza urbana.

In sostanza bisogna evitare, come farebbe la sinistra tramite politiche espansive senza etica, di favorire nuovamente il capitalismo (l’ossimoro sviluppo sostenibile) poiché è già imploso su stesso. Il capitalismo deve ignorare le leggi dell’entropia, è la natura stessa del capitalismo sinonimo di consumismo. La misura degli impatti ambientali mostra che siano giunti a un punto di non ritorno. Del resto la letteratura è ricca di esempi che chiedono l’uscita dall’economia neoclassica, mentre è noto che tutti i governi occidentali sono asserviti alle multinazionali del WTO. Il problema non è una questione soldi, poiché attualmente la moneta è stampata dal nulla ma prestata agli Stati. Il controllo della moneta è in capo all’élite degenerata condizionata dalle SpA, costoro sono capaci di comprarsi tutti i burattini che vogliono tramite il sistema offshore e delle giurisdizioni segrete. John Perkins ha scritto egregiamente a cosa servono gli economisti (imbrogliare e rubare), chiamati correttamente sicari dell’economia, era il suo lavoro. Nicholas Shaxson pubblicaLe isole del tesoro, mostrando la faccia del capitalismo: imbrogliare le persone che pagano le tasse e distruggere lo Stato sociale. La soluzione non è sul piano economico ma sul piano giuridico e democratico, come hanno compreso bene Varoufakis & company, e non si può continuare a rimanere sullo stupido piano dell’economia neoclassica. O si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di abbattere la schiavitù SpA, oppure si è complici dell’impero della vergogna. Sembra che Varoufakis stia sulla buona strada, visto che ha avuto il coraggio di staccarsi da Tsipras e propose una moneta parallela. Gli italiani avranno lo stesso coraggio? Ritengo sia necessario creare una classe dirigente attingendo dalla società civile libera dai condizionamenti dei think tank neoliberal, ma soprattutto partendo dalla bioeconomia, scartata, ignorata proprio dalla sinistra e oggi strumentalizzata da sedicenti “rivoluzionari”.

E’ corretto chiedere la ristrutturazione dei debiti, il rigetto dei trattati e cambiare l’architettura dell’UE, ma tutto ciò è fuori dalle politiche economiche. L’elemento politico fondamentale è il ripristino della sovranità monetaria, come sanno bene, ma la moneta è uno strumento non la proposta di una politica economica nuova. Il punto nevralgico e culturale sembra essere proprio questo, e cioè che gli economisti si occupano più di diritti che della loro disciplina, e danno la sensazione di non conoscere vere alternative. Eppure, loro colleghi hanno prodotto un pò di letteratura eterodossa, da Stiglitz e Fitoussi e Sen; prima ancora Galbraith aveva capito benissimo che il PIL non serve. E’ strano che alle legittime richieste di ripensare l’architettura dell’UE manchino filosofi, giuristi e costituzionalisti, e soprattutto manchi la partecipazione popolare di cittadini attivi.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzione e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario uscire dal piano economico per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

Fonte: MDF (Movimento Decrescita Felice) e www.peppecarpentieri.wordpress.com 

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
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Coltivare il nuovo tra le crepe del vecchio

di Marina Sitrin

Ricordate due anni fa il più grande fallimento di una municipalità nella storia degli Stati Uniti, quello di Detroit, la capitale mondiale dell’industria delle auto? Ciò che sta accadendo oggi è strabiliante: gli abitanti si sono guardati in faccia e hanno cercato intorno a loro altri modi per sopravvivere. Piuttosto che lasciare quartieri e terreni abbandonati, si sono riuniti per rendere produttiva la terra: senza nessuna organizzazione centrale o appoggio politico non solo si sono moltiplicati gli orti di vicinato e quelli scolastici ma si è passati dagli orti e dal baratto di prodotti privati agli scambi comunitari di cibo e alle cene conviviali. Le persone che creano orti non lo fanno per una strategia di mercato, ma per costruire comunità: su quasi trecento orti comunitari quelli con le recinzioni si contano sulle dita di una mano. Sì. gli abitanti stanno riprendendo la propria città creando il nuovo nel guscio del vecchio.

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Fonte: log.whyhunger.org

Molti parlano dei modi in cui gli abitanti di Detroit si stanno riprendendo la propria città creando il nuovo nel guscio del vecchio. Non avevo idea di quanto fosse precisa questa immagine finché non ho cominciato a parlare con le persone coinvolte nel movimento dell’agricoltura urbana. Letteralmente, coltivano cibo in edifici abbandonati, lotti liberi, strutture demolite e in altre crepe nel sistema. Per esempio ho scoperto che lo scheletro degli edifici abbandonati è ottimo per tenere al caldo gli orti sollevati (in cassetta, ndt). Ho saputo di studenti – a migliaia – che parlano di comunità, salute, solidarietà e cooperazione nelle loro scuole lavorando negli orti scolastici. Ho saputo di scambi settimanali di ricette a base di prodotti freschi tra dozzine di anziani, e di cene conviviali con la comunità del quartiere. Ho sentito che si possono comprare carote, pomodori e altra frutta e verdura fuori dalle pompe di benzina, il tutto organizzato da adolescenti.

Detroit sta costruendo il nuovo tra le crepe del vecchio.

Se si digita su un motore di ricerca “Detroit urban farms” il primo risultato sarà una mappa con almeno una dozzina di fattorie considerevoli gestite collettivamente da vari gruppi di quartiere, e poi altre centinaia di link a fattorie più piccole e orti urbani. Qualcosa di particolare sta succedendo a Detroit. Negli ultimi dieci anni, man mano che peggiorava la crisi economica e la sopravvivenza delle persone veniva messa in pericolo sempre più, si sono guardati in faccia e hanno cercato intorno a loro altri modi per sopravvivere. In questo caso, intorno a loro c’erano migliaia di lotti vuoti, spesso abbandonati da imprese che avevano da tempo trasferito il lavoro altrove, o da proprietari non più in grado di pagare le tasse oppure le ipoteche. Piuttosto che lasciare la terra abbandonata e incolta, le persone si sono riunite per renderla produttiva. Questo non è un lavoro da poco, e grazie alla cooperazione di migliaia di persone le fattorie e gli orti urbani di Detroit producono duecento tonnellate di prodotti l’anno. Il numero degli orti urbani è cresciuto dai cento del 2000 agli oltre due mila del 2015. Ciò significa in termini umani che quelle persone che lavorano agli orti mangiano porzioni due volte e mezzo più grandi di frutta e verdura di chi non ci lavora.

