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La menzogna della preminenza finanziaria

di Gianfranco La Grassa

1. Oltre un secolo fa Hilferding scrisse il suo principale (e famoso) libro: Il capitale finanziario. Alcuni marxisti, presi da troppo facile entusiasmo, lo considerarono il nuovo Il Capitale o comunque la sua continuazione, una sorta di IV libro. Questo testo è nella sostanza invecchiato. Lenin lo criticò subito perché dava eccessiva importanza al capitale bancario. Tuttavia, va detto che Hilferding non fu così sciocco come gli economisti odierni; il suo capitale finanziario non è esclusivamente bancario, è un intreccio di questo con quello industriale. Indubbiamente però nell’intreccio tra i due, il bancario veniva trattato come quello decisivo.

Ciò indubbiamente fu dovuto al carattere assunto dallo sviluppo economico nei paesi della seconda ondata industriale, tenuto presente che la prima riguardò la sola Inghilterra. Quelli della seconda erano soprattutto Germania, Giappone; e indubbiamente gli Stati Uniti, paese che ebbe però caratteristiche particolari (non notate all’epoca), prese più volte da me in esame. La seconda ondata di industrializzazione vedeva in primo piano le società per azioni, un già avanzato processo di centralizzazione dei capitali (da non confondere con la concentrazione come sovente si fa) e la conseguente, iniziale, presa in considerazione di quella forma di mercato detta monopolio; anche se, più precisamente, si sarebbe dovuto parlare di oligopolio come più tardi infatti si fece.

Lenin, distanziandosi dall’impostazione di Hilferding, usò la felice espressione di simbiosi per indicare quell’unione di bancario e industriale che dà vita al capitale finanziario. Indubbiamente, anch’egli optò per una certa preminenza di quello bancario nella simbiosi e inoltre fece una concessione di troppo all’ortodossia di allora, mettendo l’aspetto monopolistico del capitale al primo posto nell’elencazione delle caratteristiche (cinque) dell’imperialismo. Così facendo, attribuì al predominio di certi paesi un connotato eccessivamente economico (come fosse quello principale, in omaggio alla marxiana centralità della sfera produttiva nella costituzione della società). Nel contempo, però, il leader del bolscevismo criticò aspramente la concezione kautskiana che di fatto identificava imperialismo e colonialismo, cioè conquista di paesi a carattere agrario da parte di quelli industriali; da cui derivava quindi l’idea che i paesi soggetti a dominazione imperialistica fossero semplicemente fornitori di prodotti agricoli e materie prime (e fonti di energia). Lenin si oppose a simile semplificazione, ma non arrivò fino ad affermare che allora l’imperialismo era soprattutto un policentrismo acutamente conflittuale per la redistribuzione delle sfere di influenza tra le varie potenze (la quinta caratteristica dell’imperialismo secondo la sua interpretazione).

Bisogna ben capire i motivi dello “scintillio” delle banche che offuscava la vista di tutti coloro che analizzavano il capitalismo dell’epoca; ricordando fra l’altro che la seconda ondata di industrializzazione coincideva di fatto con la seconda rivoluzione industriale, quella della chimica, del motore a scoppio, delle comunicazioni via radio e via dicendo. Questa seconda ondata – legata non semplicemente ad innovazioni di processo (tecnica e organizzazione dei processi lavorativi) ma soprattutto alle innovazioni di prodotto (con apertura di interamente nuovi settori produttivi) – implicava l’esigenza di assai più ampi investimenti di capitali. Si accentuò la creazione di sempre più grandi società per azioni. Queste si procuravano i capitali con un’ampia distribuzione e diffusione del capitale azionario; in mano a piccoli azionisti mentre i pacchetti di comando appartenevano ai veri proprietari capitalisti, che formavano i consigli di amministrazione, eleggevano l’amministratore delegato, ecc. A parte le azioni, vi erano forti acquisizioni di capitali mediante l’emissione obbligazionaria.

Le banche erano nate soprattutto come istituti di raccolta del cosiddetto risparmio; è tuttavia ovvio che il denaro raccolto veniva investito in crediti a soggetti vari, fra cui importanti erano le imprese industriali. Tuttavia, con la concentrazione del risparmio in grandi istituti bancari nazionali, circondati da una rete di più piccole banche a carattere locale, il denaro servì pure per investimenti bancari in azioni ed obbligazioni. Le banche, soprattutto quelle nazionali, fornivano capitali alle maggiori imprese industriali (le locali all’imprenditoria industriale di minori dimensioni); esse divennero quindi sovente azioniste di maggioranza o di minoranza cospicua in queste imprese, con forte presenza nei consigli di amministrazione e negli apparati direttivi in genere. Lo stesso dicasi per l’acquisto di obbligazioni che le vedeva comunque robuste creditrici nei confronti di imprese industriali, costrette così a concessioni di vario genere non soltanto di carattere esclusivamente monetario.

 

2. Per afferrare meglio le distorsioni interpretative che si sono oggi create, facciamo una breve digressione parlando del mercato come sfera di grande scenografia, che cattura l’attenzione principale della stragrande maggioranza degli spettatori. Nella società capitalistica, tutto diventa merce e ogni merce è mediata dalla moneta poiché il baratto renderebbe complicato lo scambio. Quest’ultimo, così facile e generalizzato, conduce alla competizione, anch’essa generalizzata, tra i produttori della stessa merce o di merci simili. L’attenzione del “pubblico” è concentrata su questo palcoscenico che è il mercato, dove si cerca di acquistare ai prezzi migliori (i più bassi, compatibilmente con la sensazione di una simile qualità dei prodotti in concorrenza). Dietro la scena (nei processi produttivi), la competizione si sostanzia di innovazioni tecnico-organizzative capaci di abbassare i costi di produzione; oppure di innovazioni di prodotto, effettive o indotte nell’opinione comune tramite pubblicità, ecc.

Ai consumatori non interessa più che tanto ciò che accade dietro la scena; essi guardano soprattutto ai prezzi dei prodotti e alla loro qualità, reale o creduta. Tuttavia, quella parte del processo che si svolge dietro le quinte – e che riguarda in particolare la competizione a suon di innovazioni di processo (tecniche e organizzative) e di prodotto – è tutto sommato nota, nelle sue linee generali, alla pubblica opinione poiché l’ideologia dominante ha capillarmente diffuso la concezione del mercato come luogo in cui si affrontano soggetti (gli imprenditori, detti anche capitalisti, soprattutto da coloro che sono influenzati da concezioni anticapitalistiche) capaci di innovare secondo le due modalità appena dette. Il mercato è il luogo massimamente virtuoso, dove si trova di che vivere a prezzi (e altre condizioni) sempre migliori grazie alla competizione, che ivi si sviluppa in “piena libertà” (anche libertà di estrinsecare appunto le proprie capacità innovative). Il mercato sarebbe il vero teatro dove avviene la migliore recita possibile per i componenti la società. Nulla sarebbe superiore a questo teatro “all’aperto”, “trasparente”, dove tutto sembra in sostanza chiaramente visibile.

Le sedicenti virtù del mercato sono state ulteriormente vivificate dal fallimento dell’altrettanto sedicente socialismo, creduto esistente in Urss e nei paesi confluiti nella sua area di influenza dopo la seconda guerra mondiale; e poi in Cina e in qualche altro paese in via di sviluppo (cioè sottosviluppato e in massima parte contadino). In realtà, non c’è mai stato socialismo né costruzione dello stesso. Si erano andati formando paesi a struttura politica monolitica, fondata sulla sostanziale fusione tra partito e Stato, che pareva tutto pianificare in modo centralizzato; ove più ove meno, ma sempre con notevolissimo controllo della produzione e della distribuzione.

Come ha cercato di porre in evidenza Bettelheim, il mercato nel preteso socialismo è stato conculcato, represso, schiacciato dall’azione dell’apparato statale a ciò preposto con l’intendimento di superare la competizione tra proprietari privati e di fondare il calcolo economico su un preordinato coordinamento intersettoriale del sistema produttivo, che avrebbe dovuto toccare livelli di sviluppo impensabili con l’anarchia mercantile capitalistica; e soprattutto conseguire questo sviluppo con ritmo costante senza l’interruzione tipica delle crisi capitalistiche. Ci si scordava che in Marx questa convinzione si basava sulla presupposizione, rivelatasi errata, della formazione di un corpo sociale di produttori associati (pur con diverso livello gerarchico), cui la rivoluzione (e l’abbattimento dello Stato borghese) avrebbe assegnato l’effettivo potere di disporre dei mezzi di produzione. E sarebbe inoltre stato superato in modo netto il mercato con i suoi particolari stimoli competitivi, dando vita ad una effettiva cooperazione generale tra i suddetti produttori.

Non venne mai ad esistenza questo corpo di produttori associati e il potere di disporre in questione fu puramente e semplicemente dello Stato (detto impropriamente socialista), cioè del partito fortemente gerarchizzato che ne controllava tutte le leve del potere. Si è creato uno iato tra Stato (partito) e sistema economico; e le dirigenze interne a quest’ultimo (quelle che nel capitalismo guidano le unità produttive pluriarticolate dette imprese) non solo non avevano nessun rapporto di “associazione cooperativa” con gli altri lavoratori (ai vari livelli gerarchici e in diversi settori produttivi), ma non nutrivano altro interesse che soddisfare alla bell’e meglio le esigenze delle dirigenze politiche; senza alcun vero potere – e nemmeno desiderio e ambizione – in tema di innovazioni di processo e di prodotto.

In definitiva, in simili condizioni, la pianificazione non superava affatto il mercato e la sua anarchica competizione; semplicemente spegneva quest’ultima e inaridiva ogni effettiva spinta allo sviluppo. Le sedicenti “imprese socialiste” erano soltanto dei grandi apparati “impiegatizi”, dove tutti facevano il minimo indispensabile ad adeguarsi agli obiettivi posti dalla pianificazione, prestabiliti cioè da apparati diretti da altri “impiegati” privi di effettive conoscenze dei vari settori produttivi. Lo sviluppo andò progressivamente inaridendosi man mano che ci si allontanava dall’entusiasmo iniziale della “rivoluzione” e dalla necessità di superare le condizioni di grave arretratezza e miseria. S’imparò, insomma, a barcamenarsi a tassi di sviluppo sempre più bassi e con tenore di vita nettamente inferiore a quello dei paesi del capitalismo, di quella società che invece, si sosteneva, avrebbe conosciuto il freno allo sviluppo rappresentato dalla proprietà privata e dalla ricerca del massimo profitto. Si dimostrò, forse come mai prima, quanto la competizione sia essenziale per ogni avanzamento in tutti i campi: produttivo, scientifico, ecc. (perfino culturale in senso generale).

 

3. Arrivati a questo punto, alla fine ingloriosa dei tentativi “socialistici”, il mercato ha ritrovato la sua aureola. Nessuno – che non sia un semplice attardato in improvvide speranze di resuscitare il cadavere del socialismo (anzi, si osa parlare addirittura del comunismo!) – mette più in discussione il mercato. Anche in Cina, l’unico paese della vecchia congrega detta “socialista” capace di sviluppo (attualmente in ribasso), si è parlato di “socialismo di mercato” (ossimoro). E oggi anche tale espressione viene viepiù dimenticata e quasi tutti – perfino quelli che, quando è necessario per i loro fini propagandistici, parlano ancora di “Cina comunista”; alcuni cretini addirittura di “Cina marxista” – ammettono il carattere capitalistico di tale paese. Va detto che definire capitalistiche le formazioni sociali uscite da quel processo iniziato con la Rivoluzione d’ottobre è un ulteriore errore; non sappiamo bene cosa siano. Tuttavia, siamo consapevoli del loro odierno fare largo uso di criteri mercantili e del progressivo abbandono del controllo troppo centralizzato. In linea generale, quegli organismi definibili imprese tendono a seguire modalità d’azione sempre più simili a quelle vigenti nei nostri paesi “occidentali”.

In definitiva, il mercato torna ad essere sia il vero fulcro del capitalismo sia un sistema di organizzazione del sistema economico che nessuno osa più criticare, salvo che per le eventuali deviazioni dal “corretto” comportamento compiute dagli imprenditori. A parte gli attardati di cui sopra detto, nessuno cerca più di vedere cosa accade sotto lo scintillio del mercato e delle sue provvide leggi “oggettive” (in definitiva, variazioni sul tema della smithiana “mano invisibile”). Qualcuno critica la “globalizzazione” (mercantile appunto); del resto una semplice farneticazione di coloro che si sono (sarebbe ormai meglio dire: erano) inventati pure la fine degli Stati nazionali. E’ tanto totale questa globalizzazione che gli Usa insistono per il TTIP (area di libero scambio comprendente Usa e UE) e mettono in guardia i paesi europei dall’esagerare nella liberalizzazione degli scambi con la Cina.

Quanto alla fine degli Stati nazionali, solo un cieco (o in malafede) non si accorge che esiste nel suo senso più pieno quello degli Stati Uniti; e così pure quelli russo e cinese, e altri ancora. Nella UE sono carenti gli Stati, ma non certo perché si sia dissolto il loro carattere nazionale. Ormai è oggi sempre più evidente il fallimento dell’Unione europea; ogni paese pensa a se stesso. Semplicemente i paesi di quest’area sono sottomessi da settant’anni agli Usa (a partire dall’Inghilterra, il più prono). Vi è qualche malcontento (e soprattutto proprio in Germania, malgrado i limiti gravi del governo tedesco); tuttavia, al momento, i paesi europei sono ancora incapaci di opporsi seriamente all’unica superpotenza rimasta. Non c’entra nulla la fine degli Stati nazionali, una vera invenzione di personaggi o inetti o servi degli Usa; lo sono anche quelli che continuano a passare per ipercritici, per “grandi rivoluzionari”.

