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Figli di un Dio “artificiale”: esistono limiti al dominio della tecnica?

flasks-606611_1280di Alessandro Pertosa. Fonte: italiachecambia.org

Partiamo da un assunto: la tecnica non è sempre buona. Che non lo sia sempre, come è ovvio, non vuol dire che non lo sia mai. Quando non si eleva a fine dell’agire umano, ma la si considera per ciò che è (un semplice mezzo), la tecnica può essere utile: e ciò che è utile viene usato strumentalmente in vista di qualcosa di più grande. Il problema, però, è che oggi la tecnica si è fatta scopo e sovrasta il mondo intero, dominando anche chi ritiene di appartenere all’élite, e crede di avere il potere nelle sue mani e di poterne disporre a piacimento.
Nella sua complessità, la questione è maledettamente chiara: l’essere umano non usa più la tecnica ma viene da questa usato, sfiancato, sfinito. Tutto è ormai tecnico. La razionalità quotidiana è tecnica. I bisogni personali sono condizionati e dettati dall’apparato tecnico. E tecnica è ogni espressione sociale e politica.

Il 14 febbraio 2016 è uscito su il Manifesto un articolo di Paolo Ercolani, ampiamente condivisibile, in cui l’autore pone la questione del rapporto fra l’uomo, la tecnica e la natura. Ercolani sostiene che chi si getta fra le braccia della tecnica, considerandola un destino, rimuove dalla scena quotidiana il protagonista della riflessione e del pensiero: l’essere umano. Insomma: l’homo technicus e l’homo humanus si escludono a vicenda, sono ontologicamente incompatibili, sono fatti di carne e di sangue diversi e non possono abitare lo stesso spazio, perché parlano lingue inconciliabili che danno realtà a mondi fra loro lontani.

Il problema è che ormai da decenni l’occidente sembra rassegnato all’ineluttabilità del dominio tecnico. D’altronde, secondo la vulgata, l’uomo si è sempre servito della tecnica e sempre se ne servirà. Il che è certamente comprovato, come d’altra parte è altrettanto comprovato che da quando l’essere umano ha mosso i suoi primi passi nel mondo, non ha mai avuto a disposizione, come invece accade oggi, un apparato tecnico così potente e capace di creare davvero le condizioni per una non permanenza della vita sulla terra.

Si tratta di capire, allora, che dinanzi alla bomba atomica, alla costruzione di armi sempre più sofisticate o alla manipolazione genetica (solo per fare qualche esempio di tecnica distruttiva o potenzialmente pericolosa) non si può restare a guardare senza profferire parola. Perché ne va della sopravvivenza umana. Ne va della nostra storia e della storia della natura intera.E si tratta di capire pure che rimettere in discussione la tecnica è, ai nostri giorni, un passaggio fondamentale, se non ci si vuole ridurre a meri esecutori di una razionalità violenta e di potere. D’altronde, la violenza e il potere si sono sempre serviti della tecnica per incrementare la pressione dispotica sui dominati. Ma oggi, come si diceva, la tecnica nasconde in se stessa una straordinaria potenza distruttiva e disarticolante della realtà. Ciò sta a significare che a fronte di uno strumento estremo, se non ne mettiamo in discussione l’uso, concretizziamo e legittimiamo anche una violenza e un potere estremi.

E il potere che controlla da tempo i corpi e la morte, ha finito per mettere le mani pure sulla nascita. Ma un potere che dà la vita, un potere che decide in quale forme dare la vita è un potere che ha perso di vista il senso della misura e pretende di farsi natura o Dio (a seconda dei gusti).

Qui, sia chiaro, non si tratta di essere d’accordo sull’inseminazione artificiale a fasi alterne e magari di criticare il ricorso all’utero in affitto per le coppie omo, consentendolo invece alle etero. E non c’entra neppure la questione della paternità o della maternità mancante nel caso di adozioni in coppie omogenitoriali: in linea di massima credo che due omosessuali possano essere più bravi di me – eterosessuale – nella gestione e nell’educazione di un figlio. E ritengo giusto estendere i diritti civili alle coppie dello stesso sesso: ma non è questo il punto in questione. Perché qui si tratta invece di discutere del limite a cui dovremmo sottoporre la tecnica tenendo conto dell’ambito esistenziale, umano e spirituale (da non confondersi col religioso) entro cui ognuno di noi esiste e costituisce in ogni momento relazioni ontologiche col contesto. E bisogna allora capire dove sia possibile collocare un punto, un argine estremo all’uso indiscriminato della tecnica nella “produzione” della vita.

La situazione è così caotica che le fazioni avverse si contrappongono ripresentando però le medesime posture e gli stessi errori metodologici. Se ci soffermiamo sulla produzione della vita in laboratorio, ad esempio, mi pare che i fautori della nascita in provetta commettano un po’ lo stesso errore, ma al contrario, dei cattolici sul fine vita. Chi sostiene il diritto e la liceità dell’inseminazione artificiale (eterologa) – e interviene quindi con la tecnica alla nascita – è poi però magari favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia: ovvero sostiene la giusta sospensione della tecnica nel fine vita.

I cattolici, invece, negano che si possa generare una vita in laboratorio, ma poi ritengono illegittima la sospensione di cure anche quando il malato ritiene di non voler vivere più attaccato a una macchina o seguendo un protocollo codificato. Che differenza c’è tra la creazione di una vita in laboratorio e un polmone d’acciaio che diventa una gabbia insopportabile? Sempre di tecnica si parla. È la vita che viene manipolata ed esautorata da un potere più grande, da uno strumento più efficace nel generare o nel mantenere in vita ciò che senza di esso non sarebbe mai nato o sarebbe morto prima.

Mi pare sia necessario quindi compiere ulteriori passi in avanti nella consapevolezza delle proprie azioni e dei limiti iscritti nella nostra natura (che non va divinizzata, certo, ma neppure oscurata del tutto). E intendiamoci: non si tratta di elaborare leggi o di formulare norme con cui limitare o impedire una serie di azioni. Ma è soltanto una questione di sentimenti e d’amore.

