Archives for novembre2015

Il commercio equo per rispondere alla violenza

di Alessandro Franceschini*

“Comprare fair trade in questo momento è un atto politico”, così Alessandro Franceschini, presidente di Equo Garantito, l’associazione più rappresentativa del commercio equo e solidale italiano, dopo i fatti di Beirut, Parigi e Bamako. Perché “quel che sta accadendo oggi è il frutto di modelli economici che favoriscono gli interessi di pochi e la spoliazione di intere popolazioni”.

Di fronte a quello che sta accadendo vicino e lontano a noi, di fronte al sostanziale sgretolamento di sicurezze che ci parevano incrollabili, è normale avvertire un senso di impotenza. Le forze in gioco sembrano infatti mosse da mani invisibili e lontane, tanto forti quanto incomprensibili. Legittimo quindi cercare risposte attendendo che politica e istituzioni internazionali prendano una qualche decisione e indichino una via.
Ma attendere non basta: mai come ora è essenziale che ciascuno di noi come cittadino prenda una posizione precisa rispetto a quello che sta accadendo. L’impotenza genera inerzia, e l’inerzia scivola spesso nell’incapacità di leggere i fenomeni e di poterli condizionare. Chi fa parte di una organizzazione di commercio equo e solidale sente che non solo qualcosa si può fare, ma che è arrivato il momento di agire e di convincere le persone che ci stanno vicine ad un atteggiamento costruttivo, dinamico, positivo. Sì, positivo, anche in un contesto così difficile di paura diffusa. Anche dopo Beirut, Parigi, Bamako.
Il contesto globale sta cambiando velocemente, ma appare sempre più chiaro a tutti che quanto oggi sta accadendo è il frutto del rafforzamento di modelli economici che favoriscono gli interessi di pochi e la spoliazione di intere popolazioni. La distruzione degli assetti politici, sociali e produttivi di interi Paesi è la causa della fuga di milioni di persone verso i nostri confini e dell’emergere di forze intolleranti, radicali e violente. Ed è un contesto in cui prosperano elìte e gruppi di potere che di volta in volta si scherano con l’una o l’altra forza in campo; sfruttamento del lavoro, depredazione sistematica dei beni ambientali e culturali; traffici legati agli armamenti, traffico di droga, di essere umani e di denaro sporco. E spesso questo accade attraverso organizzazioni finanziarie internazionali che utilizzano i nostri risparmi, in un gioco che non ha più confini geografici precisi, ma neppure schieramenti netti.
In questo mutato scenario internazionale, in cui tutti i riferimenti che avevamo solo pochi anni fa sembrano anacronistici e in cui non sappiamo più trovare chiavi di lettura valide a decodificare quanto accade, ecco che siamo interpellati tutti come cittadini e consumatori a operare delle scelte precise, a vincere il nostro senso di inadeguatezza: non vogliamo essere parte di un sistema economico che tollera diseguaglianze strutturali, opacità nei mercati commerciali e finanziari, ricchezze fondate sul mercato degli armamenti o su traffici criminali, concentrazioni economiche scandalose che fatalmente diventano poi strumenti di condizionamento politico. L’economia solidale in generale e il Commercio Equo in particolare possono essere parte di questa risposta. Possono essere testimoni delle nostre scelte e delle nostre posizioni. Mai come in questo momento il nostro comportamento di cittadini può dare dei segnali precisi a chi ci sta intorno, soprattutto ai ragazzi che hanno di certo meno punti di riferimento di chi era ragazzo qualche anno fa.
Comprare equo e solidale in questo momento è quindi un atto politico. Perché nel momento in cui l’unico linguaggio comprensibile pare quello della violenza, noi consumatori equi e solidali costruiamo una rete di relazioni fondate sul rispetto e il reciproco riconoscimento culturale tra produttori e consumatori. Perché le botteghe del commercio equo sono luoghi in cui si pratica con ostinazione l’esercizio del dialogo e del confronto, contro ogni semplificazione o chiusura culturale. Perché negli anni abbiamo voluto leggere il mondo che cambiava intorno a noi cercando una via di relazioni più aperta anche alle economie locali schiacciate dalla crisi. Perché infine su alcune questioni capitali non possiamo accettare compromessi, non dobbiamo girarci dall’altra parte o far finta di non vedere. Eravamo un’avanguardia quando si parlava di squilibri tra Nord e Sud del mondo 30 anni fa. Siamo un’avanguardia ancora più oggi perché cerchiamo di costruire un’economia nuova in cui i confini da superare non sono più solo geografici, ma legati a paure e chiusure che ci condizionano nel profondo ad ogni latitudine.
Comprare equo e solidale oggi vuol dire che possiamo reagire all’impotenza e alla frustrazione, rimettendo la giustizia economica al centro delle nostre scelte e quindi del futuro in cui vogliamo sperare e che possiamo già costruire.
* presidente di Equo Garantito
Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Francesco e la saggezza dei quartieri popolari

di Lorenzo Maria Alvaro; Fonte: vita.it

Il Papa in visita al quartiere povero Kangemi di Nairobi ha fatto un discorso commovente sottolineando «mi congratulo con voi, vi accompagno e voglio che sappiate che il Signore non si dimentica mai di voi. Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti».

In questi giorni africani il Papa sta incontrando tutti. Dai leader politici a i leader religiosi passando per gli studenti universitari, le autorità diplomatiche e le gerarchie ecclesiastiche.

Ma c’è solo un ambito in cui Francesco si sente sempre a casa, veramente a suo agio. Ed è tra i poveri. Ogni volta che si trova a conforntarsi con situazioni difficili dalle sue parole e dal suo muoversi traspare tutta la gioia di potersi dedicare a questi figli dimenticati, a questi ultimi chelui costantemente invece mette al centro.

  • Getty Images 498899504
  • Getty Images 498904724
  • E anche in questo viaggio è stato così.
  • Questa mattina il Papa è andato in visita al quartiere povero Kangemi di Nairobi. Qualcosa che va un po’ oltre alla periferia come la intendiamo noi. Una vera e propria bidonville. Qui Francesco ha fatto un discorso commovente, un lungo abbraccio paterno.

Prima di tutto vorrei soffermarmi su un aspetto che i discorsi di esclusione non riescono a riconoscere o sembrano ignorare. Voglio fare riferimento alla saggezza dei quartieri popolari

«Prima di tutto vorrei soffermarmi su un aspetto che i discorsi di esclusione non riescono a riconoscere o sembrano ignorare», ha sottolineato, «Voglio fare riferimento alla saggezza dei quartieri popolari. Una saggezza che scaturisce da un’ostinata resistenza di ciò che è autentico da valori evangelici che la società del benessere, intorpidita dal consumo sfrenato, sembrerebbe aver dimenticato. Voi siete in grado di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo».

Valori che si fondano sul fatto che ogni essere umano è più importante del dio denaro. Grazie per averci ricordato che esiste un altro tipo di cultura possibile

Questa cultura dei quartieri popolari per Bergoglio «ha caratteristiche molto positive, che sono un contributo al tempo in cui viviamo, si esprime in valori come la solidarietà, dare la propria vita per l’altro, preferire la nascita alla morte; dare una sepoltura cristiana ai propri morti. Offrire un posto per i malati nella propria casa, condividere il pane con l’affamato: “dove mangiano 10 mangiano in 12”; la pazienza e la forza d’animo di fronte alle grandi avversità, ecc.» (Gruppo di Sacerdoti per le Zone di Emergenza, Argentina, Reflexiones sobre la urbanización y la cultura villera, 2010). Valori che si fondano sul fatto che ogni essere umano è più importante del dio denaro. Grazie per averci ricordato che esiste un altro tipo di cultura possibile».

Mi congratulo con voi, vi accompagno e voglio che sappiate che il Signore non si dimentica mai di voi. Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti

Poi Francesco ricorda loro, lo aveva già fatto a Cuba, che pur stando alla periferia del mondo, il loro è un ruolo centrale della storia. «Vorrei rivendicare in primo luogo questi valori che voi praticate, valori che non si quotano in Borsa, valori con i quali non si specula né hanno prezzo di mercato. Mi congratulo con voi, vi accompagno e voglio che sappiate che il Signore non si dimentica mai di voi. Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti».