Siamo quindi al punto cruciale: non si può più criticare il capitalismo secondo la concezione di Marx, che aveva posto in luce, con la teoria del valore e plusvalore, come lo scambio mercantile possa avvenire nella situazione di più completa libertà degli scambisti, non ledendo in nulla la loro eguaglianza di esseri sociali non più affetti dai vincoli servili delle società precedenti; e ciononostante sussiste lo “sfruttamento” nel senso che una parte del valore prodotto dai venditori di merce forza lavoro verrebbe egualmente sottratto alla loro disponibilità e posto in quella dei proprietari dei mezzi di produzione (i capitalisti). In Marx vi era la previsione di un processo che avrebbe condotto, sia pure tramite rivoluzione, al potere realmente collettivo di disporre di tali mezzi e al pieno superamento della soltanto formale eguaglianza nel semplice scambio mercantile; si sarebbe trattato della società socialista in quanto prima fase di un processo storico, che avrebbe poi consentito il completo dispiegamento delle forze produttive e il conseguente sviluppo della produzione in direzione del ben noto “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, principio basilare della formazione sociale comunista.

La previsione era errata e il cosiddetto “socialismo reale” non fu altro che proprietà statale con tutti i difetti sopra ricordati e il progressivo blocco delle forze produttive. Lo scambio mercantile è tornato in auge. L’eguaglianza nel mercato sarebbe il massimo che sia possibile conseguire e permetterebbe, mediante la competizione tra soggetti sciolti da ogni vincolo di servaggio, di innescare un processo evolutivo delle forze produttive – sia pure caratterizzato da arresti (crisi) e da una differenziazione accentuata dei livelli di reddito conseguiti dai vari strati sociali – in grado comunque di elevare complessivamente il tenore di vita delle popolazioni viventi in regime capitalistico. Il capitalismo sarebbe quindi la meno peggiore delle società sia attuabili sia, ormai, pure pensabili. Chi non riesce a liberarsi della mentalità economicistica – la sfera economica sarebbe quella principale e, in definitiva, determinante le strutture sociali capaci di sviluppo e di ottenere il benessere della popolazione – non può che esaltare questa forma societaria. Se non vuole a tutti i costi abbandonare l’atteggiamento critico e il tentativo di individuare un suo punto debole, deve allora seguire una strada pressoché obbligata.

 

4. Oggi la critica anticapitalistica è concentrata solo su due punti. Innanzitutto una contestazione di tipo cristiano o qualcosa di simile. E anche i comunisti rimasti non si differenziano da tale atteggiamento che potremmo definire misericordioso. Si tratta di provare pietà per i sedicenti oppressi o almeno una forte indignazione. Lo sfruttamento – invece che essere basato come in Marx e nel marxismo sulla teoria del valore e plusvalore (l’ho spiegata altrove più volte e non vi torno adesso qui) – è preso nel suo senso comune come se i cosiddetti dominati fossero soggetti ad una sorta di obbligo al lavoro e di spoliazione mediante esercizio di potere e asservimento. E’ una forma di semplice pietismo, in genere fortemente ipocrita; e in ogni caso è un ulteriore peggioramento di quello che fu il terzomondismo, già una concezione ampiamente degradata rispetto all’oggettività e lucida freddezza dell’impostazione scientifica marxiana, tutto sommato avulsa dall’emotività a favore degli “umili e diseredati”.

Chi non è pervaso da uno stato d’animo in fondo caritatevole e “pio”, e rivolge al capitalismo una critica in qualche modo strutturale e rivolta al sistema delle relazioni vigenti in tale formazione sociale, cade sempre nella considerazione delle distorsioni inerenti alla finanziarizzazione di dati rapporti. Solo che in tal caso, il capitale finanziario non è più, come considerato da Hilferding e Lenin, un intreccio tra capitale bancario e industriale. Quest’ultimo è messo da parte nel concetto di finanziario che hanno oggi gli economisti, ivi compresi quelli anticapitalisti. Si tratta del capitale in mano alla finanza, cioè a quei gruppi che agiscono esclusivamente tramite somme monetarie; e queste si muovono nelle banche, nelle borse valori, ecc; in ogni dove, insomma, si verifichino operazioni che riguardano la liquidità o quanto è assimilabile al liquido. In definitiva, si tratta del denaro e di titoli espressi nello stesso, che cambiano di mano in un continuo ciclo monetario, senza mai passare per un “intermezzo” produttivo o di smercio di prodotti finiti.

Espresso in simboli, non sussiste il ciclo D-M (materie prime e forza lavoro)-P (processo produttivo)-M’-D’ (con M’ e D’ maggiori di D e M iniziali per l’erogazione del pluslavoro/plusvalore in P); e nemmeno si verifica un M’-D-M”, con M” diverso (come tipo di merce) da M’. Abbiamo invece il ciclo D-D dove possibilmente si cerca di far sì che il secondo D sia quantitativamente maggiore del primo; ma si può invece facilmente perdere nelle varie operazioni del settore finanziario. Di solito qualcuno ci perde e qualcun altro ci guadagna, ma in genere, fatta la differenza tra guadagni e perdite, risultano a volte maggiori i primi e a volte maggiori le seconde. Basti pensare al gioco in Borsa, il cui carattere è presente anche in altri settori.

Quando un secolo fa, Hilferding e Lenin (e Kautsky e ogni altro marxista serio) parlavano di capitale finanziario, intendevano prendere atto sia della seconda ondata di industrializzazione dei paesi che seguivano l’Inghilterra (anzi andavano provocando il suo relativo declino) sia delle già ricordate innovazioni tipiche della seconda rivoluzione industriale. Si trattava di settori dell’industria pesante con grandi macchinari e impianti, che richiedevano forti investimenti di capitali in genere presi a prestito dalle banche, anch’esse mediamente imprese di grandi dimensioni. Esse raccoglievano i risparmi e davano a credito soprattutto alle imprese industriali; e non solo per il credito detto ordinario, di esercizio, ma pure per quello poi immobilizzato a lungo, appunto negli investimenti di macchinari, impianti e quant’altro. E’ evidente che chiedessero garanzie; e fra queste vi era l’infilare propri uomini nei consigli di amministrazione delle imprese debitrici. Da qui quella certa prevalenza assunta infine dalle banche (in specie in Germania, il cui capitalismo influenzò nettamente il marxismo dell’epoca), che in molti casi assunsero l’effettiva direzione di grandi imprese degli altri settori economici, in specie di quello industriale. Da qui la concezione del capitale finanziario quale unione (o “simbiosi”) di bancario e industriale.

Non ci si riferiva affatto al capitale di quel settore detto Finanza, così come è in uso fare invece oggi da parte di assai scadenti economisti, giornalisti, uomini politici, ecc. Ed è proprio sul concetto di capitale finanziario come bancario più industriale che si è verificato un certo restare indietro del marxismo, tutto preso, lo ripeto, dalle caratteristiche del capitalismo germanico, mentre si andava affermando sempre più nettamente quello statunitense, che mostrò caratteristiche assai diverse. Se ci si vuol attenere ancora all’unione tra bancario e industriale, si deve dire che nel paese d’oltreatlantico prese quasi da subito piede la preminenza del lato industriale; salvo, forse, che in alcuni settori economici del New England, quelli da cui Veblen trasse la sua concezione di “classe agiata”, piuttosto arretrata e abbastanza simile al punto di vista di Marx, che vedeva un capitalismo in fase di invecchiamento e preda ormai dei rentier, dei semplici proprietari azionisti. Le grandi corporations industriali si crearono invece spesso proprie banche, oltre a raccogliere parte dei fondi a prestito tramite le emissioni obbligazionarie, senza però farsi strozzare da queste ed evitando quindi di cadere sotto la tutela degli obbligazionisti, magari ancora una volta grandi banche.

Sappiamo inoltre che il capitalismo americano non vide soltanto – e nemmeno fu la sua principale e decisiva caratteristica – il sopravvento dell’industriale sul bancario. Esso mise in luce assai presto il suo carattere manageriale, afferrato molto più tardi da Burnham (1941), quando però questi era ormai divenuto ex marxista e fortemente filo-capitalista. Venne così in evidenza la non centralità della proprietà dei mezzi di produzione, tipica del pensiero di Marx e di tutto il marxismo, sulla cui base si immaginarono, come ho più volte messo in luce, “provvide” dinamiche oggettive – in atto nello stesso grembo della formazione (economico) sociale capitalistica – che l’avrebbero portata, sia pure tramite una rivoluzione capace di abbattere lo Stato borghese, verso il socialismo e poi il comunismo, processo che per alcuni decenni si pensò, del tutto erroneamente, già in atto nell’Urss. Questa individuazione del carattere manageriale era un gran passo in avanti rispetto alla semplice considerazione della predominanza dell’industriale nella sua “simbiosi” (finanziaria) con il bancario; considerazione che però, a sua volta, era ben più avanti della miserabilità di quella concezione che dimentica il primo e rende la Finanza il vero aspetto decisivo del capitalismo. Il managerialismo resta pur tuttavia agganciato a un’impostazione ancora prevalentemente economicistica dei processi sociali nel capitalismo; e per questo l’ho criticato tentando di spingermi oltre.

 

5. Riassumiamo. La peggiore di tutte le concezioni del capitalismo “più moderno” è quella che considera in esso la predominanza della Finanza, di quel settore dedito al ciclo D-D, puramente monetario (o costituito da titoli immediatamente traducibili in moneta), settore che evidentemente si concentra su tale ciclo e quindi non può evitare la speculazione ad esso connaturata. Un passo avanti stanno quelle concezioni – cui appartenne in questo dopoguerra anche il marxismo migliore (o meno peggiore) – che vedevano nel capitale finanziario l’inversione della predominanza dei due capitali costitutivi dello stesso: non più il bancario prevalente, bensì l’industriale. Infine, a livello ancora superiore, viene la presa d’atto che la proprietà non è più l’aspetto fondamentale (per quanto sia ancora ampiamente presente e influente), bensì lo è la presenza di forti apparati direttivi di carattere manageriale.

E’ evidente che i manager possono anche possedere delle azioni, ma non sono i proprietari dei pacchetti azionari di maggioranza; eppure sono essi a dirigere effettivamente l’azienda. Più in generale, tuttavia, il problema decisivo è che non si arriva al punto in cui, come pensavano Marx e il marxismo (e pure Veblen), esistono quasi esclusivamente proprietari estranei alla produzione e divenuti semplici rentier, fruitori dei dividendi azionari e basta. Proprietario o manager che sia, il vero (grande) imprenditore resta in effetti piuttosto all'”esterno” della produzione nel suo specifico significato (e dei processi strettamente aziendali nel loro complesso), ma è pienamente coinvolto nello svolgimento dell’azione strategica che ogni (grande) impresa non può non attuare; sia a livello di strategie di mercato sia, ancor più, di altre che coinvolgono la sfera politica e quella culturale (e ideologica). Questo il reale carattere del capitalismo da cui si devono prendere le mosse per afferrarne le dinamiche.

Gli apologeti del capitalismo odierno, pur magari considerato prevalentemente finanziario (nel senso, però, di semplice dominio della Finanza), sono comunque ancorati prevalentemente alle virtù della piena libertà mercantile. Sono ancora cantori del liberismo più o meno rimasti ad Adam Smith. E naturalmente vedono come fumo negli occhi l’intervento statale che vorrebbero ridotto al minimo. I critici del solo liberismo si agganciano ad un keynesismo più o meno ben inteso (non credo, ad es., che in Keynes vi fosse alcuna predisposizione allo Stato detto sociale, affermatosi in Europa occidentale nel dopoguerra); in ogni caso, prediligono una certa regolazione dell’economia da parte dello Stato, con cospicua spesa pubblica (anche in deficit di bilancio) e quant’altro.

Quanto ai critici del capitalismo, si tratta spesso degli orfani del marxismo classista e di quello (poco marxista) terzomondista, ecc. A questi si aggiungono però una serie di contestatori che mi lasciano molti dubbi sulla loro buona fede; non vorrei che fossero quelli tipici, e ben noti anche da tempi molto remoti, pagati da settori imprenditoriali tutt’altro che marginali per confondere le acque e stornare l’attenzione dai reali difetti dell’odierno capitalismo. In ogni caso, tutti questi si rifanno alla peggiore delle interpretazioni del capitalismo finanziario, quella che lo tratta solo come predominanza della Finanza tout court, quindi della speculazione considerata la vera negatività dell’attuale fase capitalistica, con lobbies semidelinquenziali tutte protese a fare denaro mediante denaro, danneggiando così l’effettiva (e meritoria) sfera produttiva; e mettendo in moto, tramite la speculazione e spesso con metodi illegali (ad es. l’insider trading), processi che potrebbero sfociare in gravi crisi di Borsa.