Insomma: su ciò che concerne l’inizio e la fine della vita credo che lo Stato faccia bene a non entrare, o ad entrarvi il meno possibile. Perché nel dare spazio alla vita e nel proteggerla dalla tecnica bisogna solo rintracciare la regola che abbiamo incistata nel cuore. La regola della nostra umanità che ci spinge a riflettere, ragionare, meditare sui limiti e sul desiderio di superarli. Ma non ogni desiderio (o si dovrebbe forse parlare di bisogno?) è legittimo. Non ogni superamento (annullamento?) dei limiti ha dignità spirituale. Anche di questo dobbiamo essere consapevoli per evitare di consegnarci mani e piedi al destino annichilente della tecnica, che tutto trasforma e travolge dal nulla verso il nulla.

Da ultimo, vorrei ricordare la lezione di Dante, sempre valida: “Io e’ compagni eravam vecchi e tardi / quando venimmo a quella foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta”. Il limite ci deve essere proprio perché si accenda il desiderio vitale di oltrepassarlo. Se non c’è, si annega in un mare di futili bisogni. L’impresa umana, invece, colma d’amore per l’umanità intera, si misura e prende dignità solo quando è di fronte a un’impossibilità e arriva a bruciarsi dopo una vita d’esperienza.

di Alessandro Pertosa. Fonte: italiachecambia.org

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Negli Stati Uniti il supermercato dove si vende solo cibo scaduto

Fonte: nonsprecare.it

Obiettivo del progetto: evitare gli sprechi di cibo e allo stesso tempo aiutare le famiglie in difficoltà economiche.

Negli Stati Uniti il supermercato dove si vende solo cibo scadutoNegli Stati Uniti il cibo scaduto non si spreca: tutti gli alimenti non più vendibili nei diversi supermercati ma ancora in ottimo stato e buoni da mangiare, vengono recuperati e poi rivenduti a un prezzo più basso nei negozi  “The Daily Table”.

L’idea è dell’imprenditore Doug Rauch, ex presidente della catena alimentare americana “Trader Joe” e da un lato permetterà di evitare gli sprechi di cibo, dall’altro fornirà un aiuto alle famiglie americane in difficoltà economiche.

LEGGI ANCHE: La spesa al supermercato al tempo della crisi si fa gratis, le iniziative solidali in Italia e in Europa

 

GLI SPRECHI DI CIBO NEGLI STATI UNITI – Secondo i dati resi noti da Rauch, ogni anno negli Stati Uniti, si butta via il 40 per cento del cibo, uno spreco che calcolato in termini monetari equivale a circa 165 miliardi di dollari, ben 120 miliardi di euro. E mentre il cibo viene sprecato, il 15 per cento delle famiglie statunitensi vive in situazione di insicurezza alimentare.

È quindi per trovare una soluzione a queste due problematiche che l’imprenditore ha deciso di avviare quella che senza dubbio rimane comunque una strategia di business ma che, allo stesso tempo, permette di evitare gli sprechi alimentari.

COME EVITARE GLI SPRECHI DI CIBO – Il cibo scaduto infatti non è sempre da buttare: lo yogurt ad esempio si può mangiare anche dieci-quindici giorni dopo la sua data di scadenza, al massimo contiene meno fermenti lattici, l’olio si mantiene in buono stato anche sei mesi dopo la scadenza, stessa cosa per la pasta. Possono rappresentare invece un’eccezione le uova che è preferibile consumare non oltre una settimana dopo la data di scadenza indicata sulla confezione.

Ricordate però che il modo migliore per evitare gli sprechi di cibo rimane quello di non esagerare con la spesa e non approfittare delle offerte in corso se poi sappiamo già che quel determinato prodotto non verrà consumato e finirà direttamente nel cestino dell’immondizia.

Fonte: nonsprecare.it

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Il web, la verità e il dileggio

di Giuseppe Pulina. Fonte: sardegnasoprattutto.com

cretino14Prendo spunto dalla recente dipartita di Umberto Eco per citare una delle sue frasi più famose pronunciata dopo aver ricevuto la laurea honoris causa dall’Università di Torino in Comunicazione e Cultura dei Media nel 2015: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” .

Se l’imbecille di Eco è in qualche modo raffrontabile con il Cretino di Cipolla (vedasi Sereno, ma non troppo, antologia scientifica del cretino) o con quello di stampo più letterario di Fruttero e Lucentini (vedasi La prevalenza del cretino, semiromanzo serio sull’invasione di questa fatti-specie), la prova ontologica dell’esistenza di Dio trova oggi, dopo illustri tentativi da Anselmo d’Aosta a Kurt Gödel, un’ ulteriore e definitiva conferma: contro il cretino non può nulla neanche Dio; poiché il cretino esiste (eccome!), allora Dio esiste.

Perché il cretino impazza sul web? Perché i social (e molti siti) non hanno alcun tipo di mediazione, esattamente come avviene al bar. Le bufale e gli insulti, perciò, circolano impuniti nel ciberspazio trovando le prime il triplo di ascolti rispetto a notizie scientificamente vagliate (o semplicemente controllate) (vedi Bessi et al., Science vs conspiracy: collective narratives in the age of misinformation. PlosONE, vol 10, n. 2, 2015) e i secondi subendo una gigantesca metastasi che amplifica parossisticamente la sindrome dell’automobilista che scarica la propria frustrazione urlando parolacce contro tutti.

Succede allora che i siti che pubblicano più fesserie e insulti siano quelli tendenzialmente più frequentati, avvitando la società della connessione permanente in una disconnessione generale della ragione. Chi dovrebbe controllare le notizie, cioè i giornalisti, di solito lo fanno con scrupolo tanto che le news certificate sono diventate un tesoro da sottoporre copyright per non essere copiate né manipolate.