A questo punto il Papa cambia marcia e diventa “politico” e si scaglia contro «l’ingiusta distribuzione del terreno che porta in molti casi intere famiglie a pagare affitti abusivi per alloggi in condizioni edilizie per niente adeguate, del grave problema dell’accaparramento delle terre da parte di “imprenditori privati” senza volto, che pretendono perfino di appropriarsi del cortile della scuola dei propri figli, la mancanza di accesso alle infrastrutture e servizi di base. Mi riferisco a bagni, fognature, scarichi, raccolta dei rifiuti, luce, strade, ma anche scuole, ospedali, centri ricreativi e sportivi, laboratori artistici. Voglio riferirmi in particolare all’acqua potabile e infine la violenza le organizzazioni criminali che si diffondono nell’indifferenza».

Le autorità prendano insieme a voi la strada dell’inclusione sociale, dell’istruzione, dello sport, dell’azione comunitaria e della tutela delle famiglie, perché questa è l’unica garanzia di una pace giusta, vera e duratura

«Chiedo a Dio», conclude il Papa, «che le autorità prendano insieme a voi la strada dell’inclusione socialedell’istruzione, dello sport, dell’azione comunitaria e della tutela delle famiglie, perché questa è l’unica garanzia di una pace giusta, vera e duratura. Queste realtà che ho elencato non sono una combinazione casuale di problemi isolati. Sono piuttosto una conseguenza di nuove forme di colonialismo, che pretende che i paesi africani siano «pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco».

Fonte: vita.it

Read More

Turchia e Russia: i giochi d’azzardo del fronte siriano

di Aldo Giannuli

turchia_russia_940L’abbattimento del Su-24 russo da parte dei Turchi apre una fase diversa del conflitto mediorientale per comprendere la quale occorre iniziare dalla logica che guida i due contendenti ed i due “convitati di pietra” (Usa ed Isis).

Erdogan coltiva confessatamente il sogno neo ottomano di una “Grande Turchia” che torni ad essere grande potenza di area e la satellizzazione della Siria (o di una sua larga porzione) è il primo passo in questa direzione. Si comprende perfettamente come l’intervento russo in appoggio ad Assad (ma, più che a lui personalmente, al suo clan alawita) sia un disturbo insopportabile di questo disegno. E, peggio ancora, se questo si accompagna ad un avvicinamento americano ai russi da un lato ed all’Iran (altro disturbatore sul fronte siriano) dall’altro. Questo realizzerebbe una “tenaglia” che escluderebbe la Turchia dai giochi ed il timore principale è che questo possa favorire la proclamazione di uno stato dei curdi, ad oggi, unici a combattere realmente l’Isis.

La sostanziale complicità della Turchia con l’Isis (come altrimenti spiegare il tranquillo flusso di petrolio, armi e combattenti da e per il Califfato?) è una soluzione tattica sia in senso anti curdo, sia per tenere la tensione funzionale a tenere aperta la situazione, sia come antemurale verso la marea sciita che sale.

Ma questo schema è in forte contraddizione con un altro aspetto della politica di potenza di Ankara: Erdogan gioca a tutto campo e sta cercando buoni rapporti con la “comunità di Shangai” (composta da Cina, Russia e quattro stati centrasiatici dell’ex Urss) ed ha seri interessi economici in comune con Mosca che, a sua volta, ha interesse a tenere buoni rapporti con la Turchia sia per far passare alle sue navi lo stretto dei Dardanelli che per la “partita dei gasdotti”.

Ma, allora, perché la Turchia si è indotta ad un passo così rischioso che rischia di precludergli l’operazione “comunità di Shaghai” e mette a rischio i lucrosi affari con Mosca?

La partita economica non ha scadenze immediate ed Ankara può sempre pensare di recuperare la rottura in un secondo momento, mentre il rischio del consolidarsi dell’asse russo-alawita-iraniano in Siria è imminente ed assai concreto e fa paventare ancor più la temuta nascita dello stato del Kurdistan, con successivo pericolo di secessione delle sue province sud orientali. Quel che sarebbe un disastro dal quale uscirebbe una Turchia più piccola, altro che Grande!

L’abbattimento del jet russo punta ad una serie di effetti a catena: creare una situazione di forte tensione con la Russia che, se incassa il colpo senza reagire, ne esce seriamente ridimensionata ed è costretta ad abbassare il tiro in Siria, se reagisce militarmente crea una situazione di potenziale conflitto con la Nato (cui, sciaguratamente, la Turchia appartiene) ed, intanto, questo rilancia il conflitto ucraino che stava scemando preoccupantemente (per Ankara); in ogni caso questo spezza momentaneamente ilo fronte anti Isis e tiene la situazione ancora aperta. Dunque, una sorta di operazione “rischio calcolato”.

La Russia, dal canto suo, pur non avendo particolari motivi di urto con la Turchia (in fondo, può fare i suoi giochi in Siria senza entrare in conflitto diretto con i Turchi), si trova, però, in un momento difficile della sua strategia. Dal 2008, con la crisi georgiana, si è riproposta sullo scenario mondiale come grande potenza, quantomeno di area, dopo il “ventennio delle umiliazioni” che l’aveva ridotta al rango di media potenza marginale. Successivamente le aspettative di Mosca sono cresciute e la “sfilata della vittoria” il 9 maggio, con la partecipazione di reparti cinesi e con la presentazione del nuovo carro T 14, lo ha chiarito molto bene. La Russia punta ad un equilibrio mondiale a tre con se stessa al centro fra Usa e Cina. L’intervento in Siria, un intervento militare fuori dell’area dell’ex Urss per la prima volta dopo 25 anni, è la dimostrazione di questo nuovo ruolo di grande potenza di serie A. E questo approfittando dell’indecisione euro americana sul che fare verso il Califfato.

Dunque, come puà incassare il colpo senza reagire? In qualche modo, deve dare una dimostrazione di forza perché diversamente tornerebbe al rango di potenza di serie B. Però non può liquidare il tentativo di riavvicinamento agli Occidentali. La Russia ha offerto la sua disponibilità a cavare la castagna dal fuoco dell’Isis per conto degli euro-americani, ma, ovviamente in cambio della chiusura delle sanzioni economiche. Dunque, non può né farsi mettere il bastone fra le ruote da una Turchia qualsiasi né scatenare una guerra che riaproirebbe con violenza la ferita ucraina.
Per ora Mosca si limita a mostrare i muscoli, schierando navi e missili, ma assicurando di non avere intenzioni di scatenare una guerra con l’incauto vicino. Peraltro, non ha neppure richiamato l’ambasciatore ad Ankara. Questo però non esclude né che possa esserci un nuovo “incidente di confine” a parti invertite, né il blocco dell’adesione turca alla comunità di Shanghai, né una campagna mediatica sui rapporti fra turchi e Califfato, né operazioni coperte ( ad esempio, armare sino ai denti i curdi del Pkk). Anche qui, le scelte saranno fatte sulla base del “rischio calcolato”.

Gli americani, e di conseguenza la Nato, non sanno che pesci prendere, spandono fiumi di camomilla: i russi non stanno simpatici, ma rinunciare ad una loro mano per chiudere la questione Califfato sarebbe sciocco, non possono abbandonare un paese Nato, ma via via che dovessero venire fuori le sue compromissioni con l’Isis, diventerebbe impossibile continuare a fingere di ignorarle. Per cui si limitano a predicare la clama e magari proporranno una loro mediazione se la situazione dovesse salire di temperatura.

Al contrario, l’Isis ha interesse a rilanciare la tensione: sin qui hanno dimostrato di essere abilissimi ad infilarsi nelle spaccature e nelle indecisioni degli altri e la cosa più probabile è un nuovo attentato mirato ad approfondire la rottura del fronte avversario.

