Archives for ottobre2015

Tutti i giorni, pasti gratis per i poveri: il bel gesto di un ristorante di Santander in Spagna

Tutti i giorni, pasti gratis per i poveri: il bel gesto di un ristorante di Santander in Spagna

Torniamo a parlare di buone pratiche per il recupero del cibo in eccedenza e torniamo nuovamente in Spagna. Vi abbiamo infatti già raccontato dei frigoriferi solidali installati in strada a Murcia e Galdakao per permettere a chi è in difficoltà di avere a disposizione un pasto: oggi ci spostiamo invece a Santander, in Cantabria, per parlarvi dell’iniziativa portata avanti da un ristorante per contrastare lo spreco di cibo e soprattutto aiutare i poveri.

LEGGI ANCHE: In Brasile, i frigoriferi della solidarietà per aiutare i poveri e combattere gli sprechi

L’INIZIATIVA DEL RISTORANTE ROCHI DI SANTANDER –

Se ne hai bisogno prendilo”: così si legge nel cartello appeso alla vetrina del ristorante Rochi. Sotto il cartello un tavolino rosso con tante vaschette di cibo, del pane fresco e delle posate.

Aiutare gli abitanti della zona in difficoltà economiche: questo l’obiettivo del ristorante, il cui proprietario aveva chiesto che non venisse pubblicato né il nome del locale né la via in cui si trova proprio perché non voleva che il gesto venisse interpretato come una forma di pubblicità. È bastata però una foto pubblicata su Facebook da un passante per svelare il nobile gesto al mondo.

IL GESTO SOLIDALE DEL RISTORANTE ROCHI –

Un’idea e un’iniziativa importante che speriamo venga replicata da tanti altri ristoratori, e non solo in Spagna.

Fonte: Non sprecare

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E’ giusto che la Rai paghi mille euro al minuto a un politico?

VAROUFAKIS RAI: IL COMPENSO –

Soldi a Varoufakis: ma è giusto che la Rai lo paghi mille euro al minuto?Di solito, giornalisti, scrittori e intellettuali di vario rango, ai programmi televisivi vanno gratis, senza neanche un rimborso spese. Il motivo è semplice: quasi sempre fanno auto-promozione, oppure marketing per un libro appena uscito. Una brutta consuetudine, poco professionale, perché comunque le prestazioni di lavoro, anche se brevi, andrebbero retribuite, anche con cifre non significative.

VAROUFAKIS CHE TEMPO CHE FA –

Poi, però, esistono singolari eccezioni. Ovvero autentici sprechi. Come nel caso dell’ex ministro dell’Economia greco, Yanis Varoufakis, che per un’ospitata durante il programma Che tempo che fa di Fabio Fazio ha incassato la bellezza di 24mila euro più Iva, circa mille euro al minuto considerando il tempo della sua presenza in video.

LEGGI ANCHE: Aereo di Renzi, per l’Aereonautica è solo un inutile spreco. E si potrebbe evitare

IL COMPENSO DI VAROUFAKIS A CHE TEMPO CHE FA –

Il signor Varoufakis è un gran furbacchione, e questo lo abbiamo ben capito. Stava trascinando la Grecia al default e l’intera Europa sul baratro di un nuovo crack economico: poi è stato fermato dal suo stesso governo, costretto alle dimissioni, e adesso con i panni del martire gira il mondo per fare conferenze e interviste a suon di milioni di dollari.

CASO VAROUFAKIS: IL RUOLO DELLA RAI –

Quello che si capisce meno in questa vicenda è invece il ruolo della Rai. Con una singolare ipocrisia, l’azienda di Viale Mazzini si difende dalle accuse di sprechi di soldi pubblici dicendo che Varoufakis è stato pagato dalla Endemol, la società produttrice del programma di Fazio, e non dalla Rai. Una giustificazione senza senso. Innanzitutto si tratta di una banale partita di giro, visto che poi a sua volta Endemol fattura alla Rai. Inoltre una società che ha in mano il servizio pubblico non può dare soldi per ospitate come se fosse una tv privata, commerciale: servono motivi ben più fondati per pagare, con queste somme, una prestazione professionale. Infine, siamo sicuri che Varoufakis in tv valga mille euro al minuto? Sono soldi che non si danno neanche a Sanremo….

Fonte: Non Sprecare

(Fonte immagine: Getty Images)

 

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In difesa del negativo

Il nostro dolore come sabbia nell’ingranaggio della cultura renziana.di Paolo Bartolini*

Si vola! L’ottimismo dei mercati, la ripresa alle porte, gli italiani che danno fiducia all’economia. Insomma, con Renzi si torna ai livelli di fiducia pre-crisi.

La narrazione mainstream, interamente funzionale ai piani di un capitalismo sgangherato e distruttivo, poggia come non mai sulle parole d’ordine del pensiero positivo per rilanciare consumi e stili di vita adeguati alle esigenze voraci di banche, multinazionali e maggiordomi del potente di turno. Chi siamo noi per minare questo ottimismo della ragione e della volontà?

Eppure la realtà vissuta ogni giorno ha colori meno cangianti. Grigio tendente al nero, con una crisi sistemica che coinvolge l’ecosfera, i rapporti umani, il mercato del lavoro e la democrazia tutta. Una residua efficacia di questa propaganda illusoria la dobbiamo alla necessità, per molti nostri simili, di nutrire ancora speranze, speranze non di cambiamento (non sia mai!) ma di ritorno incessante a “quando si stava bene”.

L’ottimismo che la cultura renziana inocula come un veleno tra le menti meno critiche è intrinsecamente reazionario, basato sul desiderio di annunciare un futuro… identico a un passato fra l’altro inesistente e idealizzato. Ogni voce contraria che si levi contro questa ideologia della felicità per tutti, dell’impegno responsabile e dell’ottimismo, viene ridotta alle miserie di chi le dà fiato. Noi gufi, noi pessimisti per natura, noi nemici del progresso e delle democrazia.

Forse è tempo, prima di sognare rivoluzioni totali, di soffermarci sull’importanza delle cosiddette emozioni negative. Paura, rabbia, tristezza – per fermarci alle principali – danno profondità alla vita, ne punteggiano cadute e risalite, ma soprattutto indicano il pericolo e criticano l’adesione scontata ai racconti di chi comanda. Paura del neoliberismo e del suo potenziale enorme di frammentazione psichica e sociale; tristezza per la miseria delle odierne forme di vita prospettate come ideale massimo di realizzazione umana; rabbia per le ingiustizie che il sistema e il suo ottimismo produttivo/consumistico riproducono a tutti i livelli della società e della natura.

Ripartiamo da qui. Sentiamole queste emozioni, senza cedere alla negatività come posa, come culto del marginale. Solo allora sogneremo qualcosa di bello, di buono, di nuovo, non per tornare là dove ci credevamo felici, ma per andare dove l’uomo è completo, intero, tra gioia e dolore.

*Paolo Bartolini, analista filosofo, counselor e formatore.
Fonte: Megachip
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haiku del 28 ottobre…

Anche se spegnessi la lampada,

avrei tra le palpebre

lo splendore della luna.

 

L’haiku (俳句)  è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. L’haiku è caratterizzato dalla peculiare struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Per la sua immediatezza e apparente semplicità, l’haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alla ben più elaborata poesia cinese o alle costruzioni retoriche dei tanka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte grazie ad alcune opere di famosi scrittori tra cui Matsuo Bashō. L’haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni. La composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto il soggetto dell’haiku è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza dei particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

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Il senso dello spazio e la scoperta del paesaggio in Sardegna

di Daniela Melis

Le isole altro non sono che delle porzioni di terraferma completamente circondate dal mare: solitarie e indipendenti o parte di un arcipelago, celano misteri e particolarità che appartengono solo ad esse.

Pedrag Matvejevic, uno dei maggiori studiosi di un Mediterraneo evocativo e letterario, racconta la poliedricità delle isole senza giungere a una nozione che le accomuni tutte. Possono assurgere a luogo di raccoglimento e beatitudine o, al contrario, rivelarsi ambiente ideale per esili e penitenze; alcune ci appaiono belle e seducenti, altre pervase dal terrore e inaccessibili 1. Ogni isola, a prescindere dalla sua dimensione, è un universo a se stante, dove la terra stessa e quel continuo, inevitabile rapporto col mare hanno dato forma a un certo tipo di società, di cultura, di sapere, che si impone in maniera più impellente che nelle terre continentali.

Sinis2

La Sardegna, la seconda isola più grande del Mediterraneo, non si sottrae a questa legge. Qui, elementi vari, a volte contrastanti, si concentrano in un’area infinitamente stretta: 1897 km di coste fanno da cornice a un territorio che si manifesta in un prisma di colori e sapori molto diversi di zona in zona. La morfologia della Sardegna è sorprendente: partendo da un punto per raggiungerne un altro a volte può capitare di imbattersi in più tipologie di roccia. Il mare segna un confine netto, ma non è l’unico. Internamente barriere naturali delimitano la superficie, favorendo l’alternanza mare e montagna, e donando all’isola quella strana essenza che la rende un microcosmo tout-court.

Le distanze qui sono palesemente brevi, eppure, per chi in Sardegna ci è cresciuto, esse risultano immense. Come scrive Marcello Fois, questa sensazione è data dal fatto che nascere in un’isola comprenda un senso limitato dello spazio. Lo stesso scrittore racconta di come, da ragazzo, il percorso da Nuoro a Cagliari (poco meno di 200 km) gli sembrava un vero e proprio viaggio2. Questo spiega anche parte del carattere dei sardi: quel percepire ogni cosa “lontana” porta a una sorta di pigrizia negli spostamenti, anche perché questi sono legati, storicamente, ad uno sforzo (il lavoro dettava la necessità di muoversi per la transumanza, la vendita ambulante, la pesca al largo); è vitale, invece, l’attaccamento alla propria terra, la quale si sentirà sempre distante una volta varcato il mare; quel mare che divide e allontana, che ha portato tante ricchezze quante depredazioni, e che, per questo, si ama e si teme in egual modo.

L’abitante della Sardegna non può prescindere da tale considerazione dello spazio attorno. Per il visitatore, invece, che avverte l’estensione limitata, scoprire l’immensità di questo territorio è ancora più affascinante. Lo spazio ristretto dell’isola si allarga in quelle ampiezze che danno verso il mare, che dalla punta più alta guardano a valle, che dalla pianura portano lo sguardo verso l’infinito. Sono l’intimità e, allo stesso tempo, la prepotente bellezza dei luoghi della Sardegna che permettono allo “straniero” di sentirsi a casa: ecco perché anche chi non è sardo sentirà l’esigenza di tornare.

