Il problema di Saviano è l’ego smisurato

di Selvaggia Lucarelli

Tra i tanti nemici che Roberto Saviano ha collezionato negli anni, ce n’ è uno che lo scrittore campano ignora di avere: se stesso. Le accuse di plagio, alcune delle quali sfociate in condanne, sono ormai troppe e troppo dettagliate per poter essere liquidate coi suoi soliti mantra: “Il successo genera odio”, “Vogliono distruggermi perché sono un simbolo” e così via.
Di scrittori di successo, di simboli, ce ne sono tanti e Saviano non è certo l’ unico a subire tentativi di delegittimazione, ma qui il problema non è che qualcuno lo accusi di scopiazzare per macchiare il grembiule candido dell’ alunno Saviano. Qui il problema è che l’ alunno Saviano scopiazza impunemente il compagno di banco.

Il problema è che quello di Saviano è ormai un vizio conclamato che al limite regala munizioni ai fucili dei detrattori, ma l’ arsenale è un regalo tutto suo. Inutile ricordare “Gomorra” e le varie condanne definitive per plagio. Inutile ricordare quel suo monologo recitato da Fazio sull’ amianto che poi risultò essere stato scopiazzato da due libri di Giampiero Rossi.
Inutile spiegargli che nella piccata letterina di risposta al Daily Beast che l’ ha accusato di aver scritto ZeroZeroZero rubando a mani basse da inchieste altrui e perfino da Wikipedia, si sente il rumore delle unghie su uno degli oggetti più cari al narciso Saviano: lo specchio.
(perfino la copertina di ZeroZeroZero risultò essere stata copiata da quella di In fondo al pozzo di Spadavecchia, è meta-scopiazzatura, la scopiazzatura nella scopiazzatura).
Bastava dire: “Sì in effetti sono partito da inchieste altrui e poi ho romanzato il tutto. In alcuni passaggi non ho citato le fonti, mi scuso, le aggiungeremo”. E invece no. In pieno delirio narcisistico, come per Gomorra, Saviano si rifiuta di riconoscere il lavoro altrui. “Le informazioni sono di dominio pubblico e non appartengono a nessuno, sono fatti”.
Certo, domani io parto per la Siria, mi infiltro nelle milizie dell’ Isis, scrivo un pezzo, poi leggo le informazioni che ne ho ricavato rischiando la decapitazione in tuta arancione nel libro di un altro senza citazione e incasso. La verità è che Saviano è finito in un paradosso: sembra non distinguere più la realtà dalla fiction non più nei suoi libri, ma nella sua vita. Qualcuno dovrebbe spiegargli che per molti ha smesso di essere credibile, simpatico o autorevole – a seconda dei casi – non quando ha cominciato a vendere libri, ma quando ha cominciato a manifestare evidenti sintomi di mitomania.
Quando ha cominciato ad andare in tv con aria da sommo vate pontificando su tutto, come se il successo di un libro sulla camorra gli avesse consegnato in palmo di mano il seme della verità universale. Quando ha cominciato ad andare in tv dalla De Filippi e a twittare “Questa sera il mio monologo ha fatto il picco di ascolti” con tanto di date e curve, come un Rudy Zerbi qualunque. (Ce lo ricorda pure nella risposta al Daily Beast).
Quando ha cominciato a postare selfie con i vip, accompagnandoli con frasi sibilline che lasciano intendere grande complicità col famoso di turno (il migliore con James Franco e la frase “Con James Franco, sulla strada delle idee…”).
 Quando colto da “invidia del peana” ha cominciato una specie di gara a omaggiare per primo il morto del momento, ricordando sempre non il morto ma se stesso in relazione al defunto. Memorabile, tra i tanti, il tweet sulla morte di John Nash: “A Princeton lo guardavo da lontano passeggiare per il campus, Addio!”, tanto per ricordarci che lui a Princeton ha la tessera fedelity come al Carrefour.
E poi le gaffe, sempre dettate da una mitomania galoppante. Indimenticabile quella volta in cui si mise al volante della Mehari di Giancarlo Siani e si vantò di averla rimessa lui in moto dopo 28 anni dalla morte del giornalista. Marco Risi replicò “Quella Mehari era nel mio ultimo film, qualche volta dovrebbe riconoscere il lavoro altrui”.
O quando millantò di aver ricevuto la telefonata della madre di Impastato. “Da madre ti dico stai attento, da donna ti dico continua”, riferì. I parenti di Impastato gli spiegarono, imbufaliti, che Gomorra uscì nel 2006, la madre di Peppino era morta nel 2004.
Il tutto “impastato”, appunto, con sensazionalistici annunci di essere lì lì per cambiare identità e andare all’ estero (ora vado eh! Sto andando…), con continue interviste sulla sua vita con la scorta (che per carità, sarà un incubo, ma Abbate, Capacchione, Cavalli se la tengono senza ricordarcelo a ogni canto del gallo) e con (sue) cronache compiaciute su premi ricevuti ed esondazioni di folle ai suoi convegni.
Qui sta il punto. Il plagio è chiaro indizio di un problema più grosso: la mitomania. Roberto Saviano non ruba perché Roberto Saviano è la fonte del sapere. Il problema è che se non si deciderà presto a togliere la scorta al suo ego, il passaggio da caso letterario a caso umano è dietro l’ angolo.
Fonte: Il Fatto Quotidiano,  26 settembre 2015.

Tratto da: Dagospia; Megachip

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