Non si tratta in tal caso di un reale atteggiamento anticapitalistico, bensì solo della considerazione che ci sono fasi storiche in cui predominano i capitalisti “cattivi”, “disonesti”. Quindi si tratterebbe più che altro di risanare la situazione, magari tramite intervento energico dello Stato che fosse in mano a forze politiche tutte tese al “bene sociale”, all’interesse dell’intera collettività nazionale. A questo tipo di valutazione negativa della società odierna si riconnettono però anche i rimasugli “comunisti” (o comunque dichiaratisi “anticapitalisti”), che hanno ormai dimenticato la scientificità marxiana e propendono per un’azione decisa dello Stato, che fosse però in mano loro poiché essi combattono il capitalismo. Tuttavia, la loro polemica, velleitaria e che distoglie forze da una reale critica razionale, si risolve nel desiderio di applicare propositi comunitari (collettivistici) mentre il capitalismo è semplicisticamente visto come il dispiegamento dell’egoismo di gruppi di finanzieri tesi al puro accumulo di ricchezza nella sua tipica veste di moneta o attività a questa assimilate, con questa intercambiabili, ecc.

Oggi, insomma, la (in genere solo presunta) lotta al capitalismo può essere raggruppata in due impostazioni fondamentali. Ognuna delle due conosce poi molte varianti, ma credo che la divisione in due sia abbastanza congrua e rappresentativa delle tendenze principali. La prima potrebbe considerarsi una sorta di ulteriore peggioramento del riformismo di tipologia socialdemocratica. Il capitalismo può essere salvato come società (la meno peggiore, ecc. ecc.), ma è necessario abbattere l’attuale predominio della finanza, delle varie lobbies internazionali che la compongono, tipo il gruppo Bilderberg, e in definitiva anche la Trilateral, lo stesso “Club di Roma” e via dicendo. Bisogna tagliare le unghie a queste cosche che complottano sempre e riuniscono imprenditori, politici, personaggi dei media, ecc. Si tratta di una vera Internazionale del capitale (“cattivo”), che comunque trova il suo trait d’union nell’Alta Finanza, nella manovra dei capitali (di carattere monetario) a livello mondiale. Bisogna ridare fiato al capitale produttivo e innovativo.

L’altra critica vuole essere radicale, apertamente e completamente anticapitalistica; non è possibile distinguere una parte buona da salvare, perché ormai quella “cattiva” ha il predominio assoluto e non ci si può fare nulla se non sradicando l’intero suo potere. Tuttavia, anche questa critica punta il dito contro il capitale finanziario, dimenticando la vecchia concezione di unione di banca e industria (sia pure sotto prevalenza della prima) e andando direttamente alla presunta completa degenerazione di un capitalismo monetario onnipotente, ma ormai “maturo”, anzi decadente, per alcuni già vicino alla sua fine. Il problema è evitare che quest’ultima ci travolga tutti, ci trascini allo sgretolamento generale della società (degli “uomini” che, evidentemente, in sé sono considerati tendenzialmente buoni e “umani” nella loro “essenza”). Siamo alla versione peggiorata della vecchia concezione secondo cui la dinamica capitalistica condurrebbe i capitalisti (i proprietari dei mezzi produttivi) a divenire puri rentier, azionisti (di maggioranza) e tagliatori di cedole.

In quest’ultima tesi, però, dall’altra parte non poteva non porsi – proprio per motivi strettamente oggettivi, legati all’estraneazione della proprietà dal farsi del processo produttivo – la gran massa dei “produttori associati” (“dal dirigente all’ultimo giornaliero”) come pensava Marx; o quanto meno (in Kautsky e nel marxismo successivo) la Classe Operaia quale soggetto cruciale di un ribaltamento dei poteri all’interno della fabbrica e, di conseguenza (data la presunta crescita di detta classe), nella società tutta. No, questo non avviene – lo si ammette – ma alla fine “tecnici” (gli “specialisti borghesi”) e operai (anzi i lavoratori salariati in genere, sia pure dei livelli lavorativi medio-bassi) si troverebbero più o meno dalla stessa parte, giungerebbero all’alleanza, spintivi da una Finanza sempre più vorace e corruttrice di alti dirigenti imprenditoriali e politici, che sarebbero infine messi in netta minoranza e battuti.

 

6. Tutte queste concezioni hanno il difetto decisivo nel loro economicismo, da cui fu indubbiamente affetto pure il marxismo (e Marx stesso). I processi storici che hanno condotto alla società capitalistica liberarono tutti gli individui dai rapporti di dipendenza personale. Schiavi, servi, ecc. erano in genere i produttori dei beni (e servizi), di cui viveva l’intera società. In definitiva, nelle società precapitalistiche la sfera produttiva era quella occupata appunto dagli strati sociali dei dominati. Con il passaggio (fase di transizione) dal feudalesimo al capitalismo si formò per un certo periodo quell’insieme di gruppi sociali abbastanza informe che fu denominato Terzo Stato. Tale insieme andò infine decantandosi nei due raggruppamenti denominati borghesia (i dominanti) e proletariato (i dominati).

La classificazione fu effettuata da Marx in base ad un semplice criterio: proprietà dei mezzi di produzione e non proprietà degli stessi. I non proprietari erano però liberi da ogni servaggio e quindi avevano per vivere soltanto le proprie braccia e il cervello, inutili però se non uniti ai mezzi produttivi. La formazione del capitalismo aveva tuttavia creato anche il mercato generalizzato; e dunque il lavoro (quello “in potenza” esistente nella corporeità umana, cioè la forza lavoro) divenne una merce (con il valore stabilito in base al lavoro “in atto”, erogato per produrre i beni necessari alla sussistenza dei lavoratori). Il “virtuoso” mercato aveva risolto il problema nato con l’abolizione dei vincoli servili; il proprietario dei mezzi produttivi trovava di che vivificarli, renderli attivi, e il “proletario”, libero, aveva il mezzo per vivere vendendo la sua capacità lavorativa. Il proprietario divenne il dominante e il proletario il dominato.

La sfera produttiva (economica) è in parte composta di dominanti soltanto nella società capitalistica; e in questa si duplica in linea generale e complessiva nel suo “alter ego”, quella monetaria, quella del denaro. Da qui deriva quella deviazione economicistica che ha interessato, ideologicamente, tutte le teorizzazioni intorno alla società moderna. Marxismo e liberismo (nelle sue diverse varianti, nettamente contrarie o moderatamente favorevoli all’intervento statale) sono stati economicisti; il liberismo, nella sua impostazione neoclassica, molto più del marxismo, che almeno aveva come punto di riferimento sostanziale i rapporti sociali, sia pure di produzione. E del resto il contraltare dell’economicismo è specularmente antitetico-polare: il predominio della sfera del potere politico (dei suoi apparati, con al primo posto quelli dello Stato) o la preminenza dello spirito, dei valori etici, ecc.

E’ ora di cambiare strada. La società capitalistica è senza dubbio differente dalle formazioni sociali precedenti; non si può tuttavia individuare tale differenza con riferimento prevalente alla sfera economica della società, in particolare a quella produttiva (dato che quella monetaria era un accessorio nelle società precapitalistiche, mentre ne diventa un duplicato nel capitalismo). In tutte le società, al di là della differente strutturazione dei rapporti sociali, esiste un elemento (processuale) ben preciso che decide della dominanza o subordinazione dei differenti strati sociali. Questo elemento, questo processo in continuo svolgimento, è la POLITICA. Purtroppo, il termine usato inganna. Non mi riferisco in tal caso alla sfera della politica, dei suoi apparati (quelli statali magari in primo piano in determinate società). Quella sfera insomma che, in via teorica, viene trattata come una delle tre costitutive della società: economica (nel capitalismo in primo piano, come già detto, non solo per il marxismo), politica e ideologica (culturale in generale). Intendo invece parlare di POLITICA quale svolgimento delle strategie di conflitto che conducono determinati strati sociali in dominanza.

Oserei dire che forse è meglio parlare di gruppi più che di strati. L’economicismo, tipico delle teorie sul capitalismo, vede in preminenza i capitalisti (proprietari ecc. ecc., come pensa il marxismo) o gli imprenditori, come suggeriscono i neoclassici, che ne fanno gli artefici principali della ricchezza prodotta in una società. Ho già esplicitato la mia supposizione che detto economicismo derivi dal fatto della liberazione dei produttori da ogni vincolo servile, dal formarsi su tale base e in una fase di transizione del cosiddetto Terzo Stato (pur esso una specie di concetto ripostiglio com’è oggi quello di ceto medio); e infine dalla decantazione di quest’ultimo, indicata da Marx quale proprietà dei mezzi di produzione, da una parte, e semplice possesso, ormai libero, della propria forza lavorativa, dall’altra. Notate bene che comunque, in Marx, la dominanza è caratterizzata dalla proprietà dei mezzi produttivi in tutte le formazioni sociali. Solo che, nello schiavismo, il mezzo di produzione era lo schiavo stesso; nel feudalesimo, è la terra con annessi i servi della gleba; infine, nel capitalismo tutti sono liberi e, su questa libertà, si innesta la generalizzazione del mercato e la duplicazione della sfera economica in produttiva e monetaria (definita solitamente finanziaria, ricca di fenomeni di vario genere esprimibili in moneta).

Qual è la differenza tra società moderna e le precedenti? In queste ultime, nella sfera produttiva stanno in genere tutti i dominati, mentre i dominanti si collocano nelle altre due. Nel capitalismo, la sfera produttiva, dal punto di vista degli strati sociali, si divide in due; una minoranza di dominanti (borghesia proprietaria) e una maggioranza di dominati (solo possessori della capacità lavorativa). Questa divisione provoca però un vertiginoso, e via via più accelerato, sviluppo e differenziazione delle forze produttive (e dei prodotti). La sfera produttiva sembra sopravanzare nettamente le altre, surclassarle veramente, renderle a sé subordinate. Nel contempo, la duplicazione della produzione mercantile in moneta (e simili), fa sì che l’aspetto più appariscente della ricchezza diventi quest’ultima; sembra che il capitalista sia posseduto dall’ingordigia di denaro, quasi fosse la compiuta realizzazione del L’avaro di Molière.

E chi ha denaro logicamente cerca di ben speculare per accrescerne la quantità posseduta. E inoltre può acquistare tutto, anche le coscienze umane, può corrompere coloro che sono in grado di svolgere una funzione per lui utile al fine di arricchirsi sempre più. Ecco il mondo scintillante de L’argent, così ben descritto da Zola. Ed ecco la sensazione superficiale, ma indubbiamente comprensibile, che il denaro possa tutto. Chi lo controlla e possiede in gran quantità, il finanziere, viene pensato come il padrone della società. Quindi lo strato sociale dei dominanti non può che avere al suo vertice supremo la Finanza, oltre ogni confine nazionale, senza Patria alcuna; insomma l’affermazione più pura della transnazionalità del capitale trionfante nel mondo intero. E tuttavia con il tallone d’Achille della moltiplicazione dei valori monetari senza alcun corrispettivo mercantile di tipo produttivo; per cui alla fine arriva il ciclone della crisi finanziaria, che trascina con sé anche la produzione e la società tutta, in particolare i poveretti che hanno il solo possesso della loro capacità lavorativa (ma pure gli stessi finanzieri).

Non c’è nulla di particolarmente falso in questo quadro, salvo una “piccola” dimenticanza. Tutta la descrizione, come più volte ho sottolineato, riguarda i processi da assimilare ai distruttivi fenomeni del terremoto che abbatte case, sconvolge territori, apre crateri e inghiotte vite umane, ecc. Tuttavia, prima che si arrivi a tanto, per anni si manifestano nelle viscere della Terra sommovimenti (non avvertiti dai sensi umani, in parte invece rilevati dagli strumenti più sofisticati) detti di assestamento; e che in realtà accentuano gli squilibri evidentemente già in atto e sussistenti, pur se non in grado, per lunghi periodi di tempo, di manifestarsi rapidamente e con tutta la violenza tipica dei terremoti. Ebbene, questi squilibri sono sempre presenti, lavorano sotterraneamente e si manifestano in superficie con fenomeni vari che li tengono mascherati e ignoti a lungo; e così sono pure i processi della POLITICA, delle strategie del conflitto. E consideriamoli infine.

 

7. La dominanza non sembra data una volta per tutte. Soprattutto non è detto che tutti i proprietari (sia pure dei mezzi produttivi) appartengano alla classe dominante. E perfino se teniamo conto soltanto dei grandi imprenditori, non è proprio certo che siano sempre in tale situazione. Anche per questo motivo ho pensato alla necessità di abbandonare l’originaria impostazione marxiana che assegnava centralità alla proprietà o non proprietà di detti mezzi di produzione per dividere la società in dominanti e dominati. Indubbiamente, abbandonare tale centralità significa pure non attribuire più alla sfera produttiva il carattere di “base economica” (su cui si ergono le “sovrastrutture” politico-ideologiche), cioè di sfera sociale principale e determinante il carattere delle differenti forme di società. Viene meno anche il ben noto, e ormai “antico”, dibattito sul primato delle forze produttive o dei rapporti di produzione (il cui intreccio costituisce il modo di produzione quale “nocciolo strutturale interno” della formazione sociale) nel dar vita alla dinamica storicamente specifica delle differenti società succedutesi nella storia.