Tutti giocano d’azzardo, camminando pericolosamente si una corsa assai sottile. Il guaio peggiore è che ciascuno ha in mano una fiaccola accesa, che sotto c’è una catasta di dinamite pronta ad esplodere e che ai margini dello spettacolo ci siamo noi a guardare.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

Read More

Gioielli smog free: l’aria pulita secondo Daan Roosegaarde

di Daniele Boni; Fonte: Architettura Ecosostenibile

Quando il designer Daan Roosegaarde uscì dalla doccia della sua stanza d’albergo a Pechino, in un lunedì d’autunno, vide dalla sua finestra l’iconica sede della China Central Television. Il giorno seguente e quello dopo ancora gli edifici della CCTV erano completamente oscurati dal pesante smog della città. Da questa esperienza nacque l’idea di incorporare quel pesante inquinamento atmosferico in un’altra delle sue sperimentazioni: Roosegaarde è infatti noto in tutto il mondo per le sue opere interattive  e i suoi progetti sociali che creano relazioni futuristiche nel rapporto umano-tecnologia-natura. Così dopo Dune, Waterlicht e Smart Highway, lo Studio Roosegaarde ed il suo team di esperti hanno creato la Smog Free Tower, “il più grande aspirapolvere del mondo” – così come lo stesso designer ha voluto definirla.

La Smog Free Tower di Roosegaarde

La torre usa una tecnologia brevettata agli ioni per migliorare la qualità dell’aria nelle sue vicinanze e per produrre delle “bolle” di spazio pubblico prive di smog, permettendo alle persone di testare l’esperienza sensoriale del respirare aria pulita.

L’obiettivo del progetto non è ovviamente limitato al contesto locale ma ha orizzonti ben più ampi: l’esperienza sensoriale dell’aria fino al 75% più pura vuole essere di sensibilizzazione per le persone che la sperimentano, stimolandole ad immaginare un futuro pulito in cui essi possano diventare parte della soluzione invece che del problema, con la collaborazione ed il lavoro sinergico dei governi, delle organizzazioni non governative, del settore delle industrie clean-tech.

La prima torre Smog Free, alta circa 7 metri, è stata aperta al pubblico da Settembre, in seguito ad una campagna di fundraising, in Vierhavensstraat 52, a Rotterdam e prossimamente farà il giro del mondo, visitando anche città come Los Angeles, Città del Messico e la stessa Pechino.

gioielli-smog-free-b

Il funzionamento della torre smog free

Dopo aver studiato, fin dai primi anni del 2000, i processi di ionizzazione e il meccanismo naturale di pulizia dell’aria dell’olivello spinoso – una pianta della famiglia delle Hippophae, capace di rimuovere dall’aria le particelle di sabbia, sale e particolato – Bob Ursem, ricercatore dell’Università di Tecnologia di Delft, ne immaginò una versione artificiale: dalla collaborazione con il team dello studio Roosegaarde e con European Nano Solution è poi nata la Smog Free Tower.

gioielli-smog-free-c

L’aria viene aspirata all’interno della torre da un sistema di aspirazione radiale posto nella parte alta ed entra in un comparto interno nel quale le particelle più piccole di 15 micrometri vengono ionizzate – gli atomi o le molecole rimangono carichi positivamente. Come trucioli di ferro attirati da una calamita le particelle cariche vengono attratte da un elettrodo posto nella parte bassa dello stesso comparto. Dopo essere stata privata di polveri sottili e particolato all’interno l’aria pulita viene pompata all’esterno da aperture situate nella parte bassa della torre. Il funzionamento della torre è garantito da un impianto microeolico ed essa, utilizzando grossomodo la stessa quantità di energia elettrica di uno scaldabagno, è in grado di pulire circa 30000 metri cubi d’aria l’ora senza produrre ozono.

I gioielli Smog Free

Per concretizzare il lavoro della macchina e rendere il problema dello smog più tangibile, lo studio Roosegaarde ha poi ideato qualcosa di estremamente rappresentativo: con il particolato ottenuto come sottoprodotto della pulizia dell’aria da parte del macchinario, vengono creati dei gioielli Smog Free, un anello o dei gemelli rispettivamente per donne e per uomini. Le particelle di carbonio vengono compresse e sigillate in un cubetto di resina che racchiude 1000 metri cubi di aria pulita: un gioiello che ci si augura sia davvero “per sempre!”.

gioielli-smog-free-d

gioielli-smog-free-e

gioielli-smog-free-f

Fonte: Architettura Ecosostenibile

Read More

Piumini e cappotti appesi ai lampioni per aiutare chi è in difficoltà

Fonte: www.redattoresociale.it

L’iniziativa, del tutto spontanea, si sta diffondendo sulle strade di Sunderland, città dell’Inghilterra del nord: i cittadini appendono ai pali dei lampioni indumenti invernali per chi non può permettersi di acquistarne uno. Le foto in rete diventano virali e l’idea fa il giro del mondo.

Piumini ai lampioniROMA – Sventolano giacche e cappotti, su tanti pali dei lampioni della città di Sunderland, nell’Inghilterra del nord. Non un gesto simbolico, né un bizzarro atto dimostrativo, ma un originale gesto di solidarietà verso chi,con l’arrivo dell’inverno,avrebbe bisogno come tutti di coprirsi. Ma, come capita a qualcuno, non può permettersi di comprare una giacca. Così nasce questa idea, senza un padrino né una firma: un’iniziativa spontanea, partita “dal basso”, senza – a quanto pare – un promotore ufficiale o un coordinamento generale. Semplicemente, si sta diffondendo in questi giorni l’usanza di offrire in questo modo giacche e piumini, mettendoli semplicemente a disposizione di chi ne ha bisogno. Nessuna firma, nessuna spiegazione, nessun logo: solo un bigliettino, attaccato all’indumento, con l’invito a compiere lo stesso gesto, qualora si abbia nel proprio guardaroba una giacca in più. Poche foto, lanciate in rete in questi giorni, stanno facendo il giro del mondo: l’idea piace a tanti, perciò non è da escludere che varchi le frontiere e si diffonda in altre città e altri Paesi.

 

 

 

Fonte: www.redattoresociale.it

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

 

 

 

 

Read More

“Siamo in guerra.” Benissimo comandante: a chi spariamo per primo?

di Aldo Giannuli

hollande_guerra_940Hollande ha deciso che siamo in guerra e lo ha comunicato al Parlamento francese, con piglio napoleonico. Per la verità, noi pensavamo che ci fosse già uno stato di guerra da prima e che i bombardamenti franco americani si giustificassero in un quadro bellico, ma evidentemente sbagliavamo ed erano un banchetto di nozze. Oppure erano solo annunciati ma non effettuati: chissà.

Comunque non ci resta che prendere atto della decisione sovrana che ci porta in guerra, anche se, per la verità, più che a Napoleone, il Presidente francese sembra più somigliante all’ispettore Cluseau. Ma va bene lo stesso: siamo in guerra e mettiamoci l’elmetto.

Il problema, però è capire chi è il nemico. Se la mettiamo sul piano degli attentati, ovviamente il nemico sono i terroristi che stanno in casa. Certo l’operazione di Saint Denis va in questo senso, salvo il fatto che non si capice se la presunta mente dell’attentato sia proprio lui, se è stato beccato o è fuggito ecc. E, comunque, è facile prevedere che i sei o sette caduti saranno ben presto rimpiazzati e, alla fine, si tratta di un “colpetto” abbastanza modesto che non risolve certo il problema. Ed allora che si fa? Rastrellamenti di massa nella balieu?

Se la mettiamo su un piano militare, il nemico da battere è certamente l’Isis, ma come? Con la guerra aerea? Ma sinora cosa abbiamo fatto? E se non ce la abbiamo fatta sin qui, perché dovrebbe funzionare adesso? E’ solo una questione di quantitativo di bombe? Eppure, ricordiamo che, un paio di settimane prima del venerdì 13, era stata fatta una missione aerea sul Califfato giustificata proprio allo scopo di prevenire attentati in Francia: un successo!

