L’occhio perpetuo dell’orrore

di Massimo Mantellini

Ieri sul mio feed di Facebook (che è un feed barbaro e casuale visto che in questi anni ho accettato qualsiasi richiesta di amicizia e non ne ho mai mandata nessuna) andava per la maggiore un filmato di una tizia che si è fatta male facendo la spaccata in TV. Ricordo quell’immagine per una ragione molto semplice: perché nell’assortimento casuale delle news su Facebook la soubrette in spaccata era accanto, in due momenti differenti, a due delle foto più terribili fra quelle che ho visto negli ultimi mesi. In una il portellone semiaperto di un camion su una strada austriaca mostrava una pila di corpi senza vita; nell’altra, in una sequenza di immagini da fermare il cuore, un bambino morto annegato col pannolino indosso era al centro di una foto notturna nel bagnasciuga di una spiaggia qualsiasi.

È da ieri che penso a quelle immagini e – davvero – sono arrabbiato e confuso. Soprattutto sono confuso. Non ve le mostrerò, forse le avete viste, forse non volevo vederle nemmeno io. Oppure forse sì. Nemmeno questo so. Mentre l’altra, la terza, la foto della tizia che fa la spaccata e si fa male serve solo a marcare un confine ripidissimo che abbiamo di fronte ogni giorno.

Ci occupiamo contemporaneamente di cose irrilevanti ed importantissime. Ognuno di noi le mette in fila come crede ma la noncuranza con la quale ormai passiamo dal riso al pianto è uno degli aspetti fastidiosi della nostra presenza on line. Tutto scivola velocissimo, fino al film della prossima tragedia o alla prossima stronzata virale e ridanciana. Come capita spesso Internet non inventa nulla, ma la velocità della rete distorce il racconto sentimentale. Ci trasforma nostro malgrado in una mandria di insensibili digitali, anche se a noi non sembra, anche se non lo siamo. Eppure quel racconto è altrettanto falso rispetto a quello precedente nel quale tutto rimaneva celato.

Un dio cattivo mescola la spaccata della soubrette alla foto del bimbo annegato col pannolino e chissenefrega se qualche esperto digitale verrà rapidamente a spiegarmi come fare per non incorrere in simili inconvenienti tecnici da principiante. Tanto questo accade continuamente, un mondo orribile e insensato bussa ogni giorno alla nostra porta con maggior vigore di un tempo: la nostra risposta è un mix di voyerismo, sensi di colpa, desiderio di rivolta, sincera voglia di dare una mano. Niente di tutto questo è interamente sano. Io sinceramente questa sera non so bene cosa sia giusto fare.

Ignorare o condividere le foto dell’orrore? Fare finta che non esistano o parlarne con tutti? Tenere la contabilità dei morti o guardare la partita? Sposare un’idea di emergenza continua o abbandonarsi alla routine del dramma che scorre incessante di fronte ai nostri occhi?

Ho visto troppe foto terribili in questi giorni: sono talmente stanco di vederle da biasimere anche la sola esistenza di questo occhio perpetuo che riprende tutto ovunque, che accende i click dei fotografi un istante dopo ogni tragedia; ma sono anche stanco del senso di impotenza che quelle immagini mi trasmettono, della zona di confort dalla quale trasmetto come un Salvini qualsiasi. Vorrei fare qualcosa, come si diceva una volta senza tanti cazzi. Facciamo qualcosa. Ma cosa. Ma poi possiamo? E cosa? Ditemelo voi che io non lo so.

Fonte: Manteblog (il weblog di Massimo Mantellini)

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