Ho assegnato la suddetta centralità al conflitto tra strategie per l’assunzione della predominanza, cioè alla POLITICA (che, lo ripeto perché sia infine afferrato, non è la sfera politica dei vari apparati dello Stato e dell’amministrazione pubblica in generale, dei partiti, delle diverse associazioni, nazionali e internazionali, che agiscono in detta sfera, ecc.). E’ un “gioco” complesso di mosse e contromosse, in cui i soggetti in azione devono tenere conto sia della situazione esistente nel campo del confronto, sia delle mosse degli avversari. E tale gioco – pur se soggiacente, ma non sempre, a date regole “di massima” – richiede in ogni caso l’uso dell’inganno, del raggiro, del far credere ciò che non è, della finzione di attuare determinate decisioni mentre se ne realizzano altre, ecc. In definitiva, è un gioco in cui la segretezza è decisiva; e in cui, dunque, è assai rilevante lo spionaggio e la messa in opera di “quinte colonne” tra le fila dell’avversario. Bisogna saper stabilire le giuste alleanze e saperle usare, perfino tradendole in molti casi; e, logicamente, punendo duramente i traditori, gli infiltrati, gli spioni. Insomma, è la famosa “politica sporca” di cui parla, e correttamente, il volgo.

La POLITICA non è appannaggio di una sfera sociale, non sempre è svolta principalmente in una di esse. In questo senso, non esiste alcuna priorità della sfera produttiva come nella teoria marxiana. Ancora più errato è però il liberismo quando assegna tutte le virtù possibili al mercato, proprio la “superficie” della sfera economica. Del resto, contrastare tale forma di economicismo con l’appello alla preminenza della sfera politica o di quella culturale, dell’uso degli apparati di questa o di quella, è sovente un girare in tondo, ma sempre alla superficie del fenomeno della lotta e del conflitto che muove la società. La segretezza spinge l’azione conflittuale in più oscure profondità, dove occorrono strumenti (anche di pensiero) adusi a muoversi in esse.

Un imprenditore, ad es., non è un proprietario, non è un tecnico di produzione né un manager aziendale né un esperto di questioni mercantili; nemmeno è il semplice innovatore della teoria schumpeteriana. E’ invece uno stratega, un vero “giocatore”, che deve saper usare strumenti vari, ivi compresi gli uomini come fossero strumenti. E’ uno che deve sapere come muoversi nella sua sfera ma altrettanto bene in quella politica e in quella ideologica. Se vuol essere un dominante non può restare “impigliato” nella sola sfera economica; deve incontrarsi, allearsi, con soggetti delle altre sfere e che a loro volta apparterranno ai dominanti se sapranno porsi in relazione paritaria con lui per un’azione comune contro comuni avversari. L’imprenditore non è un “padrone” perché produce beni importanti o perché ha grandi disponibilità finanziarie. Questi sono strumenti e certamente senza strumenti non si fa nulla. Tuttavia nemmeno si fa nulla se si crede alla virtù degli strumenti di per se stessi, se si pensa che tecnica o nuovo prodotto o manovre con denaro, ecc. diano direttamente il potere, il predominio. La POLITICA ha bisogno di questi strumenti, ma non è questi strumenti, non va fatta alcuna confusione in merito. La POLITICA guida gli strumenti e, se li guida male, è perfettamente inutile possederli.

A volte si parla di politica di mercato. Se ci si riferisce al puro marketing, si tratta di una politica di rilievo ma dopo un’altra ben più importante. E’ utile, non decisiva per un’impresa. Certamente bisogna piazzare i beni prodotti sul mercato, certamente è indispensabile spuntare i prezzi migliori possibili e altrettanto dicasi per le quote di mercato occupate dai propri prodotti. Tuttavia, questi sono risultati di una ben diversa azione, che si potrebbe definire – alla stessa stregua delle politiche degli Stati – la conquista di più ampie sfere d’influenza (si può anche parlare di aree d’influenza, ma non in senso soltanto territoriale). L'”influenza” è qualcosa di più complesso (e complicato da ottenere) della quota di vendita; e precede questa quota, alla fine la renderà più consistente, ma soprattutto più stabile e potrà riuscire a tenere lontani (almeno entri dati limiti) i competitori. E per quest’influenza occorre la POLITICA, quindi l’investimento delle altre sfere sociali, il coinvolgimento di altri soggetti agenti in tali sfere. E pure essi, se sono in grado d’essere dominanti, se ne hanno i mezzi e la capacità, non si renderanno semplici servitori dello stratega imprenditoriale, agiranno spesso in autonomia – pur nell’eventuale alleanza o almeno accordo con quest’ultimo, con il quale, a volte, sono invece in contrasto – per ampliare la propria influenza, cioè quella degli apparati della loro sfera sociale d’appartenenza.

 

8. Siamo così arrivati al punto cruciale. Non esiste la Finanza (internazionale, senza Patria) che tutto domina e dirige. E’ ovvio che chi ha il possesso di uno degli strumenti (il denaro nelle sue figurazioni monetarie o a queste assimilabili) utilizzati nelle varie mosse strategiche, di cui è intessuta la POLITICA, ne approfitterà per arricchirsi; o anche per porsi in posizioni di potere, ecc. Il fulcro di quest’ultimo, e della supremazia che ad esso si accompagna, è però situato nella POLITICA. Allo stato attuale, dunque, è in pratica impossibile distinguere dei gruppi stabilmente dominanti da altri dominati con assoluta certezza.

Gli strateghi – i portatori di quelle mosse miranti alla predominanza, implicanti conoscenza del terreno di scontro, delle forze in campo, delle possibili contromosse avversarie; e in più assai attenti alla segretezza dei propri intendimenti – appartengono a tutte le sfere sociali. Non vi è dubbio che certi apparati avranno magari più rilevanza nell’effettuazione delle strategie in questione. In proposito sembrano particolarmente decisivi – soprattutto quando lo scontro si fa più esteso ed acuto, con ampia utilizzazione degli strumenti bellici – gli apparati costituenti lo Stato; e non certo la Finanza. Gli apparati di Stato, tuttavia, non coinvolgono in eguale misura, e con eguale potere, i vari gruppi di soggetti che ne occupano i diversi ruoli e ne svolgono le differenti funzioni. Non abbiamo quindi modo, almeno al momento, di precisare i caratteri dei gruppi dominanti e quelli dei gruppi dominati. Tanto meno abbiamo la possibilità di porre dominanti e dominati in un chiaro e netto scontro antagonistico duale.

Proprio per questo siamo spesso costretti a trattare i conflitti tra Stati come i più decisivi per l’andamento non soltanto delle questioni internazionali, ma anche di quelle nazionali; e di quelle economiche in specie. Se guardiamo all’interazione (e intreccio) tra i vari Stati, che poi si rifanno quasi sempre alla presenza di diversi paesi (e diverse nazionalità), non possiamo non notare differenti gradi di autonomia o invece dipendenza di alcuni di essi da altri; con speciale preminenza, ancor oggi, degli Stati Uniti, sia pure ormai variamente contestata. E tutto ciò complica ancor più il problema della dominanza. I gruppi che la esercitano in un paese, o in un’area “regionale” (del mondo), sono sovente subordinati ad altro paese. Insomma, distinguere con una netta linea di demarcazione dominanti e dominati è operazione massimamente scorretta, stando alle nostre attuali conoscenze del problema.

In fondo, tutte le mie ultime elucubrazioni sulla realtà che è presenza pur essendo assente (nella sua espressione empirica e sensibile), sul flusso inconoscibile, ecc. dipendono in buona parte dall’intenzione di segnalare la nostra scarsa capacità di analizzare i rapporti sociali oggi vigenti. Parliamo sempre di capitalismo con chiaro sottofondo economicistico poiché in definitiva ci riferiamo sempre alle società, in cui sono presenti il mercato e le unità che in esso competono, cioè le imprese. In base alla presunta maggiore rilevanza della sfera produttiva nella costituzione dei rapporti specifici delle differenti formazioni sociali succedutesi nella storia, Marx aveva indicato un preciso carattere distintivo delle classi dominanti e dominate: la proprietà o meno dei mezzi di produzione. Da tale carattere, una volta arrivati alla forma capitalistica dei rapporti sociali, discendevano una serie di conseguenze da lui previste – e da me più volte indicate – che si sono dimostrate errate nel succedersi degli eventi, soprattutto nel XX secolo.

Non esiste al momento alcun altro carattere sostitutivo per ottenere i risultati analitici che Marx credeva di avere realizzato; il conflitto strategico, da me posto al centro dell’analisi della(e) società moderna(e), detta(e) capitalistica(che), non consente alcuna precisa distinzione in merito. Certamente, è abbastanza facile constatare che nel mondo, per le decisioni che contano di più, ci sono gruppi che ne hanno potestà (si tratta di infime minoranze) e altri, maggioritari, che contano ben poco. Tuttavia, non è affatto semplice individuare i criteri migliori per classificare i decisori e i non decisori. In genere si ricorre a semplificazioni proprio avvilenti come quella che, appunto, attribuisce il potere decisionale supremo ad una sorta di massoneria costituita da finanzieri; in definitiva, per la considerazione banale che chi ha soldi “compra cose e persone”.

Permane inoltre ancora, ormai però in netta caduta di interesse, la più sciocca delle tesi maturate negli ultimi quarant’anni di degrado del pensiero: e cioè la fine degli Stati nazionali. Non sono per nulla finiti, ma hanno capacità decisionali del tutto differenti e non semplicemente per l’aspetto più superficiale della potenza economica o militare. Esiste una rete assai complessa di gruppi decisori. Bisogna sempre ricordare che uno dei tratti caratteristici della POLITICA è la segretezza delle mosse strategiche decise, che si rivelano solo, ovviamente, quando vengono effettuate. E detta segretezza è sovente il connotato dei decisori stessi, e non soltanto delle loro mosse. Comunque questo è un problema che va semmai sviluppato a parte.

Qui mi preme ribadire, per concludere, che non esiste al momento criterio plausibile – com’era comunque, pur se rivelatosi infine improprio, quello marxiano relativo alla proprietà (in quanto potere di disporre) dei mezzi di produzione – per distinguere i decisori dai non decisori. Per questo motivo, nell’analisi (politica) riguardante il comportamento degli agenti delle varie mosse strategiche ci atteniamo a quanto più “sensibilmente” si nota (ad es. l’azione dei vari Stati), senza peraltro avere in mente alcun carattere in base al quale fare di questi agenti degli effettivi portatori delle principali attività decisionali (o non decisionali); non riusciamo cioè a dividerli in “classi”, che sono logicamente antecedenti rispetto ai loro componenti attivi. I proprietari, secondo Marx, innanzitutto portavano questo ruolo nella struttura reticolare dei rapporti sociali. Poi agivano svolgendo la funzione di tale ruolo; e in questa attività manifestavano magari le caratteristiche individuali dalle quali si era primieramente astratto. Perché è chiaro che, se tutto viene considerato nella mera empiria, tra portare e agire non si evidenzia alcuna distinzione; ed è appunto quanto accade considerando il conflitto strategico, cioè la POLITICA. Se però si opera scientificamente, è indispensabile effettuare una distinzione – logica, non di fatto – tra l’essere portatori e l’essere agenti.

Si tratta comunque di un altro problema rispetto a quello su cui ho qui discettato, e ne parleremo ancora a lungo in futuro. Qui ribadisco solo, terminando il mio discorso, che la più becera delle interpretazioni sulla divisione tra chi decide e chi deve accettare le decisioni altrui è quella che si basa sulla predominanza della Finanza, fra l’altro non avendo capito un bel nulla di quanto si era invece ben compreso un secolo fa: il capitale finanziario è intreccio (simbiosi come disse Lenin) tra banca e industria. La tesi dell’onnipotenza del possessore e manovratore del “liquido” (o similare) è a mio avviso la manifestazione più significativa della superficialità “predominante” in quest’epoca. E con questo è tutto.

L’articolo è stato pubblicato il 22 gennaio 2016 su Conflitti e strategie.

Link articolo © Gianfranco La Grassa

Infografica: l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright.

Poi ripreso anche da Megachip

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La più bella delle teorie

(Il presente articolo è tratto da “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli) Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso quasi un anno a bighellonare oziosamente. Era a Pavia, dove aveva raggiunto la famiglia, dopo avere abbandonato gli studi in Germania. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, fatto che spesso dimenticano i genitori degli adolescenti. Era l’inizio della rivoluzione industriale, e il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in Italia. Poi Albert si era iscritto all’Università di Zurigo e si era immerso nella fisica. Pochi anni dopo, nel 1905, aveva spedito tre articoli in un’unica busta alla principale rivista scientifica del tempo, gli «Annalen der Physik». Ciascuno dei tre valeva un Nobel. Il primo mostrava che gli atomi esistono davvero. Il secondo apriva la porta alla Meccanica dei Quanti, di cui spero di dire qualcosa in futuro su questa pagina. Il terzo presentava la Teoria della Relatività (oggi chiamata «relatività ristretta»), che chiarisce che il tempo non passa eguale per tutti: due gemelli si ritrovano di età diversa, se uno dei due ha viaggiato velocemente. Einstein diventa un fisico rinomato e riceve offerte di lavoro da diverse università. Ma qualcosa lo turba: la sua Teoria della Relatività non quadra con quanto sappiamo sulla gravità. Se ne accorge scrivendo un articolo di rassegna sulla nuova teoria, e si chiede se la vetusta e paludata «gravitazione universale» del grande padre Newton non debba essere riveduta anch’essa, per renderla compatibile con la nuova relatività. S’immerge nel problema. Ci vorranno dieci anni per risolverlo. Dieci anni di studi pazzi, tentativi, errori, confusione, idee folgoranti, idee sbagliate. Finalmente, nel novembre del 1915, manda alle stampe un articolo con la soluzione completa: una nuova teoria della gravità, cui dà nome «Teoria della Relatività Generale», il suo capolavoro. La «più bella delle teorie» l’ha chiamata il grande fisico russo Lev Landau.

