In pater we trust

Pubblico un pezzo interessante, per il tema che tratta ma, soprattutto, per il coraggio nel trattarlo così a viso aperto. Spesso non ho condiviso alcune posizioni di Benetazzo, in particolar modo sull’immigrazione e sulle sue conseguenze, ma su alcuni temi lo trovo un arguto e onesto osservatore e commentatore, come in questo caso.

Il tema, come al solito, è trattato con molta veemenza e senza troppi giri di parole (francamente, “nazifemminismo dilagante” e “palese truffa ai danni dell’uomo malcapitato” mi sembrano espressioni eccessivamente enfatiche ed esagerate). Non condivido tutto di quello che afferma sia chiaro, ci sono situazioni molto complicate e, in generale, le donne devono farsi carico di costi legati al mantenimento dei figli, assai onerosi. Fatta questa premessa, non si può ignorare la realtà – tanto più se ignorare corrisponde a precisa fede ideologica – perché le statistiche parlano chiaro: molti di coloro che ormai vengono definiti “nuovi poveri” appartengono proprio alla categoria di quei padri che, avendo perso la propria vita familiare e coniugale (senza ovviamente considerare in questa sede se deliberatamente o per scelta subìta), spesso si ritrovano a dover corrispondere  emolumenti talmente onerosi alle ex partner e prole da non poter più quasi far fronte alle spese correnti proprie. Da qui tutta una serie di conseguenze, come sostiene Benetazzo, tra cui spesso non potersi più permettere nemmeno una vita sociale normale. Purtroppo tutti abbiamo conosciuto o conosciamo situazioni simili. Quello che si chiede al legislatore è che si intervenga in modo da garantire un maggiore equilibrio nelle coppie che si separano.
Come spesso accade dopo il riconoscimento dei diritti fondamentali di alcune minoranze o di parti deboli  di una società, poi si tende ad arrivare ad eccessi opposti che, nel voler salvare proprio quelle parti, provocano disuguaglianze e disparità, generando situazioni di degrado e disagio sociale su altri versanti. L’equilibrio, come dicevo, dovrebbe essere l’obiettivo delle politiche per il bene comune.

 

In Pater we trust

di Eugenio Benetazzo

divorceC’era una volta il Bel Paese, l’espressione prosaica riciclata dalle poesie del Petrarca usata per indicare l’Italia durante il Miracolo Economico, con il fine di enfatizzare la bellezza paesaggistica e la coesa struttura del tessuto sociale di una nazione cui tutto il mondo allora guardava. Pilastro della società italiana per interi decenni è stata la famiglia tradizionale incentrata sui valori ed ideali cristiani in grado di consentire la creazione di una autentica rete di protezione sociale allargata attorni ai suoi vari componenti e agli individui ad essa connessi grazie anche a legami parentali esterni. Lo scopo principe della famiglia, in termini prettamente sociologici, è consentire la riproduzione della società e favorirne la sua preservazione, in quanto una società senza figli è priva di futuro per definizione. A livello giuridico la famiglia è normata e tutelata da diversi riferimenti e contesti normativi. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo cita testualmente: la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società ed ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato. In Italia, l’articolo 29 della Costituzione riconosce la famiglia come una sorta di società naturale fondata sul matrimonio, ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare. Nonostante questo verso la fine del Miracolo Economico la società italiana inizia una metamorfosi lenta e progressiva che muta il quadro clinico di salute della famiglia in senso lato. Ci viene in aiuto per comprendere questo fenomeno il quoziente di nuzialità ossia il parametro che misura il numero di matrimoni rapportato ad ogni mille abitanti della popolazione.

Durante i due decenni 1950-1960 tale quoziente oscilla di poco tra il 7.7 e il 8.2 (significa circa otto matrimoni ogni mille abitanti) rappresentando una delle letture più alte per l’Italia nell’ultimo secolo, solo i tre anni che seguono la fine della Seconda Guerra Mondiale esprimono un gradiente superiore con letture comprese tra 8.4 e 9.2 (fisiologica reazione alla fine di un pesante conflitto militare). Dal 1970 in poi le letture evidenziano un costante e progressivo declino del quoziente di nuzialità con 6.7 alla metà degli anni Settanta, 5.2 alla metà degli anni Ottanta, 4.2 alla metà degli anni Novanta ed infine 3.5 riconducibile ad inizio del decennio attualmente in corso. Le cause che determinano il calo del quoziente sono attribuibili a tre drivers: diminuzione delle nascite, cambiamenti culturali e normativi che portano tanto ad un aumento delle unioni di fatto quanto ad un abbassamento del tasso di sopravvivenza del matrimonio ed infine, per quanto riguarda questi ultimi otto anni, manifestarsi di una crisi economica che rende difficile la pianificazione del proprio percorso di crescita personale. Un dato in senso assoluto può rappresentare meglio il fenomeno, ad inizio 1990 si contavano quasi 300.000 primi matrimoni, nel 2010 appena 175.000, quindi con una contrazione di oltre il 40% in appena due decenni. Anche la società italiana con l’inizio degli anni Settanta, quando viene approvata la legge sul divorzio, inizia a conoscere l’agognato fenomeno dell’instabilità coniugale, quando fino agli anni prima aveva sempre avuto un naturale riverbero fisiologico sopportabile fino a certi livelli. Mentre il matrimonio tradizionale (soprattutto quello con rito religioso) inizia la sua fase di lento declino culturale, si proietta a diventare un fenomeno di costume in costante ascesa il divorzio ed il suo stadio pupale ossia la separazione.

