Coltivare il nuovo tra le crepe del vecchio

di Marina Sitrin

Ricordate due anni fa il più grande fallimento di una municipalità nella storia degli Stati Uniti, quello di Detroit, la capitale mondiale dell’industria delle auto? Ciò che sta accadendo oggi è strabiliante: gli abitanti si sono guardati in faccia e hanno cercato intorno a loro altri modi per sopravvivere. Piuttosto che lasciare quartieri e terreni abbandonati, si sono riuniti per rendere produttiva la terra: senza nessuna organizzazione centrale o appoggio politico non solo si sono moltiplicati gli orti di vicinato e quelli scolastici ma si è passati dagli orti e dal baratto di prodotti privati agli scambi comunitari di cibo e alle cene conviviali. Le persone che creano orti non lo fanno per una strategia di mercato, ma per costruire comunità: su quasi trecento orti comunitari quelli con le recinzioni si contano sulle dita di una mano. Sì. gli abitanti stanno riprendendo la propria città creando il nuovo nel guscio del vecchio.

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Fonte: log.whyhunger.org

Molti parlano dei modi in cui gli abitanti di Detroit si stanno riprendendo la propria città creando il nuovo nel guscio del vecchio. Non avevo idea di quanto fosse precisa questa immagine finché non ho cominciato a parlare con le persone coinvolte nel movimento dell’agricoltura urbana. Letteralmente, coltivano cibo in edifici abbandonati, lotti liberi, strutture demolite e in altre crepe nel sistema. Per esempio ho scoperto che lo scheletro degli edifici abbandonati è ottimo per tenere al caldo gli orti sollevati (in cassetta, ndt). Ho saputo di studenti – a migliaia – che parlano di comunità, salute, solidarietà e cooperazione nelle loro scuole lavorando negli orti scolastici. Ho saputo di scambi settimanali di ricette a base di prodotti freschi tra dozzine di anziani, e di cene conviviali con la comunità del quartiere. Ho sentito che si possono comprare carote, pomodori e altra frutta e verdura fuori dalle pompe di benzina, il tutto organizzato da adolescenti.

Detroit sta costruendo il nuovo tra le crepe del vecchio.

Se si digita su un motore di ricerca “Detroit urban farms” il primo risultato sarà una mappa con almeno una dozzina di fattorie considerevoli gestite collettivamente da vari gruppi di quartiere, e poi altre centinaia di link a fattorie più piccole e orti urbani. Qualcosa di particolare sta succedendo a Detroit. Negli ultimi dieci anni, man mano che peggiorava la crisi economica e la sopravvivenza delle persone veniva messa in pericolo sempre più, si sono guardati in faccia e hanno cercato intorno a loro altri modi per sopravvivere. In questo caso, intorno a loro c’erano migliaia di lotti vuoti, spesso abbandonati da imprese che avevano da tempo trasferito il lavoro altrove, o da proprietari non più in grado di pagare le tasse oppure le ipoteche. Piuttosto che lasciare la terra abbandonata e incolta, le persone si sono riunite per renderla produttiva. Questo non è un lavoro da poco, e grazie alla cooperazione di migliaia di persone le fattorie e gli orti urbani di Detroit producono duecento tonnellate di prodotti l’anno. Il numero degli orti urbani è cresciuto dai cento del 2000 agli oltre due mila del 2015. Ciò significa in termini umani che quelle persone che lavorano agli orti mangiano porzioni due volte e mezzo più grandi di frutta e verdura di chi non ci lavora.

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Fonte: Tc.pbs.org

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Questi numeri sono particolarmente importanti se si considera che Detroit è un “food desert” nel senso che non ci sono particolari mercati di prodotti freschi. Quei pochi che esistono sono piccoli e lontani tra di loro, e i prodotti sono spesso uno schifo a sentire i cittadini di Detroit. In un report pubblicato su Forbes Magazine, solo il 19 per cento dei negozi di alimentari offrono la varietà di alimenti necessaria per poter seguire quanto raccomandato dalla United States Drug Administration. La maggior parte della gente compra da mangiare ai “Party Stores”, in genere vicino ai distributori di benzina, negozietti che vengono principalmente alcol, biglietti della lotteria e gas.

Detroit, che negli anni Cinquanta era una città florida di 1,85 milioni di abitanti, oggi conta 700mila persone, e ha visto un calo della popolazione del 24 per cento solo nell’ultima decade. Un quarto. E ci si aspetta che diminuisca ancora. Ciò significa che la terra tutt’intorno alla città è abbandonata.