La ricchezza del territorio da un punto di vista morfologico, linguistico e delle tradizioni crea piccoli mondi che si distinguono per particolarità, ma che si uniscono agli altri sotto la stessa identità isolana. Selvaggia, primitiva, complessa: la Sardegna è un magico insieme di “isole nell’isola”. Non si parla solo di quelle che la circondano, come l’Asinara, caratterizzata da una biodiversità tutta sua che ne ha dettato le sorti; o l’isola di San Pietro, con un solo centro abitato, Carloforte e il suo dialetto che viene dall’altra parte del mare. No. Un esempio lampante è il territorio montagnino della Barbagia, dove giace, ferma e ferrea come i suoi abitanti, la cima del Gennargentu, bianca di soffice neve durante i mesi invernali. E ancora la natura selvatica, fatta di gole, grotte e ripide altezze, del Supramonte, il più famoso “hotel” della Sardegna, dove se “guardi il cielo tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo”3. O l’area del monte Corrasi, che si impone calcareo e vibrante arrivando a Oliena. Un altro mondo è la Marmilla, là dove gli occhi rincorrono invano un limite a quella larga distesa collinare. Ci sono poi le montagne ogliastrine che si bagnano nel mare, a strapiombo, creando un contrasto di colori e umori che spalancano il cuore. Mentre le sinuose spiagge del Sinis portano piano verso quel tragico, incantato Sulcis-Iglesiente e le sue miniere abbandonate. Al nord, verso Palau, rocce come disegnate si ergono a controllo dell’isola e le coste frastagliate incutono paura e innamorano insieme; al Sud, il capoluogo, Cagliari, si atteggia a regina e padrona dell’isola, così nobile e misteriosa nelle sue vie strette che portano al castello: è una città che “ha qualcosa del gioiello [..] è come una visione, un ricordo, qualcosa di tramontato4”. Scoprire il paesaggio sardo significa anche conoscerne la storia: esso è puntellato da torri che sopravvivono dall’età del Bronzo. I Nuraghi ci ricordano la grandezza di quest’isola posta al centro del Mediterraneo e son la più viva testimonianza di una civiltà millenaria.Sopra l'ogliastra (2)

Cos’è la Sardegna? Un distaccamento di terra che si è trasformata, adeguandosi, per farsi lambire dal mare in ogni sua parte? Oppure una terra “comparsa un giorno sui mari dall’acqua, come una perla, ricca di ogni incanto; una dea gloriosa che risplende chiara sopra le acque”5? Non c’è un modo univoco per definirla, per descriverla senza tralasciare qualche sua parte. Della Sardegna si può dire che è femmina, fertile, un’antica madre inverosimilmente fragile nella sua forza primordiale. È una terra dalle esigue ampiezze che profumano di eterno, dove il silenzio regna sovrano e immacolato, perché il frastuono dell’uomo si dissolve dinanzi a tutto ciò che conta: la natura. È leggerezza, come racconta lo scrittore inglese Lawrence che la visitò nel 1921: “la Sardegna è un’altra cosa: più ampia, più dimessa, corre via in lontananza [..] modeste catene di colli, coperte da brughiere, si vanno perdendo, forse, verso un gruppo di cime drammatiche [..] incantevole spazio intorno e distanze aperte: nulla di finito, nulla di definitivo. È come la libertà stessa”6.

La Sardegna, seppur nel suo intervallo di terraferma piccolo e avvolgente come quello della notte, è un sogno. Un sogno.

1  Pedrag Matvejevic, Il Mediterraneo e l’Europa, Garzanti, 2008, pp. 35 s.

2  Marcello Fois, In Sardegna non c’è il mare, Editori Laterza, 2008, p. 13

3  Fabrizio De Andrè, “Hotel Supramonte”, da Fabrizio De Andrè (L’indiano), 1981

4  D. H. Lawrence, Mare e Sardegna, La biblioteca dell’identità de L’Unione Sarda, 2003, p. 75

5  Antioco Casula “Montanaru”, “A tie Sardigna!”, da Cantigos d’Ennargentu, Edizioni 3T Cagliari, p. 36

6  D. H. Lawrence, op. cit., p. 102

Fonte: mediterraneaonline.eu

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Street art e progetti sociali, le ex caserme rivivono grazie ad associazioni e collettivi

Clara Amodeo

Risultati immagini per immagini ex casermeSembra impossibile ma in Italia non esiste né un censimento aggiornato delle ex aree militari né dati complessivi sull’argomento. Lo confermano anche dall’Audis, l’Associazione aree urbane dismesse: l’unico documento che, emesso dal ministero della Difesa, dia un’idea di quale sia lo stato delle cose, è la presentazione del progetto “Task force per la valorizzazione e la dismissione degli immobili non residenziali del Ministero della Difesa”. Ed è datata aprile 2014.

Eppure, secondo quanto espresso nella Legge di stabilità 2015, al ministero della Difesa toccherebbe recuperare almeno 220 milioni di euro nel 2015 e 100 milioni di euro annui nel 2016 e nel 2017 per risanare le casse dello Stato. Come? Dismettendo con aste pubbliche gli immobili in proprio uso: più di 1.800 tra caserme, postazioni, polveriere, bunker e alloggi di carattere residenziale (solo queste ultime sono 504, come espresso nell’ultimo bando d’asta).

Solo nel documento del 2014 si fa un breve cenno ai lavori di recupero e valorizzazione di queste aree, in alcuni casi esemplari di grande pregio storico e artistico. Tra i primi obiettivi della Difesa vi sono la riduzione degli affitti passivi, le permute, il soddisfacimento delle esigenze di altri Dicasteri (come il ministero dell’Interno per le emergenze profughi), e attività quali l’esecuzione di lavori per la realizzazione di infrastrutture nuove o l’accoglimento di associazioni culturali senza scopo di lucro vengono relegate alle ultime posizioni.

Eppure l’argomento merita attenzione, a vari livelli, spiega Andrea Licata, studioso delle problematiche relative al recupero delle aree dismesse e con un PhD in Politiche Transfrontaliere allo Iuise di Gorizia – . A livello locale, innanzitutto, serve una discussione pubblica che incoraggi gli usi sociali degli spazi che si liberano. Poi a livello nazionale, dove tocca alle istituzioni coinvolgere, oltre alle amministrazioni locali, anche esperti ambientali, di bonifica e di recupero di siti militari, eventualmente soggetti privati del territorio, gli atenei, l’associazionismo culturale e sociale». Obiettivo: una valorizzazione del patrimonio.

Secondo quanto espresso nella Legge di Stabilità 2015, al Ministero della difesa toccherebbe di recuperare almeno 220 milioni di Euro nel 2015 e 100 milioni di Euro annui nel 2016 e nel 2017.

Finora, però, tutto tace. Il compito di ridare vita, specie attraverso la cultura, alle ex caserme abbandonate è lasciato per lo più all’attività spontanea dei cittadini: si tratta di collettivi, writer e street artist che, spesso nella più totale illegalità, si intrufolano, occupano e lavorano alla riqualificazione di queste grandi aree. Da un giorno all’altro gli artisti donano colore e vita a luoghi abbandonati da anni che, in alcuni casi, diventano le loro “basi” per un’attività politica e culturale di lunga durata. In altri casi, invece, lo sgombero delle forze dell’ordine, dopo avere riacceso il fuoco di paglia sull’annosa questione delle caserme dismesse, rimette tutto a tacere, restituendo alla città grandi involucri colorati, ma vuoti.

Di esempi di questo tipo l’Italia è piena: spesso sono blitz illegali che i collettivi eseguono per occupare migliaia di metri quadrati e dare sfogo alla loro creatività, ma non mancano esempi di attività legale. È il caso di Roma, dove nell’ex caserma di servizio “Guido Reni”, alla Reale Fabbrica di Armi, è iniziato lo scorso 2 ottobre l’Outdoor Festival 2015: futura sede del quartiere della Città della Scienza. L’area, di 70mila mq, è interessata dal progetto di riqualificazione urbana indetto da Cassa depositi e prestiti Investimenti Sgr (proprietaria degli spazi) in collaborazione con il comune di Roma. Mostre, live painting, opentalk con 17 artisti internazionali ma anche contest di break dance e serate musicali rappresentano uno dei pochi progetti di rigenerazione voluti dalle istituzioni.

Il compito di ridare vita alle ex caserme abbandonate è lasciato per lo più all’attività spontanea di collettivi, writer e street artist che, spesso nella più totale illegalità, si intrufolano, occupano e lavorano alla riqualificazione di queste grandi aree.

Non è stato lo stesso per Milano. Qui lo scorso aprile un gruppo di squatter anarchici, i Proprietà Pirata Riot Club, con annessa squadra di writer e street artist, la OX crew, hanno occupato l’ex caserma Mameli, ex sede del terzo reggimento dei bersaglieri e oggi di proprietà, anche questa, di Cassa depositi e prestiti Investimenti Sgr. Gli occupanti non avevano solo organizzato una jam di graffiti, con 40 artisti arrivati da tutta Italia, ma avevano anche presentato alla cittadinanza un progetto di rigenerazione dell’area, di 117mila mq. Comprendeva un piano per il freeparking, a sostegno del movimento Travellers, varie presentazioni di libri di case editrici indipendenti, oltre a workshop di arti circensi, corsi di produzione musicale, di writing e di italiano per stranieri, e infine la costruzione di una palestra, di uno skatepark al coperto e di una cittadella delle arti. Ma uno sgombero ha messo tutto a tacere.

Il compito delle istituzioni è coinvolgere oltre alle amministrazioni locali anche esperti ambientali, di bonifica e di recupero di siti militari, eventualmente soggetti privati del territorio, gli atenei, l’associazionismo culturale e sociale.

Andrea Licata, PhD Iuise di Gorizia

A Livorno, invece, nel 2011 venne occupata dall’attuale collettivo “Ex caserma occupata” l’ex caserma Cosimo Del Fante: 60mila mq di terreno, utilizzati ancora oggi dagli occupanti per costruire un centro polivalente dotato di varie infrastrutture. Si va dalla biblioteca al cinema, dalla palestra, alle sale prove, allo skate park, passando per una falegnamerie, un’osteria e una serigrafia per apprendere i mestieri. Non sono mancati, negli anni, gli eventi dedicati alla street art: anche qui le jam hanno portato a lavorare sui muri dell’edificio molti artisti, per lo più locali.

Ultimo intervento è quello che, lo scorso giugno, ha interessato gli spazi dell’ex caserma Piave di Belluno. Qui il festival Clorofilla, organizzato dalla street artist Ericailcane in collaborazione con l’associazione di promozione sociale denominata Casa dei Beni Comuni Belluno, ha portato writer e street artist internazionali a lavorare in una delle regioni a più alta concentrazione di ex caserme sfitte (stando, almeno, ai dati 2014). Al motto di “né assistiti, né imprenditori ma auto-organizzati” l’associazione ha stilato un vero e proprio piano di riqualificazione, comprendente non solo attività di carattere culturale, sportivo e sociale, ma anche una vera ristrutturazione dell’area, con tanto di spazio per l’assemblea, bar, auditorium, aula studio e un hangar di 300 mq per attività di FabLab.

Fonte: L’inkiesta.it

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“La decrescita, la bocca per il mio grido”, intervista a Jean Louis Aillon

di Andrea Degl’Innocenti. Fonte: italiachecambia.org

“Più che una teoria economica o una raccolta di buone pratiche, la decrescita sembra essere una chiave di lettura capace di dare significato a tutto il resto”. Jean Louis Aillon, presidente del Movimento per la Decrescita Felice, ci racconta il suo percorso di avvicinamento alla Decrescita e ai suoi valori: in cosa può essere utile la decrescita, a fronte della crisi che stiamo vivendo? Cosa significa, veramente, seguire e praticare una medicina della decrescita?

Jean Louis Aillon sta seduto su di una panca in pietra in un bel parco verdeggiante di Torino. La primavera è arrivata da poco e l’aria è profumata. Sullo sfondo, dietro alla sua folta chioma nera, assistiamo ad una scena curiosa: uno scoiattolo si è intrufolato nella borsa di una signora intenta a chiacchierare con le amiche e le ha rubato un biscotto: lo tiene stretto tra le zampette anteriori, lo addenta e fugge via veloce, inarcando la schiena. La scena è buffa e tenera al tempo stesso, ma nasconde due importanti verità.