Insomma, forse non hanno torto quelli de Il Foglio quando dicono che, senza stivali, la guerra non è guerra. Insomma, che senza intervento di terra siamo al punto di prima. Dunque, prepariamoci a sbarcare… Si però, come la mettiamo con gli alleati? Ad esempio, i turchi in che squadra stanno, con noi o con loro? Perché questo Erdogan sembra più interessato a tritare curdi (che poi sarebbero nostri alleati anche loro) che a battersi con i califfeschi. E poi, quanto ad integralismo islamico, non è che scherzi anche lui. In altri tempi, la Cia avrebbe organizzato un bell’incidente aereo e avremmo risolto il problema, ma la Cia non è più quella di un tempo e fa solo danni. Poi ci sono altri alleati come Sauditi e Quatarioti che sono alleati nostri, ma pagano quelli dell’Isis, perché hanno più la testa ad attaccare gli iraniani che Daesh. Per non ricordare che a Ryad Osama Bin Ladin era di casa… E questo non va bene. Sempre la Cia di un tempo avrebbe organizzato un simpatico attentato suicida di qualche fondamentalista islamico in presenza delle reali famiglie di Arabia Saudita o Quatar. Che poi basta colpirne uno per educarne cento. Ovviamente, dopo l’indignazione occidentale avrebbe condannato l’esecrando delitto con il valente uomo dell’Islam Moderato. Però avremmo anche risolto qualche problema. Ma anche qui non abbiamo più i tecnici capaci di fare di questi intrattenimenti, ed allora che si fa? Bombardiamo Ryiad? Sarebbe una idea.

E con quei delinquenti dei Pakistani che si tenevano al caldo Osama e dovemmo fare tutto a loro insaputa, come la mettiamo? Vi ricordate l’attentato di Mumbay? E quello al parlamento indiano? Quelli sono altri che pensano più ai problemi di casa loro che al resto. Io bombarderei anche Rawalpindi, Karachi, Islamabad (che ci ha pure un nome che tira le bombe da solo).

Poi, di passaggio, potremmo approfittarne per perdere qualche bomba dall’aereo, per errore, mentre passiamo su Tripoli e (perché no?) su Derna.

Tornerebbe buona l’occasione anche per risolvere qualche problemino in Nigeria con quelli di Boko Haram ed in Somalia… Ma non sono di strada e dovremo occuparcene in un’altra occasione.
E quei bastardi della finanza islamica dove li mettiamo? E’ comodo sapere in anticipo di un mega attentato se  giochi in borsa da ribassista! Siamo sicuri che non ci stiano tirando qualche brutto scherzo in borsa?

Qui non possiamo bombardare, anche perché se l’”effetto collaterale” è che resti a terra qualche decina di finanziaeri nostrani poi chi li sente gli altri?  Ma qualche arresto o magari un the corretto alla stricnina ci starebbe magnificamente. E quelli dei servizi, per quanto in decadenza professionale, sapranno ancora fare un “the corretto”, vi pare?!

Insomma Nostro comandante, nostro Napoleone del Moulin Rouge, a chi spariamo per primo?

Fonte: blog di Aldo Giannuli

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Isis: l’errore di partenza

di Aldo Giannuli

Iraqi soldiers from the 1st Iraqi Army Division and U.S. Soldiers board a U.S. Marine Corps CH-53 Super Stallion helicopter at Camp Ramadi, Iraq, Nov. 15, 2009, during a static loading exercise being conducted to prepare for upcoming missions. The Soldiers are assigned to the 2nd Battalion, 504th Parachute Infantry Regiment, 1st Brigade Combat Team, 82nd Airborne Division. (DoD photo by Staff Sgt. Daniel St. Pierre, U.S. Air Force/Released)Tutta la questione dell’Isis e della conseguente decisione sulla guerra, si basa su un assunto di partenza: che l’Isis voglia distruggere l’Occidente cristiano, il nostro stile di vita, le nostre libertà e trasformare San Pietro in una Moschea, come si legge nei loro proclami che ci appaiono farneticanti. Dunque è l’Occidente il nemico principale della jihad da cui dobbiamo difenderci. Ma le cose stanno proprio così?

Indubbiamente questa è la versione propagandistica dell’Isis e non c’è dubbio che gli jihadisti “di base” (se ci si consente il termine) pensa esattamente questo ed è disposta ad immolarsi con gli attentati suicidi, anche per vendicare i morti dei bombardamenti occidentali.

Forse è il caso di ricordare che le imprese guerresche occidentali hanno fatti 1 milione di morti fra i civili irakeni, centinaia di migliaia fra gli Afghani, decine di migliaia fra libanesi, libici ecc. Senza contare i palestinesi nel conflitto con gli israeliani. Dunque, che ci sia un sentimento di forte ostilità nei confronti dell’occidente è del tutto plausibile e non solo fra gli estremisti della Jihad, ma anche fra la gente comune ed è proprio su questo risentimento che gli jihadisti fanno leva sia per allargare la loro sfera di influenza, sia per delegittimare, parallelamente le classi dirigenti nazionali dei paesi arabi o, comunque, islamici.

La “narrazione” della guerra Occidente-Islam è profondamente distorsiva ed impedisce di vedere una serie di aspetti di grande importanza. In primo luogo occulta il dato della guerra civile islamica che, come diremo, è prevalente sulla guerra con l’Occidente. In secondo luogo alimenta la leggenda di un islam moderato che si identifica con i pretesi alleati dell’Occidente (sauditi, quatarioti, Erdogan ecc.) che, al contrario, rappresentano la parte peggiore e più integralista dell’Islam.

Di conseguenza, spinge ad individuare come nemici primari molti settori laici dell’Islam come i regimi militari Baaht o gli yemeniti. Ovviamente, Gheddafi, Saddam, Assad hanno espresso regimi di ripugnante autoritarismo che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, su questo non c’è dubbio, ma sono stati (come peraltro lo è in una certa misura il regime dei generali egiziani, per nulla migliore dei regimi Baaht) un argine al fondamentalismo jihadista e, forse, non erano i nemici da affrontare per primi.

Poi si tende ad una identificazione fra Islam e suoi settori jihadisti secondo l’erratissimo schema del conflitto di civiltà che individua il nemico nell’Islam in quanto tale. Ed è interessante notare che di questa idea esistono due versioni speculari: quelle di destra alla Fallaci (per intenderci) che è accettata da Pierluigi Battista o Giuliano Ferrara, ma anche una di “sinistra” di quelli che riconoscono nell’azione Isis la risposta armata ed asimmetrica all’aggressione occidentale, e, per ciò stesso, l’espressione dell’Islam che resiste”.

Che ci sia una aggressione occidentale è fuori discussione, così come il fatto che si siano compiuti orrendi crimini di guerra da parte degli americani, quello che non è vero è che l’Isis rappresenti il mondo islamico, quel che legittimerebbe perfettamente il delirio del conflitto di civiltà. Ma, soprattutto, questa visione rozzamente manichea, non opera alcuna distinzione fra militanti di base e gruppo dirigente jihadista.

L’immagine che si ha e si diffonde dei capi jihadisti, sia Al Quaeda che Isis (e prima delle altre formazioni come quella algerina del Fis) è quella di rozzi ed esaltati capi setta, che davvero sognano di espandere il loro dominio a tutto il medio oriente, mezza Europa e, in futuro, in India.

In realtà, tanto i capi di Aq quanto quello dell’Isis, al di là della propaganda, hanno dimostrato grande realismo politico, abilità nel giocare di sponda e capacità comunicativa non comune. Nel caso dell’Isis, inoltre, hanno dimostrato una non comune capacità organizzativa. Per gli jihadisti, la guerra civile islamica è il vero piano strategico su cui misurarsi, mentre l’Occidente è solo un “nemico di rimbalzo”. Quello che interessa ai capi della Jihad è la costituzione di una grande potenza teocratica di area. Il mondo islamico, sulla carta, assomma a 1 miliardo e 200 milioni di persone, con un esercito chge complessivamente raggiunge i 20 milioni di uomini con sofisticatissimi sistemi d’arma (grazie soprattutto agli acquisti dell’Arabia Saudita e dell’Egitto), dispone di una potenza nucleare (il Pakistan) e forse due (con l’Iran), è una potenza finanziaria di prim’ordine grazie al controllo della maggior parte della produzione petrolifera mondiale. Ma non conta praticamente nulla: non ha nessun membro permanente del consiglio di sicurezza, nessun membro del G8 ed a stento uno (l’Egitto) nel G20, ha un peso arginale nella City di Londra e praticamente nessuno a Wall Street, non conta niente nel Fmi e nella Banca mondiale ecc. Gli islamici, dove sono minoranze, sono messi ai margini delle rispettive società (in Europa, e sai pensi alla banlieu, in Cina gli uiguri, in Russia i ceceni, per non dire dei palestinesi e della minoranza islamica in India ecc.) senza che nessuno ne possa assumere la rappresentanza a livello mondiale, facendone valere i diritti.