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Fonte: Tc.pbs.org

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Questi numeri sono particolarmente importanti se si considera che Detroit è un “food desert” nel senso che non ci sono particolari mercati di prodotti freschi. Quei pochi che esistono sono piccoli e lontani tra di loro, e i prodotti sono spesso uno schifo a sentire i cittadini di Detroit. In un report pubblicato su Forbes Magazine, solo il 19 per cento dei negozi di alimentari offrono la varietà di alimenti necessaria per poter seguire quanto raccomandato dalla United States Drug Administration. La maggior parte della gente compra da mangiare ai “Party Stores”, in genere vicino ai distributori di benzina, negozietti che vengono principalmente alcol, biglietti della lotteria e gas.

Detroit, che negli anni Cinquanta era una città florida di 1,85 milioni di abitanti, oggi conta 700mila persone, e ha visto un calo della popolazione del 24 per cento solo nell’ultima decade. Un quarto. E ci si aspetta che diminuisca ancora. Ciò significa che la terra tutt’intorno alla città è abbandonata.

Circa cinquanta chilometri quadrati sono inoccupati.

Qui si inseriscono gli orti e le fattorie urbane.

Shea Howell, fondatrice e ora tra gli amministratori del The Boggs Center to Nurture Community Leadership (boggscenter.org), spiega in un intervista un po’ la storia e le ragioni di queste fattorie.

“Ciò a cui stiamo assistendo è una riduzione della popolazione della città a partire dal 1950, e più questa diminuiva più i terreni residenziali tornavano liberi, le case venivano abbandonate o demolite. Quando le persone, in particolare donne afro-americane dal sud, hanno visto questi terreni liberarsi quel che fecero fu allargare l’orto. Spesso avevano un orto sul retro di casa, come si usa nel nostro sud, e intravidero la possibilità di fare l’orto anche nel lotto accanto… insomma, fu un riutilizzo naturale dei terreni sgomberati, come Grace Lee Boggs ha detto nei suoi scritti, dove altre persone vedevano abbandono, molte di queste donne videro un’opportunità. Innanzitutto coltivavano l’orto per uso proprio e dei vicini”.

Racconta poi di come si è passati dagli orti di vicinato e dal baratto di prodotti privati agli scambi comunitari di cibo e alle cene conviviali. E poi molte scuole, guidate da alcuni insegnanti, iniziarono a coltivare orti più ampi, e allo stesso tempo cominciarono ad organizzarsi fattorie collettive, e da lì si è andati ancora avanti.

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Fonte: Thestar.com

Ora c’è un’economia alternativa che ruota intorno agli orti e alle fattorie, tra condivisione, baratto e vendita. Shea spiega inoltre,

“Altra cosa notevole è la consapevolezza che sta dietro questa sistema agricolo e alimentare. Le persone che creano orti urbani non lo fanno per una strategia di mercato, ma come una strategia per costruire comunità. Spesso è incluso un lavoro inter-generazionale, una critica al capitale, una critica alle politiche di gestione del territorio. Ciò che secondo me è da sottolineare è che tutto è nato senza un’organizzazione centrale e di certo senza qualche appoggio politico. È venuto fuori dall’energia delle persone. Per questo motivo la comunità rispetta e appoggia ampiamente queste attività. Probabilmente il migliore esempio per capire ciò di cui parlo è che su quasi trecento orti urbani quelli con delle recinzioni si contano sulle dita di una mano. In una città che è spesso dipinta come senza leggi e tutte le altre cose orribili, la realtà è che il cibo è coltivato in spazi aperti senza recinzioni. Sta emergendo in modo molto naturale una coscienza del mangiar sano che aiuta a creare questa struttura economica alternativa per le persone”.

Mentre da una parte cresce una rete organizzata di orti e fattorie urbane dove si insegnano le migliori strategie per coltivare un orto urbano, allo stesso tempo ci sono anche molte persone che semplicemente imparano da sole e lo insegnano ai vicini.

Shea spiega anche un po’ la controversia nata nel tempo, in particoalre riguardo a come tutto ciò dovrebbe adattarsi ad un economia formale, e di come tuttavia tutto funzioni in una meravigliosa fusione di diversi approcci.

“Le donne più anziane che ho conosciuto erano fieramente contrarie alla compravendita di ortaggi, barattavano, ‘Io ti do un po’ del mio cavolo se mi dai un po’ delle tue melanzane, che le tue sono sempre più buone delle mie‘, insomma c’era uno scambio assolutamente informale. Quello che sta nascendo negli ultimi cinque anni sono i mercati contadini di quartiere. A volte sono sponsorizzati da associazioni non profit o da una chiesa, che lo vedono come un modo per impegnare i ragazzini e fargli guadagare anche qualcosa. Così la chiesa ha il suo orto, i bambini ci lavorano e mettono su una bancarella coi loro prodotti. Nel Mercato Orientale, il mercato ufficiale, c’è perfino una sezione chiamata ‘Coltivato a Detroit’. Viene tutto da orti locali, principalmente con dei giovani alla vendita. È una trama molto fitta e penso che probabilmente sia una cosa molto buona”.

Fonte: Comune.info

Marina Sitrin è scrittrice, sociologa, insegnante, militante e sognatrice.