La prima verità è che, sotto all’apparenza allegra e bucolica della scenetta inaspettata si cela una realtà molto meno divertente: lo scoiattolo in questione è un esemplare di Sciurus carolinensis, scoiattolo grigio nordamericano che, introdotto in Italia negli Anni ’60, sta invadendo i nostri boschi e portando alla probabile estinzione lo scoiattolo rosso autoctono. Negli anni lo “scoiattolo di Cip e Ciop” è diventato un vero e proprio simbolo dei rischi che comporta introdurre specie aliene negli ecosistemi e, più in generale, delle controindicazioni di un sistema socio-conomico che ha reso facile e “normale” che ogni tipo di merce (esseri viventi ed esseri umani compresi) si sposti rapidamente per il globo. Questa era la prima verità, per conoscere la seconda dovrete arrivare alla fine dell’articolo.

Abbiamo incontrato Jean nel maggio 2014, a pochi mesi dall’uscita del suo libro “La decrescita, i giovani e l’utopia” . Nell’anno e mezzo che è trascorso da allora ad oggi è diventato presidente del Movimento per la decrescita felice, mentre la rete “Sostenibilità e salute” che ai tempi muoveva i primi passi conta già oltre cinquanta associazioni iscritte.

Medico specializzato in psicoterapia dinamica adleriana, Jean si è avvicinato alla decrescita da molto giovane, quando ha letto – come accade per molti – “La decrescita felice” di Maurizio Pallante. “La decrescita è stata la bocca per il mio grido” ci dice citando Giorgio Gaber: quella griglia di significati in cui si sono andati inquadrando frustrazioni, debolezze, e quel senso di inquietudine che caratterizza la vita di molti giovani e giovanissimi dell’epoca contemporanea. Più che una teoria economica o una raccolta di buone pratiche la decrescita sembra essere, nell’esperienza di molti, una chiave di lettura capace di dare significato a tutto il resto.

Non importa essere informatissimi sull’attualità, né essere esperti di economia per capire che c’è qualcosa di stonato in un sistema socio-economico basato sulla crescita infinita, sulla mercificazione di ogni cosa, vivente o non, sul consumismo, sulla competizione, sulla separazione fra uomo e natura (col primo che deve competere con i suoi simili per accaparrarsi le risorse della seconda). Solo che questo senso di insoddisfazione latente, questo bisogno insoddisfatto di significato, stenta a trovare sfogo nella società contemporanea. La decrescita serve proprio a questo: fornisce una interpretazione alle dinamiche della società contemporanea e al tempo stesso le smaschera, vanificandole. Non fornisce una soluzione specifica e univoca ma un orizzonte di significato. “La decrescita – afferma Jean – ci dice come possiamo ognuno nella sua maniera remare verso un diverso tipo di orizzonte.”

aillon

Proprio per questa sua natura prospettica di lente attraverso cui guardare il mondo, la decrescita si presta di essere applicata a vari contesti. Con Jean ne affrontiamo uno in particolare, la medicina. L’incrocio fra decrescita e medicina appartiene molto al percorso personale di Jean. “Dopo che ho finito medicina sono andato in Africa un anno nonostante tutti mi dicessero ‘ma sei pazzo? Non fai la specializzazione?’ Quando sono tornato ho trovato tutti i miei colleghi che stavano competendo per prendere la specialità in psichiatria, studiavano come dei matti 10 ore al giorno per poi andare ad infarcire le persone di psicofarmaci. Era quello che ci si aspettava anche da me, ma io lì ho capito che non faceva per me. Jung chiama questa capacità ‘l’individuazione’, capire ciò che amiamo fare e che ci rende felici al di là delle mode e degli stimoli esterni. A me quel contesto rendeva infelice, per cui me ne sono andato”.

E’ iniziata così la scoperta che la salute e la decrescita hanno un rapporto intimo, così come quello fra la società della crescita con la medicina attuale. “La sanità incide per un 10-20% sulla nostra salute; un altro 10% è genetico. Un buon 60-70% è determinato da determinanti sociali, ambientali e culturali.” Si capisce dunque quanto sia schizofrenico parlare di salute senza parlare di stili di vita, di ambiente ecc. Proprio con queste finalità è nata, poco prima del periodo in cui ci siamo incontri, la rete Sostenibilità e salute (di cui fa parte anche Italia che Cambia) che ha subito approvato la Carta di Bologna.

 

Costituzione della Rete Sostenibilità e Salute

Costituzione della Rete Sostenibilità e Salute

Ora, torniamo a parlare dello scoiattolo. La seconda verità è quella più lampante. Anche se sappiamo che quello scoiattolo viene da lontano e la sua presenza in quel parco di Torino ci appare comunque naturale: la scenetta non ha nulla di artificiale o inquietante neppure conoscendo le losche origini del roditore. Cosa voglio dire? Che la natura riesce seme a ritrovare un suo equilibrio armonioso e magnifico. Per quanto in là ci siamo spinti con la devastazione e l’antropizzazione, esiste ancora la possibilità di fermarsi e far sì che la Terra ritrovi un suo equilibrio assieme a noi. E la decrescita ci indica come.

di Andrea Degl’Innocenti. Fonte: italiachecambia.org

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Il ruolo della scienza nello sviluppo sostenibile: l’opinione di Janez Potocnik

di Mario Rosato, Fonte: Architettura Eco Sostenibile

Venerdì 2 ottobre  2015, presso la sala Tessitori della Regione FVG a Trieste, il dott. JanezPotocnik  ha tenuto una conferenza sul tema:  “Transition to a resource efficient economic model and the role of science in the process”. L’evento è stato organizzato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)insieme alla ISRR di Ljubljana ,all’EU Plan GEIE di Trieste e la partecipazione di alcuni sponsor privati, fra i quali l’impresa italo-spagnola Sustainable Technologies.

 Chi è Janez Potocnik

Commissario europeo per l’Ambiente dal 2010 al 2014, JanezPotocnik è stato precedentemente commissario europeo per la Scienza e la ricerca (2004-2010) e ministro degli Affari europei nell’esecutivo sloveno (2002-2004).Come commissario europeo per l’Ambiente, JanezPotočnik ha promosso infatti linee politiche che hanno contribuito alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale ed è riuscito a inserire l’ambiente ai primi posti dell’agenda politica. Oggi è copresidente dell’International Resource Panel (IRP), un gruppo di esperti in materia di gestione delle risorse naturali, istituito nel 2007 dal Programma delle Nazioni Unite (UNEP) per condividere ed accrescere le conoscenze necessarie per migliorarne l’uso e garantirne la salvaguardia. L’IRP ha individuato l’economia circolare, basata sull’uso efficiente delle risorse, in particolare la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse marine, tra le aree strategiche per la ricerca futura.

I contenuti della conferenza

Dopo una presentazione generale sulla struttura, scopi e traiettoria dell’IRP, il relatore ha presentato molto schiettamente  “la scomoda verità”  che  banchieri, politici e grandi multinazionali si ostinano a non voler vedere: non basta un Pianeta per assicurare il benessere di una popolazione, che cresce a ritmi inimmaginabili: eravamo 7 miliardi nel 2011 e saremo 8 miliardi nel 2024. La figura 1, basata su delle indagini dell’ IRP, è molto eloquente: nessun Paese al mondo si trova attualmente nella fascia di sostenibilità compatibile con il concetto di benessere sociale (rettangolo verde in basso a destra).

In particolare, i paesi membri dell’UE  si trovano tutti nell’area di massima insostenibilità. La Cina invece, ha superato di poco la linea di equilibrio fra consumo e disponibilità delle risorse, ma con un tenore di vita di poco superiore ad altri paesi sottosviluppati.

 il problema fondamentale dello sviluppo umano, domanda di risorse superiore alla disponibilità del Pianeta. il problema fondamentale dello sviluppo umano, domanda di risorse superiore alla disponibilità del Pianeta.

La causa del problema risiede in un fatto culturale, che è necessario cambiare al più presto: “L’economia (tale come la si intende attualmente) ignora le leggi fisiche”.  Sorprende una tale affermazione in bocca di un economista ed ex-politico, ma secondo il dott. Potocnik il passaggio da un sistema produttivo ancorato nei vecchi paradigmi della rivoluzione industriale ad un mondo di economia circolare  è una questione di sopravvivenza della specie. Siamo abituati a vedere l’economia circolare rappresentata simbolicamente come un cerchio, ma secondo il relatore tale approccio è troppo semplicistico e riduttivo. Un sistema produttivo davvero sostenibile si rappresenta meglio con il cosiddetto “diagramma a farfalla” mostrato nella figura 2.

 il diagramma a farfalla dell’economia circolare, caratterizzato da diversi cerchi (le  ali della farfalla) e un pozzo finale (la coda della farfalla) nel quale converge tutto ciò che non può essere riutilizzato o valorizzato in qualche modo. il diagramma a farfalla dell’economia circolare, caratterizzato da diversi cerchi (le ali della farfalla) e un pozzo finale (la coda della farfalla) nel quale converge tutto ciò che non può essere riutilizzato o valorizzato in qualche modo.

In particolare, è  importante sottolineare come le posizioni di alcuni gruppi politici ecologistici siano ugualmente irreali a quelle dei liberisti estremi , in quanto è fisicamente  impossibile raggiungere la condizione “RIFIUTI ZERO”. Anche questa è una legge della fisica, estensione del principio termodinamico dell’entropia. Lo scopo della scienza e della tecnologia è minimizzare -per quanto possibile- i rifiuti, intesi come rifiuti materiali o energia irrecuperabile.  Molto interessanti ed attuali i due esempi di economia circolare ed economia lineare, già in atto nell’industria europea, presentati dal relatore. Nel primo caso, la testata dei motori a scoppio: ad esempio, alcune case automobilistiche già progettano motori in modo che alcune loro parti critiche -non soggette ad usura- possano essere riutilizzate. Utilizzare  una testata recuperata da un vecchio motore, per ri-fabbricarne uno nuovo, comporta economie quasi miracolose, rispetto a fabbricare un motore ex novo con le stesse prestazioni, ossia riduzioni: del 50% di emissioni di CO2, del 90% nel consumo di acqua e dell’ 80% di energia. L’esempio contrario ovvero economia lineare: l’industria più insostenibile attualmente è quella dei telefonini: la popolazione europea cambia dispositivo spesso, circa una volta ogni 6 mesi , fino ad un massimo di una volta ogni 3 anni, ma  solo il 10% dei telefonini dismessi viene riciclato, mentre il resto rimane in qualche cassetto, in quanto in molti casi è ancora funzionante. Si stima che nei cassetti delle abitazioni europee ci sia un tesoretto pari a 2,4 tonnellate di oro, 25 tonnellate di argento, 1 tonnellata di palladio, 900 tonnellate di rame, e quantità non facilmente stimabili di lantanidi, materiali estremamente rari che l’UE importa per oltre il 90% (si legga in proposito l’articolo “La guerra dei lantanidi“).

Conclusioni

La conferenza si è conclusa con un animato dibattito grazie alle numerose domande da parte del pubblico. Nelle parole della d.ssa Paola Del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell’Istituto:  “Le attività dell’ OGS, da sempre rivolte alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse naturali , promuovono progetti internazionali di ricerca in questo settore. E l’uso sostenibile delle risorse naturali è una delle priorità a cui fanno riferimento sia le politiche europee che le nuove strategie economiche per lo sviluppo”.