Questo perché il mondo islamico è frazionato in una trentina di stati, nessuno dei quali ha il rango di grande potenza di riferimento, mentre ci sono una mezza dozzina di aspiranti a questo ruolo, che giocano la partita su piani diversi (Egitto, Irak, Pakistan, Turchia, Indonesia, Arabia Saudita, Iran, recentemente anche il Quatar). Gli jihadisti ritengono che la radice del male stia proprio nella costituzione di Stati nazionali che spezzano l’”Umma” e ritengono (per certi versi non infondatamente) che il modo per permettere al mondo islamico di entrare nella “stanza dei bottoni” del potere mondiale è proprio quello di abbattere gli stati nazionali e costruire un superstato islamico  fondato sulla nozione teologica di Califfato.

In questo quadro, il principale nemico della Jihad non sono i “crociati” di Europa ed America, ma proprio le classi dirigenti nazionali islamiche. Gli occidentali sono appunto, un “nemico dello schermo” che serve a dimostrare chi ha il coraggio di opporsi al “ Satana occidentale” e delegittimare le classi al potere negli stati arabi e comunque islamici, presentandole come corrotte ed asservire al nemico. Da questo punto di vista, gli jihadisti hanno già ottenuto notevoli successi, mietendo consensi che, se ancora minoritari, non sono affatto irrilevanti, attingendo al grande bacino della frustrazione delle masse islamiche. Dunque, lo scontro con l’occidente, dalle invasioni subite agli attentati inflitti, hanno una valenza essenzialmente tattica.

L’eventuale nuova  invasione di europei ed americani avrebbe facilmente ragione delle forze del Califfato, ma questo è nel conto: l’attuale configurazione geografica dello Stato Islamico non è data affatto per definitiva e neppure la stessa esistenza dello stato è ritenuta un dato necessariamente stabile. Se l’attuale “Califfato” fosse distrutto da forze preponderanti, magari dopo sanguinosissimi scontri in cui perissero decine di migliaia di suoi combattenti, sarebbe molto facile ribaltare la sconfitta militare (inevitabile) in un enorme successo propagandistico, con tanto di schiere di martiri caduti per la fede. Ed il reclutamento riprenderebbe moltiplicato in ogni parte del mondo.

Perdonatemi l’accostamento blasfemo, lo faccio solo per dire quale potrebbe essere la valenza propagandistica del fatto, sarebbe qualcosa di molto simile a quello che fu, per il movimento socialista mondiale, la Comune di Parigi: una grande tragedia, con migliaia di massacrati, ma che si convertì in uno strumento di straordinaria efficacia per costruire l’immaginario intorno a cui far crescere il socialismo.

E gli attentati in Europa (ed Usa) non diminuirebbero, ma, al contrario aumenterebbero. Allora come se ne esce? Ne riparliamo una delle prossime volte, ma certamente non con una avventura militare che andrebbe proprio nel senso di quello che l’Isis vuole.

fonte: blog di Aldo Giannuli

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More

Syria and the pipelines

di Eugenio Benetazzo

pipelinePrima di procedere con l’esposizione di questo redazionale proviamo a fare il gioco del Risiko sullo scacchiere mondiale in questo modo potremmo anche cercare di interpretare quanto accaduto a Parigi lo scorso 13 Novembre. Pertanto vediamo chi è amico di e nemico di. La Russia per retaggio storico e culturale è ancora un naturale nemico degli USA, la Russia tuttavia è ancora il partner energetico chiave per l’Unione Europea, quest’ultima alleata militare e culturale degli stessi USA: ricordiamo a tal fine la crisi in Ucraina e l’embargo occidentale verso la Russia. La Siria è uno storico alleato della Russia in Medio Oriente, le dotazioni dell’esercito siriano sono di derivazione sovietica, nel porto della città di Tartus è situata l’unica base navale russa che consente il presidio e la possibilità di intervenire nelle acque del Mediterraneo. Per la Russia questo porto di appoggio logistico e militare è più che strategico, direi quasi vitale, senza di esso infatti non potrebbero effettuare rifornimenti ed assistenza alle altre forze armate che dovessero essere collocate nelle coste del Mediterraneo o intervenire eventualmente in Medio Oriente. La Siria è inoltre alleata naturale dell’Iran per ovvie ragioni ideologiche, l’Iran per la sua recente apertura al mondo occidentale è in pieno contrasto con i paesi islamici di chiara matrice ortodossa, nonostante questo non può essere considerato un paese alleato agli USA. Quali sono invece i paesi ortodossi nel mondo islamico in piena divergenza con l’Iran ? In prima battuta abbiamo l’Arabia Saudita, il cinquantunesimo stato degli USA, ancora primo esportatore di greggio al mondo ed anche primo cliente della difesa statunitense.

Oltre all’Arabia Saudita abbiamo anche il Qatar ed il Kuwait smaniosi di conquistare una fetta del mercato energetico europeo, soprattutto il mercato del gas. Sullo sfondo mancano ancora due importanti attori dell’area, l’Irak e la Turchia: il primo è un paese non allineato agli USA nell’area medio orientale (non penso che serva spiegarne le ragioni), mentre il secondo, soprattutto ora con la nuova governance di Erdogan, sempre più vicino a Washington ed i suoi alleati con in testa tutto il blocco continentale europeo. Ultimo l’ISIS, presente ormai per due terzi in Siria e per un terzo sul territorio iracheno. Sullo sfondo di fianco a questi attori troviamo il secondo e più ricco mercato dell’energia al mondo, quello europeo, che come molti sanno ha sempre avuto come principali partner energetici la Russia e la Libia (quest’ultima ora sotto assedio ISIS), entrambi in eterno conflitto con gli USA. Chi porterà il gas in Europa ed in che modo lo farà nei prossimi anni rappresenta al momento la principale sfida mondiale in campo energetico che coinvolge gli interessi di almeno una dozzina di paesi sostanzialmente schierati in due fazioni, chi sta con sotto l’egida di Washington e chi sta con Mosca. I principali esportatori di gas al mondo (escludendo gli USA) sono in ordine di riserve detenute Russia, Iran, Qatar e Arabia Saudita. Nello specifico il più grande giacimento di gas al mondo denominato South Pars North Dome con un potenziale estrattivo di oltre 50 trilioni di metri cubi è ubicato proprio nel Golfo Persico tra la costa qatarina e quella iraniana con una estensione di circa 10.000 km quadrati, il 60% dei quali competono a diritti di sfruttamento del Qatar ed il restante 40% all’Iran.

Quali saranno le arterie che porteranno energia all’Europa, chi le costruirà e soprattutto chi le controllerà rappresenta una mossa di strategia geopolitica vitale per il controllo degli equilibri planetari nel futuro. Pensate solo ad un Europa che viene allattata da un partner amico della Russia (sempre più in sintonia con la Cina) piuttosto che da un paese alleato con gli Stati Uniti. Progetti di nuove pipelines (leggasi gasdotti) sono in gestazione da anni ed alcune sono anche andate vicine anche alla loro fatidica implementazione. Il più famoso è stato il gasdotto South Stream, che doveva unire la Russia all’Unione Europea, attraversando le acque territoriali turche, passando per la Bulgaria e la Serbia. Politicamente i leader che ne avevano reso possibile l’ideazione nel 2009 furono Putin, Erdogan e Berlusconi, mentre il consorzio di general contractor che si era impegnato alla sua realizzazione era formato da ENI, Gazprom e EDF. Tuttavia l’embargo commerciale dell’UE (richiesto da Washington) che venne istituito contro la Russia per la gestione della crisi ucraina portò come conseguenza l’abbandono del progetto da parte della Russia proprio un anno fa (Dicembre 2014). Sempre in parallelo, nello stesso periodo viene formulato il progetto di un secondo gasdotto, il Nabucco, volto a rafforzare la capacità di approvigionamento energetico dell’EU mediante un nuovo corridoio che partiva da Baku (Azerbaijan), passava per Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria sino ad arrivare in Austria.