Tuttavia, pochi, ma dannosissimi secondo quanto detto prima, giornalisti non controllano le fonti e utilizzano il web come unica sorgente primaria di informazione; alcuni di loro, poi, peggiorano le cose dando origine a sedicenti “testateon-line la cui autorevolezza è inversamente proporzionale alla quantità del dileggio da loro praticato nei confronti degli interlocutori e degli insulti che riescono a raccogliere nel relativo blog.

A costoro, e a tutti noi che scriviamo in un giornale i cui commenti sono fortunatamente “mediati”, ricordo che il 38mo stratagemma di Arthur Schopenhauer (L’arte di ottenere ragione), visto quale come ultima risorsa, è l’Argumentum ad personam che riguarda il diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani, pur di avere (e non ottenere, per fortuna) ragione.

di Giuseppe Pulina. Fonte: sardegnasoprattutto.com

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La forza rivoluzionaria della spiritualità nella società materialista e consumista

Fonte: www.mauriziopallante.it

Pubblico un Estratto dal libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016, pagg. 198 – 203

Il denaro può essere considerato il fondamento del sistema dei valori soltanto da persone che hanno smarrito la dimensione spirituale e non riescono a vedere nella vita altra prospettiva dalla soddisfazione delle esigenze materiali, che accomunano gli esseri umani alle altre specie animali, con similitudini sostanziali nella classe dei mammiferi a cui essi appartengono. La spiritualità è una dimensione esistenziale esclusivamente umana, caratterizzata da pulsioni, riflessioni, sentimenti, slanci e desideri razionalmente incomprensibili, che non attengono alla sopravvivenza degli individui e della specie. È la sfera in cui si manifesta l’etica e la facoltà di pensare. La spiritualità consente agli esseri umani di sviluppare la consapevolezza delle relazioni e delle interdipendenze che li connettono a tutte le altre forme di vita. Questa consapevolezza, che può essere più o meno sostenuta razionalmente, o più o meno istintiva, è il presupposto che può indurre ad agire per evitare che se ne sbrindelli la trama. La spiritualità si manifesta ai livelli più alti nei rapporti fondati sull’amore, un’intimità reciproca, una condivisione di scelte esistenziali così profonda che travalica la razionalità e si realizza col dono incondizionato del proprio tempo e delle proprie capacità alle persone amate. Un dono gratuito, che non prevede restituzioni e può assumere forme diverse senza mutare la sua sostanza. È il rapporto tra genitori e figli, tra amanti, tra persone appartenenti a una stessa comunità religiosa. È la pulsione interiore che induce a dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze di coloro che sono stati colpiti con particolare durezza nella psiche, nel corpo, dalle vicende della vita, da sofferenze causate dalle condizioni di deprivazione affettiva o di miseria materiale in cui sono cresciute. È la motivazione che induce il contadino anziano a piantare alberi di cui non mangerà i frutti, memore di aver mangiato da bambino i frutti di alberi piantati da chi sapeva che non ne avrebbe mangiati. Il dono gratuito e incondizionato del tempo, che sostanzia i legami interpersonali fondati sull’amore, veniva indicato in latino con la parola donum. Oltre che con questo tipo di dono, gli esseri umani possono rafforzare le connessioni che definiscono il loro essere come con-essere, per riprendere una  definizione di Alessandro Pertosa (nel libroDall’economia all’euteleia. Scintille di decrescita e di anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014), instaurando tra loro rapporti di scambio basati su un dono del tempo che implica la restituzione, non immediata né scadenzata, né quantificata rigorosamente, basata sulla fiducia reciproca. In latino questo tipo di dono veniva definito munus. Sul dono del tempo che implica la restituzione si fondano i rapporti comunitari, ovvero i legami sociali tra nuclei di persone che si conoscono, vivono in uno spazio territoriale delimitato, generalmente un paese, e si scambiano vicendevolmente lavori e servizi senza la mediazione del denaro. Mentre gli scambi mediati dal denaro sono impersonali e implicano una competizione tra i contraenti – chi vende punta a ricavare la somma più alta possibile, mentre chi compra tende a spuntare il prezzo più basso – gli scambi basati sul dono reciproco del tempo implicano la condivisione e la solidarietà. Se uno dei contraenti non rispetta la regola implicita del controdono, rompe il rapporto di fiducia e si autoesclude dai legami comunitari. Benché non siano mai stati codificati formalmente, i rapporti comunitari fondati sul munus, presentano le stesse caratteristiche di solidarietà in tutti i luoghi del mondo e in tutte le epoche storiche. E presentano anche le stesse forme di deviazione, consistenti nella possibilità di utilizzare il dono come strumento di dominio da parte di chi è in grado di fare e fa doni così grandi che non possono essere restituiti da chi li riceve. Tuttavia deviazioni di questo tipo si possono realizzare solo in presenza di grandi diseguaglianze, che costituiscono di per sé un impedimento sostanziale alla realizzazione di rapporti autenticamente comunitari. Oltre l’ambito degli scambi interpersonali che avvengono nel quotidiano, in alcune scadenze con una forte connotazione simbolica per la vita delle comunità, il munus assume connotazioni corali, presentandosi sotto la forma di una solidarietà collettiva che coinvolge non solo i rapporti degli esseri umani tra loro, ma anche con i luoghi del mondo in cui vivono e da cui traggono ciò di cui hanno bisogno per vivere. Si pensi ai momenti della vita contadina tradizionale in cui si raccoglievano i frutti del lavoro e dell’attesa di un anno: la mietitura del grano, la trebbiatura e la vendemmia, in cui tutte le famiglie a turno si aiutavano vicendevolmente. Momenti di solidarietà e di festa che sono finiti quando l’economia del dono è stata sostituita dalla mercificazione e i raccolti sono stati effettuati da persone pagate per farlo: contoterzisti, braccianti e giornalieri.