Fonte: Architettura Eco Sostenibile

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
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Una campagna di comunicazione decrescente per il Summit COP21 di Parigi: organizziamoci!

Fra poco più di un mese i potenti della Terra si riuniranno a Parigi al COP 21 per definire un nuovo piano di riduzione delle emissioni globali di gas serra, da cui dipenderà il futuro del mondo intero. E’, però, in corso una mobilitazione mondiale per far pressione affinché la decisioni prese possano davvero rappresentare una svolta decisiva.
Come Movimento per la Decrescita Felice riteniamo fondamentale mobilitarsi tutti insieme per far sentire la nostra voce. La CO2 non conosce confini e, se tutto il mondo non agirà di concerto, sarà davvero difficile vincere la sfida dei cambiamenti climatici. E’ vero che gli interessi dei decisori sono molto condizionati dall’economia e dagli interessi delle grandi multinazionali, ma i politici rappresentano pur sempre le loro nazioni e i loro cittadini. Quindi se in tutto il mondo saremo in tanti, in tantissimi, a farci sentire non potranno non ascoltare la nostra voce! A decidere saremo in fondo un poco anche tutti noi, quando decideremo il 29 Novembre di scendere o meno in piazza.
Dall’altra parte riteniamo che mobilitarsi oggi sia una condizione necessaria, ma non sufficiente. Crediamo sia fondamentale da una parte dire anche no al meccanismo che è alla base dell’insostenibilità dell’attuale sistema socio-economico (e quindi alla radice dei cambiamenti climatici), ovvero dire no alla crescita illimitata ed indiscriminata della produzione e dei consumi, la quale sta sacrificando, sull’altare del produttivismo, l’ambiente e la giustizia sociale.Ma non è sufficiente dire no. Riteniamo che di fronte al lento declino dell’attuale sistema sia d’obbligo proporre un’alternativa. Un’alternativa esiste e noi pensiamo possa essere la decrescita, intesa non come la recessione o il ritorno all’età della pietra, ma come un balzo in avanti, come “un appello per il ridimensionamento della produzione e dei consumi nei paesi industrializzati, avente un carattere redistribuivo e condotto democraticamente, come mezzo per raggiungere la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale e il benessere”.1
Questa alternativa non parte da grandi scelte calate dall’alto, ma dai nostri piccoli gesti quotidiani. Siamo noi i protagonisti del cambiamento!
E’ sul territorio – attraverso la costruzione di piccole comunità, di reti sociali e relazionali alternative, attraverso la pratica di differenti stili di vita, di progetti alternativi – che possiamo sovvertire l’attuale immaginario legato alla crescita economica e decolonizzarlo per costruire poi un paradigma culturale alternativo. E’ qui che si realizzano le cosiddette “nowtopias” (ora-utopie), vere utopie che prendono vita concretamente nel qui ed ora “come se” fossimo già nella società che ci pre-figuriamo. Sono i cosiddetti spazi prefigurativi che molti autori ci dicono avere un’enorme forza nel riconfigurare l’immaginario collettivo, là dove risiede davvero il potere, le catene con la quale questo sistema socio-economico ci tiene sotto scacco. Difficile, ma non impossibile in una logica di complessità: il battito (controcorrente) di una farfalla può, infatti, far nascere un ciclone dall’altra parte del mondo!
Riteniamo fondamentale ragionare sui cambiamenti climatici a partire da quest’ottica di tipo propositivo. Per questo da oggi parte la nostra campagna di comunicazione “decrescente” che darà ampio spazio ad articoli su cambiamenti climatici, decrescita e sostenibilità, organizzata da MDF in collaborazione con Decrescita Felice Social Network ed altre associazioni che sono in corso di adesione. Invitiamo, infatti, a partecipare alla campagna tutte le realtà che si riconoscono in questa prospettiva.

La nostra idea con la campagna è quella che varie realtà (circoli mdf, italia che cambia, transitiontown, etc) si attivino per promuovere un coordinamento fra le associazioni/realtà locali per fare una grande manifestazione il 29 Novembre nelle loro città (utilizzando la piattaforma Avaaz). Questo non deve però essere un arrivo ma un punto di inizio per far rete fra le varie associazioni e costruire insieme localmente un Altro mondo davvero sostenibile.
Chi è interessato a pubblicare un contributo ce lo segnali scrivendo a: mdfdirettivo@gmail.com

Jean-Louis Aillon

Presidente del Movimento per la Decrescita Felice

Fonte: MDF (sito web Movimento Decrescita Felice)

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

 

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L’avventura del pensiero. Intervista a Silvano Tagliagambe

Una bellissima intervista a Silvano Tagliagambe.

