Io sto con Erri De Luca, perché le parole sono pietre

de-lu-e3di Gennaro Carotenuto
Trovo non condivisibile e ingenuamente semplificatoria, in una società dove, nonostante la Rete, il monopolio della comunicazione resta saldamente in poche mani, l’idea per la quale «le parole non si processano». E’ lo slogan che campeggia, tra gli altri, sul sito iostoconerri.it, in stridente distonia con quanto invece afferma lo stesso Erri De Luca, per il quale è stata chiesta una condanna penale a otto mesi per istigazione a delinquere. E’ anche il concetto più diffuso tra quanti solidarizzano con il tuttora presunto istigatore del sabotaggio della TAV. Credo che siano ben altre le ragioni di De Luca. Nel merito la pretestuosità della correlazione tra le sue parole e le azioni di terzi, nonostante su ciò si basi il reato di istigazione. Nel contesto perché la difesa della libertà di espressione non può passare da questa ingenua pretesa di intangibilità del verbo sull’azione.
Le parole e le idee non sono tutte uguali e non meritano di essere difese in quanto tali e alla stessa maniera. Vi sono parole di libertà e parole liberticide, parole a buon diritto e parole in malafede. Parole per liberare e parole per schiacciare. Vi sono parole di disobbedienza civile che sono tali e assumono un senso proprio perché vi è un ente liberticida, in genere lo Stato, verso il quale solo la disobbedienza permette dialettica. Ma le parole feriscono e a volte uccidono e ognuno è responsabile per le proprie parole come intellettuale e, come cittadino, civilmente e penalmente.
È così ingenua la pretesa che l’esercizio della libertà d’espressione renda questa a costo zero da svilire quest’ultima e confonderla col vaniloquio. Se le parole non fossero pietre non varrebbero nulla. Se le nostre parole non trovassero un potere disposto a sanzionarle vorrebbe dire che sono di questo corrive.
D’altra parte proprio la legge, quella stessa legge che spesso incarna la reazione, può anche difendere dall’odio. Ci sono parole discriminatorie, omofobe, razziste, sessiste (e più di tutto classiste), pronunciate per odio e induzione all’odio, che sono più violente della violenza fisica. Mi dissocio da chi assolve le parole razziste di Calderoli contro Kyenge (e rende una burla la persecuzione dell’odio in Italia) e plaudo alla condanna di Umberto Bossi per aver dato del “terrone” a Napolitano, ma non mi sento solidale con chi allo stesso tempo sta con Erri De Luca e contro Calderoli senza coglierne la contraddizione. Se tutte le parole sono in libertà, Umberto Bossi vale Erri De Luca e il delirio razzista di Calderoli vale il sogno di Martin Luther King. Perciò non mi sento solidale con chi pensa che le parole non si processino, che tutte le parole siano bigie e di conseguenza il razzismo sia una “legittima opinione”.

È un crinale difficile quello tra il liberticidio del dissenso (quale quello espresso da Erri De Luca) e la banalizzazione e la rivendicazione dell’irresponsabilità della parola, che è l’esatto opposto di quanto afferma lo scrittore napoletano. Mi sono occupato, anche perché ne sono stato vittima, delle querele intimidatorie, spesso seriali, con le quali ricchi e potenti perseguitano chiunque osi nominarli. E’ un girone dell’inferno ma #IostoconErri, perché si fa carico del peso delle proprie parole e le difenderà anche se verrà condannato. Io sto con Primo Levi che rivendicò il principio di responsabilità del «rispondere di quanto scriviamo, parola per parola». Solo se siamo pronti a rispondere di quanto scriviamo, le nostre parole hanno dignità. Altrimenti resta il sicariato del mainstream o lo sterile borbottio dei social e, nella società della liquidità della deresponsabilizzazione, le idee non valgono nulla.

Fonte: blog di Gennaro Carotenuto

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