Mentre le relazioni fondate sul munus sono inevitabilmente limitate al momento in cui avvengono, le relazioni fondate sul donum sono in grado di superare i limiti spazio-temporali che connotano la condizione umana e di creare legami tra le generazioni attraverso l’arte. Le opere d’arte, in tutte le loro forme – musica, pittura, scultura, architettura, letteratura – sono lasciti di bellezza e di armonia aggiunte dagli esseri umani alla bellezza e all’armonia originarie del mondo, arricchiti da ogni generazione e tramandati sotto forma di dono inevitabilmente gratuito alle generazioni successive, fino a quando la modernità ha trasformato l’arte da dono in merce, sottoponendola, come tutte le merci, alle regole della pubblicità, del prezzo, del profitto e della deperibilità.

La spiritualità non coincide con la fede, ma ne è il presupposto. La fede è la manifestazione della spiritualità di chi crede in qualcosa che non è dimostrabile razionalmente. «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi», ha scritto Dante nel canto XXII del Paradiso, ai versi 64-65. La spiritualità si manifesta anche senza la fede, ma senza spiritualità non c’è fede e la religione diventa un guscio vuoto, privo di vita. Oppure uno strumento di potere utilizzato per dominare e condizionare i comportamenti delle persone più deboli.

Chi mantiene viva la sua spiritualità non può condividere i valori di un sistema economico e produttivo fondato su un antropocentrismo devastante nei confronti degli ambienti, violento nei confronti di tutti gli altri viventi, ingiusto nei confronti dei popoli poveri e delle generazioni future. La spiritualità è la forza più grande che si possa contrapporre alle iniquità generate da questo sistema. Il recupero della spiritualità in una società che tende ad annullarla per concentrare ogni interesse sugli aspetti materiali della vita, è una metanoia, un cambiamento del modo di pensare e del sistema dei valori, una liberazione interiore dai condizionamenti che inducono a credere che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e il senso della vita si identifichi col potere d’acquisto e col possesso di cose. Riducendo l’importanza del denaro e valorizzando le relazioni umane fondate sul dono incondizionato che caratterizza i rapporti d’amore e sul dono che implica la reciprocità, la spiritualità smonta i pilastri su cui il modo di produzione industriale ha omologato i pensieri e le aspirazioni degli esseri umani per rendere i loro comportamenti funzionali al raggiungimento dei suoi fini. È una scelta esistenziale che nella vita quotidiana assume la connotazione della disobbedienza civile, perché induce a non lasciarsi irretire dalle sirene del consumismo, ma a dedicare più tempo agli affetti che al lavoro, a leggere un libro, ad ascoltare un brano musicale, a visitare un museo invece di lasciarsi ipnotizzare dagli spettacoli d’intrattenimento. Perché induce a comprare poco senza pensare che si stia rinunciando a qualcosa. Comprare poco è una rinuncia solo per chi crede che il senso della vita sia comprare sempre di più. In realtà è una scelta liberatoria, che affranca dallo stato di insoddisfazione permanente cui si condanna chi ripone le sue aspettative di realizzazione umana nell’acquisto di cose, perché inevitabilmente le economie finalizzate alla crescita immettono in continuazione sui mercati cose nuove per non dare mai tregua al desiderio di acquistarle, consentendo di appagarlo solo nel breve intervallo di tempo necessario a mantenerlo vivo. E quel breve intervallo di tempo in cui il desiderio di acquistare viene appagato provvisoriamente dall’acquisto, non è nemmeno sereno perché, se si crede che il benessere consista nel possesso di cose, non si può evitare che venga corroso dal confronto con chi ne possiede di più. Solo un cambiamento del sistema dei valori consente di capire a quale mortificazione della propria umanità si condanni chi, lasciandosi irretire dalle sirene del consumismo smarrisce la propria spiritualità, a quale vuoto esistenziale sia destinato chi non percependo che il suo essere è costituito dal tessuto delle relazioni che lo connettono agli altri esseri viventi, non conosce più la solidarietà: non è capace a darne e non ne riceve.

Fonte: www.mauriziopallante.it

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Sulle trivellazioni petrolifere la Regione Puglia difenda la propria dignità e il proprio ruolo

Fonte: www.salviamoilpaesaggio.it

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COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO (11.1.2016)

IL GRANDE INGANNO DEL GOVERNO

Sulle trivellazioni petrolifere la Regione Puglia difenda la propria dignità e il proprio ruolo

Il nuovo anno ha portato in dono ai pugliesi un nuovo permesso di ricerca petrolifera: quello noto convenzionalmente come B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl al largo delle coste del Gargano, per la durata di sei anni, che si aggiunge agli altri undici già rilasciati a partire da giugno scorso, ma non ancora attivati dal MISE. Altro che smobilitazione petrolifera.

Il permesso, che ha il grande sapore della beffa, è stato rilasciato dal MISE e pubblicato sul BUIG del 31 dicembre 2015, il giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità che, di fatto, ne avrebbe determinato il preavviso di rigetto e la successiva riperimetrazione (in quanto, pur di poco, parzialmente interferente con la linea delle 12 miglia marine dalla costa).

E’ questo uno degli atti che dimostra come il restyling normativo sul tema degli idrocarburi, previsto dal Governo nella Legge di Stabilità sia l’ennesima presa in giro a danno dei territori, questa volta con l’intenzione di eludere i referendum.

A questa conclusione è giunta anche la Corte di Cassazione che, con un’Ordinanza emessa l’8 gennaio, ha riammesso il referendum sul mare (quello sulle dodici miglia marine) chiarendo che l’emendamento introdotto dal Governo non soddisfa la proposta referendaria ma, anzi, tende a raggirarla. Alcuni permessi di ricerca, infatti, verrebbero “congelati” nelle stanze del Ministero, in attesa di tempi migliori e di una nuova svolta normativa (che il Governo spera possa esservi in autunno prossimo, con il referendum costituzionale che dovrebbe riconsegnare la potestà energetica nelle mani del Governo).