Intervista al Prof. Silvano Tagliagambe a cura di Paolo Bartolini.
Prof. Tagliagambe, nei suoi studi, a cavallo tra filosofia, scienza e psicoanalisi, ha guardato al mistero della psiche da una prospettiva estesa e transindividuale. Può descrivere, oltre alle implicazioni teoriche della questione, gli effetti pratici ed etici di un approccio siffatto alla vita della mente?
Il modello della “mente estesa” è stato proposto ed efficacemente descritto da Gregory Bateson in una conferenza dal titolo Forma, sostanza, differenza, tenuta il 9 gennaio 1970 per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, nella quale egli dava la seguente risposta alla domanda: “Che cosa intendo per ‘mia’ mente?”: «La mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo; essa è immanente anche in canali e messaggi esterni al corpo; e vi è una più vasta mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema. [.] La psicologia freudiana ha dilatato il concetto di mente verso l’interno, fino a includervi l’intero sistema di comunicazione all’interno del corpo (la componente neurovegetativa, quella dell’abitudine, e la vasta gamma dei processi inconsci). Ciò che sto dicendo dilata la mente verso l’esterno» [1]. In estrema sintesi questo modello afferma che i processi mentali sono esempi di elaborazione cognitiva incorporata e distribuita. Il che significa:
a)   Che non solo il cervello, ma anche il corpo e l’ambiente cooperano al raggiungimento dei nostri fini cognitivi;
b)   Che ciò è ottenuto in un modo così fluido e interconnesso da originare un unico flusso causale integrato, nel cui ambito (e per gli scopi scientifici dell’analisi del comportamento) le usuali distinzioni di interno ed esterno perdono ogni utilità ed efficacia.
Possiamo quindi dire che la mente si estende al di là dei confini del cranio, e permea la struttura fisica del corpo e quella fisica e culturale dell’ambiente esterno.
Questa prospettiva è radicalmente alternativa agli approcci tradizionali della filosofia della mente la quale, nelle sue molteplici versioni, riduce come si è detto la questione della relazione mente-corpo alla relazione mente-cervello, identificando l’intero corpo con una sua parte, sia pure di importanza primaria, e la psiche con la mente. Il senso di questo mutamento di prospettiva è stato ben colto ed espresso da Gargani, che sottolinea la necessità di cominciare a «pensare il mentale in termini di una diversa disposizione, di una disposizione sintonica, di una disposizione solidaristica, relazionale. Paragonare la mente non tanto a un processo occulto che avviene dentro la scatola cranica di ciascuno e pensare invece il mentale come un’atmosfera che ci circonda che possiamo anche toccare, così come nelle varie fasi di una giornata si provano momenti di pesantezza e poi di sollievo. Questa è la mente, questo è il mentale, un contesto e uno spazio che condividiamo» [2].
Da questo punto di vista, dunque, la mente non è concepita come qualcosa chesta nella sola testa, chiusa all’interno della nostra scatola cranica, ma viene invece considerata un’istanza che si manifesta nella relazione tra ambiente esterno e mondo interiore, relazione che si estrinseca in primo luogo sotto forma di immagini del corpo che risponde alla realtà che lo circonda e in cui è immerso e alle modificazioni che essa provoca nella sua organizzazione interna e che, nell’ambito di quest’ultima, regola lo stato delle componenti in cui si articola. Da queste immagini primordiali trae origine la parola che assume poi un ruolo così descritto da Pavel Florenskij: «È come prima del temporale: la parola è il lampo che straccia il cielo da est a ovest e rivela in senso incarnato: nella parola vengono compensate e unite le energie accumulate. La parola è un lampo, non è l’una o l’altra energia, ma un nuovo fenomeno energetico, costituito da due unità, una nuova realtà nel mondo: un canale di collegamento tra ciò che finora era separato. La geometria insegna che per quanto breve sia la distanza tra due punti nello spazio, può essere stabilito un collegamento in cui la distanza equivale a zero. La linea di tale collegamento è il cosiddetto isòtropo, Stabilendo un rapporto isotropico tra due punti, questi vengono direttamente in contatto l’uno con l’altro. Il pronunciare la parola può essere così paragonato a un contatto del conoscente con ciò che dev’essere conosciuto nell’isòtropo: seppur separati l’uno dall’altro nello spazio, si rivelano uniti. La parola è un isòtropo ontologico» [3].
In quanto isòtropo ontologico essa conferisce concretezza alla linea, a un tempo di separazione e di collegamento, tra mondo interno e mondo esterno, le dà sostanza e corposità, la trasforma via via in spazio intermedio tra i due protagonisti della relazione. Emerge così e si sviluppa un paesaggio interno, simbolico e culturale, che ovviamente risente dell’impronta del paesaggio esterno, a cui si devono le alterazioni della rappresentazioni primordiali del corpo, proprio perché le immagini, le rappresentazioni interne e quelle di se stesso che il cervello costruisce nel momento in cui è intento a tracciare le mappe del suo paesaggio interiore sono basate sui cambiamenti che hanno luogo nel corpo e nel cervello medesimo durante l’interazione fisica con il contesto ambientale. Le conseguenze etiche e gli effetti pratici di questo mutamento di prospettiva sono evidenti. Lo “sguardo dal di fuori” dello spazio esterno ridotto alla sola visione, percezione, interpretazione, rappresentazione si trasforma, a questo livello più elevato di consapevolezza, in simbiosi, in partecipazione, in coevoluzione, in quell’assunzione di responsabilità che deriva dalla piena coscienza che non è possibile tirarsi fuori da quello che facciamo accadere con la nostra presenza e le nostre azioni nell’ambiente in cui viviamo.
L’incontro con il pensiero di Carl Gustav Jung quanto ha contribuito a ridefinire le coordinate della sua avventura intellettuale?
Molto e per diversi aspetti. Il primo è che anche per Jung la riduzione del problema della psiche al problema della mente di un singolo individuo è arbitraria e fonte di pericolosi fraintendimenti.
Egli è categorico su questo punto: nel suo approccio al problema la coscienza assume il ruolo e la funzione di caso speciale dell’inconscio collettivo, vale a dire di una dimensione la quale, pur non essendo direttamente conoscibile, affiora, palesando le sue strutture, attraverso i simboli e le immagini archetipiche, sperimentate come significative dalla coscienza medesima. Quest’ultima assume dunque nell’universo una posizione cruciale che le deriva dalla capacità di riconoscere e attribuire un significato alle immagini archetipiche. «Grazie a tali risultati», scrive Jung, «ci siamo accostati un poco di più alla comprensione del misterioso parallelismo psicofisico, poiché ora sappiamo che esiste un fattore che colma l’apparente incommensurabilità di corpo e psiche, attribuendo alla materia un certo patrimonio psichico e alla psiche una certa materialità, grazie a cui esse possono agire l’una sull’altra [.]. Se noi però teniamo conto con la dovuta attenzione dei fatti parapsicologici, allora l’ipotesi dell’aspetto psichico deve essere estesa, oltre l’ambito dei processi biochimici, alla materia in generale. In tal caso l’essere si fonderebbe su un sostrato finora sconosciuto, che possiede natura materiale e al tempo stesso psichica»[4].
Secondo Jung, dunque, l’inconscio collettivo non deve la propria esistenza a un’esperienza personale: è una sorta di psico-sfera, in cui ciò che possiamo chiamare a buon diritto “psiche”, proprio per rimarcare la differenza rispetto alla mente della singola persona, si palesa in forma translucida, vale a dire in quella modalità nella quale gli oggetti della conoscenza sono non già qualcosa di totalmente visibile e trasparente, bensì sono tali anche per il mistero in cui necessariamente ci immettono, e che costituisce una sfida continua per la nostra capacità di comprensione,può influenzare, cambiandolo, il sistema cerebrale da cui emerge.
È interessante notare che proprio questo è uno dei punti che lo accomuna a Wolfgang Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945 per la formulazione del principio di esclusione che porta il suo nome, e stimola e dà concretezza e continuità al loro dialogo, protrattosi con un fitto carteggio dal 1932 al 1958. A testimoniarlo è lo stesso Pauli che parla del comune interesse per gli archetipi e per “un inconscio dotato di una vasta realtà oggettiva”, per richiamare un’espressione da lui stesso usata in un pensiero ripreso e riportato da Jung in una nota delle Riflessioni teoriche sul problema della psiche, del 1947 [5]. Questo interesse da parte del grande fisico si spiega con il fatto che, a suo giudizio, è proprio il riferimento a questi aspetti che consente alla psicologia di superare la dimensione puramente soggettiva e di acquisire una forma e sostanza non solo intersoggettive, ma oggettive in senso pieno, che la legittimano a confrontarsi e a interagire con le scienze della natura, contribuendo ad affrontare, in modo più adeguato di quanto non si fosse potuto fare sino a quel momento, la questione del rapporto tra interiore (psichico) ed esteriore (fisico).
Un secondo aspetto che mi ha spinto a guardare con interesse al pensiero di Jung è questa sua lucida previsione di Jung: «Passerà ancora molto tempo prima che la fisiologia e la patologia del cervello da un lato e la psicologia dell’inconscio dall’altro possano darsi la mano. Anche se alla nostra conoscenza attuale non è concesso di trovare quei ponti che uniscono le due sponde – la visibilità e tangibilità del cervello da un lato, dall’altro l’apparente immaterialità delle strutture della psiche – esiste tuttavia la sicura certezza della loro presenza. Questa certezza dovrà trattenere i ricercatori dal trascurare precipitosamente e impazientemente l’una in favore dell’altra o, peggio ancora, dal voler sostituire l’una con l’altra. La natura non esisterebbe senza sostanza, ma non esisterebbe neppure se non fosse riflessa nella psiche» [6].
Questa previsione sta trovando conferme importanti. La prima è il fatto che, come aveva intuito proprio Jung, la sincronicità sembra costituire il principio base di funzionamento del cervello le cui attività, pur avendo dei nodi fondamentali, che potremmo chiamare hub, normalmente coinvolgono gruppi di neuroni anche molto distanti tra loro e collocati in aree diverse (corticali e sottocorticali). Essi vengono reclutati nel circuito entrando in risonanza, e cioè “scaricando” (attivandosi) alle medesime frequenze elettriche e nel medesimo tempo. Di fronte a un evento questa modalità consente di produrre un circuito che, per esempio, coinvolge aree corticali (esecutive prefrontali), aree emozionali sottocorticali (amigdala), aree limbiche legate alla memoria (ippocampo) e allo stress (ipotalamo). È un superamento della mente modulare che però non annulla la specificità delle diverse aree cerebrali. A sostegno di questo modo di considerare i processi cerebrali e la loro organizzazione interna vi sono anche le ricerche che sono valse il conferimento del premio Nobel per la medicina 2014 a John O’Keefe e ai coniugi MayBritt ed Edvard Moser  per la scoperta del sistema di cellule nervose che costituisce una rete, grazie alla quale il cervello dispone costantemente delle coordinate spaziali del luogo in cui si trova e si può quindi orientare. La struttura di riferimento di questa rete è l’ippocampo, che nei roditori, animali in cui esso è stato studiato in maniera approfondita, ha all’incirca la forma di una piccolissima banana che srotola vari chilometri di connessioni con una potenza di una decina di miliardi di contatti.
È proprio grazie a questi contatti che la memoria diventa”nostra” (Io sono quello che sono) e che i significati neutri sono personalizzati e orientati dentro la nostra “forma di vita” e il nostro mondo. Il cuore del sistema cerebrale sembra dunque essere costituito da una struttura di limitatissima estensione ma con un’elevatissima capacità sia di interconnessioni, sia di sensibilità e di reazione anche alle stimolazioni più insignificanti.
Va a questo proposito ricordato che proprio analizzando il concetto di sincronicità, Jung ha sottolineato la natura acausale della relazione tra stati psichici interni ed eventi esterni, evidente nei casi in cui gli eventi non sono sperimentati come pure coincidenze. Non intendeva con questo affermare che gli eventi interni causassero quelli esterni, o viceversa; riteneva piuttosto che gli eventi venissero sperimentati in maniera diversa a seconda del significato attribuito loro dalla coscienza.
Dopo questa prima proposta del fondatore della psicologia analitica, condivisa da Pauli, il quale metteva l’accento più sulle coincidenze come relazioni non causali verificabili scientificamente, e per questo mostrava di preferire il termine Sinnkorrispondenzen (corrispondenze significative), ci sono voluti anni di discussioni per approdare, anche nell’ambito delle neuroscienze, a un concetto di sincronicità come “coincidenza nel tempo di due o più eventi non correlati causalmente, coincidenti nel tempo e che presentano gli stessi significati o significati simili”.
La soluzione al problema delle operazioni di comunicazione e di interscambio in questo caso è rappresentata dalla sincronizzazione attraverso oscillazioni rappresentate, nel normale elettroencefalogramma, dalla composizione armonica delle frequenze di vario ordine e grado.