Circa cinquanta chilometri quadrati sono inoccupati.

Qui si inseriscono gli orti e le fattorie urbane.

Shea Howell, fondatrice e ora tra gli amministratori del The Boggs Center to Nurture Community Leadership (boggscenter.org), spiega in un intervista un po’ la storia e le ragioni di queste fattorie.

“Ciò a cui stiamo assistendo è una riduzione della popolazione della città a partire dal 1950, e più questa diminuiva più i terreni residenziali tornavano liberi, le case venivano abbandonate o demolite. Quando le persone, in particolare donne afro-americane dal sud, hanno visto questi terreni liberarsi quel che fecero fu allargare l’orto. Spesso avevano un orto sul retro di casa, come si usa nel nostro sud, e intravidero la possibilità di fare l’orto anche nel lotto accanto… insomma, fu un riutilizzo naturale dei terreni sgomberati, come Grace Lee Boggs ha detto nei suoi scritti, dove altre persone vedevano abbandono, molte di queste donne videro un’opportunità. Innanzitutto coltivavano l’orto per uso proprio e dei vicini”.

Racconta poi di come si è passati dagli orti di vicinato e dal baratto di prodotti privati agli scambi comunitari di cibo e alle cene conviviali. E poi molte scuole, guidate da alcuni insegnanti, iniziarono a coltivare orti più ampi, e allo stesso tempo cominciarono ad organizzarsi fattorie collettive, e da lì si è andati ancora avanti.

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Fonte: Thestar.com

Ora c’è un’economia alternativa che ruota intorno agli orti e alle fattorie, tra condivisione, baratto e vendita. Shea spiega inoltre,

“Altra cosa notevole è la consapevolezza che sta dietro questa sistema agricolo e alimentare. Le persone che creano orti urbani non lo fanno per una strategia di mercato, ma come una strategia per costruire comunità. Spesso è incluso un lavoro inter-generazionale, una critica al capitale, una critica alle politiche di gestione del territorio. Ciò che secondo me è da sottolineare è che tutto è nato senza un’organizzazione centrale e di certo senza qualche appoggio politico. È venuto fuori dall’energia delle persone. Per questo motivo la comunità rispetta e appoggia ampiamente queste attività. Probabilmente il migliore esempio per capire ciò di cui parlo è che su quasi trecento orti urbani quelli con delle recinzioni si contano sulle dita di una mano. In una città che è spesso dipinta come senza leggi e tutte le altre cose orribili, la realtà è che il cibo è coltivato in spazi aperti senza recinzioni. Sta emergendo in modo molto naturale una coscienza del mangiar sano che aiuta a creare questa struttura economica alternativa per le persone”.

Mentre da una parte cresce una rete organizzata di orti e fattorie urbane dove si insegnano le migliori strategie per coltivare un orto urbano, allo stesso tempo ci sono anche molte persone che semplicemente imparano da sole e lo insegnano ai vicini.

Shea spiega anche un po’ la controversia nata nel tempo, in particoalre riguardo a come tutto ciò dovrebbe adattarsi ad un economia formale, e di come tuttavia tutto funzioni in una meravigliosa fusione di diversi approcci.

“Le donne più anziane che ho conosciuto erano fieramente contrarie alla compravendita di ortaggi, barattavano, ‘Io ti do un po’ del mio cavolo se mi dai un po’ delle tue melanzane, che le tue sono sempre più buone delle mie‘, insomma c’era uno scambio assolutamente informale. Quello che sta nascendo negli ultimi cinque anni sono i mercati contadini di quartiere. A volte sono sponsorizzati da associazioni non profit o da una chiesa, che lo vedono come un modo per impegnare i ragazzini e fargli guadagare anche qualcosa. Così la chiesa ha il suo orto, i bambini ci lavorano e mettono su una bancarella coi loro prodotti. Nel Mercato Orientale, il mercato ufficiale, c’è perfino una sezione chiamata ‘Coltivato a Detroit’. Viene tutto da orti locali, principalmente con dei giovani alla vendita. È una trama molto fitta e penso che probabilmente sia una cosa molto buona”.

Fonte: Comune.info

Marina Sitrin è scrittrice, sociologa, insegnante, militante e sognatrice.

L’articolo di questa pagina, apparso anche su Telesurtv.net (con il titolo Growing the New in the Cracks of the Old in Detroit), viene pubblicato qui con l’autorizzazione dell’autrice e grazie alla traduzione di Armando Pitocco. Altri articoli di Marina Sitrin sono leggibili in questo link.

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