Per altri due quesiti (durata dei permessi e Piano delle Aree) le Regioni promotrici del referendum stanno sollevando il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti del Parlamento. Nel caso in cui la Corte Costituzionale riconoscesse il tentativo di elusione, verrebbero annullate le modifiche parlamentari su quei due argomenti e si potrebbe celebrare il referendum su tre quesiti.

Tutti elementi a conferma di una trappola ben studiata da parte del Governo, ordita alle spalle dei territori e finanche dei Consigli Regionali che, su pressione dei movimenti notriv e di duecento associazioni ambientaliste e non, avevano promosso il referendum, il cui spirito viene completamente tradito.

La Puglia, attraversata da una serie di scempi ambientali, ha visto i suoi cittadini diventare in questi anni protagonisti della richiesta di cambiamento che, sul tema delle trivellazioni petrolifere, ha portato a grandi manifestazioni di piazza, assemblee permanenti e a una deliberazione del consiglio regionale all’unanimità a pieno sostegno dei quesiti referendari.

Ecco perché, mai come in questo momento in cui le avances del Governo si fanno sottili e ambigue, è quanto mai necessario un cambio di passo sostanziale, che restituisca dignità all’ente regionale e dimostri ai pugliesi la volontà di essere protagonisti di un percorso reale di ridiscussione delle politiche energetiche, fatto senza pregiudizi ma anche senza costrizioni.

La Regione Puglia ha dato procura per promuovere il conflitto di attribuzione. Un atto importante, cui devono seguirne altri, tesi a rafforzare il peso reale dei territori e a prendere adeguate precauzioni contro gli attacchi perpetrati a due passi da casa nostra.

Chiediamo al Presidente Emiliano e al Consiglio Regionale una serie di atti urgenti e indifferibili:

  • di diffidare formalmente il Ministero dello Sviluppo Economico a provvedere all’immediata emanazione ed alla conseguente pubblicazione sul BUIG dei decreti di rigetto per i procedimenti tuttora in corso entro le dodici miglia e a dare preavviso di rigetto per quelli parzialmente interferenti (tra questi ricadono diversi permessi che riguardano la Puglia)
  • di chiedere formalmente al Ministero dello Sviluppo Economico, con riguardo al progetto “Tempa Rossa”, che le autorizzazioni necessarie per l’ampliamento delle infrastrutture, siano riviste sulla base di una reale intesa con la Regione e non secondo procedura semplificata, così come ripristinato secondo le nuove norme della Legge di Stabilità. La regione si faccia, dunque, portavoce delle istanze del territorio in maniera forte e chiara
  • di ricorrere al TAR contro il permesso di ricerca B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl, al largo delle coste del Gargano

Se fosse rimasto qualche dubbio sulle reali intenzioni del Governo, ci poniamo questa domanda finale: cosa se ne fa Petroceltic di un permesso di ricerca se, per quelle stesse aree, secondo le nuove norme, non potrà mai avere un permesso per trivellare?

Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili
Comitato per la Tutela del Mare del Gargano
Comitato No Trivelle Capo di Leuca
Rete No Triv Gargano
A.B.A.P. Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi
Comitato Tutela Porto Miggiano
Movimento Stop Tempa Rossa
Legamjonici
Movimento ambientalista di tutela del Gargano
Gargano libero
Capitanata in rete
Gruppo Archeologico Garganico Silvio Ferri
No Triv Taranto
No Triv Trani
Garganistan
Coordinameno No Triv – Terra di Bari

Fonte: www.salviamoilpaesaggio.it

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Viva la muerte!

di Adriano Voltolin. Fonte: blog Aldo Giannuli

Con estremo piacere ed interesse, vi propongo l’articolo di Adriano Voltolin, Presidente della Società di Psicoanalisi Critica, che prosegue il dibattito intrapreso qualche giorno fa. Buona lettura!

paranoia_940La psicologia sociale, sostiene Freud, viene prima della psicologia individuale. Non vi sono quindi dei gruppi, il piccolo gruppo come la società intera, che si comportano come gli individui, ma sono piuttosto gli individui a strutturare la loro mente ed il loro modo di comportarsi, gli uni con gli altri, nel modo che apprendono fin dalla primissima infanzia.
Prima di Freud, Marx aveva detto, nella Ideologia tedesca, che le idee dominanti sono quelle della classe dominante; dopo, Lacan ha sostenuto che il soggetto nasce nel campo dell’Altro, Hanna Segal che senza la simbolizzazione ci si trova nel campo della psicosi. Le diverse posizioni non sono affatto identiche e contengono anzi profonde differenze, ma una cosa è unanimemente sostenuta: che la psicologia individuale non è pensabile senza la società e quindi che non vi è una priorità storica, ma solamente logica, tra le due. Coglierne il nesso  è possibile solamente se si è in grado di dipanare un grumo ove il sociale e l’individuale sono avvinghiati come i fili di lana in una matassa: ci riesce benissimo Marx, sempre nell’Ideologia tedesca, quando irride all’idealismo che non distingue la realtà dalla fantasia, mentre lo sa fare benissimo qualsiasi shopkeeper. Per l’idealismo baueriano e per la destra hegeliana, dice Marx, ciò che le persone hanno nella testa coincide con la realtà del mondo, mentre il commerciante fa un fondamento della sua fortuna l’essere capace di capire che tra la fantasia e la realtà ci passa ben più di un mare: Bruno Bauer non sarebbe mai arrivato a pensare, come invece Henry Ford, che si potesse scegliere un’auto del colore che si preferiva purché fosse nero.
Quello che Marx sostiene implicitamente e Freud in modo esplicito, è che la patologia del gruppo sociale, la Gemeinschaftneurose, è cosa totalmente diversa da una patologia che colpisce molti, o, quand’anche, tutti gli individui di un gruppo ed è anche diversa dalla assunzione della patologia del gruppo sociale come la forma ideologica prevalente nel gruppo. E’ chiaro che se tutti i membri di un gruppo sono ammalati di bronchite, non si può dire che il gruppo di cui sono membri è ammalato di bronchite; così come non si può dire che, essendo molti scozzesi tirchi, la Scozia sia tirchia.
La patologia individuale, come dice con chiarezza Freud nel Disagio della civiltà, può mimetizzarsi con quella del gruppo sociale, quando il gruppo stesso sia connotato dallo stesso quadro patologico. La considerazione, statisticamente e concettualmente sostenibile, che di norma la patologia del gruppo sociale sia la medesima espressa da molti appartenenti al gruppo sociale stesso, non fa venire meno quanto si è affermato in precedenza.