Fonte: filosofiprecari.it

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Il figlio di Saul prova a rappresentare l’irrappresentabile

di Goffredo Fofi, da Internazionale

Il figlio di Saul è l’opera prima di un regista ungherese, László Nemes, che ha 39 anni, che sa molto bene quello che vuol dire e come dirlo. Si vede il film angosciati, con le stesse sensazioni di dolore e di rabbia con cui si videro i primi documentari sulla shoah (che allora si chiamava massacro e poco dopo genocidio, quindi olocausto e infine shoah), e si lesse Se questo è un uomo, e si ascoltarono i racconti dei sopravvissuti, e si seguì sulla stampa il processo Eichmann.

Comunicare l’orrore

Nonostante l’esplosione di vitalità che seguì la guerra mondiale, ci si interrogava o si restava – i più piccoli – inquietati o terrificati dalla domanda di sempre ma per loro nuova, e a cui, per i più adulti, Auschwitz e Hiroshima davano un tocco nuovo che era quello della tecnica e dell’organizzazione industriale, della macchina oltre che della scienza. La domanda di sempre era piuttosto una constatazione: di questo dunque è capace l’uomo.

Partire da qui è fondamentale, perché ci sono film che il discorso del critico arriva a toccare solo in seconda istanza, film che ci sembra vadano oltre il cinema e un discorso sull’arte – anche se poi, ragionandoci, ci si accorge che non è proprio così – e per i quali qualsiasi riflessione di tipo formale ed estetico sembra, almeno in un primo tempo, quasi offensiva.

È difficile, se non impossibile, riuscire a comunicare l’orrore, anche se in tanti ci hanno provato e ci sono riusciti, da Eschilo a Dante, da Dostoevskij a Celan.

In breve: con una macchina da presa (e pellicola) che insegue il primo piano del protagonista e lascia sullo sfondo, confusa, la visione dell’orrore; con un formato ormai insolito, da cinema del tempo; come fosse un documentario ma con una costruzione drammaturgica studiatissima e una sceneggiatura calcolatissima; Nemes racconta di un sonderkommando – i prigionieri addetti ad assistere i boia nel massacro degli altri in attesa del proprio – che crede di riconoscere in una vittima bambina il proprio figlio, ma più tardi sapremo che forse non ha mai avuto un figlio!, e che vuol dargli sepoltura religiosa, cercando affannosamente in mezzo ai morti, agli assassini e ai becchini alla cui schiera appartiene, il rabbino che possa farlo.

Lo spettatore dispone del suo volto, di uno sfondo che raramente ci viene accostato, e segue la sua ossessione narrando allo stesso tempo la vita del lager (Auschwitz-Birkenau, mai nominato) e la costante presenza della violenza e della morte, e nelle pieghe del racconto la preparazione della rivolta dei sonderkommando, destinata alla sconfitta.

Qui tornano alla mente dello spettatore le immagini agghiaccianti dei Dannati di Varsavia di Andrzej Wajda, l’unico regista con l’altro polacco Andrzej Munk, La passeggera, e con il francese Jean Cayrol sopravvissuto autore di Notte e nebbia con Alain Resnais, e in letteratura con il nostro Primo Levi e pochi altri, ad avere forse affrontato con la coscienza più responsabile il dovere di raccontare e di interrogare/interrogarci. Non di farne, come è accaduto fin troppo spesso più tardi, semplicemente merce.

L’orrore estremo non è, se si è puri, irrappresentabile, ma essere puri è difficile. E se Il figlio di Saul è un film sconvolgente, che non va assolutamente confrontato con le operazioni commerciali degli Spielberg e dei Benigni, pure il dubbio rimane che sia proprio il grande controllo esercitato su questa materia incandescente da un regista nato più di trent’anni dopo la shoah, a limitare non la sua forza, ma la sua purezza.

Scappatoia ideologica

Nemes sa quello che vuole e sa come ottenerlo: una nuova immagine della shoah, un modo di raccontarla che nessuno prima di lui ha tentato, e che possa sconvolgere lo spettatore ma anche sbalordirlo, fargli ammirare il suo lavoro, farlo premiare. A questo dubbio risponderà solo la sua opera futura, ma la domanda di Lanzmann (invecchiato piuttosto male dopo l’impatto del suo film sulla shoah) e prima di lui di Adorno rimane angustiante, conturbante: si può fare opera d’arte sull’indicibile, sull’immostrabile? È lecito tentarlo? È accettabile che parli di Auschwitz chi non c’era o chi non ha vissuto un orrore simile?

Resta a dire del filo narrativo del film, dell’idea – che va oltre il tempo e il luogo che esso affronta – di un dovere verso l’infanzia vittima del mondo adulto ma a cui il mondo adulto continua ad affidare, più o meno ipocritamente, l’ambigua speranza o meglio il compito di un mondo migliore. Bisogna anche chiedersi, credo: che cos’hanno capito e fatto e fanno i bambini che diventano adulti, che non muoiono bambini? Seppellire i morti con la giusta sacralità, specie se bambini, è doveroso e giusto, mentre anche nel film affidare loro la speranza nel futuro può fungere da scappatoia ideologica.

Che tutte queste questioni siano sollevate dal film di un esordiente è comunque straordinario, e si spera che l’occasione sia accolta dagli spettatori più esigenti, da quelli moralmente più esigenti.

Per il resto: quanto di calcolo c’è nell’ispirazione di Nemes? E quanto di autentico e di poetico, nel senso più alto, nella scommessa del Padre del bambino dal nome ignoto? Quanto di necessario e quanto di prestabilito? Quanto di poetico e quanto di oculato? Lo sapremo solo dai prossimi film di Nemes, regista di grande talento e, ci auguriamo, di grande onestà.

di Goffredo Fofi, da Internazionale

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Siamo di nuovo alla vigilia di una crisi globale?

di Aldo Giannuli

nuova_crisi_globale_940C’è un modo empirico per sapere se una grande crisi è in arrivo: quando gli economisti scrivono che “non è un nuovo ’29 (o 2008)” vuol dire che è in arrivo qualcosa di peggiore del 1929 (o del 2008). Di solito gli economisti sono bravissimi a prevedere le crisi quando già sono in pieno svolgimento. Vediamo un po’.

Paul Krugman (“Internazionale” 15-21 gennaio 2016 p. 38) dice:
“I problemi della Cina provocheranno una crisi globale? La buona notizia è che le cifre non sembrano abbastanza grandi. Quella cattiva è che potrei sbagliarmi, perché spesso il contagio globale si rivela più grave di quanto i numeri non dicano”
E conclude l’articolo con queste parole: “La mia previsione è ancora che la situazione non sia così grave: è spinosa in Cina, ma per il resto del Mondo è solo una turbolenza. Spero davvero di non sbagliarmi, perché a quanto pare non abbiamo un piano b.”
Incoraggiante vero?

Molto meno ottimista è Roubini che dice (Repubblica 18 gennaio 2016) di scorgere sinistre somiglianze con il 2008 e parla di un imminente pericolo di crack.

Spero di sbagliarmi, ma temo che abbia ragione Roubini, mentre il testo di Krugman, più che un’analisi, mi sembra una supplica alla Madonna. Credo che abbia dato ascolto più ai suoi timori e alle sue speranze che all’analisi fredda dello stato di fatto.

Intanto, i numeri della crisi cinese non mi sembrano così piccoli, visto che si tratta del secondo Pil mondiale ed il debito aggregato è al 251% del Pil e, da un anno e mezzo, ha superato in percentuale quello americano, che però (va detto) è sceso in rapporto al Pil da 5 anni in qua. Probabilmente il contagio, in termini di titoli cinesi posseduti da banche di altri paesi, è piuttosto modesto peraltro la Cina ha una robusta riserva di dollari liquidi e titoli americani, per cui, anche se la Pboc assorbisse tutti i debiti delle amministrazioni locali (che sono, con quelli dei privati, la parte più grossa) farebbe tranquillamente fronte al buco. Però, questo è il problema, se la Cina smette di rinnovare i titoli americani, che ripercussioni ha tutto questo sugli Usa e, di riflesso, sul resto del Mondo? Probabilmente gli Usa riuscirebbero a far fronte in qualche modo: in fondo c’è sempre la risorsa di stampare dollari ed allagare il mondo, cosa che, però avrebbe un prezzo politico. Insomma, non stiamo parlando di qualcosa che resterebbe senza conseguenze. Poi, bisogna considerare quanto peserebbe sul mondo una battuta d’arresto della manifattura cinese, il che metterebbe nei guai Australia, Brasile e diversi paesi africani, facendo ulteriormente scendere la domanda di petrolio è che l’altro fattore di crisi in agguato: l’Arabia saudita, con la sua politica del prezzo stracciato, si sta riducendo molto male ed è costretta (cosa impensabile sino a poco tempo fa) alla spending review, ma sta riducendo ancor peggio le compagnie petrolifere americane.

Il problema è semplice: lo shale richiede costi di estrazione abbastanza alti, per cui il barile non può scendere sotto i 60-65 dollari, altrimenti va sottocosto, ma il barile ormai è sotto i 29 e diverse imprese petrolifere Usa vedono avvicinarsi lo spettro del fallimento, con tutti gli effetti a catena che si possono immaginare (perdita di posti di lavoro, calo di consumi, sofferenze bancarie ecc.). Ed il petrolio low cost mette nei guai anche la Russia che già balla pericolosamente sulla soglia del default.

Come se non bastasse, bisogna mettere nel conto gli effetti della “guerra” euro-americana per l’auto (ne riparleremo), l’evanescente ripresa europea, le spinte geopolitiche a cominciare dal terrorismo che ne è espressione, eccetera.

Ciascuno di questi fattori in se è preoccupante ma non è tale da scatenare una crisi globale, quello che fa temere un esito del genere è che questi fattori interagiscano fra loro determinando un effetto moltiplicatore. La più grande somiglianza con il 2008 è che c’è troppo debito: Nei primi del 2009, la somma dei titoli di credito assommava alla folle cifra di 12 volte il Pil mondiale, anche se va detto che essa scendeva considerevolmente per effetto della compensazione che riduceva il debito netto a circa 4 volte il Pil mondiale. Dopo, in parte perché una parte dei titoli venne bruciato dalla crisi, in parte per la pur limitata ripresa del Pil (soprattutto negli emergenti), il parte per il riassorbimento di una parte dei debiti per effetto delle politiche di contenimento della spesa e per la liquidazione di una parte degli asset (o delle privatizzazione da parte degli stati), la crescita del rapporto debito/Pil ebbe un iniziale rallentamento, ma per poco. Le politiche di iper liquidità ha spunto di nuovo alla moltiplicazione del debito: rispetto al 2007, nel 2015, infatti il debito globale mondiale è cresciuto di ulteriori 57mila miliardi di dollari aggiungendo un 17% in più al rapporto debito e Pil.

A fine 2014, il debito complessivo mondiale era di 199 mila miliardi di dollari, quasi 3 volte il Pil globale. Infatti, l’inondazione di liquidità è stata utilizzata in massima parte, solo per essere reimpiegata in investimenti finanziari: alle imprese ed ai privati sono giunte poche briciole, occupazione e consumi sono fermi al palo. E, infatti, nonostante l’alluvione di Dollari, Yen, Euro, Yuan non ci sono quei segni di inflazione che dovrebbero esserci se il flusso fosse andato all’economia reale, anzi siamo in un momento in cui quel che fa paura è la deflazione. Siamo in un classico “momento Minsky” per cui anche la nuova emissione di liquidità congiunta fra le principali banche centrali, avrebbe solo l’effetto di guadagnare tempo dal punto di vista finanziario per poi tornare in breve ad una situazione identica a quella di ora ma con un debito accresciuto.

Il problema è che quello che non funziona è il sistema neo liberista incapace di uscire dalla sua crisi senza produrre le premesse per un’altra crisi peggiore della precedente.

Fonte: blog di Aldo Giannuli

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La forza della verità nella profezia di Tiziano Terzani

L’alternativa all’odio di Oriana Fallaci

“Il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali”

Tiziano Terzani

Il libro di Gloria Germani, Tiziano Terzani: la forza della verità mette in luce la pozione totalmente originale di Terzani rispetto al pensiero unico. La sua capacità di smascherare i limiti e le contraddizioni dell’Occidente è oggi ( a 13 anni di distanza) più attuale che mai ed anticipa l’acuminata critica di Chomskhy alla fabbrica del consenso occidentale.

“Dopo gli attentati di Parigi, tutti dicono che aveva ragione Oriana Fallaci, ma io credo che mai come adesso, ad avere ragione era invece Tiziano Terzani – afferma Germani – Terzani aveva previsto l’acuirsi del terrorismo, credeva che l’11 settembre 2001 costituisse una buona occasione per un profondo esame di coscienza e per un grande ripensamento della nostra civiltà occidentale”.(Corriere della Sera).

Il nocciolo della posizione di Terzani, è forse riconducibile alla domanda: “E’ possibile rimanere fuori da un sistema che cerca di fare di tutto il mondo un mercato, di tutti gli uomini dei consumatori, a cui vendere prima gli stessi desideri e poi gli stessi prodotti”? La voce di Terzani si leva più potente  che mai contro le logiche economichee di dominio che ci stanno portando sul Baratro della III Guerra Mondiale.