L’articolo di questa pagina, apparso anche su Telesurtv.net (con il titolo Growing the New in the Cracks of the Old in Detroit), viene pubblicato qui con l’autorizzazione dell’autrice e grazie alla traduzione di Armando Pitocco. Altri articoli di Marina Sitrin sono leggibili in questo link.

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Meritocrazia

meritocrazia_940di Aldo Giannuli

Mantengo un impegno preso due settimane fa: scrivere sulla meritocrazia, argomento sul quale c’è molta confusione. Partiamo da un assunto: la divisione sociale del lavoro è una realtà che si afferma con il sorgere della civiltà e non è un dato eliminabile, a meno di non voler regredire all’età della pietra.

Marx sosteneva che la divisione sociale del lavoro cesserà nella società comunista (meta della storia umana, lui pensava), quando lo sviluppo dei mezzi di produzione renderà minima e fungibile l’erogazione di ore di lavoro umano. Forse una simile età dell’oro verrà in un futuro lontanissimo ed imprevedibile (personalmente, ho il forte dubbio che possa essere mai realizzabile) ma lasciamo perdere questa discussione: di fatto non è un traguardo in vista, per cui ragioniamo sui dati di fatto destinati a non modificarsi in un tempo prevedibile.

Dunque, la divisione del lavoro esiste, è ineliminabile e non è egualitaria, ma gerarchica, perché ci sono mansioni relativamente “facili”, magari faticose, nocive o pericolose, ma alla portata (almeno teoricamente) di qualsiasi essere umano anche non addestrato: trasportare a spalla sacchi di cemento lo possono fare tutti, salvo il limite della resistenza fisica.

Vice versa, fare il medico, l’ingegnere, il giurista o il pilota d’aereo richiede una preparazione specifica e, quindi, sono mansioni che incorporano una dose di sapere sociale via via maggiore. Badate che la gerarchia di cui parto non riguarda le persone che fanno questo o quel lavoro, ma le mansioni in quanto tali, il come questo si rifletta poi nella stratificazione sociale è cosa che consideriamo a parte. Ovviamente, questo implica una serie di differenziali di considerazione sociale, di retribuzione, di potere ecc, per cui, altrettanto scontatamente, ci sono mansioni più desiderate di altre e, più si tratta di mansioni apicali, più sono ricercate.

Per scegliere chi farà il chirurgo, il manager, il ministro o il docente universitario, abbia questi metodi di selezione possibili:

-per censo

-per successione familiare

-per appartenenza di casta

-per competenza.

Che la selezione avvenga per nomina dall’alto, per elezione dal basso o per prove concorsuali non cambia nulla: i criteri restano quelli elencati perché chi nomina, vota o valuta lo può fare seguendo il criterio del più ricco, della successione per diritto familiare (il congiunto più vicino alla persona da sostituire), per appartenenza ad una determinata casta (corporazione, lobby, partito politico….) o scegliendo il più competente. Credo che, dal punto di vista dell’utilità generale il criterio più auspicabile sia l’ultimo. Poi ci sono le soluzioni di fantasia: per corteggio, a turno, per anzianità, per avvenenza fisica ecc. ma saremo tutti d’accordo a non prenderle in considerazione.

Il criterio della competenza non è di per sé democratico o antidemocratico, ma semplicemente utilitaristico, per cui esso è stato caratteristico (almeno teoricamente o in parte) tanto di moderne società democratiche come quelle scandinave quanto di società antiche e dispotiche come l’Impero Cinese che, appunto, inventò il metodo degli “esami” in cui dar prova delle proprie conoscenze e abilità.

Una società democratica non può eliminare il carattere gerarchico della divisione del lavoro, ma, avendo alla sua base il valore dell’eguaglianza (almeno, così dovrebbe essere) cerca di bilanciare questo dando a tutti la migliore eguaglianza dei dati di partenza, per garantire che il prescelto sia il migliore possibile. Dunque la selezione per competenza (altrimenti detta “meritocrazia”) è propria dei sistemi democratici.

Poi, però, intorno a questo assunto sono sorti molti equivoci, in particolare ad opera di quel confusionario classista di Michael Young che, a fine anni cinquanta, pubblicò “The rise of the Meritocracy” che è un catalogo di esilaranti scemenze. E si iniziò a strologare di misurazione dell’intelligenza (come se fosse un dato innato e come se di intelligenze ce ne sia di un solo tipo) qualcuno iniziò a dire scemenze del tipo di classi differenziate per i ragazzi superdotati, altri di strutturare la società per “classi intellettuali”. Questi sono deliri che non hanno nulla a che fare con il principio della attribuzione delle responsabilità per competenza. Se poi vi dà fastidio il nome, chiamatelo come vi pare, mettiamoci d’accordo, ma il principio della selezione per competenza resta ed è non solo compatibile con la democrazia, ma valore fondante di essa.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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In Danimarca si cerca di arginare il crollo delle natalità

Questo articolo, di cui sono venuto a conoscenza tramite il sito/blog di Roberto D’Agostino (Dagospia) è sintomatico di quanto stia cambiando (o, meglio, si stia ripetendo come ciclo) la storia dell’umanità. Una simile presa di posizione da parte di uno dei paesi più ‘civilizzati’ dell’Occidente mi ricorda tanto quelle dinamiche di natalità delle civiltà contadine dell’800, quando si facevano molti figli perché averne in gran numero aiutava le famiglie – e quindi le società di allora – nel lavoro dei campi. Qui, similmente, si sta dicendo ai cittadini di fare molti figli, perché serviranno – questo è il succo della questione – a garantire le pensioni e lo stato sociale del futuro. Un bell’esempio di pragmatismo e lungimiranza. Dafni Ruscetta

 

Andrea Tarquini per “la Repubblica”

 

DANIMARCA 

Care ragazze, cari ragazzi, fate pure sesso se vi piacete o vi amate, o anche solo se ne avete semplicemente voglia. Ma per favore fate solo sesso sicuro, e non solo per non contrarre malattie: pensate alla contraccezione, non diventate mamme né papà troppo presto. Finora, in tutto il mondo, o almeno in ogni paese dove l’educazione sessuale è materia scolastica o prassi familiare e sociale diffusa, il suo principale messaggio è stato questo.