La patologia del gruppo appare come un’ideologia diffusa, magari opinabile, ma scompare come patologia quando contrassegna non solo il singolo, ma il gruppo. Un individuo che sostenesse, in un colloquio nello studio di un analista, che la morte è vita e che quindi la morte va esaltata come vitale, andrebbe incontro ad una diagnosi di un importante disturbo mentale; se lo sostiene il gruppo dei falangisti nella guerra civile spagnola (viva la muerte), l’affermazione diviene un pensiero politico; se un prete dice, durante un rito funebre, che il defunto non è morto, ma accede a una vita nuova e vera, esprime un credo religioso.

Certamente nel novecento ed in questo primo quindicennio del ventunesimo secolo, come ha messo in evidenza Aldo Giannuli (Dal jolies temps alla crisi: paranoia e narcisismo nel presente), abbiamo assistito ed assistiamo all’affermazione di ideologie concernenti l’individuo, la società ed il loro rapporto, che si imperniano su assunti che, sul piano individuale, contrassegnano delle psicopatologie non certo lievi. Si pensi ancora agli slogan: se viva la muerte appare una manifestazione della pulsione distruttiva (elaborazione paranoica del lutto, secondo la definizione psicoanalitica che Farnco Fornari aveva dato della guerra), arricchitevi, e il più moderno greed is good rappresentano esemplarmente il trionfo della pulsione orale; ma anche il one best way tayloristico, come l’idea che la civiltà, britannica, fosse presente ovunque venisse servito il thé alle cinque del pomeriggio, denunciano nitidamente un’immagine arrogante di sé che ha alla sua radice un attacco invidioso all’oggetto buono; ancora, il difendere il sacro suolo della patria ha alla sua radice l’angoscia paranoide che trasforma l’aggressione in difesa dell’oggetto buono.

La questione che abbiamo di fronte non è però quella della cancellazione delle spinte pulsionali, l’aggressività, l’oralità, l’eros, ma piuttosto la loro declinazione sopportabile nella società presente.

Wilfred R. Bion aveva avuto un’intuizione geniale quando aveva avanzato l’idea che in un gruppo che lavora razionalmente (gruppo di lavoro) le pulsioni, che sono spinte potenzialmente distruttive dell’operatività del gruppo e, infine, della sua stessa esistenza, sono sempre presenti, ma sono controllate attraverso le modalità del suo funzionamento – si pensi ad esempio al concetto di società in Hanna Arendt ed alla sua diversità radicale da quello di massa in Freud e di folla in Le Bon. Le pulsioni vengono gestite, dice Bion, da gruppi che si specializzano nel trattarle; altrimenti esse si rovescerebbero sull’intero gruppo sociale danneggiandolo irreparabilmente: per Bion l’esercito rappresentava il gruppo specializzato nel gestire la pulsione aggressiva e la Chiesa quello che era destinato a trattare la pulsione di dipendenza. In una società che funziona come una comunità questo è possibile, ma in una dove la pulsione di appropriazione e di depredazione sono ritenute valori positivi, greed is good appunto, il vincolo, la regola sociale cioè, è un lacciuolo che limita gli animal spirits di uno sviluppo capitalistico  senza freni (che del capitalismo classico oramai ha sempre meno e della predazione ingorda e paranoide del bambino che divora il seno sempre di più)  che non solo divora tutto, ma che vede ovunque temute limitazioni alla propria fame, nel senso che a questa pulsione aveva dato mirabilmente il capolavoro di Knut Hamsun.

Nella nostra epoca storica, in occidente, il problema principale non è tanto la difesa dall’aggressione che proviene da ideologie autoritarie, come ci si raffigura ad esempio l’Islam, bensì quello di trovare il modo di contrastare vigorosamente – cioè consentendone la simbolizzazione – la pulsionalità, in primis quella orale, che la finanziarizzazione del capitalismo certamente alimenta ma della quale è soprattutto la radice più originaria. Se si riprendessero in mano il Capitale e, più ancora, i Grundrisse non sarebbe difficile capire che la manifattura, come ogni processo di produzione rappresenti non la base, bensì il maggior ostacolo alla circolazione del capitale, la quale  tanto più è libera e rapida, tanto più produce ricchezza. Ma così il mondo scoppierà di una abbuffata senza fine! Certo, ma allora saremo tutti morti, sosteneva Keynes; allora, se così è, se è la condizione per arrichirsi, viva la muerte.

di Adriano Voltolin. Fonte: blog Aldo Giannuli

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L’arte della felicità come materia di studio

Fonte: www.nosprecare.it

L’arte della felicità come materia di studio: l’esperienza di una scuola elementare ingleseUn progetto importante che si sta diffondendo anche in Italia: aumentano i laboratori e i workshop su come educare i giovani a star bene, a credere in sé stessi e a relazionarsi con gli altri.

Vi abbiamo raccontato della scuola scozzese in cui i bambini, per contrastare la sedentarietà, tutti i giorni, percorrono quasi 2 chilometri a piedi. Un’iniziativa che sta portando con sé notevoli vantaggi: il tasso di obesità infantile è sceso notevolmente e i bambini hanno migliorato il proprio rendimento scolastico. E vi abbiamo parlato delle scuole finlandesi in cui gli allievi imparano a stirare, cucinare, rammendare e lavare i capi a mano. Anche i maschi.