1. 14 anni fa Oriana Fallaci lanciò la sua campagna di odio contro i mussulmani che invadono l’Occidente. In questi lunghi anni, l’Occidente non ha fatto che seguire la sua guerra di vendetta bombardando Afganistan, Iraq, Libano, Libia, Siria e il problema del terrorismo non è affatto risolto, ma esponenzialmente ingigantito.

2. All’ opposto, Terzani vide nell’ 11 settembre 2001 l’ occasione per “ fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita”. Era una buona occasione per “ ripensare tutto: i rapporti tra Stati, tra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo .”

3. Non possiamo capire il mondo guardandolo solo dalla nostra parte – questa è la legge fondamentale che oggi continuamente dimentichiamo. Come dimentichiamo che dalla II guerra Mondiale, la guerra non è più quella cavalleresca combattuta ad armi pari. Non potendo colpire i piloti che sganciano bombe da altezze irraggiungibili, la reazione diventa spesso quella di colpire i civili.

4. Se non fosse stata accecata dalla rabbia, La Fallaci e insieme il giornalismo occidentale – avrebbero visto negli attentati del 2001 contro l’Organizzazione del Commercio Mondiale, come reazione alla lunghissima serie di azioni e di bombardamenti occulti operati principalmente dalla Cia , tesi a mettere sotto il controllo americano i paesi ricchi di petrolio. Di più: il WTO, inventato nel 1994, aveva tolto ogni barriera al commercio transcontinentale a scapito della economie locali- ecologicamente e umanamente sostenibili.

5. Terzani indica una verità ancora più profonda: «Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nel vita della gente, facendo di valori come il denaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio”. Similmente, Papa Francesco ha indicato il pensiero economico- tecnocratico dominante come responsabile della enorme crisi climatica ma anche dell’atteggiamento predatorio dell’uomo moderno, sia nei confronti della natura, che dei suoi simili (Laudato Sii) .

6. Terzani è stato un precursore. La sua critica radicale della nostra maniera di pensare (e quindi di agire ) è stata seguita e confermata da : 1. l’ enorme crisi ambientale e il riscaldamento globale 2. La crisi economico –finanziaria scoppiata nel 2008 3. Una grande crisi esistenziale dell’occidente e la perdita di ogni valore .

7. Oggi studi inconfutabili confermano che il riscaldamento climatico è causato dal 50 anni di industrializzazione estesa, prodotta dai combustibili fossili. Inoltre se tutto il globo avesse gli stessi livelli di consumo degli americani, ci sarebbe bisogno di 6 pianeti e non di 1 solo come di fatto abbiamo ( Ecological foot Print, IPCC). Pertanto – come Terzani ci ammonica – il nostro sistema di vita – consumista, democratico e capitalista -, contrariamente a quanto ci viene sbandierato, non è esportabile.

8. Oggi si comincia ad afferrare che quello della Crescita è un mito. “ Una crescita infinta – dei profitti, dei consumi e dei rifiuti- è impossibile in un pianeta finito”; Come ribatte Serge Latouche:“ il libero mercato altro non è altro che la libera volpe nel libero pollaio!”

9. Così pure l’Idea di Progresso e di Evoluzione. Certo, ripete Terzani, veniamo dalle scimmie, però non c’è nessun tempo lineare che punta dritto verso la perfezione .

10. la Globalizzazione non è il risultato dell’Evoluzione. Piuttosto è il frutto della tecnologia e dell’industria che – per poter vendere gli stessi prodotti –deve vendere prima gli stessi desideri. Cos’altro sono I mass media se non la fabbrica dei desiderii artificiali?

11. La Fallaci si è chiusa nell’orgoglio di una civiltà che sta disattendendo sempre di più tutte le promesse, in particolar modo quelle di benessere sociale. Al contrario Terzani si domandava con preveggenza nel 2003« Perché, c’è da riflettere: cos’è questa civiltà moderna? e rispondeva: ”È la ragione diventa matta, che è diventata matta per colpa dell’economia. L’economia è diventata il criterio principale di tutto; non ci sono altri valori.” E ci incitava: dobbiamo rimettere l’economia dietro all’etica!

12. Un unico filo lega la guida spirituale, il saggio che ha incarnato il meglio di Oriente e Occidente, al Terzani che ha esplorato tutte le filosofie di vita del nostro tempo: dal Comunismo al Capitalismo. Il suo punto di arrivo – Gandhi, il ritorno alla semplicità, alle economie locali e biologiche – è un alternativa potente alle Guerre attuali e al pensiero unico dominante.

13. La posizione di Terzani -così fuori dal coro – contiene una visione ricca di frutti per il futuro. La nostra maniera moderna di vedere le cose separate l’una dall’altra: l’economia dall’ecologia, la chimica, la sociologia, la medicina, l’agricoltura industriale, la geologia, la psicologia e il consumismo, ha le sue radici nel pensiero settecentesco newtoniano-cartesiano. Un pensiero materialista, meccanicista, che misura la realtà solo in termini di numeri. Ha portato grandi novità tecnologiche ma anche conseguenze devastanti!

14. Ma la vita non è matematica! Questa scienza non è neutrale e la tecnologia è il cavallo di Troia per l’occidentalizzazione del Mondo! (Pannikar e Terzani) Da Einstein in poi, abbiamo iniziato a capire che non esiste la materia, che tempo e spazio non sono contenitori vuoti, che non esiste nessun oggetto in sé, e neppure un individuo indipendente e separato. Tutto è energia e interconnessione così  come da tempo immemore ci hanno insegnato buddismo, taoismo,’induismo e le tradizioni mistiche occidentali. Fisica quantistica, fisica subatomica, Entaglement confutano il paradigma della scienza settecentesca sui cui sono fondate le nostre società oggi in crisi, sotto innumerevoli aspetti.

15. Per questo Terzani – il giornalista – saggio ci esortava nel 2002: Fermiamoci!! Si tratta di non continuare inconsciamente nella direzione in cui siamo. Perché questa direzione è folle! Dobbiamo abbracciare il pensiero che tutto è Uno e trovare una dimensione collettiva e sociale più in sintonia con la natura. E dunque Buon viaggio! Perché l’universo è meraviglioso ed l’uomo ha un grande avvenire a cui lavorare

Foto di “Tiziano Terzani”. Con licenza Copyrighted tramite Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/File:Tiziano_Terzani.jpg#/media/File:Tiziano_Terzani.jpg

Fonte: sito web MDF

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Vendetta, tremenda vendetta

di Mario Salis. Fonte: Globalist

Basta legarsela al dito, per non dimenticare un torto subito, come l’orgoglio sconvolto dall’odio. Covata per anni, tramandata per generazioni. Salvo poi scatenarsi efferata, inarrestabile, nell’attimo di una follia. Tremenda, implacabile come la collera: la vendetta.

“Vendetta: istinto o istituzione?” Il tema del convegno promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza di Cagliari in occasione della pubblicazione del volume: “Antropologia della vendetta”, a cura di Giuseppe Lorini professore associato di Filosofia del diritto all’Università di Cagliari e di Michelina Masia docente di Sociologia del diritto presso lo stesso ateneo. Nell’aula magna “Maria Lai” ad animare il dibattito, coordinato dal Professor Pier Luigi Lecis: le relazioni di Vincenzo Ferrari – Università Statale di Milano, International Institute for the Sociology of Law of Oñati – Pluralismo giuridico e relatività concettuali; Antonio Incampo – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”- Vendetta barbaricina e terzietà del giudizio; Mauro Mura Procuratore capo della Repubblica di Cagliari – Vendetta barbaricina e giurisdizione penale oggi; Letizia Mancini – Università Statale di Milano – Oltre il folk law. Contributi dell’antropologia alla comprensione della vendetta; il giornalista Celestino Tabasso – Presidente dell’Associazione della Stampa Sarda – Dal fioretto alla clava: giornalismo e vendetta.

La pubblicazione scientifica fa seguito all’analogo convegno di Austis del 2012 con studiosi provenienti da varie università italiane: Cagliari, la Statale e la “Bicocca” di Milano, Pavia, Torino, Trento, Urbino, dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dall’estero: Moores University di Liverpool, Universidad Veracruzana di Xalapa, Messico, Università di Danzica, Polonia. La monografia corredata da ventuno saggi ad opera di filosofi, giuristi, antropologi, sociologi ed etologi affronta da punti di vista specifici l’influenza della ragione e della cultura sulla natura istintiva ed aggressiva del comportamento umano, che genera molteplici forme ed aspetti della vendetta. Quella del Kanun albanese, del samurai, delle saghe nordiche medioevali, del diritto induista arcaico.

“La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico” di Antonio Pigliaru, filosofo del diritto che nel 1959 pubblica il suo studio di antropologia giuridica con la codifica di 23 articoli. Testimonianza diretta di un ordinamento consuetudinario che regolamenta un’intera comunità pastorale. Un contributo fondamentale di indagine sul campo, che per tanti anni è rimasto nel ristretto novero degli ambienti accademici, ma che nel tempo dovette subire contaminazioni fuorvianti come l’accostamento approssimativo al fenomeno del banditismo sardo, sulla scia della lunga stagione dei sequestri. Trentuno ostaggi scomparsi nell’arco di mezzo secolo, crearono un forte impatto emotivo sull’intero territorio nazionale.

“Rappresentazioni e mistificazioni della vendetta barbaricina” un capitolo centrale della curatrice dell’opera, la sociologa Michelina Masia, che dimostra peraltro, come perfino una variegata documentazione letteraria e cinematografica ha consolidato una certa idea della vendetta a sfondo prevalentemente economico e passionale, da far impallidire il filone western di Sergio Leone, nella migliore delle ipotesi. Tuttavia non mancò qualche eccezione con registi di valore come Vittorio De Seta e Carlo Lizzani. L’antidoto più volte somministrato al disagio sociale, costituito da endemiche forme arcaiche di assetto economico, si rivelò un massiccio processo di modernizzazione, che si tradurrà in un controverso ciclo di industrializzazione senza rimuovere certe devianze, producendone altre. Le stesse conclusioni della Commissione di inchiesta parlamentare sui fenomeni di criminalità in Sardegna, dall’0ttobre del 1969 al marzo del 1972, relatore il parlamentare Ignazio Pirastu, si rivelarono sostanzialmente deludenti.

Il dibattito dei giorni scorsi ha avuto il pregio non comune, per le tematiche complesse affrontate, di attraversare i confini tra le varie discipline, per certi versi inesplorati, che spesso diventano barriere preclusive di un confronto più ampio e fruibile all’esterno. Di particolare stimolo l’approccio etologico, con l’analisi di psicologia animale sul sistema vendicatorio, riscontrabile peraltro in alcune colonie di primati. Nelle note introduttive, la stessa vicenda del cammello arabo che si ribella alla fatica ed alle vessazioni del suo giovane allevatore, richiamano il triste epilogo dei conducenti dei muli della Grande Guerra, scaraventati nelle gole profonde dai camminamenti in alta quota, per aver incitato oltre modo la bestia da soma impiegata nel trasporto dell’artiglieria da montagna. Una ribellione frutto dell’esasperazione di quel tragico conflitto che accomunava uomini ed animali in un destino ingrato quanto inedito. Un taglio alternativo troviamo nel saggio di Giuseppe Lorini: “Il linguaggio muto della vendetta”, che attraverso esempi di diritto popolare indaga sul concetto di vendetta, strettamente individuale. Siamo nel “Mondo dei Vinti” tra le Langhe, al confine tra il Piemonte e la Liguria, paesaggio suggestivo che ha incantato anche le streghe. Dove arrivano anche i sardi, i calabresi e i siciliani quando a Cuneo apre la Michelin e ad Alba la Ferrero. Si assottiglia e si sfrangia La Spoon river rurale del libro di Nuto Revelli, come ebbe a dire Corrado Stajano, dove dominano le “masche” mitiche figure femminili dell’immaginario contadino, foriere di prodigi o di eventi nefasti, costellati dalle “ciabre”. Per alcuni, goliardiche scampanate ai novelli sposi in età avanzata, per altri spedizioni punitive o riparatorie verso chi aveva insidiato l’illibatezza di giovani contadine. Un’usanza severamente proibita ma comunque assai praticata, che costituiva una forma di ribellione alla rigida morale cristiana imperante fin dal Medioevo. La vendetta contadina, una sorta di linciaggio morale, che poteva durare anche quaranta giorni filati, come la “ciabra” di Monforte d’Alba del 1946. Una variante la “bernà”: seminare di cenere o di calce la strada dalla chiesa alla dimora della persona ripudiata, causa della rottura di un fidanzamento o per aver convolato a nozze con un consorte diverso da quello prescelto. Nella versione cortei chiassosi si trovano riscontri, isolati per fortuna, anche in Sardegna fino agli anni Ottanta, ad esecrare insperati ricongiungimenti matrimoniali. Manifestazioni eccessivamente irridenti, talvolta sgradite, tanto da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. I ventitré articoli di Pigliaru sintetizzano un patrimonio normativo più ampio, mentre l’ambito geografico andrebbe principalmente circoscritto nella comunità pastorale di Orune.