Ma nell’avanzata, civilissima Danimarca adesso hanno deciso di cambiare musica: l’educazione sessuale deve anche insegnare ai giovani che il fine del sesso è la procreazione, e che se si decide troppo tardi di avere figli le probabilità di metterli al mondo scendono, perché cala la fertilità. Insomma, arriva un nuovo capitolo di quella storia infinita chiamata rivoluzione sessuale, cominciata ben prima del Sessantotto. E non a caso, arriva dal Grande Nord. Più precisamente, dal piccolo prospero paese definito da statistiche e indagini Onu come il più felice del mondo. Che cosa è successo a Copenhagen, tanto da spingere a una svolta apparentemente così radicale?

 

DANIMARCA LA FIGLIA DEI REALI FREDERIK E MARY DANIMARCA LA FIGLIA DEI REALI FREDERIK E MARY

Semplice: non bastano né il welfare, tra i più generosi del mondo, né la prosperità, né un’economia postindustriale e di eccellenze tecnologiche e una crescita economica inferiore a quella della vicina potenza regionale, la Svezia, però molto più lusinghiera che quasi ovunque altrove in Europa. Non bastano le certezze che lo Stato ti offre dalla culla alla tomba, passando dall’assegno mensile equivalente a minimo 700 euro a ogni giovane studente. Il tasso di natalità, anche nel bel regno nordico, è calato e continua a calare. È “appena” di 1,9 bimbi per donna, per quanto fredde e assurde possano suonare queste statistiche. Esperti indipendenti e governativi avvertono: ci vuole un tasso d’incremento delle nascite di almeno 2,1 bambini per ogni cittadina.

danimarca Danimarca

Questione di vita o di morte per il futuro del modello danese, tra i più efficienti nel Grande Nord. Perché se non si riuscirà ad alzare il tasso di natalità — avverte Sex & Samfund (Sesso e società, l’organizzazione indipendente che fornisce ad asili scuole e comunità i materiali e i programmi per l’educazione sessuale) in futuro la Danimarca avrà troppo pochi cittadini in età lavorativa. Troppo pochi contribuenti per il fisco e per le ritenute indispensabili a rendere sostenibile welfare, pensioni, ogni capitolo dello Stato sociale danese. Poco importa che alcuni mesi fa Copenhagen abbia avuto a livello politico una svolta a destra, con la bella, elegante e spregiudicata premier socialista Helle Thorning- Schmidt sconfitta dal leader della destra Loekke Rasmussen: su certi temi il consenso tende a essere bipartisan.

E allora che succede? Semplice: i programmi e i materiali per l’educazione sessuale, che appunto comincia al più tardi alle elementari, si adeguano. Come si fa sesso, quali differenze fisiologiche e non solo esistono tra uomo e donna sono temi che continuano a essere insegnati ai bimbi nel modo più spregiudicato: modelli di organi femminili, corsi su come s’indossa un profilattico o come si usa la pillola, filmati e disegni più che espliciti. Sempre continuando a lanciare il messaggio sui pericoli della gravidanza precoce, problema sociale gravissimo, ad esempio, negli Stati Uniti a cui tutte le società di cultura scandinava guardano ogni giorno.

 

La Danimarca il posto piu tranquillo del mondo La Danimarca il posto piu tranquillo del mondo

Ma adesso Sex & Samfund corregge anche il tiro: dire solo che è male restare incinte troppo presto è un falso segnale. Allora gli insegnanti e i programmi dovranno spiegare che altrettanto sbagliato è rinviare troppo il momento in cui si deciderà di avere figli.

Non si parla di “bimbi per la patria” di triste memoria, ma di futuro sostenibile del modello nordico, spiegano fonti vicine al governo.

Perché sia i maschietti danesi sia le loro mogli, compagne o fidanzatine, come quasi ovunque in Europa (con poche eccezioni, vedi la Svezia grazie a un’economia robustissima, all’apertura senza uguali ai migranti, al superwelfare) rinviano sempre di più il momento di mettere al mondo bimbi. Sia lei che lui privilegiano la carriera. E la maggioranza delle famiglie, dice un sondaggio dell’organizzazione, ha in media uno o due figli anche se ne sognava tre o più.

Pochi figli, insomma, avverte Copenhagen, significa welfare e società solidale non più sostenibili, un pericolo per il futuro di quella scarsa pattuglia di bambini. E allora via, facciamo partire dalla scuola una nuova èra dei baby-boomers. Se l’iniziativa avrà successo o no, in una società scettica quanto libera come tutte quelle del Nord, resta questione aperta.

Fonte: Dagospia da  “la Repubblica”

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Io sto con Erri De Luca, perché le parole sono pietre