Di particolare interesse, in questo contesto, è l’articolo pubblicato nel 2009 su «Nature» da un gruppo di ricercatori norvegesi e olandesi – prima firmataria Laura L. Colgin, allora ricercatrice dell’Istituto di neuroscienza dei sistemi e il Centro per la biologia della memoria dell’Università norvegese per la scienza e la tecnologia, ora professore di neuroscienze all’Università del Texas ad Austin [7] – che fa riferimento a un meccanismo che permette al cervello di differenziare i diversi tipi di informazioni. In questo loro contributo gli autori descrivono il modo in cui le onde gamma – onde cerebrali specifiche che si ritiene contribuiscano alla percezione cosciente – operano a diverse frequenze, a seconda del tipo di informazione che trasportano.
I ricercatori hanno misurato le onde cerebrali dei topi, concentrando l’attenzione su tre diverse parti dell’ippocampo, l’area del cervello ampiamente responsabile, come si è visto, della memoria a lungo termine e della navigazione spaziale. L’esito è stato la scoperta di onde gamma lente e onde gamma veloci provenienti da diverse aree del cervello, proprio come le stazioni radio trasmettono su frequenze diverse.
Il meccanismo di connessione l’una all’altra delle cellule cerebrali è quindi basato, come si diceva,  sulla sincronizzazione della loro attività. Esse si sintonizzano – letteralmente – l’una sulla lunghezza d’onda dell’altra. Sono in particolare le onde gamma a risultare coinvolte nella comunicazione tra gruppi di cellule nell’ippocampo. Le frequenze più basse sono utilizzate per trasmettere memorie di esperienze passate e le frequenze più alte sono usate per convogliare gli eventi del luogo dove ci si trova in quel momento.
Questo meccanismo facilita la comunicazione con gruppi di cellule distribuiti che elaborano le informazioni correlate, evitando così la possibile confusione tra le varie tipologie di informazioni.
Mentre le cellule sembrano in condizione di modificarsi rapidamente e sintonizzarsi sulle onde lente o veloci, gli autori dell’articolo ritengono che esse non siano in grado di elaborare contemporaneamente le due diverse tipologie di onde. Lo stesso avviene quando si ascolta la radio e ci si sintonizza su una frequenza che è a metà tra due stazioni radio: è impossibile distinguere qualcosa, si sente solo rumore. Analogamente, nel caso del cervello, la percezione che si ha di un luogo si confonderebbe con le memorie passate di quello stesso luogo.
Durante le oscillazioni dei vari ritmi cerebrali le alternanze dei diversi agglomerati neurali possono sincronizzarsi in cicli successivi attraverso un meccanismo di “Time Division Multiflexing” (TDM, Accesso multiplo a ripartizione nel tempo), una tecnica di multiplazione, ovvero di condivisione di un canale di comunicazione, che elabora informazioni di diversi trasmettitori successivamente in segmenti di tempo definito per la trasmissione sul canale in questione, in modo che quest’ultimo possa essere usato a turno in esclusiva da ogni dispositivo ricetrasmittente per il breve lasso di tempo che gli è stato assegnato. Vi sono due tipi di multiplazione a divisione di tempo: a divisione di tempo sincrono, o quantizzato, che prevede che ogni dispositivo abbia a disposizione un’identica porzione di tempo, e il multiplexing statistico, che si differenzia dal precedente per il fatto che ai dispositivi che non devono trasmettere dati non viene assegnato il controllo del canale di trasmissione. La prima procedura sarebbe in grado di disambiguare immagini sovrapposte contro sfondi.
Se si confondono diversi tipi di onde gamma, è possibile soffrire di disordini e anormalità mentali. Non si è ancora in grado di dire con certezza se sia questo passaggio di frequenza a non funzionare, ma quello che si sa senza ombra di dubbio è che le onde gamma sono anormali nei soggetti schizofrenici. La percezione che lo schizofrenico ha del mondo che lo circonda è confusa, come una radio bloccata tra due stazioni.
Il presupposto assunto precedentemente dai ricercatori era che la gestione delle informazioni nel cervello seguisse strade predefinite. Lo studio della Colgin e dei suoi colleghi sembra suggerire una maggiore flessibilità del cervello. Tra i migliaia di stimoli in arrivo a una singola cellula cerebrale, la cellula può scegliere di ascoltarne alcuni e ignorare il resto, e la scelta degli input è in costante cambiamento. In questo modo il passaggio delle onde gamma viene assunto come un principio generale di funzionamento, utilizzato in tutto il cervello per aumentare la comunicazione interregionale. Esso appare dunque cruciale per capire il legame delle attività integrative orchestrate dal cervello: questo passaggio, che emerge in piccole parti di corteccia come un’attività localizzata in varie “isole” di tessuto, occasionalmente sincronizza  in ampie aree corticali.
Gli hub del cervello, cioè i nodi fondamentali che normalmente coinvolgono gruppi di neuroni anche molto distanti tra loro e collocati in aree diverse (corticali e sottocorticali), vengono reclutati nel circuito entrando in risonanza, e cioè “scaricando” (attivandosi) alle medesime frequenze elettriche.
L’elevata integrazione del sistema, garantita da questa specifica struttura, ci fa capire perché settori un tempo ritenuti “bassi”, in quanto rientranti nel confine strettamente motorio, possano diventare sorprendentemente parti di attività “superiori” e di strategie che, nate per la sopravvivenza, si sono poi sviluppate in altro modo o mostrano un aspetto “dormiente”. Spesso la fMRI (Risonanza Magnetica Funzionale) ha permesso di svelare certi aspetti di queste strutture.
Altrettanto fondamentali e lungimiranti appaiono le considerazioni di Jung sull’immaginazione – si potrebbe anche dire creatività – come risultato della tenacia “reattiva” con cui l’inconscio rivendica il suo diritto a manifestarsi, nonostante le “ragioni” della coscienza. L’immaginazione e i suoi prodotti sono pertanto, a suo giudizio, il luogo privilegiato del rapporto con l’inconscio, che si modula, si coniuga, si declina soprattutto attraverso un pensiero che impara e riesce a farsi figurativo, a drammatizzarsi, a mettersi in scena e rappresentarsi, producendo concetti, come i grandi archetipi di cui abbiamo parlato – Puer, Senex, Animus, Ombra e il Sé – capaci di essere “visti” nella mente, oltre che compresi nella loro forza di potenti astrazioni. Proprio questo tipo di pensiero immaginante è lo strumento più efficace del dialogo e della comunicazione tra le funzioni superiori e quelle inferiori della psiche e di mediazione tra la coscienza e l’inconscio. L’integrazione tra questi opposti può darsi solo sul piano psichico che si manifesta come attività immaginativa creatrice. Proprio per questo le immagini e i simboli frutto di questa attività costituiscono gli strumenti insostituibili di quell’autentica conoscenza di sé che scaturisce dalla tendenza al superamento dell’inconscio inteso come territorio esterno ed estraneo, come non-conscio.
In che modo il pensiero scientifico del nostro tempo può stabilire delle relazioni rispettose con altri modi di conoscenza/esperienza quali, ad esempio, l’arte, la religione, il sogno?
Anche in questo caso vorrei partire da Jung e dalla “scandalosa” analogia che egli traccia tra la psicologia e la religione, così evidente nel modo in cui tratta il problema del sacrificio, che rimanda costantemente all’una e all’altra di queste due dimensioni. A mio modo di vedere questa analogia nell’opera di Jung ha un significato che la depura da ogni irriverenza nei confronti della ricerca scientifica o della dimensione religiosa, a seconda dei punti di vista. Con questo parallelismo egli vuole infatti sottolineare che, nell’uno e nell’altro caso, abbiamo a che fare con la relazione tra il visibile e l’invisibile e con la consapevolezza della profonda incidenza di quest’ultimo sul primo. Quando le religioni ritagliano e circoscrivono l’area del sacro, il divino, e perciò il numinosum, e lo circondano da una robusta cintura “protettiva” di sipari e di schermi, inducendo i fedeli ad abbassare lo sguardo e a genuflettersi di fronte a esso, non fanno qualcosa di diverso dall’atteggiamento che la filosofia e la psicologia, ma anche la stessa scienza della natura, assumono nei confronti del  problema della “cosa in sé”, in tutte le diverse forme e modalità in cui viene posta, e della sua relazione con l'”oggetto della conoscenza”. A partire da Platone il quale, nella Repubblica, dice che non si può guardare a lungo il sole che illumina tutto, passando perPlotino, che segnala l’ineffabilità dell’Uno, per giungere a Kant, che parla del necessario rispetto del soggetto per la ragione maestosa e sublime, dal momento che senza la debita distanza rispetto a essa egli giungerebbe ad accecarsi. In tempi più recenti è stato Bion a sottolineare la necessità di «gettare un raggio di intensa oscurità all’interno, in modo che qualcosa sinora passato inosservato alla luce abbagliante dell’illuminazione possa luccicare ancor più in quella oscurità» [8]. Ed è stato ancora Bion a ricordare che «Freud disse di doversi accecare artificialmente per poter concentrare tutta la luce su un punto oscuro»[9].
La presenza originaria e condizionante, rispetto alla coscienza e alla razionalità, degli archetipi dell’immaginazione mentale, che ne costituiscono lo sfondo e la sorgente di alimentazione, ci costringe a un autentico rovesciamento di prospettiva per quanto riguarda la genesi delle teorie scientifiche, ad esempio. A dircelo, valorizzando anche in questo caso la prospettiva junghiana, è Pauli sulla base dell’attenta esplorazione, da lui compiuta, della vicenda, per tanti aspetti esemplare, di Keplero” [10].
Com’è noto il procedimento di quest’ultimo è consistito nell’aver trasportato la figura dell’ellisse dal campo geometrico e astratto delle coniche allo spazio concreto dell’astronomia, dove un modello radicato (il cerchio, figura di perfezione) impediva di pensare il movimento dei pianeti secondo orbite diverse da quella circolare. Keplero aveva notato che passando per determinati punti, da lui accuratamente registrati, l’orbita di Marte non poteva in alcun caso descrivere un cerchio. Così provò a scartare il cerchio per l’ellisse, e i calcoli confermarono la nuova ipotesi. Keplero inventò la soluzione portando nel sistema astronomico un nuovo oggetto, che portò a ridefinire quel sistema stesso. Il suo atto inventivo fu quello di pensare al di là del campo delle conoscenze disponibili, vincendo la resistenza delle concezioni radicate (il cerchio come unica possibilità) e ridefinendo così il corpus delle leggi applicabili.
Per arrivare a questo risultato però, come sottolineò appunto Pauli, egli dovette rimuovere i contenuti inconsci e gli automatismi che fungevano da ostacolo al corretto inquadramento del problema di fronte al quale si trovavae alla soluzione da reperire. Ad attestarlo è lo stesso Keplero, che nella sua Astronomia nova ricorda come in questo suo  percorso di ricerca fosse stato a lungo frenato dalla tendenza a cadere in sempre nuovi labirinti in seguito alla forza trascinante di quello che egli chiamò poi “un ladro del mio tempo”, e cioè la credenza, appoggiata dall’autorità di molti filosofi, nei privilegi della circolarità, che lo spinse per molto tempo a condividere la convinzione di Brahe secondo la quale i pianeti si muovono in cerchi perfetti. Questa credenza «funziona tra le cose come un selettore la cui carica di verità è fuori discussione. Essa guida Keplero nel labirinto e Galileo nei territori piani e illuminati. Essa sembra destinata a sopravvivere per l’eternità» [11]. La sua azione ostacola il libero dispiegarsi delle strategie razionali, che vengono imprigionate e costrette in una sorta di “camicia di forza”, di “letto  di Procuste”: e tuttavia essa funge da selettore che, collocato all’inizio dei calcoli, «è fondamentale affinché quei calcoli possano avere inizio» [12].
Possiamo dunque dire, a giudizio di Pauli, che nel caso di Keplero al processo bottom-up, dal basso verso l’alto, dal particolare al generale, dai singoli dati osservativi alle enunciazioni astratte, come tradizionalmente viene concepito e presentato il percorso della ricerca scientifica, vincolandolo allo sviluppo attraverso il procedimento induttivo, subentra un andamento top-down, dall’alto verso il basso, dall’astratto al concreto, dal senso della possibilità al senso della realtà e all’effettualità attraverso l’introduzione di vincoli sempre più stringenti e un continuo rastremarsi dei contenuti verso il basso. Considerati in sé gli archetipi sono l’invisibile: nessuna cosa, nessun ente, nessun individuo, nessuna presenza; sono l’espressione e l’esperienza della nostra incolmabile distanza rispetto a quelle che sono soltanto le sue immagini.
Porsi in una prospettiva di questo genere significa «reinventare il sacro», per riprendere il titolo di un libro di Stuart Kauffman [13]; vuol dire sforzarsi di vederlo con occhi nuovi; rinunciare a farne una realtà a sé stante; cimentarsi con una visione del mondo e del nostro inserimento in esso in cui alla spiritualità, intesa nella sua accezione più vasta,  sia riconosciuta una incidenza rispetto non solo alla vita dell’uomo, ma anche al destino dell’ambiente naturale e sociale in cui egli vive. Vuol dire rendersi conto che il massimo grado d’intensità e di efficacia dell’azione è quello grazie a cui risulta possibile appaiare conoscenza e volontà, razionalità e libertà, mirando non solo al singolo individuo, ma all’intera specie umana, nel rispetto e in coerenza con il concetto di “coevoluzione” tra organismo e ambiente in senso lato. Tutto i contrario di quanto sembri accadere oggi.