Negli ultimi vent’anni il numero di separazioni e divorzi per ogni mille matrimoni ha visto una crescita costante e lineare tanto che già nel 2010 superava abbondantemente il 50%. Questo significa che oggi, stando alla statistica, un matrimonio su due ha il 50% di possibilità di andare in default nei successivi quindici anni. In vero questa percentuale per chi decide di sposarsi oggi è notevolmente più alta, in quanto passata una certa età il tasso di sopravvivenza di un rapporto (contratto) matrimoniale è prossimo al 100%. In Italia l’anno peggiore per l’istituto giuridico del matrimonio è stato il 2011 – casualmente siamo in piena crisi economica – con un record storico per numero di separazioni e divorzi, a dimostrazione che amore e denaro sono sempre più spesso positivamente correlati, come ricorda un saggio detto popolare: due cuori e una capanna, ma senza dindi è una condanna. Proprio il denaro da questo punto di vista diventa un rilevante parametro di lettura da non sottovalutare per i novelli sposi, soprattutto per quelli di sesso maschile. Fate assieme a me questo gioco deduttivo di parole. Che cosa vi viene in mente se qualcuno vi dice patrimonio ? Ve lo suggerisco io: benessere, ricchezza, libertà e stile di vita prosperoso. Ora fate lo stesso con il termine matrimonio ? Vi passano per la testa i seguenti pensieri: gabbia, limitazioni, avvocati, suocera, sopportazione, pessimismo e fastidio. Solo una piccolissima parte di voi riesce ad associare sentimenti, esperienze e valori più che positivi (purtroppo). Il vocabolo patrimonio deriva dal termine latino patrimonium, quest’ultimo con un originario significato ancestrale di cose che appartengono al padre per espletare il suo compito (monium) ovvero provvedere al sostentamento della famiglia. Anche il termine matrimonio deriva dal latino (matris e monium) tuttavia con un’analogia completamente diversa, intendendo infatti tale vocabolo come il compito di una donna di rendere legittima la propria condizione di madre, enfatizzando quindi la sua completa realizzazione come essere umano mediante l’atto della procreazione (quindi fare figli).

Purtroppo l’ondata di nazifemminismo dilagante che ha preso vita con i movimenti di contestazione sociale alla fine degli anni Sessanta e che nei decenni successivi ha aumentato la propria ingerenza nei gangli della società odierna ha trasformato il matrimonio – grazie anche alla legge sul divorzio – in una palese truffa ai danni dell’uomo malcapitato, convertendo sulla carta l’unione giuridica tra due soggetti di sesso opposto in un assegno firmato in bianco in cui la data e l’importo li metteranno la moglie assistita dal suo avvocato in caso di separazione (sempre più frequente). Purtroppo oggi il matrimonio è di fatto un raggiro femminista che espone l’uomo a rischi di patrimonio assolutamente insostenibili oltre a ripercussioni ed estensioni di danno riguardanti la sfera delle relazioni sociali e professionali. Ricordo ancora le parole sibilline che mi disse tempo fa un sacerdote francescano ad un convegno sull’etica e la moralità: hanno fatto più danno alla nostra società trent’anni di femminismo artefatto che trenta secoli di maschilismo naturale. Visti i numeri che abbiamo riversato prima, ognuno di voi si sarà fatto un’idea su questo fenomeno che caratterizza la nostra epoca e che produce anche conseguenze negative a livello di coesione e stabilità sociale: nei ¾ delle separazioni sono coinvolti figli minorenni che stigmatizzano ognuno a modo suo l’esperienza del default matrimoniale. La dimensione del fenomeno è ormai tale che esige un riassetto giuridico volto a produrre equilibrio e armonia sociale, possibilmente introducendo anche disincentivi fiscali in caso di separazione (se ti sposi sai che dovrai pagare una sanzione fiscale in caso di separazione, questo dovrebbe indurre ad effettuare tale scelta con maggiore oculatezza). Una eventuale opzione di salvaguardia potrebbe essere configurata nel matrimonio a scadenza (esclusivamente per il rito civile) ossia un vincolo giuridico che si rinnova tacitamente tra le parti ogni cinque anni e durante il suo periodo di efficacia non consente in alcun modo la rottura del rapporto matrimoniale. In caso di legittimo recesso da parte di uno dei due coniugi alla fine di una scadenza quinquennale verrebbero applicate, senza discussione e lite alcuna, le condizioni preconcordate tra le parti prima del matrimonio stesso sia sul versante economico, patrimoniale che parentale. Molto probabilmente ne sentiremo parlare nei prossimi anni, mentre al momento con la presenza ingombrante di troppi avvocati nel nostro parlamento è difficile che questo dispositivo possa essere varato (per ovvi interessi lobbistici si preferisce gestire e gonfiare la lite tra i coniugi piuttosto che evitarla o normarla in anticipo).

Fonte: blog di Eugenio Benetazzo

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