de-lu-e3di Gennaro Carotenuto
Trovo non condivisibile e ingenuamente semplificatoria, in una società dove, nonostante la Rete, il monopolio della comunicazione resta saldamente in poche mani, l’idea per la quale «le parole non si processano». E’ lo slogan che campeggia, tra gli altri, sul sito iostoconerri.it, in stridente distonia con quanto invece afferma lo stesso Erri De Luca, per il quale è stata chiesta una condanna penale a otto mesi per istigazione a delinquere. E’ anche il concetto più diffuso tra quanti solidarizzano con il tuttora presunto istigatore del sabotaggio della TAV. Credo che siano ben altre le ragioni di De Luca. Nel merito la pretestuosità della correlazione tra le sue parole e le azioni di terzi, nonostante su ciò si basi il reato di istigazione. Nel contesto perché la difesa della libertà di espressione non può passare da questa ingenua pretesa di intangibilità del verbo sull’azione.
Le parole e le idee non sono tutte uguali e non meritano di essere difese in quanto tali e alla stessa maniera. Vi sono parole di libertà e parole liberticide, parole a buon diritto e parole in malafede. Parole per liberare e parole per schiacciare. Vi sono parole di disobbedienza civile che sono tali e assumono un senso proprio perché vi è un ente liberticida, in genere lo Stato, verso il quale solo la disobbedienza permette dialettica. Ma le parole feriscono e a volte uccidono e ognuno è responsabile per le proprie parole come intellettuale e, come cittadino, civilmente e penalmente.
È così ingenua la pretesa che l’esercizio della libertà d’espressione renda questa a costo zero da svilire quest’ultima e confonderla col vaniloquio. Se le parole non fossero pietre non varrebbero nulla. Se le nostre parole non trovassero un potere disposto a sanzionarle vorrebbe dire che sono di questo corrive.
D’altra parte proprio la legge, quella stessa legge che spesso incarna la reazione, può anche difendere dall’odio. Ci sono parole discriminatorie, omofobe, razziste, sessiste (e più di tutto classiste), pronunciate per odio e induzione all’odio, che sono più violente della violenza fisica. Mi dissocio da chi assolve le parole razziste di Calderoli contro Kyenge (e rende una burla la persecuzione dell’odio in Italia) e plaudo alla condanna di Umberto Bossi per aver dato del “terrone” a Napolitano, ma non mi sento solidale con chi allo stesso tempo sta con Erri De Luca e contro Calderoli senza coglierne la contraddizione. Se tutte le parole sono in libertà, Umberto Bossi vale Erri De Luca e il delirio razzista di Calderoli vale il sogno di Martin Luther King. Perciò non mi sento solidale con chi pensa che le parole non si processino, che tutte le parole siano bigie e di conseguenza il razzismo sia una “legittima opinione”.

È un crinale difficile quello tra il liberticidio del dissenso (quale quello espresso da Erri De Luca) e la banalizzazione e la rivendicazione dell’irresponsabilità della parola, che è l’esatto opposto di quanto afferma lo scrittore napoletano. Mi sono occupato, anche perché ne sono stato vittima, delle querele intimidatorie, spesso seriali, con le quali ricchi e potenti perseguitano chiunque osi nominarli. E’ un girone dell’inferno ma #IostoconErri, perché si fa carico del peso delle proprie parole e le difenderà anche se verrà condannato. Io sto con Primo Levi che rivendicò il principio di responsabilità del «rispondere di quanto scriviamo, parola per parola». Solo se siamo pronti a rispondere di quanto scriviamo, le nostre parole hanno dignità. Altrimenti resta il sicariato del mainstream o lo sterile borbottio dei social e, nella società della liquidità della deresponsabilizzazione, le idee non valgono nulla.

Fonte: blog di Gennaro Carotenuto

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Eco villaggio in Sardegna: materiali e cibi bio. Bannati fumo e smartphones

di Daniele Boni

Sardinna Antiga è un bio-villaggio ecosostenibile situato sulla costa nord-orientale della Sardegna, in una vallata solitaria, tra la campagna e il mare di Santa Lucia di Siniscola, in località Sa Petra e S’Ape. Stupefacente esempio di albergo diffuso, recupera un antico villaggio abbandonato dagli anni ’40, trasformandolo in un posto accogliente e rilassante, dove gustare cibo biologico e sono banditi smartphone e sigarette.

ARCHITETTURA TRADIZIONALE DELLA SARDEGNA: LE BARACCAS

LA STORIA DELL’ECO VILLAGGIO

Successivamente all’acquisto del terreno, durante le operazioni di pulizia, i proprietari di Sardinna Antiga hanno rinvenuto all’interno di cespugli e piante arbustive, diversi muretti a secco circolari, con all’interno dei tronchi d’albero disposti a raggiera. Pulendo a fondo ed estirpando le erbacce hanno iniziato a comprendere che forse quel che avevano trovato durante le operazioni di pulizia non erano dei semplici recinti, ma un vero e proprio villaggio di pastori, abitato fino agli anni Quaranta e in seguito abbandonato.
Con l’aiuto degli organi territoriali del MiBACT e la memoria storica e le testimonianze degli anziani, si è così iniziato a ricostruire questo antico villaggio, fino ad arrivare ad un vero e proprio ripristino tipologico.

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LE COSTRUZIONI TIPICHE SARDE

Il villaggio di “pinnattoso” (plurale di “pinnattu” in dialetto locale) che era abitato fino a circa settanta anni fa viene così recuperato, rispettando la collocazione originale delle costruzioni e riscoprendo la tradizione e la cultura locale: le tecniche ecosostenibili artigianali tradizionali vengono integrate alle tecniche moderne – per la soddisfazione dei requisiti della normativa vigente – adoperando materiali, assolutamente naturali e reperiti in loco, reimpiegando anche quelli utilizzati dagli antichi abitanti.

Le sue abitazioni uniche si rifanno per forma e materiali utilizzati all’architettura vernacolare delle capanne nuragiche: queste antiche costruzioni pastorali, tipiche della Sardegna centro-orientale, sono costruite con la base, che può essere circolare o rettangolare, in pietra a secco e la copertura in rami di legno, canne e frasche. Tradizionalmente venivano utilizzate in terre selvagge o poco accessibili per il pernottamento o per il deposito di vivande o materiali utili all’allevamento del bestiame.

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Le capanne non hanno fondazioni ed il terreno su cui insiste la struttura, essenzialmente semplice, è stato spianato con strumenti tradizionali. Dal punto di vista strutturale, gli edifici sono sostenuti da pilastri e travi realizzati con tronchi e rami d’albero non lavorati. I pilastri di circa 15 cm di diametro, sono infissi nel terreno e disposti circolarmente ad una distanza di circa 150 cm: ogni pilastro è collegato al successivo mediante tavole in legno, in modo da renderli collaboranti nell’assorbimento del peso della copertura. Da ognuno di essi, alto circa 150 cm, parte una trave, con una sezione media di 10 cm e una pendenza di circa il 60% (circa 30°): tutte le travi confluiscono in un tronco d’albero che funge da chiave di volta e permette alla copertura di non collassare.

