La sconfitta del Fn

C’è una notizia buona: ha perso la Le Pen. Ed una cattiva: hanno vinto gli altri.

di Aldo Giannuli


C’è una notizia  buona ed una cattiva. Quella buona è che ha perso la Le Pen, quella cattiva è che hanno vinto gli altri. Certo: è un paradosso, ma è la situazione reale ad esserlo: siamo stretti fra un presente insopportabile ed un’alternativa peggiore.
Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine,  ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.
Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.
Certo i socialisti ne escono massacrati con la certificazione della loro irrilevanza politica, anche se il loro capo resta all’Eliseo (che autorità può avere un Presidente il cui partito scende sotto il 20%?), ma risorge la stella di Sarkozy. Sai che acquisto!
Come è accaduto all’Ukip, a Podemos ed al M5s (cose diversissime fra loro, ovviamente, ma accomunate dalla collocazione antisistema), il Fn è stato fermato quando sembrava stesse per spiccare il grande balzo. Personalmente penso che Ukip, Afd e Fn siano alternative peggiori all’esistente, mentre Podemos e M5s, al contrario, siano preferibili ad esso, ma lasciamo perdere questo aspetto e cerchiamo di capire perché questo accada. Sin qui l’unica forza “antisistema” a vincere è stata Syriza ma non a caso: è quella che discende più direttamente da organizzazioni della sinistra tradizionale (sinistra Pasok, comunisti dell’interno e formazioni simili), più simile alla Linke (di cui condivide l’appartenenza al Sinistra Europea) che a Podemos e, dunque, la meno nuova ed antisistema fra le forze affacciatesi con la crisi e, infatti, nelle scelte di governo si è dimostrata molto allineata alle indicazioni (o diktat) del sistema di potere europeo.
Vice versa, le forze più nuove e dichiaratamente antisistema, non riescono a sfondare, pur ottenendo risultati vistosi, che talvolta raggiungono la maggioranza relativa. E’ probabile che confluiscano diverse ragioni. Quella più evidente è che il blocco delle famiglie politiche tradizionali (socialdemocratici, democristiani, liberali e verdi) si compatta contro i “barbari” e, pure ammaccato, per ora regge. In Italia questo ha funzionato meno, perché nei ballottaggi, il polo tradizionale escluso ha preferito il M5s all’avversario di sempre, ma si è trattato di elezioni amministrative e non è detto che funzioni anche nelle politiche: dunque una eccezione relativa e tutta da confermare. Peraltro anche il M5s ha sperimentato l’effetto “blocco” nelle europee del 2014 e, comunque è ancora sotto il 30%, pertanto per nulla sicuro di arrivare neppure al ballottaggio.
In questo comportamento dell’elettorato è evidente la paura del |”salto nel buio”: ad esempio, l’uscita dall’euro è vista come una avventura pericolosissima che mette a rischio risparmi e redditi da lavoro e la risposta delle forze antisistema (a parte Podemos che non mette in discussione l’Euro o l’appartenenza alla Ue) non è apparsa tranquillizzante, perché non è stata prospettata alcuna credibile exit strategy che, quantomeno, attutisca l’eventuale urto. Più in generale, queste forze sono apparse credibili più come espressione della protesta sociale che come possibile forza di governo: proposte troppo semplicistiche e al limite del miracolismo, personale politico non adeguato al ruolo, apparato organizzativo insufficiente.
Bisogna ammettere che non si tratta solo dell’effetto delle campagne dei media: in effetti queste forze mancano (almeno per ora) della cultura politica e del personale necessari ad esercitare un ruolo di governo, per cui, anche “ad un solo miglio dalla vittoria”, non ce la fanno a dare lo scatto finale.  Ad esempio è da notare che nessuna di queste forze articoli un minimo di discorso credibile di politica estera.
Il punto è che queste forze, in ragione del loro accentuato populismo, confondono la sacrosanta avversione al ceto politico ed alla “politica politicienne” con il rifiuto della politica in quanto tale e questo si traduce spesso in atteggiamenti infantili del tipo “noi contro tutti”. I partiti antisistema rifiutano ogni alleanza come dimostrazione della loro “diversità”, una forma di integralismo im-politico più ancora che anti-politico. Ma un blocco elettorale vincente non è una sommatoria di voti di anonimi cittadini, ma l’aggregazione di un blocco sociale, che spesso chiede una articolazione di diverse forze politiche in grado di coprire uno spettro di interessi abbastanza stratificato. Neppure la Dc, partito “prendi tutto” per eccellenza, ce la faceva da sola a coprire tutto il campo di interessi che gli garantisse la maggioranza ed i partiti laici (con il loro 10-12% avevano appunto la funzione di coprire i fianchi della coalizione.
E’ un punto su cui occorrerà tornare, per ora lo segnaliamo insieme ad una certa insensibilità sociale del partiti populisti. Può sembrare un paradosso che i partiti che si ergono contro il sistema, in nome degli interessi del popolo, poi non capiscano la dialettica delle forze social. Ma è appunto il loro essere populisti che li porta a concepire il popolo come una unità omogenea, priva di interessi differenziati e non  attraversata da una dialettica interna. Questo immaginario -del tutto infondato- poi ha anche la conseguenza di rendere estranei i populisti (altro paradosso conseguente al primo) al conflitto sociale. Ma su questo torneremo, dato che il punto merita ben più di uno specifico articolo.
Insomma, occorre capire che la protesta è giusta ma non basta e che per il salto dalla protesta alla proposta occorre munirsi di una cultura politica di riferimento, superare le rozzezze attuali e darsi una struttura organizzativa adeguata: la tastiera di un computer non è sufficiente ad assicurare tutto questo.

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