Il Nabucco avrebbe dovuto rifornirsi non dalla Russia rispetto a South Stream, ma da più partners fra loro indipendenti come Kazakistan, Turkmenistan, Irak e Iran. Nel 2013 il progetto del Nabucco viene abbandonato per fare spazio al TAP (ossia il Trans Adriatic Pipeline), questo in considerazione degli elevati costi di realizzazione del Nabucco (quasi 8 miliardi) e dei rischi sistemici legati al transito del gasdotto in paesi non ancora garantisti e politicamente instabili. Il TAP porterà in Italia (con aggancio in Puglia nel territorio leccese) il gas proveniente da approvigionamenti nel Mar Caspio passando per Grecia ed Albania, questo vi fa capire l’importanza che riveste la Grecia per Washington. La realizzazione del TAP è stata formalmente autorizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico nel maggio di ques’anno come infrastruttura di pubblica utilità ed urgenza. Con il TAP autorizzato e destinato ad agganciarsi in Turchia ad un altro gasdotto, il TANAP ossia il Trans Anatolian Pipeline, possiamo finalmente inquadrare gli episodi di cronaca nera di Parigi. Per inciso TAP e TANAP rappresentano l’ossatura portante del Corridoio Sud del Gas, infrastruttura strategica per consentire l’accesso al mercato europeo a fonti energetiche diverse da quelle russe. A questo punto possiamo presentare il progetto di gasdotto avanzato da Qatar ed Arabia Saudita, denominato con molta fantasia in Turkey-Qatar Pipeline, il quale prevede un’arteria di collegamento tra i giacimenti estrattivi del Qatar, passando per l’Arabia Saudita, transitando per Giordania e Siria, con approdo in Turchia per collegarsi al Corridoio Sud del Gas di cui abbiamo fatto menzione prima.

Sostanzialmente in questo modo vengono estromessi Iraq, Iran, Russia e Siria, quest’ultima che verrebbe ridimensionato non poco il proprio potenziale logistico. Nel 2011 il governo di Assad rifiuta il progetto di gasdotto proposto da Qatar e Arabia (immensamente sponsorizzato da Washington, ricordate sempre il ruolo dell’Arabia Saudita nell’economia statunitense) ed invece avanza e propone l’ipotesi di un secondo nuovo gasdotto denominato anche questo con grande fantasia Iran-Iraq-Syria Pipeline successivamente ribattezzato in Islamic Pipeline (caldamente sponsorizzato dalla Russia) in cui la Siria riveste un ruolo strategico nell’infrastruttura in quanto il gas arriverà nelle coste siriane e da lì mediante rigassificatori rifornirà le navi metaniere che andranno nei porti europei, mentre nel primo progetto il gas arriverebbe direttamente in Turchia, un paese schierato ed oggi alleato agli USA. All’Irak il progetto di Assad pare un sogno sia per i diritti di transito di cui beneficerebbe sia per lo schiaffo morale che potrebbe dare in questo modo agli USA stessi. A questo punto possiamo capire l’entrate in scena dell’ISIS (fatalità nello stesso periodo) e di chi lo finanzia ossia Turchia, Qatar, e Arabia Saudita, paesi che vogliono destabilizzare il governo di Assad per sostituirlo con uno compiacente in grado di avallare il loro progetto di gasdotto. Si tratta pertanto di una faida in seno a tutto il Medio Oriente il cui scopo non è più di tanto il denaro in sè, ma la sudditanza energetica dell’Europa e chi potrà controllare e governare questo rapporto di sudditanza. Gli USA temono infatti nei prossimi due decenni di perdere la loro egemonia valutaria (e per tanto il dominio su tutto) qualora dovessero perdere influenza ed ingerenza nelle scelte di politica energetica di paesi oggi partner ma domani forse. Gli attentanti di Parigi al pari di quelli di New York nel 2001 hanno smosso e scosso l’opinione pubblica tanto da osannare un immediato intervento militare nell’area in un momento di impasse che vedeva il fronte occidentale in difficoltà per il supporto ed assistenza sovietica. Solo dopo questo intervento potremmo capire quale progetto di gasdotto verrà imposto alla Siria, magari proprio quello voluto da Washington, rispetto a quello sponsorizzato da Mosca. Alla fine gli USA non fanno altro che proteggere e rafforzare sempre i propri interessi in ottica di lungo termine a scapito di altri paesi, tuttavia proprio come ha sempre fatto lo stesso Assad per il proprio paese.

Fonte: blog di Eugenio Benetazzo

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

La città che apprende è una città diversa

di Giovanni Fioravanti*

11018907_841102315956711_4232206733433882771_nÈ dal 2004 che l’amministrazione della città di Cork organizza il ‘learning festival’ per promuovere l’apprendimento fra i suoi cittadini. Cork è una città dell’Irlanda, seconda come densità demografica dopo Dublino. Come tante altre città nel mondo, Cork nello scorso mese di marzo, dal 23 al 29, ha celebrato il suo dodicesimo festival dell’apprendimento.

Cittadini, istituzioni, associazioni e organizzazioni hanno promosso eventi, hanno aperto i loro spazi per offrire alla gente un saggio di tutte le opportunità di apprendimento disponibili in città. Per una settimana l’apprendimento si è presentato al pubblico con spettacoli gratuiti, dibattiti, sessioni di prova, visite guidate, mostre e dimostrazioni. Centri per le famiglie, comunità, biblioteche, teatri, musei, parchi, campi sportivi, scuole e università i luoghi coinvolti. ‘Indaga, partecipa, celebra l’apprendimento’, il motto del festival di quest’anno, che come sempre si propone di motivare i cittadini di ogni età, con capacità e interessi molto diversi, a condividere le proprie competenze e ad acquisirne di nuove.

 

 

 

 

12017695_1504858493159891_2292445452902498078_o

L’apprendimento è condivisione

La Commissione dell’Unione Europea da tempo ha coraggiosamente affermato che l’apprendimento continuo non è più solo un aspetto dell’educazione e della formazione: deve diventare il fondamento, il principio guida dell’intero sistema formativo, dell’intero sistema di erogazione e di partecipazione sullo spettro totale dei contesti di apprendimento.
L’enfasi va posta sui diritti dell’individuo come discente, sullo sviluppo del potenziale individuale, su sistemi formativi fondati sul diritto universale ad apprendere, sul piacere, sul promuovere e certificare il successo anziché, come ancora accade nelle nostre scuole, sanzionare l’insuccesso, sull’abbattere le barriere dell’apprendimento, sulla soddisfazione dei bisogni e delle istanze di chi apprende, sul celebrare l’apprendimento con festival dedicati all’apprendimento. In questa prospettiva è evidente che tutta la società deve farsi apprendimento, perché gli individui e la scuola con le solo loro forze non sarebbero in grado di risolvere tutti i problemi della conoscenza.

In questa dimensione l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone, anziché processo che avviene in modo quasi esclusivo all’interno delle istituzioni scolastiche.

Diventare una Learning City

Secondo il programma della Commissione dell’Unione Europea una ‘learning city’, una città che apprende va al di là del proprio compito istituzionale di fornire istruzione e formazione, crea un ambiente partecipativo, culturalmente consapevole ed economicamente vivace, attraverso la fornitura e la promozione attiva di opportunità di apprendimento in grado di sviluppare il potenziale di tutti i suoi abitanti. Riconosce e comprende il ruolo fondamentale dell’apprendimento per la prosperità, la stabilità sociale e la realizzazione personale, mobilita creativamente e sensibilmente tutte le risorse umane, fisiche e finanziarie per sviluppare appieno il potenziale umano di tutti i suoi abitanti.