A rivestimento esterno della struttura è stato poi ricomposto il muro a secco di pietra, con uno spessore medio di 40 cm, che collabora dal punto di vista statico con il sistema travi-pilastri. Le travi sono unite da canne, che diventano un vero e proprio rivestimento interno mentre all’esterno è posto uno strato di tavolato, lasciando un’intercapedine per la ventilazione di spessore variabile. Sopra il tavolato viene disposto un telo impermeabile, sul quale vengono poggiate ulteriori canne e paglia come rivestimento esterno. Il rivestimento interno è anch’esso composto da uno strato di canne su cui viene spruzzato un intonaco di terra cruda. La pavimentazione, in tavole di legno è sopraelevata rispetto a un sistema di areazione sottopavimento che poggia direttamente sul terreno roccioso del villaggio.

CRITERI BIOCLIMATICI E RISPARMIO DELLE RISORSE

Nonostante gli alloggi siano privi di impianti di climatizzazione e il clima sia estremamente caldo nel periodo estivo, la temperatura all’interno degli alloggi rimane vicina alle condizioni di comfort: a ciò contribuiscono l’elevata inerzia termica relativa alla massa del muro in pietra, la ventilazione della copertura e del pavimento oltre a quella garantita dall’effetto camino dovuto sia alla forma della copertura che a una certa permeabilità delle frontiere perimetrali.

Le aperture, di metratura minima in rispetto dei canoni originali, disposte in posizioni diametralmente opposte garantiscono una buona ventilazione incrociata: l’apporto di luce e il ricambio d’aria sono garantiti inoltre dalla porta di ingresso. Il villaggio sfrutta un sistema di fitodepurazione per recuperare buona parte delle acque utilizzate per gli scarichi e in modo da eliminare la necessità di realizzare il sistema di fognature che per essere condotto fino a questo luogo, piuttosto isolato, sarebbe stato economicamente poco sostenibile avrebbe deturpato il territorio.

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Con la rigenerazione, l’ambiente circostante è stato lasciato intatto e sono state piantumate circa 4000 piante. Il villaggio è circondato da un laghetto e da 7 ettari di macchia mediterranea: un vigneto bio, un oliveto bio, un orto bio e uno sinergico procurano gran parte delle materie prime necessarie. Le abitazioni vengono fornite quotidianamente di acqua di fonte servita in anfore di terracotta, di cibi, di prodotti per la cura del corpo prodotti da un’azienda locale, di un emanatore di essenze per l’aromaterapia e di una lampada al sale: il tutto rigorosamente di origine biologica o locale. Gli arredi interni sono totalmente fatti a mano con materiali di risulta, principalmente legno e gli unici arredi non riutilizzati sono i sanitari.

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Ogni cosa è prodotta artigianalmente: persino la biancheria è tessuta utilizzando filati naturali e trame preziose, arricchite da disegni eseguiti sull’impronta di quelli arcaici, tinti con colori essenziali e derivanti da erbe. All’interno del villaggio è bandito il fumo mentre l’uso di smartphone, tablet e pc è vietato negli spazi comuni. La sensazione è quella di essere tornati indietro nel tempo di qualche secolo: il silenzio surreale del luogo è spezzato solo dai rumori della natura, dal canto degli uccelli e dai versi degli animali selvatici, mentre la sera, solo le stelle e la luna illuminano l’intera vallata.

Fonte: Architettura ecosostenibile

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Il valore dell’onestà

di Raffaele Deidda

Eva Stazione Tonara

Ho visitato la stazione di Monte Corte a Tonara, un tempo sede di vivaci movimenti ferroviari. Ora è abbandonata e deserta. Ho immortalato quello che costituisce memoria dei miei genitori che vi hanno lavorato negli anni ’40. Tornano alla mente i racconti di mia madre ogni volta con qualche elemento di novità. Sempre affascinanti. Talvolta inquietanti.

Come l’assassinio del latifondista Vincenzo Arangino e di suo figlio, a poca distanza da Monte Corte mentre la signora Arangino era con mia madre nella casa della stazione. Spesso i racconti erano più privati. Come l’amicizia di mio padre col medico di Tonara Giovanni Sulis, Nanneddu meu della poesia di Peppino Mereu, compare di battesimo e compagno di partite a carte e di spuntini di selvaggina cacciata nei dintorni della stazione.

Mentre ripensavo a quei racconti un signore con la chioma bianca, osservandomi ieratico rispose al saluto con un “Buongiorno”. Poi mi chiese: “Scusi, lei chi è e cosa fa qui?”. Risposi che fotografavo quei luoghi per recuperare un supporto ambientale ai racconti materni. “Sa, mia madre è stata sostituto capostazione qui, negli anni della guerra, quando mio padre era richiamato a Cagliari, presso l’Ospedale militare”. La qualifica di telegrafista gli aveva evitato destinazioni più scomode e pericolose. “Non mi dica che lei è il figlio della signora Eva, la signora della stazione!”. “Si, è così”. “Com’è piccolo il mondo!”, continuò l’uomo togliendosi la coppola in segno di rispetto. “Conoscevo bene sua madre, una donna forte e molto, molto in gamba. Ci ha sempre aiutato nella spedizione delle merci, spesso accompagnavo mio padre e ci siamo rivolti a lei anche quando non era orario per il pubblico e l’ufficio della stazione era chiuso. Lei era sempre molto disponibile. Abitava in stazione. Lo sa, vero?”.“Si, certo che lo so. Per lei la stazione era abitazione e posto di lavoro”.