“C’è una giustizia che travalica il principio di giustizia, c’è una razionalità che travalica la ragione”, un brocardo giapponese che richiama alla vendetta del samurai. Un comportamento dettato da una scelta individuale che nasce dall’animo, rapida, senza incertezze. Il diritto è la vendetta che rinuncia, incredibile ad una prima osservazione ma di autorevole fonte. Apparentemente inconfessabile ma veritiero: la vendetta e la giustizia a volte coincidono. Rincarando, spesso anche con l’ingiustizia. Concetti estremamente delicati sulla linea stretta di confine della cosiddetta legalità. Il processo, senza giudici, di Verona del 1944 contro i firmatari dell’ordine del giorno “Grandi” nella notte del Gran Consiglio del Fascismo, il 24 luglio 1943. Come ha ricordato il Professor Vincenzo Ferrari, insieme al sistema di carcerazione detentiva inaugurato nel 2002 nella base americana di Guantànamo dove sono relegati i presunti terroristi provenienti dall’Afganistan. Anche, la rappresaglia fuori e dentro le guerre o nelle trincee dei quartieri metropolitani. Il linciaggio organizzato, in auge fino agli anni Quaranta nel civilissimo Nord America, una forma di violenza collettiva tollerata, in contrapposizione alle sanzioni della Legge. In Italia, solo una norma del 5 settembre 1981 ha definitivamente abrogato il “delitto d’onore” del famoso art. 587 del vecchio codice penale. Tristi vicende del passato che si riverberano con accenti di innegabile pessimismo, senza indebolire la fiducia sulle capacità di rinnovamento della civiltà giuridica. Siamo quasi ossessionati dal tempo che farà domani mentre sorvoliamo sui cataclismi climatici che interessano da vicino il pianeta, ha sottolineato Professor Incampo. Come quando la vendetta si ripropone con allarmante frequenza, attraverso i conflitti multiculturali che impegnano da vicino i sistemi normativi del vecchio continente.

Ma l’analisi teorica non si è sottratta alla drammatica attualità di vicende ancora irrisolte, ispirate da esplicite dinamiche di vendetta: all’alba del 24 dicembre 1998 l’uccisione di don Graziano Muntoni. Nessuna breccia investigativa al di là dei probabili moventi come del resto in pieno giorno il 29 dicembre 2007, sempre nel centro di Orgosolo, per l’omicidio del poeta Peppino Marotto con il ritrovamento di altri due morti ammazzati appena dopo una settimana. Ma prima ancora a Lula, l’uccisione nel tardo pomeriggio del 25 novembre 2003 della giovane figlia di Matteo Boe, Luisa Manfredi, ancora senza un colpevole e non pochi problemi in sede istruttoria e di giudizio. Infine, l’8 maggio 2015: lo studente di Orune Gianluca Monni fulminato da tre fucilate mentre aspetta il pullman per il capoluogo nuorese. Un caso avviato verso una pronta soluzione che segna però il passo delle indagini in corso, anche per un altro coetaneo scomparso. La vendetta, un processo lento, inesorabile, ostinata come quella di Edmond Dantès del Conte di Montecristo, quasi come la scansione della parola di per sé atavica. Distante in apparenza dalla nostra cultura, dai comportamenti etici e religiosi ma senza soluzione di continuità.

Confortanti invece appaiono oggi, le considerazioni tra pensiero e parola di Antonio Pigliaru, su versanti non molto distanti dell’analisi barbaricina: “la fatica della parola scritta è la fatica del pensiero che cerca di chiarirsi e farsi trasparente a se medesimo, poiché la parola è corpo e non veste del pensiero” Una riflessione, quasi un monito di scottante attualità, nell’era della comunicazione in rete. In tema quindi l’intervento conclusivo di Celestino Tabasso, presidente dell’Associazione della stampa sarda. Oggi non occorrono dieci anni come a Ulisse per confezionare il diabolico piano del cavallo di legno. La vendetta ai tempi dei social media, viaggia veloce in bps – bit per secondo – sfrontata e spregiudicata, meno cruenta ma altrettanto dannosa e imprevedibile. Sul filo precario dei reati di diffamazione, sostituzione di persona e di violazione della privacy. La pubblicazione su Facebook della foto di uno dei presunti autori del pestaggio del povero Stefano Cucchi. La miccia corta della vendetta: “metto in rete chi mi insulta”, la risposta alle aggressioni, molestie e minacce di una nota giornalista subite nel profilo FB. Altrimenti, bastano 140 caratteri, un selfie, un’immagine compromettente, per giunta condivisa e l’irreparabile è compiuto. Una reputazione in frantumi con la vittima pressoché immobilizzata. L’intervento brillante del giornalista dell’Unione Sarda, ha riproposto esemplificando, le sequenze del film “I duellanti” di Ridley Scott, due ufficiali ussari della Grande Armée che si trascinano in un duello sfibrante nell’arco dell’avventura Napoleonica, fino al suo crepuscolo. Il più irriducibile sfidante sarà dichiarato morto da due colpi di pistola esplosi in aria dal più ragionevole contendente, come prevede il severo codice d’onore. Placando per sempre la sua arida sete di vendetta fino ad asciugarne l’anima. Se inverosimile che il perdono possa diventare una forma di vendetta, malgrado tutto, è auspicabile che trionfi la rivalsa della saggezza.

Era appena il 2002, quando nella fossa dell’Anfiteatro Romano di Cagliari, proprio a due passi, la voce chiara e limpida del baritono Carlo Guelfi intonava, sfidando l’umidità estiva: “Sì, vendetta tremenda vendetta . di punirti già l’ora s’affretta, fatale . come fulmin scagliato da Dio”. Tra il melodramma verdiano e il film, tratto da un racconto di Joseph Conrad, la rivalsa sembra addirittura la sua inefficacia. “Vendetta che inutile cosa!” concludeva Dino Buzzati in “Progressioni” nel suo “Il colombre”. In oltre quarant’anni di “nera” al Corriere della Sera ne aveva visto e scritto di tutti i colori. Ma non al punto di non continuare a studiarla. Come nella fattispecie!

Fonte: Globalist

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Ashley Olsen: morta due volte. Di femminicidio e di un “se l’è cercata”!

Fonte: abbattoimuri.wordpress.com

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Vorrei parlare di Ashley Olsen, donna uccisa a Firenze in circostanze che, a quanto pare, sono state accertate da poco. Qualunque cosa lei rappresentasse, per se stessa e le persone care, non importa a nessuno, perché il gioco al massacro è tanto e tale da obbligarci a ricordare un paio di regole della comunicazione non sessista.

Su di lei le più grandi testate italiane hanno dato spazio a pettegolezzi senza fine. L’immaginario comune a proposito di donne single, straniere, carine, quindi un po’ zoccole, secondo alcuni, sicuramente era il target dei quotidiani. Perché altrimenti dovranno spiegarmi come mai hanno parlato di tutto meno che del fatto che questa donna sia morta ammazzata da un uomo e stop.

Si è parlato delle sue abitudini sessuali, fin da subito dicevano che era piuttosto libertina, c’era un uomo, fidanzato o ex, che per un attimo diventò anche l’alibi per cui gente sessista potè affermare che lei, in assenza dell’uomo, faceva cose che i comuni mortali non possono neanche immaginare. Giri di vizi e droga. Roba che si vende un casino e che fa guadagnare tanto in click, ogni commento una visualizzazione, con giornalisti di cronaca che non hanno avuto l’accortezza di indirizzare la discussione altrove.

Ora che si è saputo che un ragazzo senegalese, perché la nazionalità è stata la prima cosa descritta di quest’uomo, ha confessato di averla uccisa, il problema è ancora che lei ha inflitto all’italico maschio un grande affronto e dunque un po’ se l’è cercata. Leggete i commenti suisocial e sui quotidiani online per capire.

Riassumendo: questa donna sarebbe morta perché vittima delle sue cattive abitudini. Viene descritta come protagonista di un festino, prima con un gioco erotico finito male, così se ne era parlato, perché una donna così in che altro modo poteva morire se non per una morte quasi autoinflitta? Ora si parla di lei che in un locale becca uno straniero, e in quanto straniero si dice che sia uno spacciatore, e poi se lo porta a casa per farci sesso e nel mezzo di una discussione lui la picchia, la strangola e l’ammazza. Si stabilirà se il delitto è colposo o volontario perché lui nega lo strangolamento, afferma di averla “solo” colpita e che lei sia morta cadendo e sbattendo la testa. Però il dettaglio che interessa al pubblico è: lei aveva assunto droghe? I quotidiani buttano lì il fatto che è importante attendere il responso degli esami per accertarlo. Suspance. Troverete tutta la verità sul delitto sul prossimo numero del giornale.

Ecco. Ora io non conoscevo questa donna e non mi interessa neppure sapere se era o meno creatura sessuata, divertita, libera, viva, felice o anche no. Buon per lei. Chissenefrega. Sessuata, divertita, libera, fumatrice di marija lo sono stata anch’io. Eppure la possibilità che io fossi uccisa da un uomo violento era assai remota in quel contesto. Era molto più plausibile in un contesto privato, relazionale, come conseguenza delle violenze domestiche subite da un mio ex. Perciò in questo caso mi interessa che un uomo l’abbia ammazzata così come tante donne vengono uccise più o meno per le stesse ragioni. Mi interessa che la comunicazione che riguarda un caso di femminicidio non sia inquinata da parentesi moraliste e paternaliste di chi ne accusa una per educarne cento.

A quell* che fino a ieri parlavano di lotta contro la violenza sulle donne per i fatti di Colonia, è troppo chiedere di mostrare almeno un po’ di coerenza? No. Non se l’è cercata. Ma ci sono alcune persone che quando dico che sono stronze, ma stronze per davvero, quelle si che se la sono cercata.

—>>>segnalo due cose da leggere con attenzione. 1] la lettera degli amici e delle amiche di Ashley, in inglese e italiano. 2] Un ottimo post che analizza i perfidi commenti sulla faccenda, a partire da un@ persona che credo sia a Firenze per studiare arte. Il pezzo è in inglese. 

Fonte: abbattoimuri.wordpress.com

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Un mondo sempre più diseguale

di Ben Moshinsky. Fonte: sbilanciamoci.info

statistica_lavoroNel 2015 il numero di persone che possiedono un alto patrimonio netto – High Net Worth individuals – è calato per la prima volta dal 2008. Tuttavia, la quota di ricchezza posseduta da queste persone è continuata a crescere.

La distribuzione della ricchezza globale è ogni anno sempre più squilibrata, secondo uno studio condotto da Credit Suisse.

La banca ha prodotto statistiche per mostrare che solo lo 0,7% della popolazione adulta mondiale possiede quasi la metà della ricchezza mondiale, mentre il 71% ha meno di $10,000 (£6,500) ognuno.

I due terzi più poveri della popolazione possiedono un frammento del 3% della ricchezza mondiale, e la diseguaglianza continua a crescere, secondo gli analisti del Credit Suisse.

Ecco cosa hanno detto.

Nel 2015, il numero di persone che possiedono un alto patrimonio netto (High Net Worth individuals) è calato per la prima volta dal 2008. Tuttavia, la quota di ricchezza posseduta da queste persone è continuata a crescere come avviene ogni anno a partire dal 2002, a eccezione della battuta d’arresto nel 2007-2008.

Ed ecco come appare la piramide della ricchezza:
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La distribuzione squilibrata della ricchezza è un tema crescente nella politica globale. Recentemente il Premio Nobel per l’Economia è stato assegnato al sessantonovenne Angus Deaton, professore di economia all’Università di Princeton, per il suo libro sulla disuguaglianza.

Secondo Credit Suisse, circa solo il 20% degli adulti nel mondo sviluppato rientra nella categoria di quelli che hanno meno di $10,000, mentre in parti dell’India e dell’Africa, la percentuale si aggira intorno al 90%.

Al vertice, gli Stati Uniti dominano come paese con più milionari in dollari. Ciò può essere in parte attribuito al rafforzamento del dollaro nel 2015, il che rende più difficile per le persone che usano altre monete raggiungere il traguardo del milione.

L’Europa ha perso 2 milioni di membri del club dei milionari, mentre gli Stati Uniti hanno alzato la propria quota di milionari dal 41 al 46% nel 2015.

Credit Suisse ha diviso la distribuzione della ricchezza proprio al vertice della piramide. Gli Stati Uniti assumono ancora una volta il comando, ospitando la metà dei 123,800 ricchissimi (ultra-high-net-worth individuals) del mondo:

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Articolo pubblicato da Business Insider

Traduzione per sbilanciamoci.info di Victor Murrugarra

di Ben Moshinsky. Fonte: sbilanciamoci.info

Le foto presenti in questa sezione sono state per lo più ricavate da Internet, quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione su questo sito, potranno segnalarlo all’indirizzo email: dafniruscetta@yahoo.it’

 

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La dieta mediterranea: alcune brevi riflessioni antropologiche

La dieta mediterranea: alcune brevi riflessioni antropologichedi Alessandra Guigoni. Fonte: mediterraneaonline.eu

La dieta mediterranea è una, nessuna e centomila. Non esiste una dieta mediterranea ma tante declinazioni locali, con eccezioni e distinzioni, del regime alimentare praticato nel bacino del Mediterraneo. Si pensi solamente al fatto che a nord del mare nostrum si consuma la carne di maiale e i suoi prodotti, si bevono vino e birra, mentre a sud di tale mare carne di maiale e alcolici sono entrambi interdetti per motivi religiosi.
Si pensi al fatto che le tre piante di civiltà, grano, ulivo e vite, sono sì antiche, ma che gran parte degli alimenti cardine della dieta mediterranea sono di origini americana, dunque di moderna introduzione nel sistema agroalimentare mediterraneo: parliamo del pomodoro, del peperone e peperoncino, della patata, dei fagioli (Phaseolus) delle cucurbitacee, del mais e del ficodindia; quest’ultimo è considerato un’icona del paesaggio mediterraneo, ma in realtà di origine messicana e diffuso nei territori solo nel Settecento.
Semmai ciò che appare culturalmente “di lunga durata” nei paesaggi del cibo mediterranei non sono tanto le pietanze e gli ingredienti, alcuni dei quali sono di recente incorporazione appunto, quanto comportamenti, atteggiamenti, valori, ideologie e pratiche attorno all’alimentazione.