 

 

 

11415487_10153505211582275_2674858757481708648_o

Le partnership locali per l’apprendimento continuo sono le scuole, le università, le imprese, gli enti locali e regionali, i centri di formazione per gli adulti e le associazioni di volontariato.

La città della conoscenza incoraggia lo spirito di cittadinanza e il volontariato, i progetti che permettono di attivare l’impegno, il talento, l’esperienza, le conoscenze presenti nelle comunità.

La città della conoscenza estende il numero dei luoghi in cui avviene l’apprendimento, in modo che i cittadini possano riceverlo dovunque, quando e come vogliono.

L’apprendimento è considerato creativo, appagante e piacevole. Ogni aspetto della comunità fa parte integrante del programma di apprendimento. Le biblioteche, i musei, i parchi, le palestre, i negozi, le banche, le aziende, gli uffici municipali, le fattorie, le fabbriche, le strade e l’ambiente forniscono opportunità di apprendimento, strutture e servizi per autodidatti.

Festeggiare l’apprendimento

Nel nostro Paese si tengono ogni anno i festival della letteratura, della filosofia e ancora altri, perché allora non unire in una rete, in un disegno coerente le tante opportunità offerte dalle nostre città per celebrare il Festival dell’Apprendimento capace di far incontrare e dialogare la scuola, la città, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione, di interesse comune.

Questo vuol dire confrontarsi in concreto con l’idea di città della conoscenza.

Si tratta di procedere oltre i progetti e i programmi di lifelong learning orientati a riprodurre modalità tradizionali di intervento formativo, troppo simili a quelle predefinite dai sistemi scolastici, ovvero dai principi che regolano i percorsi di istruzione, compresi quelli dell’istruzione superiore, ovviamente anche universitaria, dunque un momento decisivo per il ripensamento dei modi, dei tempi e dei luoghi dell’apprendimento.

In questa cornice i festival dell’apprendimento costituiscono l’occasione per festeggiare e promuovere l’apprendimento, per veicolare il messaggio dell’apprendimento a un gran numero di cittadini, esaltare il piacere di imparare, conoscere i benefici che ne derivano per la città e i suoi abitanti.

Festival in tutto il mondo

Il prototipo di “learning festival” è stato sviluppato in Giappone, il cui governo ha sponsorizzato e finanziato, tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, varie città che tenevano a turno un festival dell’apprendimento ogni sei mesi. Con il festival di Sapporo, nell’isola settentrionale di Hokkaido, più di sessantamila adulti sono rientrati nel circuito dell’apprendimento continuo.

sydney-learning-festival

Ma questi eventi si possono utilizzare anche per tanti altri scopi come mostra il caso del Marion festival. Marion è uno dei più grandi sobborghi della metropoli di Adelaide, nel South Australia e ospita uno dei più importanti centri di apprendimento continuo. Il “Marion City Lifelong Learning Festival” dura una settimana, si tiene ogni settembre a partire dal 2002. Tra le numerose attività del festival ci sono esibizioni di cori di tutte le età, bande, gruppi jazz, orchestre da camera, gruppi di danza classica, moderna, gruppi teatrali e ginnici. Nelle strade si esibiscono prestigiatori, trampolieri, danzatrici del ventre, cantanti e mangia fuoco. Gli scrittori parlano dei loro romanzi e i poeti recitano le loro poesie. Diverse decine di corsi vengono messi a disposizione di quanti vogliono imparare dai rudimenti dello spagnolo alla cucina, alla disposizione dei fiori, alla navigazione in internet, fotografia, astronomia, ecc.

Un centinaio di stand presidiati dai rappresentanti dei principali fornitori di apprendimento, formali e informali, scuole, università, centri di formazione professionale, centri di istruzione per gli adulti, centri di comunità, gruppi di volontariato e portatori di interessi specialistici. Altri stand con asili, aziende come la Mitsubishi, gruppi teatrali, enti benefici, centri di assistenza sanitaria, borse di studio, palestre, circoli sportivi, chiese, servizi statali e locali, gruppi familiari, agenzie di viaggio e turismo, l’esercito, l’università della terza età. Tutto progettato in modo da esaltare il piacere dell’apprendimento.

A Mount Isa nel South West Quennsland, una regione prevalentemente agricola e mineraria, il festival si incentra sulle scuole, intese come “hub di comunità” e si tiene su un treno itinerante sponsorizzato dalla Quennsland University of Technology. Il festival organizza pure la “family maths night”, che pare richiamare talmente tanta gente da costringere gli organizzatori a prolungare l’attività oltre la fine del festival. Inoltre nell’ambito di questa iniziativa viene sviluppato il progetto satellitare Nasa, portato avanti in collegamento con alcune scuole degli Usa e sempre in collaborazione con la Quennsland University of Technology.

È sufficiente navigare in internet digitando ‘learning festival’ per rendersi conto della diffusione di tale evento in diverse città sparse per il mondo, dalla Francia, all’Irlanda, alla Scozia. L’Unesco con un sito appositamente dedicato ha fatto del ‘Festival de l’apprentissage’ una iniziativa di portata mondiale.

12038185_1498125350499872_7639144135762031956_n

E in Italia? Nel nostro Paese nulla di tutto questo accade, fatta eccezione per il festival dell’apprendimento che da due anni viene organizzato nel mese di ottobre a Padova per iniziativa dell’Associazione italiana formatori (Aif), si tratta di una serie di seminari e lezioni che in realtà sono distanti dallo spirito dei ‘learning festival’ come finora l’abbiamo illustrato.

Il tema della conoscenza nel nostro Paese è così settorializzato, frantumato che si fatica ad assumere l’idea che l’interazione tra i luoghi del sapere, la loro cura e diffusione, nei fatti, non fa altro che tessere quel grande territorio e contenitore entro il quale si svolge l’istruzione permanente di ognuno di noi. Di conseguenza i temi della tutela e valorizzazione dei beni culturali, della scuola e dell’università non vengono pensati e considerati dalla politica come tra loro interdipendenti, come un unico discorso a vantaggio della comunità e dei singoli cittadini.

La comunità che apprende

Si continuano a praticare politiche settoriali, a se stanti; i beni culturali in funzione del turismo, la scuola per i giovani, l’università per l’istruzione terziaria, rinunciando ad avere una visone di insieme e, quindi, un progetto di più largo respiro. Si perde regolarmente di vista la comunità che siamo, la possibilità di una più ampia fruizione di saperi, conoscenze e informazioni come risorse che devono essere fatte circolare, messe a disposizioni di tutti, per la crescita economica, sociale, culturale di tutti e di ciascuno. I mezzi ci sono, per questo è nata la rete mondiale delle “Città che apprendono”, patrocinata dall’Unesco.

 

12193533_10204908485773628_5867939550421388516_n

Sarebbe davvero auspicabile che l’iniziativa dei festival dell’apprendimento partisse direttamente dalle nostre scuole, in ogni città per far incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune. Sarebbe l’occasione per riconoscere concretamente e pubblicamente quanto la città considera importante il lavoro, l’intelligenza e la fatica quotidiana delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, di quanti, a qualunque età, sono impegnati a fare di ogni città una città che apprende.