Ora le racconto una storia”, continuò enigmatico. “Una volta mio padre ed io siamo arrivati in stazione col carro per spedire un carico di mandorle. Sua madre, gentile come sempre, ha preparato i documenti di viaggio e poi ha dato l’autorizzazione a caricare la merce sul vagone ferroviario. Il treno sarebbe partito dopo due ore. Stavamo lasciando la stazione quando sono arrivati i carabinieri. Hanno arrestato mio padre e chiesto il sequestro delle mandorle. Sa, erano rubate….le avevamo prese in Marmilla. Lo sguardo severo di sua madre ha fatto abbassare la testa a mio padre che la teneva alta e sprezzante di fronte ai carabinieri. Ahahahah”.Risata contagiosa. Perché l’onestà era il valore più grande. Tutto poteva perdonare mia madre, mai la disonestà.

Avevo 9 anni, scoprì che nascondevo un tesoretto, circa duecento lire. Mi chiese come le avessi avute e confessai. Ero andato a fare la spesa alla bottega degli alimentari, dove si annotava nel libretto nero degli acquisti. Il pagamento avveniva infatti alla riscossione dello stipendio che, nella veste di impiegata postale dopo la morte di mio padre, era a fine mese. Di fronte alla bottega, per terra, la visione: tante monete per quasi duecento lire! Messe concitatamente in tasca, guardandomi intorno per il timore che qualcuno mi vedesse. Erano tanti soldi, mai avevo avuto in tasca più di 5 o 10 lire.

Mia madre mi costrinse ad andare con lei a consegnare il tesoro al proprietario del negozio, a cui disse: “Mio figlio ha trovato qui di fronte questi soldi, sicuramente li ha persi qualcuno che è stato nel negozio. Se qualcuno li reclama, vuole darglieli per cortesia?”.

Il negoziante la guardò allibito. Con duecento lire si potevano comprare molti etti di pasta, di farina, di zucchero. Poche persone avrebbero pensato di restituire quei soldi, trovati per strada. Poi guardò me, sorrise e mi regalò una manciata di caramelle mou che fissai intensamente nel palmo della mano. Avevano un valore enorme. Quello dell’onestà.

Fonte: Sardegna Soprattutto

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La chiave della felicità? Riappropriarci del nostro tempo per vivere la nostra famiglia

di Valeria Scopesi

Fabio Fiani e sua moglie Maria, vivevano a Genova ed entrambi lavoravano dal 1988 nella loro azienda; dopo alcuni anni dalla nascita dei due figli, hanno deciso di dire basta a città e lavoro e hanno riunito la loro famiglia. Li abbiamo intervistati nella loro casa circondata dal bosco nell’entroterra di Varazze; ci hanno raccontato la loro storia.

«Decisi a creare una famiglia solida – spiegano Maria e Fabio Fiani – abbiamo fondato poco prima del matrimonio un’azienda nella quale lavorare insieme e condividere successi e difficoltà, certi che questo avrebbe rafforzato l’unione nella vita e nel lavoro». I due lavoravano 6 giorni alla settimana con un orario medio di 12 ore giornaliere, arrivando anche a 16 ore durante eventi e fiere. Grazie al loro impegno e alla loro serietà la ditta procedeva a gonfie vele e il lavoro aumentava esponenzialmente dando loro molte soddisfazioni. «Dieci anni dopo -prosegue Maria- è arrivata la nostra prima figlia a coronamento di un matrimonio felice e sempre più solido. Questo ci ha portato a buttarci a capofitto nel lavoro con l’obiettivo di creare un mondo rosa alla nostra principessa. Ma il lavoro ha trascinato Fabio in un vortice che lo ha allontanato sempre più da noi, i momenti passati insieme erano proprio pochi e spesso condivisi via telefono con l’azienda».

Nel 2003 nacque il loro secondogenito e questo fece aumentare il senso di responsabilità in Fabio portandolo a lavorare maggiormente: l’azienda decollò conquistando una grande fetta del mercato genovese.

Ma cosa ne fu della vita familiare?

«Era rimasta laggiù, quasi irraggiungibile -dice Fabio- i momenti nei quali godere del sorriso e del gioco dei miei bimbi erano rarissimi, ma nonostante la gioia, quegli attimi sembravano di troppo perché mi distoglievano dall’azienda».

Maria nel frattempo si divideva tra lavoro e figli, allungando le proprie giornate fino alle due di notte e comunicando con suo marito via e-mail, perché non c’era più il tempo di parlare guardandosi negli occhi come facevano una volta. Intanto i figli crescevano e gli amici si allontanavano…

Nel 2005 i due vennero per caso a conoscenza della vendita di un rudere nell’entroterra varazzino e a Fabio brillarono subito gli occhi nel vederlo: fu l’occasione per Maria di farsi promettere che, una volta ristrutturato, vi ci sarebbero trasferiti lasciando l’azienda, o almeno, avrebbero drasticamente ridotto il loro impegno al suo interno. Dopo sei mesi quel rudere ingoiato dalla selva divenne il loro. Ci vollero però ancora sei anni prima che fosse abitabile, sei anni di vero incubo per entrambi: Fabio lavorava più di prima, alla ricerca di risorse capaci di garantire stabilità economica alla famiglia anche dopo il trasferimento. Il raggio d’azione si era allargato in Romagna, Toscana e Lazio e lui era spesso in trasferta.

Maria racconta: «Gli anni tra il 2006 e il 2011 sono stati i più intensi: al lavoro di base si sono aggiunti i lunghi periodi di assenza di Fabio, la progettazione e i lavori per la costruzione della nuova casa e gli interventi chirurgici di una certa importanza subiti dal nostro piccolo, ben quattro tra il 2007 e il 2011. Io avevo tutto sulle mie spalle, per cui in quel periodo ho trascurato la mia principessa che, fortunatamente, è comunque cresciuta gestendo con successo studio, sport e amici, e molto spesso si è trovata anche a dover badare al fratellino in convalescenza dimostrando molta maturità».

Con il progredire dei lavori i bimbi crescono e aggiungono il loro tocco personale al progetto, finché a fine estate 2011 finalmente la ditta viene ceduta e la famiglia al completo si trasferisce nella nuova abitazione.

