Quelli della crescita…

John-Maynard-Keynesdi Eugenio Benetazzo

Chi ha studiato economia ha ben presente come via siano due opere scritte da due economisti britannici che con il pensiero in esse rappresentato tutt’oggi rimangono le colonne portanti della dottrina economica classica e neoclassica. La prima opera in ordine cronologico è il Saggio sulla Ricchezza della Nazioni di Adam Smith (1723-1790) essenzialmente incentrato sulle cause e ragioni che producono la ricchezza di un Paese ed il modo in cui tale ricchezza viene ridistribuita fra le varie classi sociali. Secondo Smith, la ricchezza di una nazione viene percepita come l’insieme dei beni prodotti suddivisi per l’intera popolazione. Motore e generatore di questa ricchezza è il lavoro ed il modo in cui esso può essere incrementato grazie ad una suddivisione specialistica delle mansioni e dei vari cicli di produzione. Tale divisione nel mondo del lavoro produce di conseguenza un continuo miglioramento dell’abilità di ogni lavoratore, la riduzione del tempo necessario a implementare determinati passaggi produttivi ed infine l’emergere di processi di innovazione continua che producono a cascata innovazione tecnologica la quale a sua volta migliora la produttività individuale di ogni lavoratore e pertanto la ricchezza complessiva di una nazione. Circa 250 anni fa l’innovazione era pertanto già percepita come volano della crescita economica. La seconda opera di riferimento è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, edita nel 1936 da Sir John Maynard Keynes (1883-1946), economista inglese di Cambridge, considerato il padre dell’odierna economia neoclassica.

Le sue opere hanno nel tempo dato vita al pensiero keynesiano, quest’ultimo incentrato sull’importanza e necessità dell’intervento pubblico nell’economia mediante misure di espansione monetaria, qualora una insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione, in particolare nella fase di crisi economica esogena. In buona sostanza la cosidetta mano invisibile, secondo Keynes, poteva in alcune circostanze non funzionare e pertanto non essere in grado di produrre nuova ricchezza. Con il termine mano invisibile, l’economista Smith circa due secoli prima, intendeva identificare quell’insieme di meccanismi economici che regolano il mercato in modo tale da garantire che il comportamento dei singoli, teso alla ricerca della massima soddisfazione individuale, conduca al benessere della società. Secondo Keynes pertanto l’intervento dello Stato era di vitale importanza al fine di stabilizzare e rilanciare la propulsione economica di una nazione: questa sua visione venne abbracciata in toto dal New Deal del Presidente Roosevelt durante gli anni della Grande Depressione. Secondo Keynes quindi la crescita e di conseguenza la ricchezza di una nazione sono strettamente correlate alla capacità delle autorità monetarie di poter agire dinamicamente e proattivamente sulla quantità di moneta in circolazione con il fine di creare impulso ai consumi e quindi alla domanda aggregata. Queste teorie sono affascinanti ed eleganti al tempo stesso, specie se ricondotte alle epoche storiche in cui sono state entrambe concepite.

Tuttavia pensare di risolvere i problemi odierni (crescita, occupazione, sostenibilità finanziaria del debito) mediante il ricorso alle linee guida di questi due grandi economisti del passato è profondamente fuorviante. Sarebbe infatti come pensare di risolvere i problemi di produttività di una moderna linea di montaggio continuando a ipotizzare che l’energia prodotta per muovere il nastro trasportatore derivi ancora da una macchina a vapore piuttosto che da un moderno ed efficiente motore elettrico. Quando Smith e Keynes usarono le loro abilità intellettive per concepire le due teorie economiche a loro riconducibili, le popolazioni delle nazioni più ricche sulla Terra non stavano attraversando una fase di stallo e declino demografico, caso mai esattamente l’opposto. In sintesi estrema studiare l’economia di un paese, di una nazione o di una macro area geografica significa analizzare e proiettare in avanti i dati demografici e le dinamiche di attesa della componente demografica. Se vi fermate a riflettere un momento, né un copioso apporto di innovazione tecnologica (il web 3.0 e tutto quello che questo ha introdotto) e né il più ambizioso ed audace piano di espansione monetaria attuato dalle autorità centrali europee sta producendo una significativa crescita economica in Europa. Solo una convergenza fortuita di alcune variabili economiche (petrolio, cambio euro/dollaro e costo del denaro) al momento sta alimentando le timide speranze di poter avere una crescita economica in Europa di rilievo e ben augurante per il futuro.

Senza ripresa demografica o meglio ancora boom delle nascite non vi possono essere le condizioni per una crescita economica vigorosa e frizzante in grado di dare conforto ad altre variabili economiche quali il debito pubblico, il peso del welfare sul PIL e soprattutto la sostenibilità finanziaria infragenerazionale delle rendite pensionistiche. Tutti i paesi leader ad economia di mercato sono caratterizzati da questo elemento in comune ovvero il crollo del fertility rate al quale si affiancano i processi di invecchiamento della popolazione: tale fenomeno è particolarmente vistoso e preoccupante proprio nel Vecchio Continente, considerato la culla di tutti i sistemi di welfare e retirement avanzato. Rappresenta una priorità nazionale per ognuno di loro trovare la soluzione pratica per risolvere il deficit demografico. Da come ormai è piuttosto evidente, la strategia messa in atto è quella di attuare fenomeni di importazione di risorse umane da paesi prossimi o contigui, in cui i costi di trasferimento ed insediamento non vengono fatti più di tanto pesare alle singole fiscalità di ogni paese (tranne qualcuno che stupidamente per una bieca governance è disposto a pagare il conto per tutti). Non potendo aspirare ad un boom demografico, si è deciso di dar vita ad un trasferimento di risorse a valenza demografica da altre nazioni. Tra un quarto di secolo potremo dire se ne sarà veramente valsa la pena oppure se non fosse stato il caso di concepire nuovi modelli di sviluppo economico per nazioni con risorse limitate e crescita demografica sterilizzata.

Fonte: blog di Eugenio Benetazzo

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