Reddito incondizionato. Riflessioni di Vincent Cheynet

Credo sia utile far conoscere in Italia queste riflessioni critiche sul reddito di cittadinanza, presentate da Vincent Cheynet in un video su You Tube. Le sue argomentazioni sono molto stimolanti, ma sarebbe utile integrarle con una proposta finalizzata a ridurre il numero dei disoccupati, soprattutto tra i giovani.

Questa piaga, che amareggia la vita di una percentuale inaccettabile di persone per periodi di tempo sempre più lunghi, deriva dal fatto che l’orario di lavoro di 8 ore è rimasto immutato da quasi un secolo (in Italia è stato introdotto nel 1923), mentre le innovazioni tecnologiche hanno accresciuto in modo straordinario la produttività, riducendo al contempo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto.

Questo processo, se non è accompagnato da una riduzione dell’orario di lavoro, comporta un aumento dell’offerta di merci e una contestuale riduzione della domanda, perché soltanto gli occupati ricevono una retribuzione che li mette in condizione di acquistare le merci che vengono prodotte. Oltre la sofferenza di un numero crescente di persone che non riescono a soddisfare le loro esigenze vitali autonomamente, l’aumento della produttività senza un aumento dell’occupazione è la causa della crisi iniziata nel 2008 e ancora ben lungi dall’essere risolta, o quanto meno attenuata. Poiché, a mio modo di vedere, le argomentazioni di Vincent Cheynet sono culturalmente fondate, l’unica alternativa per aumentare il numero delle persone che si guadagnano dignitosamente la vita col loro lavoro è una drastica riduzione dell’orario di lavoro.

Questo sarebbe anche un modo molto efficiente, oltre che equo, di aumentare la domanda e, quindi, di attenuare la crisi. Ma si scontra con la remora culturale da parte degli occupati ad accettare una riduzione del loro orario di lavoro, non solo perché aprirebbe inevitabilmente una discussione sulla riduzione delle loro retribuzioni, ma soprattutto perché una società che identifica il benessere con la crescita della produzione tende ad appiattire gli esseri umani sulla dimensione di produttori e consumatori di merci, riducendo l’importanza della creatività, dell’arte, delle relazioni umane, della spiritualità, della conoscenza disinteressata.

In questo contesto la riduzione dell’orario di lavoro può essere percepita soltanto come una diminuzione del tempo impegnato nelle attività che danno un senso alla vita, come una riduzione della propria realizzazione esistenziale e della propria importanza sociale, mentre l’aumento del tempo in cui non si svolge il ruolo di produttore di merci o di fornitore di servizi non può che essere considerato un aumento del “tempo libero”, del tempo in cui ci si distrae, ci si riposa, o si cerca di “ammazzare il tempo” con qualche sottospecie di lavoro o di hobby. Non come un aumento del tempo disponibile per svolgere altri tipi di attività, non lucrative, ancora più importanti delle attività finalizzate alla sopravvivenza e alla soddisfazione delle esigenze materiali.

La definizione del paradigma culturale della decrescita non può prescindere dall’affrontare il tema del lavoro. Queste riflessioni di Vincent Cheynet costituiscono un importante contributo da approfondire.

di Maurizio Pallante, 15 dicembre 2015. Da sito web di MDF

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