«I primi due anni della nuova vita mi sono occupato sostanzialmente di instaurare un rapporto con i miei figli, cosa non avevo mai potuto, purtroppo, coltivare prima – spiega Fabio –  in particolare ho scoperto che la mia primogenita è in tutto e per tutto simile a me, per cui prendiamo parte ad un sacco di attività insieme e ci divertiamo molto, abbiamo una bellissima sintonia. Ho trovato  un grande piacere nel fare le piccole cose quotidiane con la mia famiglia, accompagnare i bambini a scuola alla mattina, passare di nuovo del tempo insieme a mia moglie, fare lunghe passeggiate alla scoperta del territorio».

Insomma, questa è stata la scelta giusta? Non vi manca niente della vita precedente?

«Abbiamo lasciato tutto alle nostre spalle e abbiamo guardato avanti più forti e uniti che mai: nessun rimpianto, nessun ripensamento, siamo tutti insieme, possiamo condividere le nostre esistenze, le nostre emozioni; abbiamo iniziato a conoscere i nostri figli e loro a conoscere noi, pulsiamo all’unisono, come una famiglia deve fare, come la società impedisce che sia. Nessuno di noi tornerebbe indietro e, onestamente, visto il risultato, siamo felici di aver avuto la forza di superare i momenti duri e frustranti che ci hanno portato qui.  Abbiamo scoperto la gioia di avere amici sinceri, percepiamo di far parte di una collettività senza esserne gli automi, possiamo godere della semplicità delle cose e dei rapporti interpersonali. Ci siamo impossessati della nostra vita, curiamo l’orto, alleviamo animali da cortile, cuciniamo, siamo diventati  membri attivi della nostra città. seguiamo i ragazzi nelle loro attività e conosciamo i loro amici, condividiamo con loro tempo e spazi e ciò è impagabile». Questo è il messaggio che i quattro, insieme, consegnano con la loro testimonianza, e la felicità che si vede stampata sui loro volti ne è la prova tangibile.

Ancora una curiosità: progetti per il futuro? E Fabio risponde istantaneamente: «Vivere».

Fonte: Il Cambiamento

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Diego, giovane poliziotto, e gli eroi di un mondo umano

Questa storia apparsa su The Huffington Post Italia mi ha toccato nel profondo e ve la propongo. Non solo perché provengo da una famiglia di poliziotti, mio babbo lo è stato – prima a Roma e poi a Torino – e mio fratello lo è tuttora, motivo per cui mi sento particolarmente legato a questo corpo di sicurezza nazionale. Mi ha toccato, inoltre, perché è sintomatico di come a volte una certa umanità sia ancora possibile tra persone uguali, sebbene con storie, culture, status e privilegi differenti. Mi colpisce infine, elemento non di poco conto, perché dimostra che chi crede di potersi elevare a un livello di superiorità morale e culturale sia spesso, invece, vittima di strani meccanismi di egocentrismo e paure che lo rendono individuo incompleto, succube dei suoi stessi pregiudizi e credenze.Dafni Ruscetta

Ecco l’articolo di Anna Rita Leonardi

POLIZIOTTOStazione Termini, quasi ora di pranzo. Arrivo sempre un po’ in anticipo quando devo prendere il treno, giusto il tempo di un caffè.

Tra la confusione dei viaggiatori, accanto a me, un poliziotto, un mendicante e un signore al cellulare. Il poliziotto, giovane, occhi chiari, controlla un po’ la situazione in giro.

Il mendicante ha un bicchiere di plastica in cui conserva le monetine delle varie offerte e sta accasciato a terra, in silenzio.

Il signore, vestito e cravatta blu, parla dalle cuffiette del suo Iphone e mangia un tramezzino.

A un certo punto il poliziotto si avvicina al mendicante, gli sussurra qualcosa a bassa voce, si allontana e dopo poco ritorna con 2 panini e 2 bottigliette d’acqua; li consegna all’uomo a terra, gli sorride dolcemente e riprende il suo lavoro.

Il signore al cellulare osserva la scena e, visibilmente infastidito, comincia a fare smorfie di disapprovazione.

Dopo poco si rivolge al poliziotto ed inizia la sua critica: “E così che ci tutelate? Queste persone andrebbero portate in galera, non sfamate. Si ubriacano, sporcano, delinquono. Noi, cittadini italiani onesti, per colpa loro dobbiamo stare con 10 occhi aperti, e voi che dovreste tutelare prima noi li sfamate pure. Questo Paese è diventato un covo di clandestini criminali”.

Il poliziotto lo ascolta, e mentre lo fa si accorge del mio sguardo, sconvolto da quelle parole. Allora si avvicina al signore e, con estrema educazione, risponde: “Guardi, io non so che tipo di problemi abbia lei, ma il signore qui accanto non sta facendo nulla di male. Ha fame e sete, non ha come sostentarsi ed è mio dovere aiutare chi sta in difficoltà”.

Il signore si zittisce, ma resta contrariato.

Dopo qualche minuto, finito di mangiare, si accorge che il suo treno, arrivato da tempo, sta per partire.
Allora, lancia la carta del tramezzino per terra, incurante di chiunque ci sia intorno e comincia ad accelerare il passo.

Ma immediatamente viene raggiunto e bloccato dal poliziotto.

“Si rende conto che ha lanciato volutamente una carta per terra? È gente come lei che sporca e delinque, anche con questi piccoli gesti”. Il signore, umiliato dal poliziotto, riprende la carta da terra e, dopo averla buttata nell’apposito contenitore, si avvia verso il binario. Con gli occhi bassi ed il viso rosso dalla vergogna.

Io ed il poliziotto ci guardiamo sorridendo.

Si chiama Diego, ha 34 anni ed è di Napoli.

E oggi è il mio nuovo eroe.

Fonte: The Huffington Post Italia

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