EDUCARE I BAMBINI ALLA FELICITÀ – Oggi invece vogliamo portarvi in una speciale scuola elementare, la Sacred Heart School di Tipton vicino Birmingham, in Inghilterra, in cui i bambini accanto alla matematica, la letteratura, le lingue straniere e l’arte, apprendono anche come essere felici.

Un’idea, quella dell’arte della felicità come materia di studio, nata in seguito alla morte di un genitore che aveva ben quattro figli nella scuola. Così, gli insegnanti, per aiutare i piccoli a superare la grave perdita, hanno deciso di contattare una coach esperta in resilienza, ossia la capacità di rispondere in maniera positiva ai traumi. Attraverso il laboratorio organizzato dalla coach, gli insegnanti hanno così appreso le tecniche per aiutare i piccoli a stare meglio con sé stessi: dalle canzoni cantate a squarciagola ai corsi di autostima, alla meditazione, alla danza.

FELICITÀ COME MATERIA DI STUDIO – Iniziative ora portate avanti come materia di studio all’interno della scuola. Ogni giorno, insegnanti e allievi, dedicano del tempo allo svolgimento di attività in grado di aumentare il benessere e diminuire l’ansia.

Un progetto importante che si sta facendo avanti anche in Italia dove aumentano i laboratori e i workshop su come educare i giovani a star bene, a credere in sé stessi e a relazionarsi con gli altri.

Fonte: www.nosprecare.it

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Arriva il giornale che fiorisce

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Fonte: www.rivistanatura.com

Un giornale che, una volta letto, invece che finire tra i rifiuti viene piantato ed è in grado di fiorire.
Il progetto arriva dal Giappone ed è stato introdotto sul mercato dall’editore The Mainichi Newspapers Co. Ltd, con una tiratura di 4 milioni di copie al giorno.
La speciale carta è stata ideata con l’intento di diminuire i rifiuti e, al contempo, aumentare il verde nelle città.
Ma come funziona? Il procedimento alla base è semplice: si parte dalla carta riciclata alla quale vengono aggiunti i semi dei fiori che faranno poi sbocciare le pagine. La polpa viene poi lavorata e suddivisa in fogli. L’inchiostro di stampa, ovviamente, è a base vegetale.
Una volta letto, il giornale può essere piantato intero oppure sminuzzato. Basterà attendere qualche giorno prima di veder sbocciare i primi germogli verdi.

 

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Fonte: www.rivistanatura.com

 

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Una volta letto

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Superstrade ciclabili: le infrastrutture leggere favorite dalla legge di Stabilità

di Francesca Caccioli. Fonte: Architettura Sostenibile

A Gennaio 2016, l’Italia ha visto un nuovo passaggio nelle politiche per la mobilità e le infrastrutture leggere. Con la Legge di Stabilità infatti si sono stanziati ben 94 milioni di euro per 3 anni (18 milioni nel 2016, 38 milioni nel 2017 e i restanti 38 nel 2018) per la realizzazione di 3 progetti infrastrutturali (superstrade ciclabili):

In copertina: Cycle path with white arrow and mosaic of a bicycle on red stone surface. Foto di Annavee, via Shutterstock.

SOLAR ROAD: LA PRIMA STRADA SOLARE PER BICICLETTE deL MONDO

Questi investimenti previsti dalla legge di Stabilità costituiscono una svolta innovativa per il nostro Paese, rivolta a favorire gli spostamenti in bicicletta, anche quando si tratta di percorsi lunghi (oltre 5 km). Con l’inserimento di queste infrastrutture leggere non solo si tenta di costruire un nuovo modello di sviluppo (riduzione drastica della produzione di CO2) sensibilizzando i cittadini ad una nuova concezione di “ciclabilità”, ma anche di rilanciare i territori attraversati con il cicloturism­o, finora esclusiva dei paesi nordici.

“La simpatia che ispira la bicicletta deriva anche dal fatto che nessuna invasione è stata fatta in bicicletta” (Didier Tronchet).

Sì, nessuna invasione è stata fatta in bicicletta, ma non è detto che la bicicletta e le superstrade ciclabili non possano portare ad una rivoluzione, una “ciclorivoluzione”! Un cambiamento, in questa fase storica che vede un neonato interesse ecologista, sia obbligato dall’allarmante situazione di inquinamento che da un rinnovato atteggiamento del cittadino ora economo e risparmiatore.

Ci sono finalmente i mezzi per cambiare la modalità di spostamento nelle città italiane, un nuovo impulso alle infrastrutture leggere dimenticate.

Le superstrade ciclabili nel mondo

Oggi molte città si stanno muovendo in questa direzione: Londra, New York, Basilea e Washington sono in prima linea. Già dagli anni ’80 i Paesi Bassi, il Belgio e la Danimarca presentavano le prime vie ciclabili per il decongestionamento del traffico, dando così inizio a un rinnovato modo di muoversi in sicurezza.

La Cycle Super Higway permette alle bici danesi di sfrecciare da Copenhagen ad Albertslund, Breda è connessa a Etten-Leur nei pianeggianti Paesi Bassi e una nuova via di 30 km permetterà una connessione su un’asse est-ovest degli estremi della capitale inglese tra i quartieri di Barking e Acton.

Ma il 2016 non vede protagonista solo la nostra l’Italia: in Germania, nella Ruhr, si parla di Radschnellweg, la nuovissima ciclovia che collegherà ben 10 città (tra cui Duisburg, Bochum e Hamm) per un totale di 100 km.