 

 

 

 

 

* Pubblicato in Rivista dell’istruzione n. 5 – 2015 (fonte istruireilfuturo.com)
* docente di Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione presso licei ed istituti superiori, attualmente è dirigente scolastico a Ferrara

Fonte: comune-info.net

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

Read More

Un filosofo in un campo da calcio

Una breve esperienza di sangue e filosofia in un campo di calcio. Realmente accaduta. Perché quando si è filosofi lo si è anche alle prese col pallone

Roma. Ottobre, sera. Umidità e freddo. Sono in strada, con i miei due coinquilini. Tre ombre su un marciapiede poco illuminato. Ci stiamo recando a passo svelto verso il luogo del massacro, il Golgota. Un campetto di calcetto a cinque, di proprietà di una parrocchia di Roma. E’ a soli 10 minuti da casa, ma sembrano venti, data l’acqua che si deposita silenziosamente sui nostri pantaloncini da calcio e sulle nostre gambe da cicogna  pelose. “Raffaele, grazie per avermi chiamato, ma quindi è gratuito?” chiedo quasi tremando per il freddo. “Sì Alessà, è il campetto della parrocchia che frequento io, dove faccio parte del gruppo giovani”. Io: “Certo che tu, sto’ gruppo ciovani, proprio sei masochista”. Lui, giustamente: “E’ gratis e ti lamenti?”. Sorrido: “Se è gratis, vuoi dire che l’abbiamo già pagato con l’8 per mille”. Raffaele sembra non aver sentito. Poi rilancio: “Ma è sicuro che un ateo mangiapreti come me ed uno sporco rifondarolo come Francesco possono giocare?”. Nessuno risponde, Francesco si limita, marciando e con occhi bassi, ad alzare il pugno al cielo ed ad intonare la melodia dell’Internazionale.

Arriviamo alla parrocchia, Raffaele ci presenta il viceparroco che compare improvvisamente come Batman da una porta buia, che ci sorride e ci conferma una notizia che già sospettavo, in un tono angelico: ”Giocherò con voi, ci vediamo fra qualche minuto al campetto”. E’ un ragazzo alto e di bell’aspetto, un sacerdote, ma non si direbbe, visto che non ha il collare. “Ha 25 anni” ci sussurra Raffaele mentre siamo diretti al luogo del massacro. Io, mentalmente, aggiungo: “25 anni, e non è precario… è probabile che se è prete a 25 anni gli hanno fatto bruciare le tappe ed il cervello in qualche seminario minore, poverino”.

Poco dopo, siamo lì a fare qualche giro di campo per riscaldarci, i riflettori sono già accesi. Io e Francesco ci guardiamo in viso e sorridiamo, complici. Sappiamo entrambi esattamente il perché della nostra velata ilarità. Ci sentiamo un po’ a disagio: sono tutti più piccoli di noi, prete compreso. Credo che il più piccolo abbia 16 anni. Mi avvicino a Francesco per riversargli un attimo il contenuto della mia mente, a memoria: “La vita fugge e non s’arresta un’ora, e la morte vien dietro a gran giornate, e le cose presenti e le passate, mi danno guerra, e le future ancora…”. Lo faccio giusto per sentirmi dire: “Petrarca? Che palle, Alessà”. Il nostro siparietto comico-spalla viene interrotto dal prete, che ci invita al centro del campetto. Capisco immediatamente cosa sta per succedere, e ho poco tempo per decidere il da farsi. Ma in qualche secondo, il mio nodo mentale si è sciolto e so già quel che farò. Creiamo un cerchio umano di dieci individui attorno alla linea di centrocampo. Loro fanno il segno della croce (io rimango immobile), ci prendiamo per mano e comincia il “Padre nostro” comunitario. Io, pur tenendoli per mano e chiudendo il cerchio, rimango in silenzio, con gli occhi bassi. Mentre invocano gli dèi, penso: se fossi in una cerimonia induista o in una shintoista, farei esattamente lo stesso. Mi adeguerei per rispetto al loro credo ed alla loro religione, ma non mi adeguerei troppo per rispetto a me stesso. Considero pure il luogo: sono in territorio “cattolico” ed in una struttura “cattolica”. Scelgo così quella strana via di mezzo e attendo che la preghiera finisca. Poco dopo ci disponiamo in campo, e scopro che la Cei, personificata dal prete venticinquenne, gioca nella mia squadra, assieme a Raffaele, Francesco ed a un ragazzo siciliano venuto a Roma a studiare nonsisacheccosa. “Dio è con noi, vinceremo!…” dico a mezza voce alla squadra, ma sembra che non mi abbiano sentito – forse per fortuna. La preghiera a centro campo ha però creato in me dei pensieri turbinosi, che oscillano fra le leggi francesi sulla laicità dello stato, Dan Dennett e l’opportunità o inopportunità del comportamento del giovane prete. Ignoro le cose, perché un ricordo più forte occupa i miei neuroni e la mia attenzione.

In questo ricordo ci ho trovato, condensate, le intuizioni di David Hume, Blaise Pascal e Friedrich Nietzsche. L’intuizione secondo la quale sotto ogni pensiero c’è una passione. Un dannato riflettore puntato sulle oscurità mie e dell’intera dannata razza umana, altro che lo stadio. Un Nietzsche, ad esempio, non poteva fare altrimenti che chiedersi di continuo “e questo che cosa maschera?” finendo per ridurre, semplificare eccessivamente il mondo, ma diventando uno dei maggiori maestri del sospetto, dello scetticismo metodologico, di sempre. Ma allo stesso tempo, quel prete che gioca a calcio è uno che crede in un dio e nella provvidenza, nella presenza di dio nella storia. Prima di credere, si è disposti a credere, idem per il dubitare. Per Nietzsche, “tutta la vita è una disputa su gusto e sapore”.

Questo vale a maggior ragione se penso non solo ai condizionamenti corporali, emotivi, educativi, sentimentali, formativi. O ai traumi e alle dipendenze nascoste (insomma, l’ambito psicologico). Ma vale anche se penso ai condizionamenti economici e sociopolitici, quelli magari che affrontavano, in maniera diversa, Foucault e la scuola di Francoforte. E cosa significa tutto ciò? Significa abbattere il mito del pensiero chiaro e distinto. Il mito di una ragione infallibile che possa illuminare il mondo. Riesco appena a fare luce su me stesso… il pensiero attraverso cui il mio corpo si mostra, con cui si comunica, è straordinariamente debole, fragile, vissuto, delicato: questa è la fondamentale testimonianza nascosta nell’ombra più inaccessibile del mio corpo. Il pensiero “dipende”. Prova ne è che da quando vivo su me stesso, senza contare su nessuno, le incertezze della vita, sta cambiando anche la mia visione del mondo. Il pensiero scopre di essere precario, precario come la filosofia. Riconosce i legami con la vita, con l’ esperienza, con le biografie, con la debolezza, con l’angoscia, con i desideri autentici ed inautentici, e diventa più umile. Forse meno ambizioso, ma decisamente più umile. Il pensiero dipende da un corpo precario, che è sempre in viaggio ed è sempre alle prese con dei desideri inappagati o con alcuni appagati. Sempre. Di qualunque natura siano questi desideri, queste passioni e questi vissuti, il mio pensiero si nutre di essi. La filosofia, per sua essenza, è debole, precaria. Deve riconoscerlo, o non potrà diventare più forte. Devo, prima o poi, riconoscerlo.

Torno alla realtà. La partita è iniziata, i più bravi in campo sono Francesco ed il prete. Uno strano compromesso storico cattocomunista molto discutibile. Nonostante i loro sforzi, vinciamo solo tramite un golden goal del siciliano dopo un monumentale pareggio raggiunto in extremis. L’epica cavalleresca in confronto è peppa pig. Io, che non gioco da circa 8 mesi, mi rendo conto di aver fatto una delle mie peggiori figuracce della mia vita di calciatore dilettante. La squadra avversaria, composta da ragazzetti incredibilmente veloci e tecnicamente dotati, ci ha dato filo da torcere. Alla fine del match, stringo la mano al prete. Dopo pochi secondi, ci abbracciamo tutti quanti. Lui mi sorride, io gli dò una pacca sulla spalla. Non so esattamente perché, ma ora lo sento più vicino. Me lo vedo lì, gettato nel mondo, con una storia e una sorte più o meno segnata, un corpo più o meno definito, di cui al massimo può ampliare l’orizzonte. Esattamente come me. Qualcosa ci accomuna: io, scettico e metodico, e lui, uno che crede di stare lì perché “dio lo vuole”. Credere e dubitare, due facce di una stessa medaglia,  due passioni diverse, ma opposte. Entrambi, come direbbe quel naziskin di Heidegger, “gettati nel mondo”. I miei pensieri, inaspettatamente, li vedo mutati, dopo una bella partita a pallone.

A. S.

Fonte: filosofi precari

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’
Read More
Page 1 of 3123»