Questi atteggiamenti, valori e ideologie sono legati alla socialità, alla convivialità, alla cura e all’attenzione nella preparazione dei pasti e all’autoproduzione di alcune derrate (olio, pane, vino, conserve, confetture, salumi, formaggi).
Pensiamo all’americano medio: consuma la colazione in piedi, spesso fuori casa, a pranzo mangia in mensa, scolastica o aziendale, di sera consuma a casa il pasto, ma comprato pronto al fast food, o recapitato dal take away, o semplicemente scongelato nel forno. Il largo uso di bevande zuccherate e gassate al posto dell’acqua, di cibi pronti ricchi di grassi e il limitato utilizzo di frutta e verdura fa il resto.
Per la prima volta nella storia dell’umanità nel ricco e civilizzato Occidente i nostri figli avranno una speranza di vita inferiore a quella dei propri nonni, a causa della sedentarietà, dell’inquinamento ambientale e della malnutrizione.
Invece lo stile mediterraneo di lunga durata, quello che ha permesso ad un paio di generazioni di mediterranei di raggiungere primati di longevità o almeno età ragguardevoli e in buona salute, prevede che si consumino i pasti a casa, in compagnia, con lentezza, trasformando prodotti freschi, dedicando ampio spazio alla preparazione casalinga delle pietanze e anzi autoproducendo ciò che si consuma, come le verdure dell’orto, la frutta, il pane e via discorrendo.
Lo stile mediterraneo di lunga durata prevede la raccolta di prodotti spontanei seguendo la stagionalità, e dunque di praticare lunghe camminate in campagna, collina e montagna.

Lo stile mediterraneo di lunga durata prevede il consumo di prodotti a filiera corta: di fatti sino al XIX secolo i prodotti che provenivano dall’altro capo del mondo erano riservati alle classi abbienti mentre la maggior parte della popolazione consumava prodotti locali. I coloniali (zucchero, caffè, cacao, spezie, frutta esotica ecc.) erano venduti in esercizi commerciali specializzati, presenti solo nelle grandi città.
La cosiddetta rivoluzione industriale ha condotto da un lato all’industrializzazione del cibo e dall’altro ad un pianeta sempre più interconnesso da mezzi di locomozione (prima a vapore, poi utilizzando il petrolio) e strumenti di comunicazione sempre più pervasivi (difficile spiegare ad un adolescente come è stata la nostra adolescenza senza Internet e cellulari).
Al giorno d’oggi le classi sociali inferiori, chi ha un basso tasso di scolarizzazione, consumano prodotti industriali, ricchi di grassi e zuccheri, mentre le classi egemoni e i ceti intellettuali coltivano orti bio, sono vegetariane, e coltivano un’idea di alimentazione che si avvicina a quella dell’Eden della dieta mediterranea.

La dieta mediterranea è un mito e una realtà insieme. È un mito perché in passato, quando Ancel Keys rilevò la salubrità della dieta mediterranea, oggi patrimonio dell’umanità, non sottolineò forse abbastanza l’alto tasso di incidenza di mortalità infantile e di denutrizione delle classi popolari, concentrandosi sui fattori positivi, funzionali alla sua ricerca. E’ una realtà perché se al giorno d’oggi c’è una elevata speranza di vita, e la longevità delle blue zone, due delle quali sono allocate nel Mediterraneo, in Sardegna e in Grecia, le dobbiamo anche all’alimentazione salutare che hanno seguito i nostri genitori e i nostri nonni nei decenni passati.
Oggi bisogna interrogarsi sullo scadimento dell’alimentazione, sulla malnutrizione dei giovani, sulle malattie cardio-vascolari e sull’incidenza dei tumori legati alla cattiva alimentazione e alla sedentarietà, in un mutato stile di vita, sempre più passivo, sedentario, asociale, veloce.
In alcune regioni, come la Sardegna, fortunatamente il sovrappeso e l’obesità infantile sono ancora a livelli accettabili e il regime alimentare è sano, grazie alla presenza delle zone rurali alle spalle delle città di cui è costellata l’Isola. Inoltre l’orto, il frutteto e il vigneto costituiscono ancora una pratica amata e considerata un valore da ampi strati della popolazione.

A fronte di questi elementi positivi nelle città maggiori e tra le fasce di popolazione più povere e deprivate culturalmente la spesa al Discount ha sostituito la spesa nelle botteghe, prendendo una china pericolosa, che conduce alla malnutrizione, all’obesità e ad uno stato di salute non soddisfacente.
I costi economici, sociali e culturali di questo trend saranno ben visibili tra qualche lustro. Intanto si può porre rimedio attraverso la divulgazione scientifica dei principi della dieta mediterranea, promuovendo uno stile di vita attivo e la preparazione dei cibi partendo da materie prime locali, insieme al mantenimento di orti e frutteti, che sono un patrimonio materiale e immateriale di biodiversità coltivata, una risorsa e la salvaguardia del paesaggio e dei territori sardi.
Come si diceva alcuni paesi dell’Ogliastra e della Barbagia sono una delle cinque blue zone attualmente studiate da numerosissimi medici e scienziati. Sicuramente i centenari sardi di oggi, che sono nati dopo la prima Guerra Mondiale e sono sopravvissuti alla fame e alla violenza della Seconda Guerra Mondiale, devono la propria longevità anche all’alimentazione e all’ambiente, relativamente isolato. L’alimentazione dei sardi sino agli anni ’60 e oltre era prevalentemente vegetariana, parca, e basata sui prodotti locali, con ampio uso dei legumi e del pane prodotto con lievito madre. L’uso limitato di grassi animali e il consumo pressoché solo festivo, dei dolciumi, li ha portati a kent’annos.
La cultura gastronomica sarda tradizionale è ampiamente ascrivibile nella dieta mediterranea ideale, con centinaia di tipologie di pane, le sue 120 cultivar di fagioli, le sue 20 tipologie di paste alimentari, le sue decine di prodotti lattiero-caseari, le straordinarie agrobiodiversità di orti e frutteti, gli oltre 50 vitigni e via discorrendo. Dalla persistenza di questa ricchezza e complessità di sapori dipenderà la salute dei bambini e degli adulti di oggi nei decenni a venire.

Per chi volesse saperne di più
A.Guigoni, “Il ficodindia, un messicano nel Mediterraneo”, in Africa e Mediterraneo, n.81, 2015, pp. 31-33.
Guigoni, Ciborami Contemporanei e mestiere contadino tra resistenza e omologazione, in Bioresistenze, a cura di Guido Turus, Esedra, 2014.
A.Guigoni, Il cibo. La pasticceria sarda tra tradizione, innovazione e vintage, in Antiche novità, una guida transdisciplinare per interpretare il vecchio e il nuovo, Napoli-Salerno, Orthotes, 2013, p. 91-98.
Elisabetta Moro, La dieta mediterranea, Bologna, Il Mulino, 2014.
Vito Teti, Maledetto Sud, Torino, Einaudi, 2013.

di Alessandra Guigoni. Fonte: mediterraneaonline.eu

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La paura ucciderà l’Unione Europea?

di Niccolò Migheli. Fonte: sardegnasoprattutto.com

È inutile nascondersi. I fatti del 1° di gennaio a Colonia ed in altre città europee ci hanno sconvolto quanto gli attentati di Parigi e forse di più. Perché mentre i primi si portano dietro il retro pensiero del ruolo coloniale della Francia, i secondi colpiscono il paese che in Europa più si sta impegnando nell’accoglienza dei migranti e nella loro integrazione. Le donne europee non è che abbiano atteso il capodanno del 2016 per scoprire il branco predatorio maschile.

Ciascuna di loro sa cosa significhi salire in un mezzo pubblico affollato o essere sole davanti ad un gruppo di avvinazzati. Forse però siamo di fronte ad un fenomeno nuovo. Le notizie riportate dalla stampa internazionale non aiutano a fare chiarezza. Lo stesso atteggiamento della signora Merkel, sotto attacco per la sua politica di accoglienza, induce a pensare che qualcosa di veramente grave sia avvenuto. Grave ed inatteso. Non si spiega in altro modo il numero basso di poliziotti davanti ad una folla di oltre mille persone. Danimarca e Svezia dopo cinquant’anni, impongono controlli alle frontiere.

L’incontro a Bruxelles della Germania e i paesi scandinavi con la Commissione Europea, si traduce in un nulla di fatto. Le frontiere restano chiuse. In Italia si mormora della reintroduzione dei controlli con la Slovenia. Il 7 di gennaio, anniversario dell’eccidio di Charlie Hebdo, un francese di origine maghrebina brandente un coltello ed una cintura esplosiva, rivelatasi falsa, viene abbattuto dalla polizia. Uno studio del Censis pubblicato a fine 2015, dimostra che 8 milioni di italiani sono contagiati dalla paura. La percentuale più alta è quella tra le donne tra i 35 e i 44 anni che risiedono nelle regioni del Centro Italia.

Il 65,4 % degli intervistati nella ricerca, dichiara che ha modificato le proprie abitudini di vita in seguito agli attentati. Persone che evitano viaggi all’estero in paesi considerati a rischio – compresi quelli europei – (73,1%), non si recano in luoghi simbolo come monumenti e piazze (53,1%), non vanno in luoghi affollati (52,7%), cercano di non prendere metropolitane e treni (27,5%), di non uscire la sera (18,0%). Un clima carico di emozioni negative che si presta a svolte autoritarie. Lo scrive il filosofo Giorgio Agamben il 23 dicembre 2015 su Le Monde, con un articolo dal titolo «De l’Etat de droit à l’Etat de sécurité». Uno scritto lucido e drammatico dove si dimostra che l’état d’urgence, come i francesi chiamano lo Stato di Emergenza, è la tomba della democrazia.

Gli storici sanno molto bene che la Repubblica di Weimar governò così, abolendo di fatto lo stato di diritto e le garanzie costituzionali. Quando Hitler arrivò al potere si ritrovò con lo strumento giuridico perfetto per instaurare la dittatura. Agamben lo paventa per la Francia: Hollande prepara il terreno alle Le Pen. È la paura la condizione migliore perché le persone sacrifichino la loro libertà in cambio di una sicurezza impossibile. Una realtà che depoliticizza i cittadini- scrive Agamben – li mette davanti ad una incertezza del diritto, un negarsi facendo recedere il cittadino a suddito. Sta già avvenendo in Ungheria e Polonia.

Tutti paesi europei, scandinavi inclusi, stanno conoscendo movimenti di destra che alimentano terrori per rinchiudersi negli specifici nazionali, resuscitando o inventandosi identità, cercando unanimismi escludenti. Gli unici che sembrano indenni sono Spagna, Portogallo; hanno avuto esperienze dittatoriali recenti e le proteste popolari sono raccolte da movimenti di sinistra. Chiudere Schengen sarà il passo decisivo per rintanarsi in se stessi. Abolire la libera circolazione dei cittadini vorrà dire che l’Unione Europea è finita. Resterà la circolazione finanziaria e delle merci. Ma fino a quando? Visto che molti di quei movimenti di destra sono anche protezionisti.

Liberation il primo dell’anno in un fondo, si chiedeva provocatoriamente se la Ue ci sarà ancora alla fine del 2016. Ci sono avvisaglie di un crisi economica mondiale che ricorda il 2008, ma per alcuni osservatori potrebbe essere ben peggiore. L’arco di instabilità che va dall’Africa Occidentale sino all’Afghanistan, promette destabilizzazioni anche negli anni a venire. I paesi candidati ad essere travolti sono l’Egitto e l’Algeria. Entrambi retti da militari che faticano a contenere i movimenti islamisti. I profughi sono destinati ad aumentare. Con la fine di Schengen, l’Italia da paese di transito diventerà paese di accoglienza.

L’alternativa è lasciare morire in mare i migranti o addirittura sparare sui barchini come minacciano le destre italiane. La Sardegna, fino ad ora marginale, potrebbe essere investita da ondate di profughi. Che fare? Di certo non bisogna essere impreparati. Occorrerà stabilire quote. Ovvero, quanti è possibile accoglierne in modo dignitoso? Sarà importante che gli ospiti frequentino corsi di formazione, dove si spieghi quali sono le nostre regole, compresi corsi sul genere; quali sono i diritti delle donne in un paese come il nostro. Lo suggeriva Chiara Saraceno su La Repubblica, lo fanno già in Norvegia.

Come primo articolo dell’anno volevo scriverne uno sulla Sardegna. Però il mondo c’è caduto addosso. Auguri a tutti noi.

di Niccolò Migheli. Fonte: sardegnasoprattutto.com

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