Reinventare il sacro significa comprendere come la specie umana appartenga a un universo incessantemente creativo, dal quale sono emersi «la vita, l’agency, il significato, il valore, la coscienza e l’intero patrimonio dell’azione umana» [14]. E altresì comprendere che il divenire persistente del «sapere, del fare e dell’inventare è il risultato in continua costruzione di noi stessi nella nostra pienezza umana» [15]: un processo emergente e non predicibile. 
Reinventare il sacro equivale pertanto a collocarsi in uno spazio intermedio tra ragione ed emozioni, tra conoscenza e volontà, tra gnoseologia, epistemologia ed etica, all’interno del quale il criterio guida di base non può essere soltanto l’interesse individuale per la propria sopravvivenza, il proprio benessere o il proprio piacere. Lo deve essere anche l’idea del dono disinteressato, della gratuità intesa e spinta fino ad assumere, come proprio interesse personale, lo stimolo a fare in modo che a rafforzarsi e a rigenerarsi sia non soltanto la singola esistenza vissuta, ma anche la pienezza della vita che si espande. Di nuovo, tutto il contrario di quanto sembri accadere oggi.
Il nesso tra corpo e psiche è uno dei temi che sembra starle più a cuore. Le domando: come agisce la società (intesa come collettività storicamente radicata in una cultura determinata), sullo sviluppo psicofisico della persona? Non crede che per comprendere le traiettorie individuali di vita sia necessario allargare il campo di indagine uscendo dalla gabbia ristretta (ma non per questo trascurabile) del romanzo familiare?
Si,, è proprio così, come aveva intuito a suo tempo Lev Semënovič Vygotskij, il quale nella sua opera My?lenie i reč (Pensiero e linguaggio) 1, pubblicata nel dicembre 1934, qualche mese dopo la morte dell’autore, avvenuta nel giugno dello stesso anno, propone l’idea che «le funzioni mentali più alte appaiono sul piano interpsicologico prima ancora di apparire su quello intrapsicologico»[16].
Questo punto di vista fu ripreso e approfondito da Bachtin, il quale presuppone che l’io sia un fenomeno di confine, che gode di uno status extraterritoriale, visto che, analizzandone ad esempio il linguaggio, non possiamo fare a meno di concludere che all’interno di ciò che consideriamo un organismo individuale penetri sempre e in modo imprescindibile un’entità sociale. Infatti: «Ogni enunciazione, se la si esamina in modo più approfondito, tenendo conto delle condizioni concrete della comunicazione verbale, contiene tutta una serie di parola altrui seminascoste e nascoste, dotate di un vario grado di altruità. Perciò un’enunciazione è tutta solcata, per così dire, dagli echi lontani e appena avvertibili dell’alternarsi dei soggetti del discorso e dalle armoniche dialogiche, dai confini estremamente attenuati delle enunciazioni e totalmente permeabili all’espressività dell’autore. […] Ogni singola enunciazione è un anello nella catena della comunicazione verbale. Essa ha confini netti, determinati dall’alternanza dei soggetti del discorso (parlanti), ma all’interno di questi confini l’enunciazione, come la monade di Leibniz, riflette il processo verbale, le altri enunciazioni, e, prima di tutto, gli anelli anteriori della catena (a volte vicinissimi, a volte – nei campi della comunicazione culturale – anche molto lontani). […] Un’enunciazione, tuttavia, è legata non soltanto agli anelli che la precedono, ma anche a quelli che la seguono nella comunicazione verbale. Quando l’enunciazione viene elaborata dal parlante, gli anelli successivi, naturalmente, non esistono ancora. Ma l’enunciazione, fin dal principio, è elaborata in funzione delle eventuali reazioni responsive, per le quali, in sostanza, essa è elaborata. Il ruolo degli altri, per i quali si elabora l’enunciazione, è molto grande. […] Essi non sono ascoltatori passivi, ma attivi partecipanti della comunicazione verbale. Fin dal principio il parlante aspetta da loro una risposta, un’attiva comprensione responsiva. Ogni enunciazione si elabora, direi, per andare incontro a questa risposta» [17].
Vygotskij cercò di sviluppare il suo principio ipotizzando la presenza, all’interno del cervello, di “zone di sviluppo prossimale”, o potenziale come oggi si preferisce dire, formate dai concetti di livello superiore rispetto alla fase di sviluppo nella quale l’individuo si trova e che egli riesce ad acquisire anticipatamente grazie a un meccanismo di cui lo stesso Vygotskij cerca di fornire un primo abbozzo di spiegazione.
A tal scopo egli parte dal presupposto che lo sviluppo delle funzioni mentali superiori, quali la coscienza, il pensiero verbale, la memoria ecc., sia indipendente da quelle inferiori e interamente d’origine sociale. I suoi studi sullo sviluppo infantile sono proprio diretti a indagare l’opposizione tra questi due tipi di funzioni e tra le rappresentazioni “individuali” e quelle “collettive”. Per questo egli comincia col proporre una revisione delle concezioni troppo individualistiche su cui si basano le usuali misurazioni dell’intelligenza: «Un principio incrollabile della psicologia classica è che il livello di sviluppo mentale del bambino è indicato solo dalla sua attività indipendente e non da quella imitativa. Questo principio trova espressione in tutti i sistemi di misurazione in uso: nel valutare lo sviluppo mentale si prendono in considerazione solo quelle soluzioni dei problemi proposti alle quali il bambino perviene senza l’aiuto di altri, senza dimostrazioni e senza domande-guida» [18].
Contemporaneamente a Piaget e in modo ancora più netto e deciso di quest’ultimo, Vygotskij ha messo in risalto la genesi sociale delle funzioni psicologiche superiori: «Un processo interpersonale si trasforma in un processo intrapersonale. Nello sviluppo culturale del bambino ogni funzione appare due volte: prima a livello sociale e poi a livello individuale; prima nei rapporti interpersonali (livello interpsicologico) e poi all’interno del bambino (livello intrapsicologico). Ciò vale per l’attenzione volontaria, per la memoria logica e per la formazione dei concetti. Tutte le funzioni superiori nascono come relazioni concrete tra individui» [19].
Questo tipo di processo, che enfatizza l’importanza delle relazioni interpersonali diventa fondamentale nel caso di conoscenze, come quelle scientifiche, che, data la loro natura intersoggettiva, non riproducono affatto il cammino attraverso il quale si formano le conoscenze individuali del quotidiano, ma si sviluppano in altro modo. Così, in una serie ingegnosa di studi da lui ispirati, i concetti quotidiani e quelli scientifici sono opposti gli uni agli altri, al fine di stabilire in quale misura gli uni si “socializzino” e i secondi si “individualizzino”.
Vygotskij esclude pertanto che lo sviluppo autonomo dei concetti spontanei, e quindi individuali, possa condurre ai concetti scientifici, aventi invece valore collettivo. Ma egli non è neppure disposto ad ammettere che il processo di passaggio dagli uni agli altri sia il risultato d’una istruzione fornita dall’esterno. Il punto su cui apporta un contributo nuovo nell’analisi di tale questione è proprio la sua idea di zone di sviluppo prossimale, che rende conto del modo in cui l’autorità dell’adulto più competente può aiutare il giovane a raggiungere il terreno intellettuale superiore, a partire dal quale egli può riflettere in maniera più impersonale sulla natura delle cose.
A suo modo di vedere, quindi, i concetti scientifici, via via che vengono acquisiti, ristrutturano i concetti spontanei e li innalzano a un livello superiore, formando appunto una  zona di sviluppo prossimale, che diviene una parte integrante della vita mentale di ogni soggetto. Ciò che il fanciullo è capace di fare oggi in collaborazione con gli adulti e grazie all’acquisizione di rappresentazioni storicamente istituzionalizzate attraverso il linguaggio, le fiabe o i racconti popolari, la scienza e quant’altro, un domani egli lo potrà fare in piena autonomia e in modo del tutto indipendente.
Le zone di sviluppo prossimale sono dunque “il luogo”, per così dire, delle rappresentazioni collettive più avanzate rispetto a quelle individuali, relative allo stadio di sviluppo in cui l’individuo si trova. Esse costituiscono una sorta di “interfaccia” tra il sociale e l’individuale, la zona di confine in cui le rappresentazioni collettive e storicamente istituzionalizzate interagiscono concretamente con il mondo delle credenze individuali e influiscono su di esso, favorendo la crescita e l’innalzamento del livello dei suoi contenuti.
Sulla base di queste considerazioni possiamo allora avanzare la congettura che ciò che caratterizza la mente sia il suo ruolo di “mondo intermedio” tra l’ambiente fisico e l’universo della conoscenza, cioè la sua funzione di “operatore” che svolge una funzione “creativa” grazie alla quale produce “teorie del reale” che risultano efficaci, cioè hanno successo nell’interazione con esso e costituiscono un formidabile strumento “essomatico” di adattamento.
Da questo punto di vista,pertanto, il soggetto individuale va considerato un sistema complesso, costituito e caratterizzato da quella che possiamo chiamare una “matrice relazionale”, cioè da un fascio di relazioni che vanno gestite e governate attraverso opportune strategie. Ne consegue che gli aspetti salienti della persona umana, a partire da quelli cognitivi, i saperi acquisiti e le conoscenze disponibili, in tutta la loro gamma e varietà, vanno considerati, prima di tutto, funzionali a queste strategie. Sono infatti queste ultime che consentono all’io di dare continuità alla propria azione, interfacciando e connettendo le varie fasi in cui essa si articola e “cucendo” la fitta rete d’interdipendenze e la variegata gamma dei rapporti interpersonali che vengono via via intessuti e sviluppati, e di far emergere, attraverso questa continuità, una specifica identità. Il che significa che per ben operare è certamente importante il sapere, è indiscutibilmente fondamentale il saper fare, ma entrambe queste forme di sapere acquistano il loro pieno valore e significato soltanto se vengono inquadrate e potenziate nell’ambito del sapere relazionale, della propensione e dell’attitudine non solo a dialogare con gli altri, ma anche a gestire in maniera appropriata ed efficace le relazioni interne tra le varie fasi della propria vita, tra i diversi aspetti della propria personalità e tra i differenti racconti che costituiscono l’espressione e il resoconto di questa variegato e complesso mondo interiore.
E infine, quale orizzonte dovrebbe darsi la politica per non soggiacere ai meccanismi automatici e privi di correzione del discorso tecnoscientifico messo al servizio della logica del capitale?
Per rispondere a questa domanda mi sembra utile partire da un film di Fellini del 1972, Roma, che non è certamente la migliore opera di questo grande regista, né quella di maggior successo. Eppure, sparsi qua e là, vi sono momenti di una profondità tale da mettere a nudo, in modo straordinario, il carattere paradossale della nostra epoca. Il momento forse più riuscito di questo esercizio di denuncia è la scena della “Rassegna della moda ecclesiastica“, dove si fotografa una situazione nella quale la religione e la fede vengono assoggettate alla moda, alla rapida evoluzione dei paramenti sacerdotali che li rende oggetto di consumo, e quindi li attrae nella spirale dell’obsolescenza. Fino alla scena finale in cui tutti, laici, sacerdoti e cardinali, rimangono abbagliati di fronte allo sfarzo di una moda talmente luccicante, autoreferenziale e quindi autosufficiente, da apparire divinizzata e venire adorata, al punto che tutti si inginocchiano di fronte a essa.
Ecco il paradosso: lo schiacciamento sulla contemporaneità, sul presente che consuma se stesso, su un cambiamento che rende immediatamente demodé tutto, anche ciò che dovrebbe durare, lo sottomette a un’erosione che lo priva di profondità, di legittimità e di spessore. Nel momento in cui anche la religione e la fede vengono sottomesse ai dettami della moda decretiamo la morte della durata, dei valori che dovrebbero resistere all’usura del tempo, della verità che non a caso i greci chiamavano Aletheia, combinazione di alfa privativo e riferimento al Lete, il fiume dell’oblio, che cancellava ogni traccia di memoria, proprio per sottolineare che “vero” è solo ciò che è capace di opporsi all’usura e al consumo del tempo.
Questo vissuto tutto schiacciato sulla contemporaneità, di cui sono emblema la moda e la continua obsolescenza dei prodotti di cui è costellata la nostra quotidianità è ben colta da quella pubblicità che ci mostra nell’atto di liberarci nei modi e con le scuse più assurde dal cellulare ormai demodé che possediamo per sentirci autorizzati all’acquisto dell’agognato ultimo modello. Questo ci dà l’illusione che il nostro sia il mondo dell’innovazione già realizzata e conquistata, ormai alla portata di tutti.
