Come dentro un bozzolo

di Sandro Vero

Gramsci è stato uno dei cervelli più raffinati che siano nati in questo paese: il suo marxismo era molto poco dogmatico, nutriva un reale interesse per i processi culturali e non li considerava solo delle mere sovrastrutture da liquidare con spocchia materialista.

Il simbolico, questa terra di mezzo fra la natura e lo spirito, ha avuto da Gramsci una considerazione moderna, spregiudicata, adeguata al suo peso e al suo significato. Quel simbolico che fa coesione, che crea consenso, che alimenta i miti, che funge da cuneo ideologico quando gli strumenti della conflittualità manifesta diventano incerti, inefficaci.

La storia del capitalismo nel mondo occidentale (quella del mondo orientale è ancora piuttosto nebbiosa) è segnata da una sorta di ciclicità apparente che probabilmente contiene al suo interno, come dentro un bozzolo, una verità elementare: tutte le volte che i processi di emancipazione, di riscatto, di liberazione dal suo giogo si sono fatti più intollerabili, rischiosi per il mantenimento degli equilibri di potere, si è lasciata la gestione del complesso lavoro di produzione della soggettività quotidiana e si è fatto uso dell’ opzione “militare”, i cui esiti sono elencabili in una triste, oscura galleria di ricordi che possiamo far iniziare (così tanto per scegliere un punto di avvio…) con l’ascesa al trono di Mussolini nel ’22 (al di là delle contraddizioni ideologiche social-fasciste del duce), proseguendo con il delirio hitleriano (adeguatamente foraggiato dai padroni siderurgici di terra germanica…), l’apocalisse del secondo conflitto mondiale (moltiplicazione su scala dei tanti conflitti fra stati che l’Europa aveva conosciuto), le feroci dittature militari degli anni ’70 nei paesi latino-americani, la guerra in Vietnam.

Se proprio vogliamo terminare l’elenco, giusto per un fatto “simbolico” e non perché non vi sia altro da raccontare, proporrei un “golpe” di casa nostra, casereccio come tutte le cose italiche ma feroce al punto giusto: la Diaz e il G8 di Genova del 2001.

Il potere (facile intuire di chi contro chi) smette la maschera, scende dagli scranni parlamentari, mette nel cassetto le parole e i miti (dell’opulenza universale, della rappresentatività democratica, dell’umanità imprenditrice di se stessa, della razionalità dei mercati, ecc.) e indossa la mimetica, imbraccia il tonfa e manda schiere di lavoratori delle forze dell’ordine a massacrare schiere di lavoratori delle forze del disordine e del caos!

Condividiamo la tenerezza di Pasolini verso il celerino pugliese a cui ordinavano di caricare gli studenti borghesi di Valle Giulia. Aggiungiamo la considerazione che l’astuzia – ce lo dice anche l’epica omerica – vince di solito sul coraggio e la lealtà: il lavoro del simbolico, con cui si costruisce quotidianamente la soggettività sociale, riesce a convincere il celerino che se vuole difendere uno stato che gli consentirà di diventare miliardario (non si sa mai: gratta e vinci, il sogno americano, Mac Donald…) dovrà picchiare duro, quegli stronzi che vogliono privarlo di questa possibilità.

 

L’articolo è uscito per la rubrica “Pensare di Traverso” di Sandro Vero su Ragusa Oggi (26.12.2012). Ripreso poi da Megachip

Infografica © Mauro Biani.

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