In definitiva, le amministrazioni ed i governi si sono finalmente resi concretamente attivi, dando nuova pulsione ad una tendenza che si sta diffondendo sempre più e poi citando un grande politico: ”non c’è niente di meglio di un bel giro in bicicletta” (JFK).

di Francesca Caccioli. Fonte: Architettura Sostenibile

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L’intonaco in terra cruda che fa rivivere la tradizione del Mediterraneo

di Maria Laura Leo. Fonte: Architettura Sostenibile

L’architettura del Mediterraneo costituisce una pagina importante nella storia delle costruzioni e, in generale, nella storia dell’umanità. Su questo mare centro del continente, si affaccia l’antica tradizione costruttiva in terra cruda, che rivive nella ricerca condotta sull’intonaco ecologico ed ecosostenibile dall’Università degli Studi di Reggio Calabria.

LA TRADIZIONE DELLA TERRA CRUDA IN SARDEGNA

La tradizione architettonica mediterranea è figlia di un periodo in cui il centro del mondo era collocato in un piccolo mare, se lo si paragona agli oceani attraversati dai grandi esploratori fino all’approdo sulle coste delle Americhe.

Nonostante il tempo sia passato, l’architettura del Mediterraneo è rimasta un punto di riferimento anche per le moderne tecniche costruttive che, spesso e volentieri, si rifanno ai caratteri tipologici evidenti nei fabbricati di questa area geografica.

È stato questo il motivo che ha portato l’Università degli Studi di Reggio Calabria a condurre una ricerca volta a tramandare le tecniche costruttive mediterranee e di attualizzarle nell’architettura odierna. L’esito dell’operazione ha portato alla nascita di Intonaco Natura, un intonaco in terra cruda ecosostenibile, ecologico, economico e tradizionale.

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Un intonaco a chilometro e a costo quasi zero

Lo studio muove i suoi primi passi nell’ambito di una ricerca progettuale che ha come obiettivo la riduzione dei costi di costruzione e il raggiungimento del contenimento energetico attraverso il ricorso a materiali locali. I ricercatori si sono rivolti all’architettura vernacolare antica, quell’architettura che è stata capace di attraversare secoli e secoli di storia, di guerre, di distruzione generale, per arrivare pressochè inalterata ai giorni nostri. Dal punto di vista della durevolezza, quindi, si può sostenere che l’architettura basata sull’utilizzo della terra cruda ha ampiamente superato la prova. Quello che occorreva verificare, e che i ricercatori di Reggio Calabria hanno fatto, era la prestazione del materiale dal punto di vista energetico, la sua reazione alle condizioni climatiche mutate progressivamente per via del surriscaldamento globale e la sua efficienza in termini di isolamento.

Lo studio ha dimostrato che i materiali dell’architettura vernacolare sono caratterizzati dalla facilità di reperimento e presentano ancora un’ottima capacità di contenere il dispendio energetico grazie alle loro prestazioni di isolamento termico, costituendo una valida soluzione per chi ricerca un’architettura sostenibile. Il fatto di essere interamente naturale, inoltre, fa della terra cruda un elemento ideale per costruire nel pieno rispetto dell’ambiente, poiché si parla di un prodotto addirittura biodegradabile. 

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La composizione dell’intonaco in terra cruda

Il prototipo della miscela, sperimentato nel parco Ecolandia di Reggio Calabria, sarà applicato a murature di diverso tipo, dal laterizio pieno e a quello forato, dalla pietra al calcestruzzo. L’obiettivo è quello di verificare la compatibilità dell’Intonaco Natura con il substrato, tentando di raccogliere anche i dati relativi all’effetto combinato di involucro esterno e parete per quanto riguarda l’isolamento termico e la resa meccanica.

L’impasto terroso viene abbinato ad un particolare additivo fluido, sempre a base naturale, così da presentare elevata resistenza agli agenti atmosferici e capacità di sopportare le sollecitazioni meccaniche. Con questi “ingredienti” è possibile innalzare la percentuale di componenti naturali dell’intonaco rispetto ad altri prodotti simili in commercio. Tale caratteristica è molto importante in termini di sostenibilità ambientale, perchè buona parte del composto interra cruda, essendo biodegradabile, può essere riassorbito dall’ambiente una volta che si è concluso il suo ciclo naturale di vita. La parte che, invece, non è biodegradabile, viene raccolta e inserita in un processo di trattamento idoneo per lo smaltimento.

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Intonaco in terra cruda: dopo gli esperimenti si punta al brevetto

Per studiare in modo attento e analitico il comportamento dell’intonaco è stato allestito un laboratorio all’aperto nel Parco di Reggio Calabria, ma l’intenzione, per il futuro, è quella di estendere l’utilizzo di Intonaco Natura anche sul resto del territorio nazionale. I ricercatori autori dello studio intendono, infatti, adoperarsi per l’ottenimento del brevetto riconosciuto in tutta Italia. Il destinatario del progetto è sempre stato, del resto, il nostro Paese, per intero: Intonaco Natura, affondando le sue radici nella storia che si è sviluppata sulle coste della penisola, vuole riproporre, ad un’architettura ormai omologata e priva di caratteri tipologici sufficientemente forti e riconoscibili, tecniche tradizionali purtroppo abbandonate, ma mai “passate di moda”.

Il progetto punta all’utilizzo di prodotti localmente reperibili. L’additivo naturale utilizzato, in particolare, è composto da una matrice che abbonda in Sicilia e Calabria, ma potrebbe essere facilmente sostituito con sostanze analoghe, tipiche di altre zone dell’Italia. Il reperimento dei materiali in loco è condizione fondamentale per poter parlare di “sostenibilità” del progetto. Se a questa caratteristica si aggiunge la biodegradabilità Intonaco Natura diventa anche ecosostenibile e, in un periodo come quello che stiamo vivendo, quando si è circondati più dalle polveri sottili che dalla polvere degli edifici che si costruiscono, pensare ad una soluzione alternativa può costituire un primo piccolo, timido passo verso il cambiamento.

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di Maria Laura Leo. Fonte: Architettura Sostenibile

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