Così, tutti presi dall’efficienza e dalla super-performatività del nostro smartphone, che ci mette in condizione di parlare con un nostro amico che si trova all’altro capo del mondo e di essere raggiunti in ogni luogo e in ogni istante di tempo da chiunque si voglia mettere in comunicazione con noi, tendiamo a dimenticare che, mentre lo usiamo per provare l’ebbrezza della contemporaneità, magari passeggiamo nel corso della nostra città il cui asfalto è pieno di buchi mal rappezzati ed è infestato da rifiuti non rimossi tempestivamente, segni inquietanti e inequivocabili della presenza incombente del non contemporaneo nel nostro contemporaneo, della sovrapposizione di tempi storici diversi che tendiamo a rimuovere perché crea imbarazzo.
È questo il destino di un’innovazione che si nutre di esteriorità, di apparenza, anziché innervare le nostre vite e dare a esse opportunità davvero inedite, capaci di modificarle intimamente e in profondità. L’innovazione basata sull’esteriorità e sull’apparenza si nutre di obsolescenza e a sua volta l’alimenta, condannandoci alla precarietà. È l’innovazione che convive con lo stato desolante delle periferie delle nostre città, con l’inarrestabile decadimento dei servizi, con le catene del subappalto private di qualsiasi diritto, con il precariato utilizzato come strumento di pressione, con il declino e il degrado delle funzioni urbane pregiate, vale a dire la cultura, la ricerca, l’istruzione e la formazione, i trasporti pubblici e la logistica, tutto ciò che trasforma davvero un agglomerato di case in un’urbs.
Per farla breve: è il feticcio dell’innovazione, una contemporaneità continuamente punteggiata e costellata, come il formaggio con i buchi, di lacune, di pozze di non contemporaneità. Non è innovazione e non ha nulla a che vedere con essa: è una tecnica di accelerazione del tempo, e quindi di consunzione della vita, applicata a oggetti, ambienti, persone, forme di vita e stili di pensiero.
L’innovazione, quella vera, di cui non c’è traccia nelle nostre città e tanto meno nei nostri paesi, è quella dei processi lenti che generano un’accelerazione e una diffusione che poi retroagiscono sulla lentezza che le ha prodotte, radicandole e dando loro consistenza e spessore, prima ancora e più che velocità. È quella delle reazioni autocatalitiche, nelle quali uno dei prodotti della reazione stessa, è in grado di aumentare la velocità del processo globale, comportandosi come un vero e proprio catalizzatore. Pensiamo alla conoscenza: di per sé è un processo lento, che esige meditazione, riflessione, e dunque tempo, senza i quali non potrebbe darsi, e che non si consuma, ma anzi si consolida, che se è autentica non passa mai di moda. Essa è un prodotto dell’evoluzione naturale che retroagisce su quest’ultima, cioè sul processo che l’ha generata, incrementandone in modo spettacolare e sempre di più il ritmo di sviluppo.
Ecco che cos’è l’innovazione autentica: una straordinaria combinazione di lentezza e velocità (ricordate il “festine lente“, il motto “affrettati lentamente” attribuito da Svetonio all’imperatore Augusto, che unisce in una efficace endiadi i due concetti, apparentemente divergenti, di velocità e lentezza?), di flemmatica calma che produce velocità e ne viene accelerata, senza però trasformarsi per questo in obsolescenza, in oggetto di consumo.
Questa è l’innovazione come cultura e non come feticcio, l’innovazione che non vive di apparenza, ma di processi che non ammettono scorciatoie né lustrini, che esigono la capacità vera, autentica – questa sì ormai demodé – di prendersi davvero cura delle città che si amministrano e dei cittadini che le abitano.
Questa innovazione – questo è il punto e rispondo così alla domanda che mi è stata fatta-   per essere realizzata, richiede una politica che incarni e sappia esprimere quell’ideale perenne così ben espresso da Socrate nel Gorgia platonico: “Io credo di essere tra quei pochi Ateniesi, per non dire il solo, a capire che cosa sia davvero la politica, e credo di essere il solo a fare davvero politica di questi tempi. Nel senso che tutto quello che dico, lo dico non per compiacere la gente o per rendermi gradito, ma per perseguire il bene” (Patone, Gorgia, 521 E).
Una politica che sia dunque l’esatto contrario di quella che, concentrando tutti gli sforzi e gli interessi su un tipo di pianificazione che si è sempre più disinteressata del rapporto specifico con i luoghi come contesti determinanti di cultura, tradizioni, storia, costumi, abitudini, ha avuto il duplice effetto di trasformare le città in non-luoghi e di smarrire ogni interesse per la pòlis come referente privilegiato della propria azione.
Il risultato a cui siamo giunti seguendo questa strada è sotto gli occhi di tutti: sul piano politico la crisi della civitas si traduce nella rinuncia a impegnarsi a raccogliere, dopo averlo coltivato, il consenso popolare attorno a una progettualità (ormai inesistente), con conseguente concentrazione, in modo esclusivo, sulla soddisfazione delle rivendicazioni di una soggettività irrelata, individualizzata e ripiegata su di sé – ossia preoccupata di far valere, a seconda del contesto, il proprio godimento, la propria egemonia, una richiesta di riparazione per le proprie frustrazioni.
Ne sono scaturiti due processi involutivi i cui effetti appaiono evidenti a chiunque eserciti un minimo di senso critico: la deriva demagogica della politica, col risultato di limitarsi ad assecondare l’umore popolare del momento, e quella speculativa dell’economia, con il disprezzo verso tutto quanto ostacoli la libera affermazione e il domino delle élites. Per un verso, l’arte di compiacere le aspettative del demos e, per l’altro, l’insofferenza verso norme e divieti. Il risultato che si ottiene è tuttavia paradossale. Cresce infatti via via la minaccia del disimpegno politico attraverso la politica stessa, che oggi si manifesta in modo eclatante attraverso la vistosa caduta d’interesse per la pratica del governo, per gli affari pubblici e per la partecipazione, testimoniata dalla crescente e ormai dilagante astensione dal voto.
La crisi delle forme tradizionali di mediazione sociale, che si esprime nella sempre più palese insofferenza per il faticoso ma imprescindibile lavoro della negoziazione tra i diversi interessi in gioco, sposta il baricentro dell’interesse e dell’azione politica dalle istituzioni, come il Parlamento, alla comunicazione mediatica, palcoscenico ideale per una recita a soggetto. Con la crisi della civitas e della mediazione tra psiche e communitas viene compromessa la mediazione necessaria alla socializzazione. L’illusione tipica del modernismo si è così tradotta sempre più nell’abbaglio di far vivere un soggetto a pretese totalizzanti, privo degli argini dettati dal vivere-in-comune Siamo tutti sempre più soli e isolati, nonostante la pletora e la potenza degli odierni mezzi comunicativi.
Occorre per questo invertire la rotta, attraverso una politica che si ponga come obiettivo un recupero della fluidità sociale a partire dalle situazioni dove sono presenti embrioni di civitas, cellule staminali di cittadinanza che si manifestano con pratiche sociali inedite. Queste situazioni sono gli spazi intermedi, che si presentano in forme che associano urbs e civitas – spazi fisici e spazi di possibile coesione sociale – in modi originali, attraverso pratiche sociali dello spazio non convenzionali, come avviene nelle periferie, nelle banlieue, in tutti quegli spazi abitati non ancora consolidati e definiti e che sono per questo in attesa di altri significati.
In questo senso è cruciale il ruolo dei soggetti senza voce o soggetti di confine, che vivono appunto in questi spazi intermedi: soggetti considerati a torto marginali, che costituiscono ed esprimono le minoranze delle nostre  città e dei nostri paesi, che non hanno più una maggioranza coesa e consolidata. Per riprogettare i centri abitati, grandi e picoli, come civitas occorre dunque assumere il concetto di minoranza come punto di vista esterno e alternativo a quelli tradizionali, dando voce ai soggetti più deboli e indifesi e prendendo le distanze da ogni tentazione di imboccare la scorciatoia di un passaggio in qualche modo lineare della politica dalla pianificazione astratta e a tavolino all’attuazione senza mediazione e senza partecipazione.
Solo partendo da questo concetto la politica può tornare ad assumere il compito di far emergere valori condivisi e di generare nuove istituzioni, senza procedere nella direzione di una sintesi politica nel senso usuale – del partito, del sindacato o di qualsivoglia altro soggetto collettivo tradizionale – per cominciare invece a cogliere e a tessere un processo di diffusione a rete e di passaggio da uno spazio, quale quello attuale, di reciproca estraneità a un processo di convergenza e di intersezione di microstrutture politiche e sociali, che è l’unico punto di partenza oggi possibile per ricominciare a rimettere la storia in cammino.
Silvano Tagliagambe si è laureato in filosofia con Ludovico Geymonat e si è perfezionato in fisica all’università Lomonosov di Mosca. È stato professore di Filosofia della Scienza presso le Università di Cagliari, Pisa, Roma “La Sapienza” e  Sassari. Attualmente è professore emerito del Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’università di Sassari, membro del Collegio dei docenti del Máster en Comunicación Social dell’Universidad Complutense de Madrid e del Consiglio Consultivo Centro de Investigacion en Ciencia Politica, Seguridad y RelacionesInternacionales dell’UniversidadLusófona de Humanidades e Tecnologias, Lisboa e dell’UniversidadLusófona de Porto. È direttore delle collane “Filosofia della scienza” dell’Aracne editrice e “Didattica del progetto” dell’editore Franco Angeli.
Tra le sue oltre 250 pubblicazioni da segnalare: L’interpretazione materialistica della meccanica quantistica. Fisica e filosofia in URSS (Feltrinelli, 1972), Scienza, filosofia e politica in Unione Sovietica. 1924-1939 (Feltrinelli, 1978), La mediazione linguistica (Feltrinelli, 1980), L’impresa tra ipotesi, miti, realtà (con G. Usai, Isedi, 1994), Epistemologia del confine (Il Saggiatore, 1997), La città possibile (con G. Maciocco, Dedalo, 1997), Epistemologia del cyberspazio (Demos, 1997), Organizzazioni. Soggetti umani e sviluppo socio-economico (con G. Usai, Giuffré, 1999), L’albero flessibile. La cultura della progettualità (Masson,  1998), Il destino del marxismo in Russia: Dall’idolatria al rifiuto (con V. Mironov, Luiss-Rubbettino, 2001), Il sogno di Dostoevskij. Come la mente emerge dal cervello (Raffaello Cortina, 2002), Le due viedella percezione e l’epistemologia del progetto (Franco Angeli, 2005), Come leggere Florenskij(Bompiani, 2006), Lo spazio intermedio (Università Bocconi Editore, 2008, ed. spagnola Elespacio intermedio, EditorialFragua, 2009), Individui e imprese: centralità delle relazioni (con G. Usai, Giuffré 2008), Saper fare la scuola: il triangolo che non c’è (con V. Campione, Einaudi, 2008), Storia della filosofia, vol. XIV, Filosofi italiani del Novecento, (con D. Antiseri, Bompiani, 2008), People and Space. New Forms of interaction in City Project (con G. Maciocco, Springer-Verlag, 2009); Identità personale e neuroscienze, in S. Rodotà, M. Tallacchini, Trattato di Biodiritto. Ambiti e fondi del Biodiritto, Giuffré, Milano, 2010, pp. 323-360; La svolta semantica. I luoghi della convergenza tra scientiae humanitasoggi, in R. Cirino. A. Givigliano, a cura di, Filosofia e scienza. Percorsi di ricerca e spazi di discussione, Aracne, Roma, 2010, pp. 13-45; The Task and Function of the Translator, in P. Barrotta- A.L. Lepschy, Translation: Transfer, Text and Topic, Guerra Edizioni, Perugia, 2010,  pp. 15-26; Città e spazio pubblico. Organizzazione delle reti e nuove conoscenze, in C. Altini, a cura di, Democrazia. Storia e teoria di un’esperienza filosofica e politica, il Mulino, Bologna, 2011, pp. 413-447; Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche (con A. Malinconico), Raffaello Cortina, Milano, 1911; Un ponte sottile tra le origini della cultura occidentale e la cultura russa, in E. Sciso, a cura di, Le basi ideologiche e culturali della collaborazione tra Russia e Unione europea. Incontro di studi Luiss – MGIMO, Aracne, Roma, 2011, pp. 119-143; La libertà, le lettere, il potere, (con D. Antiseri e P. Maninchedda), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011; I confini tra linea di demarcazione e porosità, in M. Guglielmi- M. Pala, Frontiere Confini Limiti, Armando, Roma, 2011, pp. 221-244; Scuola e nuove tecnologie ‘Italianieuropei’, 3, 2012, pp. 83-90; Il cielo incarnato. L’epistemologia del simbolo di Pavel Florenskij, Aracne, Roma 2013, Jung e il Libro Rosso. Il Sé come sacrificio dell’io (con A. Malinconico), Moretti&Vitali, Bergamo, 2014; La novità e il successo di un progetto formativo. Il caso della Facoltà di Architettura di Alghero, in E. Cicalò, a cura di, Progetto, ricerca, didattica. L’esperienza didattica di una nuova Scuola di Architettura, Franco Angeli, Milano, 2014, pp. 45-67; Neurocommunicationat a crossroadsbetweenEpistemology and Neuroscience, in J. Timoteo Alvarez (ed), Social Neuroccumication. Applying the findings from Neurosciences and Network Theory to the Science and Communication Industry, Media XXI, Porto, 2014, pp. 15-22; Il nodo Borromeo. Corpo, mente, psiche, Aracne, Roma, 2015.
Fonte: Megachip
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