Stato e mercato. Togliamo di mezzo un po’ di idee confuse

di Aldo Giannuli

stato_mercato_940Si sta profilando un’abominevole contaminazione ideologica fra stalinismo e neo liberismo, per la quale, all’antico sostrato stalinista si aggiungono dogmi neo liberisti acriticamente assorbiti.

Molti anni fa (il mio amico Franco Acanfora se ne ricorderà) elaborai la categoria (scherzosa) di “marxismo omerico”, per la quale si era creata una “tradizione orale” (esattamente come l’Iliade e l’Odissea formatesi per trasmissione orale da aedo ad aedo) perché nessuno leggeva più nulla ma ripeteva un linguaggio orecchiato che non padroneggiava. Questa “narrazione” (voglio fare il vendoliano) ripeteva concetti tratti della fraseologia marxista (come “caduta tendenziale del saggio di profitto, “lotta di classe”, “capitalismo” ecc.) totalmente sganciati dal significato originario e privi di un vero e proprio significato, ma evocatori di un lontano sapere ormai perso.

Oggi devo aggiornare quell’idea, parlando di “sinistrese omerico”, temo non più in chiave scherzosa, ma per costatare il deprimente livello culturale che stiamo raggiungendo. Procediamo con ordine.

Si sono radicate due idee di marca stalinista:

a. mercato= capitalismo, quindi = destra.

b. Socialismo = proprietà statale dei mezzi di produzione e pianificazione; quindi chi è di sinistra è per la pianificazione statale e contro il mercato.

Cui si sono aggiunte due idee di marca neo liberista accettata senza un’ombra di dubbio:

a. il mercato per eccellenza è quello finanziario, e questo conferma l’inevitabile carattere capitalistico del mercato in quanto tale.

b. L’unica forma di socialismo possibile è quella dell’Urss staliniana, basata sulla soppressione di ogni libertà civile, sulla dittatura del partito unico e sulla statizzazione dei mezzi di produzione e sulla pianificazione. Ed in questo stalinisti e neo liberisti sono pienamente d’accordo.
Vediamo punto per punto.

In primo luogo il mercato pre esiste al capitalismo e, dunque, non si identifica affatto con esso, né presuppone necessariamente l’individualismo proprietario ed il sistema capitalistico. Anzi il capitalismo tende a soffocare il mercato attraverso  gli oligopoli. Marx, ha criticato il capitalismo ma non il mercato in quanto tale e non ha mai prospettato la pianificazione o la proprietà statale dei mezzi di produzione, anzi ha sempre parlato, dopo la rivoluzione, di “semi stato proletario in via di estinzione” ed ha preferito definire il socialismo come sistema di “produttori associati”, formula preferita anche a quella di “dittatura del proletariato”, che compare solo 13 volte in tutta la sua opera e con un significato sociale più che istituzionale e, comunque, di senso molto diverso da quello che assumerà in Russia. Dunque, questa equivalenza mercato-capitalismo è una balla totalmente infondata.

Veniamo alla seconda idea, strettamente dipendente dalla precedente:  il socialismo è il possesso statale dei mezzi di produzione e l’economia pianificata, dunque esclude il mercato. Abbiamo detto che Marx non idealizza affatto lo Stato, anzi ne vagheggia l’estinzione nella fase del comunismo (fase superiore della trasformazione socialista della società) che è subito avviata dalla fase “socialista” (quella inferiore, che segue immediatamente la presa del potere) con il “semi stato in via di estinzione”. Magari si può considerare utopico questa visione della storia, ma, sicuramente non va nel senso di un potenziamento dello Stato attraverso la subordinazione ad esso dell’economia.

Peraltro ci sono stati molti marxisti -anche escludendo la componente socialdemocratica e limitandoci all’area comunista- che hanno cercato di conciliare Stato e Mercato o che hanno parlato di “mercato socialista” o di “socialismo di mercato” (ad esempio Eduard Kardelij, Ota Sik, Randovan Richta, Evsei Liberman, Vladimir Trapeznikov, V. Nemcinov, Pierre Naville, Mohamed Harbi) alimentando esperimenti diversi e di varia fortuna come l’autogestione Jugoslava  o quella algerina, il nuovo corso cecoslovacco, le riforme krusceviane, ma, in fondo, nella stessa ottica di valorizzazione più o meno parziale, andò anche la Nep (che ebbe il suo massimo teorico in Nicolai Bucharin) e le “quattro modernizzazioni” volute da Deng Xiaoping. Sono stati esperimenti molto diversi e spesso divaricanti fra loro e si possono avere giudizi molto diversi da caso a caso (a me le riforme di Deng piacciono ancora meno del “socialismo” staliniano), ma non c’è dubbio che tutte siano andate nel senso di un aggiustamento del rapporto fra Stato e mercato. Dunque, l’idea che il mercato sia incompatibile con idee socialiste è un’altra balla di marca stalinista.

E veniamo alle idee assorbite dal neo liberismo:

1. Il mercato, per sua natura, veicola le merci cedute in cambio di denaro. Ma, nei mercati finanziari si scambiano forme di denaro contro altre forme di denaro (liquidi contro azioni, obbligazioni o future ecc.). Ma il denaro non è affatto una merce. A sostenere che esso lo sia, sono i neo liberisti, un marxista (ma anche un keynesiano di sinistra) non accetterebbe mai questa idea. Ne consegue che i cosiddetti “mercati finanziari” non sono affatto “economia di mercato” ma, al contrario un elemento che stravolge i veri mercati: quelli delle merci e del lavoro. Aver imposto la prevalenza dei “mercati” finanziari sugli altri non è che l’imposizione della dittatura del capitale sulla società, ma ha poco a che fare con l’economia di mercato in quanto tale.

2. Di conseguenza, anche l’idea che l’alternativa concreta si ponga solo fra una società totalmente dominata dal “libero mercato” (inteso anzitutto come “mercato” dei capitali) e società pianificata e statizzata è totalmente infondata, essendoci molte altre alternative possibili e non solo come “via di mezzo” fra l’una e l’altra cosa (come sarebbe nel caso delle socialdemocrazie o delle economie keinesiane) ma come sistema basato su un equilibrio dinamico fra stato e mercato e non necessariamente basato sull’individualismo proprietario. E si capisce perfettamente perché questa alternativa  immaginaria piaccia tanto agli stalinisti quanto ai nei liberisti. Agli stalinisti piace perché gli evita di fare i conti con il fallimento del loro modello, ai liberisti perché proprio quel fallimento rende innocua la sinistra che vi si ispira.

Due considerazioni finali:

a. una economia di mercato resta tale sia che le imprese siano di proprietà privata sia che si tratti di cooperative o di imprese autogestite, dunque può benissimo convivere con un regime socialista basato sull’autogestione;

b. pensare ad una economia di mercato che preveda un intervento correttivo delle “deviazioni” del mercato non è la ricerca di una “mezza strada”, ma un modello diverso tanto della pianificazione statalizzata quanto del libero mercato allo stato brado a patto che ci si ricordi che ogni equilibrio fra stato e mercato non è dato una volta per tutte, ma è un equilibrio dinamico che richiede frequenti aggiustamenti.

Magari la prossima volta provvederò ad aggiungere una bibliografia in materia per i palati più esigenti.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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